Museo Archeologico di Napoli

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Il Museo Archeologico di Napoli raccoglie numerose opere d'arte legate alla storia dell'omosessualità, tra ritratti di gay e lesbiche illustri nonché rappresentazioni uniche di scene di sodomia antica o travestitismo.

L'Antinoo Farnese

Statua di marmo dell'Antinoo Farnese del II secolo d.C.. appartenente alla Collezione Farnese. È un'opera composita, la testa, appartenuta al cardinale Pietro Bembo (1470-1547), passata ad Alessandro Farnese (1520-1589), fu poi ricongiunta a un torso del medesimo periodo storico, sebbene non pertinente. Dal 1817 è esposta stabilmente nel Museo Archeologico di Napoli. L'opera è quindi una libera reinterpretazione dell'antico ma assumerà nella Storia dell'Arte un ruolo di primo piano nell'idealizzazione della statuaria romana e diventerà tra le più conosciute ed iconiche rappresentazioni di Antinoo, il giovane amante dell'imperatore Adriano. La locale associazione di Arcigay Napoli prende il nome di "Comitato provinciale Arcigay Antinoo".

Il Gabinetto segreto

Il Gabinetto segreto è un'area del Museo Archeologico di Napoli che raccoglie e riunisce, in due sale riservate a un pubblico maggiorenne, le collezioni ritenute oscene, a contenuto erotico o pornografico del Museo. Contiene un'ampia collezione, sviluppa a partire da oggetti e materiali recuperati negli scavi di Pompei ed Ercolano, di affreschi, statue, ceramiche, amuleti. L'omosessualità, e la sodomia, sono rappresentate in alcune tra le opere dell'antichità più singolari.

Anfora etrusca con scena di sodomia

Anfora etrusca con scena di sodomia

Vaso etrusco a figure nere e fondo rosso delle produzione sviluppatasi in Campania a Capua nel V secolo a.C. già facente parte della collezione costituita a Palazzo Reale da Carolina di Borbone. Rappresenta su di un lato, non visibile oggi al visitatore del Museo, due figure virili con una ascia corta. Dall'altro due figure maschili impegnate in un rapporto intercrurale o anale da tergo uno delle quali, la ricevente, tiene una mano su di un cerchio. Sul collo dell'anfora sono dipinti un bastone rituale, il sacro Tirso, tra due gru. Il tratto della decorazione e delle figure è rozzo e presenta delle incisioni. Entrambe le scene sono di non facile interpretazione come pure ignoto è l'uso del vaso. Nel 1836 César Famin (1799-1853) avanza l'ipotesi [1] che l'anfora rappresenti "uno dei più bizzarri giochi ginnici conosciuti dagli antichi. Da un lato vediamo due atleti armati di una specie di corta ascia; dall'altro lato, il cerchio ha sostituito l'ascia, e questa volta lo sconfitto subisce la legge del vincitore. Mentre il primo si piega per raccogliere il disco lui goffamente lasciato cadere, il secondo si avvicina e si prepara a godere della sua persona; era la legge del gioco : si può ridere del vinto, o disprezzarlo, ma non si riuscirebbe a invidiare la gloria del vincitore". Ovviamente questo approccio interpretativo è mediato dalla cultura dell'epoca tanto che il Famin aggiunge quasi a scusarsi di aver analizzato l'anfora spiega che "Il numero di vasi greci, con figure oscene, è considerevole ed esistono in tutte le gallerie. tuttavia ne conosciamo solo una mezza dozzina circa nel museo di Napoli, indipendentemente da quelli che abbiamo appena spiegato. I soggetti che rappresentano offrono una tale somiglianza quanto precede, che sarebbe stato inutile dare il essina o spiegazione". Dei vasi ai quali allude non siamo stato in grado di trovare altre notizie.

Note

  1. Famin, César (1799-1853), Musée royal de Naples, peintures, bronzes et statues érotiques du cabinet secret, avec leur explication, Abel Ledoux, Paris 1836. Il testo è disponibile sul web a questo link
  2. Famin, César (1799-1853), Musée royal de Naples, peintures, bronzes et statues érotiques du cabinet secret, avec leur explication, Abel Ledoux, Paris 1836. Il testo è disponibile sul web a questo link