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Scansione (fare clic due volte sull'immagine per ingrandirla alla massima risoluzione) di: Anonimo, Il dramma del vizio sui palcoscenici di Londra, "La stampa", 21.04.1947, p. 3.
Articolo che lamenta che il teatro è in mano ad una massoneria di omosessuali che si proteggono a vicenda. Qui di seguito una scansione OCR, che è stata riletta ma non riscontrqata sull'originale:

« Al CONFINI TRA ARTE ED IMMORALITÀ

IL DRAMMA DEL VIZIO
SUI PALCOSCENICI DI LONDRA
L'ha scritto un giovane Lord ed è di una crudeltà e verismo impressionanti

LONDRA, aprile. (C. M. F.)
Il primo scandalo letterario di Londra si chiama Barabba. Un par di mesi fa era corsa voce che un giovane assai noto nel bel mondo aveva scritto un dramma «deliziosamente scandaloso». Il dramma s'intitolava con la frase dei Vangeli E ora Barabba... ed era stato «provato» in un piccolo teatro di arte fra l'entusiasmo di quel genere d'uomini che al tempo di Atene si chiamavano epicèni. Ora il dramma è stato portato con un montaggio di primo ordine in un teatro del West End, e la gente normale preferisce non parlarne.

Nel chiuso delle celle.
Soggiungerò che l'autore, William Douglas Home, figlio di Lord Home, durante la guerra era stato condannato come soldato al carcere per essersi rifiutato di obbedire ad ordini militari. Il dramma è il frutto di quel soggiorno in carcere, e ritrae con un verismo impressionante la vita di prigione; e bisogna riconoscere anzi che ha la magìa della verità in ogni battuta ed ogni situazione. Vi sono in scena 21 personaggi, di cui soltanto due sono donne e del tutto figure di secondo piano; ma tutti rimangono nella memoria dello spettatore come se li avessimo conosciuti per tutta la vita.
Il fascino, o più esattamente la morbosità del dramma consiste nel proiettare un'atmosfera di crudeltà crescente laddove sulla scena non vi è un solo personaggio che sia crudele o compia il minimo atto crudele.
Nessuno infatti desidera la morte del giovane paracadutista le cui tendenze omicide erano state scatenate dalla guerra: non la desiderano i suoi secondini, non la desidera il cappellano della prigione, né il governatore, né gli altri carcerati, e neanche il Ministro degli Interni. Una gentilezza quasi tenera circonda questo povero paranoico condannato a morire, da parte di tutti coloro il cui dovere è di vigilare che nulla gli accada fino all'ora in cui il boia gli metterà la corda al collo. Il pubblico non vede l'impiccagione. Il macabro non arriva fino a quel punto; e ciò a cui si assiste è solamente l'angoscia dei carcerati, rinchiusi nelle loro celle nell'ora in cui il condannato vien condotto alla forca; un'idea che è tolta in pieno dalla famosissima Ballata del Carcere di Reading di Oscar Wilde.

Ma — ed è un ma che dovrebbe essere scritto a lettere cubitali — il veleno sottile del dramma non sta nella presentazione di un problema sociale. Il veleno e l'interesse morboso di questo lavoro sta nell'atmosfera di pervertimento che lo pervade. Il problema dell'omosessualità nelle prigioni è, non meno di quello della condanna a morte, un problema che ha tanto di barba; e per quanto sociologicamente meritevole dello studio più profondo, non è esattamente un soggetto da mettersi sulle scene. Eppure, la ragione vera del successo che questo dramma sta avendo è la sua sfacciata presentazione del vizio. Le prime sere che il dramma dell'Home venne rappresentato nel West End, il pubblico e la critica furono letteralmente imbarazzati dall'entusiasmo di una larghissima e spiccatissima sezione della platea per quanto si svolgeva sul palcoscenico. V'era sulla scena un giovane prigioniero, un tipo di ragazzo molle ed ermafrodito che i suoi compagni di prigione trattavano sguaiatamente come una donna di facili costumi; e mentre la gente normale non sapeva se andarsene o ridacchiare con imbarazzo, da file e file di poltrone salivano i sorrisi d'approvazione beata e competente d'una banda d'uomini di ogni età, azzimati, impomatati e con le labbra tocche di carminio: e ve n'era un vero reggimento, di tutte le classi sociali. Un noto critico drammatico, il Beverley Baxter, ne ha avuto tale schifo che ha protestato violentemente in un articolo sull' Evening Standard. Ma è il caso di dire: quale ingenuità! A Londra il dramma dell'Home sarebbe un successone anche se nessuna persona normale andasse a vederlo: basterebbero gli spettatori con certe tendenze.

Corruzione dilagante
Il Beverley Baxter ha scritto con ragione che il mondo teatrale di Londra si muove in un pantano di omosessualità: chi non sa a Londra che un certo attore-commediografo famosissimo non ama le donne; e che un altro celeberrimo commediografo deve larga parte dei suoi primi successi al fatto che era l'amante di un noto regisseur, e che un altro attore-compositore se lo si incontra per istrada lo si può benissimo scambiare per una donna in pantaloni?
E chi non sa a Londra che individui di questo tipo sono fra di loro come una massoneria, e che si spingono, si aiutano, si esaltano, fino a che in molte carriere non si entra che per la soglia di quel vizio? Era un vizio diffuso anche una volta: al tempo del processo di Oscar Wilde il capo della Polizia disse che sui libri segreti di Scotland Yard stavano i nomi di non meno di ventimila omosessuali conosciuti alla polizia. Oggi il loro numero è un Corpo d'Armata!
Ma, si domanda la gente, perché portare proprio quel vizio ignominioso sulla scena? Non bastano certi bar del West End dove gli uomini parlano in falsetto? E non bastano gli sguardi ambigui di tutti quegli zimbelli di ogni età che s'incontrano nei salotti? Un dramma sulla degradazione della vita in carcere può essere utile e persino artisticamente efficace; ma vi è qualcosa di osceno e di spiritualmente perturbante quando il vizio rappresentato sulla scena trova una calda rispondenza nel vizio di chi l'applaude. »

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Scansione dal sito storico de "la Stampa".

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