Utente:Andrea.pizzocaro/Sandbox/Identità di genere

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Voce a cura di Andrea Pizzocaro (2017).

Il genere, inteso come il significato dato dalla società alla differenza sessuale, una volta che viene incorporato nella psiche delle persone diventa parte essenziale delle loro identità. L’identità di genere è allora definita come la percezione ad appartenere ad un genere.[1] Tendenzialmente l’identità di genere di una persona corrisponde all’identificazione in uno dei due sessi, in genere i maschi s’identificano come uomini, le femmine come donne. Tuttavia diverse società prevedono altre possibilità, come il terzo genere nelle Samoa o i cinque generi del popolo indonesiano dei Bugi. La nostra società non contempla identità di genere al di fuori del cosiddetto “binarismo di genere”, ma riconosce alle persone di cambiare il sesso anagrafico e di riconoscersi nel nuovo genere di elezione.

Il concetto di identità di genere è nato negli anni sessanta ad opera dei sessuologi che studiavano l'omosessualità, la transessualità e l’intersessualità (vedi Come è nato il concetto). Gran parte della ricerca scientifica iniziata in quegli anni sul fenomeno dell’identità di genere, ha ricercato la causa studiando il cervello umano e proponendo una teoria conosciuta come “teoria del sesso nel cervello” (vedi Teorie sulla formazione dell’identità di genere). Avversata da alcuni scienziati (in particolare i biologi evoluzionisti) e da femministe, tale ipotesi dovrebbe spiegare anche il ruolo di genere dei sessi, ad esempio perché ci sono più uomini che donne che lavorano in certi settori lavorativi e non in altri. Per quest’altre considerazioni si veda la voce Ruolo di genere.

L’identità di una persona come uomo e donna è forse la più importante di tutte, forse quella è che viene prima di tutte (identità nazionale, religiosa, sessuale, etc.) ed è sicuramente quella più universale di tutte. Sul versante politico l’identità di genere è rilevante per il movimento femminista, che non esisterebbe se non esistessero persone che s’identificassero come donne. Negli ultimi vent’anni, proprio nel caso della rappresentazione politica femminista, il concetto di identità di genere è stato oggetto di diverse critiche da parte di pensatrici che si rifanno al “post-femminismo” o “scetticismo di genere” (vedi Il discorso postmoderno sull’identità). A queste critiche si è andata ad aggiungere, solo recentemente, una contestazione radicale al concetto stesso di identità di genere perché visto come una minaccia verso il sesso femminile (femminismo critico di genere) o addirittura all’intera umanità (no-gender). Si legga in proposito il quarto paragrafo. Alla fine della pagina sono contenute anche alcune definizioni del concetto.

Come è nato il concetto

Il termine identità di genere fa la sua comparsa nella letteratura sessuologica negli anni sessanta del secolo scorso. Generalmente viene identificato lo psicanalista Robert Stoller come l’autore di questo conio, ma “identità di genere” è solo l’ultima espressione che meglio esprime un concetto nato anni prima e che poi avrebbe avuto una rifinizione negli anni a venire. Il sessuologo Alexander Cawadias in un libro sull’intersessualità del 1946 distingue diverse caratteristiche psicologiche del sesso, tra le quali al “will to sex” viene data una certa preminenza sulle altre. Cawadias scrive: “l’uomo vuole essere un maschio e agisce come tale, una donna vuole essere una femmina”.[2]

Nel 1957 compare un altro termine, “gender orientation” (orientamento di genere) introdotto nella letteratura psicologica da John Money, dopo averlo scorporato da “gender role” (ruolo di genere) coniato due anni prima. Tuttavia è solo in un articolo del 1960 su bambini che oggi chiameremmo “gender non conforming” (dal genere non conforme) che il termine orientamento di genere viene definito come “il ruolo di genere vissuto soggettivamente”.[3] La prima apparizione del termine qui in discussione – identità di genere - viene utilizzato da Robert Stoller nel 1962 con la costituzione della Gender Identity Research Clinic a Los Angeles nell’Università della California.[4] I primi paper scientifici, [5][6] risalenti al 1964, a far uso del termine sono attribuiti allo stesso Stoller e al collega Ralph Greenson. Per Stoller e Greenson l’espressione identità di genere – che per il primo è stata coniata assieme al secondo – “è il senso di conoscenza a quale sesso si appartiene”. Se si prende questa definizione e la si confronta con quella data all’inizio di questa voce enciclopedica si nota che c’è una differenza rilevante: nel primo caso conta il sesso, nel secondo conta il genere.

Sebbene il termine si sia attestato, Money e Stoller non hanno finito di contribuire al progetto di rinnovamento lessicografico della sessuologia moderna. Money, criticando la distinzione sesso/genere introdotta nel 1968 dal collega Stoller nel libro Sex and gender, negli anni settanta propone di parlare di G-I/R o “gender-identity/role” in modo da non dover cadere nella trappola della distinzione tra corpo e psiche. Stoller, invece, sempre in Sex and gender modifica il suo vocabolario sessuologico identificando con “core gender identity” (identità di genere profonda) il senso di appartenenza ad un sesso e estendo l’espressione identità di genere ad un’accezione più ampia, ad esempio “il senso di essere maschili” e “il senso di essere femminili”. Se il termine core gender identity ha trovato fortuna nella letteratura psicologica successiva questo non si può dire per il G-I/R di John Money.

Teorie sulla formazione dell’identità di genere

Anche se Stoller è accreditato per aver inventato il termine identità di genere, è a Money che va riconosciuto una teorizzazione, in constante aggiornamento, del suo sviluppo fin dalla tenera età. Money, lavorando presso il John Hopkins Hospital, aveva in cura circa un centinaio di pazienti “ermafroditi” (oggi diremmo intersessuali), cioè persone il cui sesso era ambiguo. Studiandoli si era reso conto che, sebbene essi non fossero distintamente né maschi né femmine, erano perfettamente uomini e donne, cioè si riconoscevano come tali e si comportavano come la società richiedeva che si comportassero. Money aveva concluso che se fosse stato il sesso a determinare il loro comportamento (ruolo di genere) allora anche questo doveva essere ambiguo (visto che il sesso lo era). Le conclusioni, come ho già detto, andavano nella direzione opposta: gli ermafroditi erano o uomini o donne (genere). La spiegazione, quindi andava trovata non nel sesso o nella biologia o comunque nella fase prenatale dello sviluppo della persona, ma successivamente alla nascita, potremmo dire nella “socializzazione”.

Tuttavia, questa conclusione, solo qualche anni più tardi, si sarebbe scontrata con i risultati di un team di ricerca dell’Università del Kansas, guidata dall'endocrinologo William Young. Essi avevano dimostrato che gli ormoni prenatali avevano un peso sul comportamento sessuale nei mammiferi. Il team aveva preso una femmina di porcellino d’india in stato di gravidanza e le aveva somministrato del testosterone propionato (in forma salina). Parte dei piccoli nati erano maschi, altri ermafroditi (geneticamente femmine, aspetto maschile). Studiando il loro comportamento sessuale, il team di ricerca aveva notato che le “femmine” ermafrodite mostravano una minore propensità di lordosi (cioè incurvare la schiena), mentre una maggiore a montare, tipica invece dei maschi. Secondo gli scienziati dell’Università del Kansas l’esperimento aveva dimostrato che il comportamento dei due sessi (almeno negli animali) è controllato dagli ormoni ed erano arrivati a sostenere che gli ormoni prenatali organizzano (=scolpiscono) il cervello o in senso maschile o in senso femminile e che il comportamento è poi attivato dagli ormoni postnatali. A questa ipotesi è stato il nome di organizzazione-attivazione.

In un primo momento, scettico – “nessun effetto robotico negli esseri umani” sosteneva - John Money cominciò a rivedere le sue posizioni nella seconda metà degli sessanta aiutato dall’allora dottoranda Anke Ehrhardt, estendendo per primo l'ipotesi formulata dal Team di Young agli esseri umani. Visto che sarebbe stato eticamente impossibile fare esperimenti sugli esseri umani come sui roditori, Money, che aveva in cura centinaia di casi di intersessualità, decise di studiare su di essi tale ipotesi. Il suo libro, Uomo, donna, ragazzo, ragazza, del 1972, scritto con la Ehrhardt, gettò le basi della moderna teoria del sesso nel cervello che dovrebbe spiegare la formazione dell'identità di genere, del ruolo di genere e dell'orientamento sessuale.

Lo studio dell'identità di genere: dalle eccezioni alla regola

Identificarsi in un genere o in un altro è un fenomeno umano e per questo le ricerche sugli altri animali non sono d’aiuto. La ricerca scientifica sull’identità di genere ha poi operato una seconda scelta: studiare i casi “eccezionali” – intersessualità, transessualità, omosessualità[7] - e da questi trarre una “regola generale”. Questa non si può certo chiamare novità. Il fisico Schrodinger che parte dalle mutazioni genetiche per sostenere come funzionano gli scambi genetici, lo studio sui gemelli per scoprire quale sia l’apporto di natura e cultura, sono solo alcuni degli esempi di come la scienza parta dal particolare per arrivare al generale. La sessuologia, come scienza, non è da meno. Studiare l’omosessualità per spiegare come si forma l’orientamento sessuale, l’intersessualità per come avviene lo sviluppo sessuale e di nuovo l’intersessualità e la transessualità per come acquisiamo l’identità di genere.

C’è un’altra ragione per cui si parte dalle eccezioni e poi si prosegue con la regola generale. Il ruolo degli ormoni “sessuali”, prima della scoperta di Young, si pensava che fosse ristretto alla sola differenziazione delle gonadi in testicoli o in ovaie, insomma allo sviluppo del sesso fenotipico. Va poi aggiunto che i fenomeni dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere sono le differenze piscologiche tra i sessi più marcate quasi quanto l’appartenenza ad uno dei due sessi. Più allora la differenza è accentuata, più è facile congetturare il ruolo degli ormoni “sessuali” su queste differenze, non solo fisiche su cui il peso è già assodato, ma anche sulle differenze psicologiche. Ricapitolando, visto che il livello normale di testosterone provoca lo sviluppo dei testicoli nei maschi, questo dovrebbe essere anche responsabile della “mascolinizzazione” del loro cervello. Se il testosterone non è stato sufficiente a scolpire il sesso del cervello in senso “maschile” allora s’ipotizza che il maschio sia omosessuale, mentre se il testosterone non ha avuto alcun effetto allora il sesso del cervello è completamente “femminile” e quindi avremo un maschio che s’identifica come una donna.

Una terza ed ultima scelta della sessuologia nella scelta del campione di studio è quella di restringere le eccezioni - ma non i fenomeni dell'omosessualità e della transessualità - ad una sola, cioè all’intersessualità. Per confermare l’ipotesi dell’organizzazione-attivazione sono necessari degli esperimenti come nel caso dei roditori, ma visto che somministrare a delle donne del testosterone durante la gravidanza equivarrebbe ad aprire le porte all’eugenetica, non è possibile condurre esperimenti sugli esseri umani. L’unica strada possibile è basarsi su dei “quasi-esperimenti”, [8] cioè sull’intersessualità umana, in altre parole su un fenomeno che si manifesta “naturalmente” senza l’apporto intenzionale dell’uomo.

Come funziona la teoria e quali sono le prove?

Secondo la teoria del sesso nel cervello il cervello umano, come quello di tutti i mammiferi, sarebbe un organo sessuale al pari di genitali e gonadi. Non solo sarebbe la sede del nostro orientamento sessuale, ma anche dell’identità di genere e del ruolo di genere che, sempre secondo tale teoria, trovano la loro genesi nel ruolo degli ormoni durante la fase prenatale e perinatale. Intorno alla sesta e ottava settimana di gravidanza (vedi voce “Sesso”) il feto sviluppa i caratteri sessuali primari – genitali, gonadi e sesso interno. Tra l’ottava e la ventiquattresima settimana di gravidanza, ipotizziamo,[9] e dopo due settimane dalla nascita fino ai quattro mesi (fase perinatale), gli ormoni “sessuali” partirebbero dalle gonadi ed andrebbero a scolpire il cervello in senso maschile o femminile. Quanto appena detto sulla tempistica degli effetti degli ormoni vale soltanto per i maschi (dal punto di vista genetico) e non per le femmine, che non subiscono alcuna “tempesta ormonale” prenatale e perinatale, ma solo durante la pubertà. Questo succede, come spiegato alla voce “Sesso”, dato che i maschi “si fanno” ma non le femmine. Il sesso fenotipico (i caratteri sessuali primari e secondari) di default è quello femminile, anche se il sesso genotipico è maschile (46, XY), e quindi per “fare” i maschi servono gli ormoni sessuali, cioè il testosterone, o meglio il diidrotestosterone.

Sindrome di iperplasia surrenale

La sindrome di iperplasia surrenale (in inglese congenital adrenal hyperplasia, in breve CAH) è una serie di patologie che condizionano il funzionamento dei surreni e quindi la produzione degli ormoni. Colpisce sia i maschi 46, XY che le femmine 46, XX, ed è nel secondo caso che si può verificare il fenomeno dell’intersessualità. A causa della produzione elevata di androgeni, i genitali – ma non le strutture interne sessuali – delle femmine genetiche sono molto simili a quelli maschili o in casi più eccezionali sono indistinguibili (nel senso che non ci sono le labbra maggiori, ma il pene). Dato che gli ormoni sessuali modificano il sesso genitale in senso maschile si pensa che anche il cervello sia stato virilizzato. Tuttavia le ricerche sulle femmine CAH non mostrano differenze importanti rispetto alle femmine non CAH e s’identificano come donne quanto le seconde.

5-alfa reduttasi

Grazie all’enzima 5 alfa reduttasi, dal testosterone è possibile sintetizzare il diidrotestosterone, che come abbiamo detto, rende possibile lo sviluppo dei genitali maschili. Tuttavia in individui deficienti di questi enzima la produzione dell’ormone diventa impossibile e quindi anche i genitali maschili. Tale forma di intersessualità è conosciuta grazie al caso dei Guevedoces domincani e in forma minore dei Turnim-Man dei Sambia o ancora i singoli registrati in Italia e in Pakistan o infine il personaggio di Middlesex. Il caso più discusso sicuramente è il primo, quello dei Guevedoces, tanto che sul finire degli anni settanta l’endocrinologica Julianna Imperato-McGinley si convinse di aver tra le mani la prova per contraddire i risultati di Money del 1955.

Sindrome da insensitività agli androgeni

Maschi tipici cresciuti come femmine

Alle forme di intersessualità si aggiungono quei casi de bambini che possiedono il genotipo maschile (46, XY) e il livello normale di androgeni, ma che non possiedono sesso genitale dei maschi (il pene) e per questa ragione sono stati cresciuti come bambine. Qualche esempio: agenesia penile o afallia (mancanza del pene alla nascita), estrofia vescicale (quando la vescica si trova fuori dall’addome) e ablatio penis (rimozione del pene, ad esempio a causa di un incidente).

Il discorso postmoderno sull’identità

Il post-femminismo di Judith Butler

Identifarianesimo queer

Critiche al concetto

Femminismo critico di genere

La critica no-gender

Definizioni

Bibliografia

  • John Money (cur.) (1965) Sex research. New developmnets, Holt, Rinehart and Winston, pp. 260.
  • Judith Butler (1990) Gender trouble, Routledge, pp. 170.
  • Melissa Hines (2004) Brain gender, Oxford, pp. 307.
  • Blakemore, Berenbaum, Liben (2009) Gender development, Psychology Press, pp. 534.
  • Rebecca Jordan-Young (2010) Brainstorm. The flaws in the science of sex differences, Harvard University Press, pp. 409.
  • Anne Fausto-Sterling (2012) Sex/gender: biology in a social world, Routledge, pp. 160.
  • Sheila Jeffreys (2014) Gender hurts: a feminist analysis of the politics of transgenderism, Routledge, pp. 224.

Voci correlate

Note

  1. Wendy Wood, Alice H. Eagly (2015) Two traditions of research on gender identity, Sex Roles, Volume 73, Issue 11, p. 461.
  2. Alexander Panagioti Cawadias (1946) Hermaphroditos: the human intersex, p. 31.
  3. Richard Green, John Money (1960)Incongrous gender role: nongenital manifestations in prepubertal boys, The journal of mental.
  4. Joanne Meyerowitz (2002) How sex changed. A history of transsexuality in united states, Harvard University Press, pp. 394.
  5. Robert Stoller (1964) A contribution to the study of gender identity, International Journal of Psycho-Analysis, volume 45, pp. 220-6.
  6. Ralph Greenson (1964) On homosexuality and gender identity, International Journal of Psycho-Analysis, volume 45, pp. 217-9.
  7. L'omosessualità non è un'identità di genere, tuttavia la stessa teoria del sesso nel cervello dovrebbe spiegare anche il fenomeno dell'orientamento sessuale.
  8. Su questo punto si legga Brain storm di Rebecca Jordan-Young, terzo capitolo (vedi bibliografia).
  9. Lo siamo certi per i topi e per altri mammiferi dato che come abbiamo già detto, i problemi etici per una ricerca ritornano sempre.