Discussione:Omosessualità e paganesimo

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Omosessualità nella storia: Rapporto omosessuale tra Adriano e Antinoo, dipinto a olio di Paul Avril.
Omosessualità nella religione greca mitica: Il dio Apollo con Giacinto tra le mani, dipinto di Méry-Joseph Blondel.

Il rapporto tra "paganesimo" (termine di uso comune, ma scientificamente improprio, che indica quelle religioni, in particolar modo quelle dell'antica Grecia e dell'antica Roma, viste in opposizione al cristianesimo) e "omosessualità" (sia nella vita reale che nella mitologia) ha avuto un atteggiamento di tipo decisamente diverso da quello che ha caratterizzato le religioni monoteiste nate dal giudaismo e quelle politeiste, come quella della mitologia greca, romana e scandinava; insomma di tutte le religioni dell'Europa e dell'America comprendenti più di un dio.

Religioni mediorientali

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la pagina Storia dell'omosessualità nel mondo antico.
Pittore di Pentesilea: Zeus rapisce Ganimede (ca. 450 a.C.).

In buona parte dei culti della Mezzaluna fertile esiste un atteggiamento ambiguo nei confronti del comportamento omosessuale (inteso in termini più vicini al nostro concetto di transessualità), tipico del concetto contenuto nel termine latino sacer, che vuol dire contemporaneamente sia "sacro" che "maledetto". Diversi documenti, che attendono comunque ancora uno studio attento, attestano la presenza di sacerdoti o persone addette al culto che sono di sesso maschile ma vestono da donne e vengono in qualche modo assimilati alle donne, pur rimanendo in una categoria ben distinta da quella delle donne.

La persona che appartiene a questo gruppo è descritta con vari nomi, come assinnu, ed è presente anche nella Bibbia ebraica come "keleb", termine tradotto (Deuteronomio Template:Passo biblico) come "cane" (ma la definizione, nella Bibbia inequivocabilmente spregiativa, ha forse in origine la sfumatura di "cane da guardia" della divinità, dato che la si ritrova in senso non dispregiativo in un'iscrizione semitica cipriota).

La Bibbia ebraica contiene anche il termine kadesh/kodesh (trascritto anche come qedes/qodesh, plurale: kedeshim o qedeshim), che significa "consacrato, santo", ma che la Bibbia usa in questo caso in un senso che viene normalmente tradotto come "prostituto", o "prostituto sacro" (1Re Template:Passo biblico). Da notare il fatto che il testo biblico dice espressamente che questo tipo di persone "consacrate" s'era installato nel Tempio stesso di Gerusalemme (2Re Template:Passo biblico), esaltando l'azione dei re ebrei che provvedettero a cacciarlo via da lì.

I miti mesopotamici da parte loro danno una testimonianza bifronte di queste figure, da un lato disprezzate (in un mito, l'assinnu viene creato in origine usando la sporcizia accumulato sotto le unghie di Inanna), dall'altro presentate come sacre e intimamente legate al culto delle divinità (specie Inanna e Ishtar).

Più che a prostituti sacri, comunque, si dovrà forse pensare a castrati, sul tipo di quelli descritti in epoca classica da Luciano di Samosata nel De dea Syria, che praticavano l'autocastrazione come forma di estremo ascetismo e definitiva consacrazione alla divinità (il mondo classico li conobbe come "galloi" o "galli" [1]). L'eunuco era in effetti profondamente disprezzato nel mondo antico, tuttavia il supremo sacrificio volontario della propria virilità costituiva indubbiamente un titolo di merito, e una prova inequivocabile della propria dedizione alla divinità.
A ciò si aggiunga che i testi antichi ci presentano anche il caso di "assinnu" sposati, cosa che rende poco probabile la (pur frequente) traduzione di questo termine con "prostituto sacro", cioè tenuto ad avere rapporti sessuali con i fedeli come vicario della divinità. Benché una pratica di questo tipo sia attestata oltre ogni dubbio per le donne (le ierodule), perfino nello stesso mondo greco, la pratica della prostituzione sacra maschile è stata per ora soltanto dedotta dagli studiosi moderni sulla base di una simmetria astratta con la prostituzione sacra femminile, mentre mancano per ora documenti antichi che attestino l'esistenza effettiva di tale pratica.

Religione greco-romana

Omosessualità maschile nell'Antica Grecia

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la pagina Pederastia greca.

Nella religione grecoromana l'amore fra persone dello stesso sesso era integrato nei miti e nei rituali molto più di quanto non sia avvenuto in qualsiasi altra religione occidentale successiva.
Alcuni miti greci e latini presentano esplicitamente relazioni omosessuali, di solito di tipo pederastico, fra una divinità di sesso maschile e un mortale di sesso maschile. Tali miti contengono un substrato iniziatico che ha fatto ipotizzare ad alcuni indoeuropeisti (massimamente Bernard Sérgent, anche se l'ipotesi parte da un saggio di Jan Bremmer del 1980) che in origine il rapporto sessuale fosse la rappresentazione, simbolica e teologica, di un effettivo atto omosessuale a cui erano sottoposti i ragazzi nei riti di iniziazione, come rito di passaggio dall'adolescenza all'età adulta, per renderli fertili attraverso la trasmissione del seme.

Achille e Patroclo dipinti da Jean Auguste Dominique Ingres

Perso, già in epoca preistorica, questo rito, ne rimase solo il ricordo mitico, che non essendo più compreso, in epoca classica venne reinterpretato secondo le concezioni dei contemporanei relative all'omosessualità, attribuendo agli dèi amori carnali, fini a sé stessi.

Tale rilettura (facilmente messa in ridicolo già da autori pagani come Luciano di Samosata) provocò una reazione, che puntò a rileggere in chiave mistica le relazioni omosessuali, ad esempio interpretando il rapimento di Ganimede da parte di Giove come una rappresentazione mistica del rapimento dell'anima umana verso le altezze del Divino. Questa lettura fu cara alle correnti mistiche del paganesimo tardo, come il neoplatonismo, ed appare quindi con molta frequenza nell'arte ellenistica, ed anche neoclassica.

Omosessualità maschile: esempio mitico di Achille e Patroclo

Il più chiaro esempio di omosessualità nella Grecia antica è il rapporto tra i guerrieri greci Achille e Patroclo. Entrambi sin dalla fanciullezza trascorsa insieme a Pilo hanno provato rapporti molto forti ed intensi l'uno per l'altro. Inizialmente si trattava di semplice amicizia tra due ragazzi, poi dai sedici anni in su il rapporto tra i due (Patroclo era più grande di qualche anno di Achille) l'amicizia si trasformò in vero e proprio "eros" (ossia "amore omosessuale"). Ognuno viveva per l'altro e alla chiamata delle armi per Troia, per combattere la famosa guerra descritta nell' Iliade da Omero, Achille decide inizialmente di non partire per il rifiuto del suo amico Patroclo. Solo quando costui decide di partire assieme a lui la coppia si sposta dalla Grecia a Troia. Achille già è consapevole del suo destino infelice e breve predettogli dalla madre Teti, ma sceglie ugualmente di seguire l'amico. Nell' Iliade, ma anche in altri dialoghi e storie relative alla battaglia dei greci contro i troiani, l'amore tra Achille e Patroclo viene descritto in maniera piuttosto emancipata, ma allo stesso tempo con uno stile assai riservato. Ad esempio non vengono fatte trapelare notizie relative alle varie unioni amorose tra i due che ci furono di certo durante i dieci anni di guerra a Troia. Si accenna soltanto al fatto che Patroclo, ogni volta che gli ambasciatori entravano nella tenda di Achille per informazioni, era sempre presente al fianco dell'amico per alleviarlo con canti e suoni di zufoli e cetre dopo le furiose battaglie. Altri esempi di questo tipo di amore sono descritti anche quando il vecchio maestro di Achille: Fenice, decide di passare la notte con lui nella tenda. Lo stesso Achille, turbato dalle crudeltà della guerra, gli chiede come un bambino con il padre di restare a fargli compagnia. Patroclo non si ingelosirà mai di questo, anzi, comprende ancor di più lo sconforto dell'amico, venuto a Troia a morire per ordine di Agamennone, il re della Grecia intera assieme al fratello Menelao.

Alessandro Magno, nelle vesti di Achille, piange il corpo di Efestione, nei panni di Patroclo, dopo la morte prematura di quest'ultimo per malattia. Dipinto di Nikolaj Ge

L'amore tra Achille e Patroclo si distrugge bruscamente quando quest'ultimo muore trafitto prima da Apollo e poi fatalmente da Ettore, il principe di Troia, dopo un ennesimo e tragico assalto dei greci alla roccaforte nemica. Tuttavia Achille, prima di uccidere in battaglia Ettore, non esiterà a mostrare l'amore estremo che prova per il proprio amico, facendo sacrificare varie coppie di animali sulla sua tomba e organizzando grandi giochi funebri, per non parlare della rasatura del capo dei Mirmidoni e dell'ecatombe voluta da Achille dei prigionieri troiani per rendere sempre onore al cadavere.

Omosessualità maschile: esempio reale di Alessandro Magno ed Efestione

Busto di Alcibiade, conservato nei Musei capitolini a Roma

Il sovrano macedone Alessandro Magno (356 a.C. - 323 a.C.) oltre ad essere uno dei condottieri più famosi del mondo occidente dell'antichità, fu anche un grande amante del suo caro amico Efestione, il quale aveva poco più la sua età. La somiglianza del loro rapporto d'amore con quello di Achille e Patroclo è impressionante, perché loro Efestione e Alessandro furono due guerrieri realmente esistiti. Il loro è un grandissimo esempio d'amore reciproco, che andava ben oltre il rapporto carnale, esattamente come per Achille e Patroclo. Anche loro avevano le loro concubine e le loro schiave, ma nulla poteva distoglierli dall'unione che li legava l'uno all'altro. Tra le varie testimonianze cartacee c'è anche il film Alexander (2004) in cui è evidentissimo l'amore tra Alessandro ed Efestione, che glielo dimostra con caldi abbracci, dolci frasi e regali.

Omosessualità maschile: esempio del Simposio di Platone tra Alcibiade e Socrate

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Socrate amoreggia con il giovane Alcibiade, dipinto di Édouard-Henri Avril

L'esempio più dichiarato ed aperto dell'amore folle e puro (aegritudo amoris) di un ragazzo per un uomo maturo nell'antichità è quello del giovanissimo Alcibiade che ama alla follia il suo maestro il filosofo Socrate. Nel Simposio del celebre filosofo Platone il ragazzo (non ancora esperto condottiero, dato che ha poco più che vent'anni), giunge nella casa di Agatone, dove tra alcuni filosofi si stava dibattendo il tema dell'amore in generale (l' "eros" appunto). Ognuno ha fatto il suo elogio, parlando anche con esempi tra amori omosessuali, finché, dopo l'elogio di Socrate sul significato dell'amore che scoprì parlando con Diotima, sulla scena sopraggiunge ubriaco il giovane Alcibiade, sostenuto da delle cortigiane. Egli però non è del tutto ebbro, tanto meno prova totale appagamento stando assieme a quelle fanciulle. Il suo unico amore è Socrate, l'uomo per cui lui impazzisce. Infatti Alcibiade subito si ingelosisce quando lo vede vicino ad Agatone, temendo che costui voglia rubarglielo. Dato che i commensali vedono Alcibiade nervoso, gli chiedono di fare il suo elogio dell'amore, visto che Socrate nel dialogo mostra chiaramente di non volerlo sentire. Alcibiade allora mostra la sua dichiarazione d'amore più viva, elogiando l'Amore, l'amore che vede in Socrate. Infatti lo paragona ad un sileno (creature magiche della mitologia, simili a satiri), lodandolo nella sua bravura di mostrare sempre nuove abilità e meraviglie. Dopodiché, Alcibiade racconta della prima volta che lo vide a scuola e di come se ne innamorò perdutamente. Tuttavia Socrate, ben sapendo dell'infatuazione dell'alunno, non voleva che costui vivesse soltanto per lui. C'era di meglio nella società ateniese, tuttavia Alcibiade amava soltanto lui. Dopo varie discussioni, finalmente Alcibiade e Socrate si amarono nella casa del giovane, ma Socrate tuttavia non mostrò mai di essere soddisfatto del ragazzo. Egli era d'accordo sulle leggi della pederastia greca, che prevedevano l'introduzione dei giovanissimi nella società tramite il rapporto omosessuale ed eterosessuale con gente matura; ma amava a tal punto quel ragazzo che non voleva quell'unione impossibile. E lui lo dichiara anche ad Alcibiade nella cena di Agatone dopo l'elogio di costui che, sentendosi dire quelle parole, si arrabbia di tristezza e dichiara ugualmente che lui continuerà ad amare Socrate come non aveva mai fatto con nessun altro.

Lesbismo: omosessualità femminile dalla testimonianza di Saffo

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Affresco di Pompei ritraente Saffo

Il solo mito grecoromano che descriva un rapporto sessuale fra una divinità femminile e un essere umano di sesso femminile è quello di Diana e Callisto[1], che dovette essere anch'esso in origine un mito legato all'iniziazione (anche sessuale, ma non solo) delle giovani, nel passaggio dall'adolescenza all'età adulta.

Esso però ci è giunto contaminato da altri miti, di tipo astrale (nei quali Callisto è l'Orsa maggiore), e oltre tutto riletto e modificato attraverso un'ottica patriarcale, in modo tale che il rapporto sessuale avviene non più (come dovette essere in origine) fra una dea e una donna, bensì fra un dio (Zeus) che ha assunto il corpo di Diana per ingannare e sedurre una donna.

Il mito di Ifi e Iante, proposto da Ovidio nelle Metamorfosi (IX, 666-797), è invece tardo, ed ha carattere più letterario che religioso.

Ancor più permeante in questo contesto è la testimonianza della famosa poetessa Saffo dell'isola di Lesbo. Ella nei suoi epigrammi e nelle sue poesie descrive l'amore sia fisico che spirituale provato da lei con le sue allieve, dato che era un'insegnante di una scuola di danza. Dai passi delle sue odi, il poeta latino Catullo riprese alcuni stralci per le sue descrizioni amorose dell'amata Lesbia (in realtà Clodia), chiamata così in onore della poetessa greca.


Omosessualità nell' Antica Roma

Omosessualità tra gli eruditi

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la pagina Omosessualità nell'Antica Roma.
Il dio Priapo, simbolo della fecondità e del sesso, da un affresco di Pompei

Anche a Roma era presente l'omosessualità e questa si diffuse tra le varie caste ancor di più quando il dominio della Grecia du conquistato ai tempi di Catone il Censore e di Giulio Cesare. Infatti ad esempio quest'ultimo era omosessuale (per la precisione bisessuale), dato che aveva anche una moglie e dei figli. Assieme a lui lo erano anche valenti poeti come Lucrezio (autore del De rerum natura), Quinto Orazio Flacco, Sesto Properzio, Gaio Valerio Catullo e Albio Tibullo. Alcuni di questi erano del parere di Cesare, ossia che da giovani praticavano la pederastia maschile simile al metodo della Grecia antica, mentre altri (Come ad esempio Tibullo o Catullo) rimasero omosessuali anche dopo il traguardo della maturità e la testimonianza del loro orientamento sessuale è rintracciabile nei loro componimenti poetici. Anche il poeta Publio Virgilio Marone nell' Eneide e nelle Bucoliche testimonia atti di omosessualità: nel primo, con le due coppie di guerrieri Eurialo e Niso e Cidone e Clizio; nel secondo con la descrizione di un giovanissimo e bellissimo pastorello conteso tra due padroni che litigano per la sua stupenda sensualità.
Solo Catone il Censore e altri poeti e scrittori conservatori come lui non tollerarono ai tempi dell'apogeo di Roma l'introduzione dell'omosessualità. Infatti l'ultima testimonianza che si ha dei rapporti omosessuali liberi nel periodo del dominio romano è durante l'impero di Adriano, il quale amava il giovanissimo Antinoo. Costui, dato che morì a vent'anni, divenne un semidio grazie alle offerte votive dell'imperatore, che lo amò anche dopo la sua scomparsa. Con l'avvento e l'incremento del potere dei Cristiani a Roma, i rapporti omosessuali tra i vari individui nell'Impero Romano cessarono del tutto.

Omosessualità volgare: il Satyricon di Petronio

Scena di sesso anale, da un affresco di Pompei

All'epoca di Nerone ci fu una grave crisi a Roma della moralità e della civiltà, vista la crudeltà con cui imperava il nuovo governatore del mondo occidentale. L'autore Petronio Arbitro, scrivendo il suo Satyricon nel quale satireggiava tutti i costumi della gente involgarita di allora, inserì anche il cutlo e la pratica dell'omosessualità, rito fino ad allora sia tollerato che anche lodato. Nel romanzo i due protagonisti sono due erastès di venticinque anni circa: Encolpio e Ascilto i quali si contendono l'amore del giovanissimo efebo Gitone (poco più che quindicenne). Tuttavia i due non sono ragazzi normali pieni di qualità come nelle storie dell'Antica Grecia, bensì due parassiti volgari e meschini che, nascondendosi dietro i loro nei corpi di giovani in salute, rubano, uccidono e si prostituiscono solo per soddisfare i loro crapulosi interessi. Il povero Gitone, figura tutt'altro che morale e innocente, si vende anche lui per nulla una volta ad Ascilto ed ora a Encolpio il quale, sebbene dovrebbe punirlo per la sua infedeltà (essendo il suo amante ufficiale) lo perdona sempre. In una scena di banchetto del liberto arricchito Trimalcione è possibile assistere al profondo degrado morale riguardo molti aspetti inclusa l'omosessualità della crème della crème dei politici romani. Trimalcione ha appena ereditato dal padrone defunto tutti i suoi averi, divenendo ricchissimo ed ora, oltre alla moglie Fortunata, egli possiede un eromenos basso, grasso e brutto ed un altro amante giovanissimo di aspetto più bello ma allo stesso tempo sempre impudico e rozzo. Anche gli altri arricchiti romani presenti al banchetto serale parlando delle loro storie d'amore, assai volgari e infami, finché Trimalcione non arriva a raccontare la sua storia di schiavo. Egli quando era giovanissimo e più bello era costretto a subire le violenze sia fisiche che sessuali del suo padrone, che anziché un uomo morale era un libertino perverso e paranoico che abusava di lui ogni volta che ne avesse l'occasione. Dopo aver raccontato altri elementi della sua vita, Trimalcione viene colto da un raptus sessuale e si mette a baciare avidamente il suo eromenos (quello più bello), provocando le ire della moglie Fortunata che gli tira un calcio. Adirato, Trimalcione le getta in faccia una coppa d'oro, ferendola.
Tali scene, specialmente quella della cena di Trimalcione, furono riprese anche da Federico Fellini per il suo film Fellini Satyricon (1968).

Altre religioni

L'omosessualità è presente in varie religioni del Nuovo Mondo, come quella azteca e nelle religioni sciamaniche.

Paganesimo scandinavo

Zeus bacia il ragazzo Ganimede

In generale, dagli scritti norreni, si evince la tendenza ad interpretare l'omosessualità in modo negativo. Le leggi secolari dell'Islanda nell'epoca vichinga non menzionano l'omosessualità. Saghe e leggi operano però una distinzione tra il ruolo attivo e quello passivo assunti dagli uomini durante il sesso anale. Nessuna vergogna o disonore attendevano chi assumeva il ruolo attivo. Tuttavia, il ruolo passivo era visto come disonorevole dalla società (ergi). Il partner passivo era considerato un codardo che si era fatto "conquistare" dal partner attivo. Comunque non si può escludere che in età più arcaica la situazione non fosse differente, e più in linea con altre religioni indoeuropee, come dimostrato da reminescenze di omosessualità nelle figure mitiche di Odino e Loki.

Nella Sturlunga saga, Guðmundr fa prigionieri un uomo e sua moglie, e progetta di violentare entrambi per umiliarli sessualmente (Sørenson 82, 111; Sturlunga saga, I, 201).
Il termine klámhogg "schiaffo della vergogna" inflitto ai nemici sconfitti era considerato alla pari di una castrazione o di una ferita alla testa, all'addome o al midollo, e Sørenson (68) ipotizza che il termine si riferisca allo stupro (penetrazione anale forzata). La documentazione sulla pratica della cosiddetta omosessualità come suprema offesa è molto vasta. L'islandese Grágás ha condonato la violenza come vendetta dell'abuso di questo tipo di omosessualità.

Il termine argaskattr, nel XIV secolo Moðruvallabók, "pagamento ad un uomo argr (effiminato)", pare confermare l'esistenza di una prostituzione omosessuale maschile (Sørenson, 34-35).

Gli sciamani erano considerati "effeminati" dalla società norrena, sia perché combattevano con la magia piuttosto che con le armi, sia perché i rituali sciamanici erano presumibilmente presieduti dalla dea Freyja, alla quale gli sciamani erano devoti. Tuttavia, a sua volta lo sciamanesimo ha fornito la possibilità agli uomini omosessuali di essere relativamente liberi nel vivere la loro sessualità senza il timore di incorrere nelle stesse sanzioni destinate ai guerrieri.

Omosessualità nella mitologia norrena

Accusare un uomo di praticare il seiðr, implicava accusarlo di effeminatezza o perversione sessuale. Odino stesso fu deriso per aver praticato il seiðr, da Loki nel Lokasenna. Da molti Loki è visto come una figura bisessuale, che ha assunto il ruolo femminile nell'incontro con lo stallone del gigante nel Gylfaginning. Durante quell'incontro, Loki è stato talmente simile ad una giumenta da avere una prole dallo stallone, e paragonare un uomo ad una giumenta sembra essere stato uno dei peggiori insulti per accusare qualcuno di essere ergi.

Personaggi mitologici coinvolti in vicende d'amore omosessuale

La morte di Giacinto (1801) di Jean Broc
Eurialo e Niso (1827) di Jean-Baptiste Roman, Louvre

Mitologia greco-romana

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Altre mitologie

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Altri miti e divinità correlati a temi LGBT

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Note

  1. www.oliari.com

Bibliografia

  • Angelo Brelich, Paides e parthenoi, Edizioni dell'Ateneo, Roma 1969.
  • (EN) Jan Bremmer, An enigmatic indo-european rite: pederasty, "Arethusa", XIII 1980, pp. 279-298.
  • (EN) Andrew Calimach, Lovers' legends: the gay Greek myths, Haiduk Press, 2002, ISBN 0-9714686-0-5.
  • (EN) Randy P. Conner, David Sparks, Mariya Sparks (a cura di), Cassell's encyclopedia of queer myth, symbol and spirit: gay, lesbian, bisexual and transgender Lore, Cassell, 1998, ISBN 0-304-70423-7.
  • (FR) Bernard Sérgent, L'homosexualité initiatique dans l'Europe ancienne, Payot, Paris 1986, ISBN 2-228-14130-5.
  • Bernard Sérgent, L'omosessualità nella mitologia greca 1984, Laterza, Bari 1986.
  • (EN) Sørenson, Preben M., Joan Turville-Petre, The unmanly man: concepts of sexual defamation in Early Northern Society, The Viking Collection, Studies in Northern Civilization 1. Odense University Press (1983).

Voci correlate

Collegamenti esterni