Gino Olivari

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Gino Olivari (Milano? 13 giugno 1899 - Milano 11 aprile 1988) è stato un ingegnere, uno scrittore ed uno studioso italiano che per molti anni dedicò una grande attenzione alle tematiche gay[1].

Eterosessuale, fino al 1950 Olivari visse come un tranquillo e stimato dirigente d'azienda (per quindici anni aveva lavorato come consulente tecnico della Maserati), ma un grave fatto di cronaca avvenuto proprio nel giugno di quell'anno avrebbe poi dato una svolta alla sua vita: due giovani ragazzi che vivevano in un pensionato religioso erano stati visti a letto insieme e, minacciati dalla possibilità di un'espulsione dalla struttura e dall'avvertimento dei loro genitori, si impaurirono talmente tanto da togliersi la vita. L'editore Piero Milesi, che tra le sue pubblicazioni poteva vantare anche la rivista Problemi sessuali, propose ad Olivari di scrivere un articolo sull'accaduto, anche al fine di stigmatizzare il comportamento della stampa che aveva - in maniera palese - colpevolizzato le vittime (La notte aveva parlato di "fetido fiore dell'omosessualità" e il Corriere della sera di "torbida tragedia").

Nell'articolo che scrisse, Olivari invitò i cittadini ad avere un atteggiamento di umana comprensione nei confronti degli omofili[2] e di rispetto nei confronti del loro "dramma interiore"[3]. Nonostante il suo pezzo non possa essere classificato come gay-friendly ma semplicemente come rispettoso della dignità altrui, egli subì 54 denunce da uomini della Chiesa Cattolica e un processo penale per direttissima[4], nel quale alla fine fu assolto (furono invece condannati l'editore e lo stampatore). A seguito di questa vicenda giudiziaria, Olivari cominciò a interessarsi sempre più alle tematiche gay sia a livello intellettuale (collaborò con le prime riviste omosessuali italiane Homo e Con noi e parlò di omosessualità nelle testate ABC a Il Ponte) sia a livello umano, ospitando e consolando personalmente "decine e forse centinaia di omosessuali che si rivolgevano a lui come unica persona disposta ad ascoltarli"[5].

Tra le opere di Olivari sull'argomento, quelle che più fecero scalpore furono Omosessualità (autopubblicazione del 1958) e Bisessualità, nuova frontiera dell'Eros (Toderiana, 1983). In esse egli espresse alcuni concetti controversi: sostenne che gli omosessuali fossero un sesso intermedio tra le donne e gli uomini e che questa condizione derivasse da motivazioni fisiologiche, non legate alla volontà dell'individuo; pertanto, ogni pratica persecutoria nei loro confronti non avrebbe raggiunto nessun risultato. Affascinato dalla teoria dei "riflessi condizionati" di Pavlov, egli ritenne che essa potesse essere riadattata per rendere bisessuali i gay:

« Ancor prima di occuparmi di omosessualità mi aveva colpito la scoperta dei riflessi condizionati da parte di Pavlov, e un bel giorno mi sono chiesto: ma non è possibile applicare questa metodica all'omosessualità? Alla fine, a furia di pensarci, ho messo a punto questa metodica, che consente all'omosessuale di allargare il proprio orizzonte affettivo e sessuale, fino a includervi anche la donna. Però l'omosessualità rimane, e io l'ho sempre detto e ripetuto: l'omosessualità rimane. Semplicemente, da omosessuale esclusivo si può diventare bisessuale»
(Gino Olivari)

Secondo la teoria di Olivari, quindi, se si associava un una fantasia eterosessuale a un piacere orgasmico omosessuale (ad esempio, pensare a una donna mentre si faceva sesso con un uomo) allora il "paziente" poteva passare dall'omosessualità alla bisessualità.

Negli anni Settanta - quando il movimento di liberazione omosessuale aveva fatto dei passi in avanti in termini sia culturali sia organizzativi - queste stravaganti ipotesi furono profondamente stigmatizzate (e il fatto che egli fosse uno dei fondatori dell'Airdo, l'associazione italiana per il riconoscimento dei diritti degli omofili nata in opposizione al Fuori!, non lo aiutò): nel 1976 alcuni attivisti criticarono la rivista Guarire che aveva deciso di intervistarlo e l'anno seguente Mario Mieli nel suo celebre Elementi di critica omosessuale aveva definito Olivari "un tale farabutto che da anni impunemente si dedica ai più assurdi esperimenti di 'terapia' dell’omosessualità"[6].

Al giorno d'oggi, parlare di "compresione" o peggio ancora di "pietà" verso i gay equivale - omofobicamente - a considerare gli omosessuali degli individui che hanno avuto la "sfortuna" di essere tali, ma ai suoi tempi le persone etero disposte ad utilizzare il proprio tempo e il proprio denaro per avvicinarsi a certe tematiche erano pochissime: per questa ragione la Fondazione Massimo Consoli descrive Gino Olivari come "uno dei primi difensori dell'omosessualità nel nostro paese"[7].

Alla sua morte egli dispose che la sua biblioteca fosse donata dagli eredi al Centro d'Iniziativa Gay di Milano, dove tuttora si trova[5].

Note

  1. Ove non diversamente segnalato, tutti i concetti espressi in questa voce sono tratti da Giovanni Dall'Orto e Francesco Vallini, Gino Olivari: "erano anni difficili...", Babilonia n. 64, febbraio 1989, pp. 51-53, consultabile online all'URL http://www.giovannidallorto.com/saggistoria/olivari/olivari.html
  2. Il concetto di omofilia, rispetto a quello di omosessualità, mette in risalto l'aspetto affettivo dell'amore gay rispetto a quello sessuale: per questo il termine è stato utilizzato massicciamente dagli omosessuali "integrazionisti a tutti i costi".
  3. Gino Olivari, Bisessualità, Toderiana, Milano, 1983, p. 7.
  4. Anche quelle persone che condivisero il suo appello furono coimputate: tra essi, secondo quanto afferma Olivari, ci fu anche il direttore de La Stampa Giulio De Benedetti.
  5. 5,0 5,1 Giovanni Dall'Orto, Omosessualità (1958). Un bizzarro ma anche interessante pamphlet sul "terzo sesso", culturagay.it, 9 ottobre 2008 (URL consultato l'8 maggio 2015).
  6. Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Torino, 1977, 72n.
  7. 11 aprile, fondazionemassimoconsoli.it