Vincenzo Gemito

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Autoritratto senile di Vincenzo Gemito

Vincenzo Gemito (Napoli, 16 luglio 1852 – Napoli, 1º marzo 1929) è stato uno scultore, disegnatore e orafo italiano.

Biografia

I primi anni e successo

Gémito iniziò la sua carriera artistica partendo dai gradini più bassi: era infatti un trovatello adottato da una povera famiglia di falegnami. Dimostrò precocissimo (a nove anni) talento per la scultura, e ricevette grazie a mecenati lezioni in questo campo. La sua formazione fu comunque in buona parte quella dell'autodidatta. La sua prima produzione furono bozzetti, per lo più terracotte, raffiguranti scugnizzi di Napoli e scene popolaresche.

Nel 1868 il re d'Italia Vittorio Emanuele III acquistò una sua terracotta: ciò lo fede balzare agli onori della notorietà a soli sedici anni. Egli poté così iniziare a vendere una vasta serie di terracotte, bronzi e bronzetti "veristi" raffiguranti in buona parte bambini e adolescenti spesso nudi o seminudi. L'appeal erotico di questa produzione derivava indubbiamente da gusti dello scultore, ma al tempo stesso incarnava perfettamente quel gusto delle "mediterraneità" che una committenza omosessuale proveniente dal Nord Italia e dal Nord Europa cercava in quegli anni di soddisfare con i ragazzi del Sud Italia.[1]

Il carattere omoerotico della sua ispirazione non sfuggì neppure ai suoi contemporanei non omosessuali, come Salvatore Di Giacomo, che parlando nel 1905 delle sue sculture affermò:

« Gli adolescenti popolani ch'egli, per il premio di pochi soldi al giorno, conduceva <nel suo studio> offrivano all'impasto mirabile della sua cera e della sua creta magnifici brani di nudità, riarsa dal nostro sole ardente e intinta come nel colore del bronzo. La sveltezza delle membra piegava quei corpi efebici in una singolare grazia di forma. (...)

Nelle sue peregrinazioni osservative Gemito aveva spiato continuamente (...) le movenze e la passione di quei giovinetti seminudi, la cui levigata e intatta epidermide già pareva colorita da una patina metallica. »

(Salvatore Di Giacomo[2])

E se l'entusiasmo erotico è nelle sculture abbastanza contenuto, nei disegni (meno conosciuti) è addirittura sfacciato.[3]

Gli anni che vanno dal 1870 al 1885 sono quelli del massimo successo e della migliore produzione di Gemito[4]; dopo di che si verifica una crisi che è al tempo stesso artistica ed umana.

La crisi

Il successo, che fornisce a Gémito importanti commissioni "ufficiali", lo strappa però dal sogno poco "rispettabile" rappresentato da pescatorelli, acquaioli e "scugnizzi", nudi e disponibili (in una delle statue più celebri di Gémito, "L'acquaiolo", un adolescente nudo offre da bere con un gesto e un sorriso che vanno al di là dell'offerta dell'acqua). Gemito rispose alle nuove esigenze di mercato dandosi ad una produzione sempre più fredda ed accademica.

La crisi personale, precipitata anche dalla determinazione di costruirsi, sposando Anna Cutolo, quella vita e quella famiglia (eterosessuale) tradizionalmente "normali" che il trovatello Gemito non aveva avuto (ormai per la sua età e per la sua posizione sociale non era più egli stesso uno degli scugnizzi che ritraeva) lo portò infine verso il 1887 a dare segni di squilibrio mentale, che lo costrinsero per una ventina d'anni ad alternare periodi in manicomio a periodi di lavoro più o meno regolare.

La sua parabola è parallela a quella del coetaneo pittore "verista", che condivise con Gemito l'entusiasmo omoerotico per la ragazzaglia napoletana, lo studio e forse anche il letto: Antonio Mancini (1852-1930), anch'egli internato in manicomio dai famigliari e uscitone annientato.

Purtroppo per loro, l'ispirazione "verista" di Gemito e Mancini li spingeva in direzione d'una sempre maggior sincerità, cioè d'una sempre più spudorata ispirazione omosessuale, da cui invece il successo "borghese" imponeva d'allontanarsi.

Nel 1909 anche Gemito uscì definitivamente dal manicomio, ma pur non avendo perso il suo virtuosismo artistico non sarebbe più riuscito a ritrovare l'ispirazione, la spontaneità (e il successo) della gioventù.

Ultimi anni

"Ritratto di Enrico Bellisario, ragazzo di 12 anni"

La commissione di alcuni ritratti di Antonio ("Nino") Cesarini (1889-1943), il compagno di Jacques d'Adelsward Fersen[5], prova che la sua opera continuava ad avere richiamo su quella clientela omosessuale a cui però Gemito, per la sua posizione, ormai non poteva (o voleva) più rivolgersi.

D'altro canto per la committenza borghese l'omoerotismo dei suoi superbi disegni era ormai troppo evidente (anche per via d'un mutato clima sociale e artistico), come mostra un aneddoto: nel 1904 l'amico e mecenate Achille Minozzi ottenne, per dare un po' di lavoro e denaro a Gemito appena uscito dal manicomio, che il quotidiano "Il Mattino" gli commissionasse un manifesto pubblicitario. Gemito,

« non sappiamo se per caso o per bizzarria scelse a modello Roberto Pane (allora adolescente e poi architetto e storico dell'arte illustre e notissimo) che ritrasse nudo sul dorso <di un cavallo> in corsa. Il consiglio di amministrazione del "Mattino", con tutto rispetto per Minozzi, non se la sentì di affidare la propria immagine a quell'ardita affiche; respinse il lavoro, e l'artista non vide un soldo. »
(Salvatore Di Giacomo[6])

Non poteva essere inviato a Gemito messaggio più esplicito sull'inaccettabilità dei suoi "arditi" nudi e sulla fine dell'epoca di cui egli era senza dubbio stato uno dei massimi cantori.

Dopo un ultimo, inappagante, viaggio a Parigi (1924) Gemito vide le proprie energie creative lentamente esaurirsi: la sua fama, tuttavia, era ancora viva, tanto che lo Stato Italiano (su volontà di Benito Mussolini) gli assegnò un premio di centomila lire, e mostre antologiche sulla sua produzione si tennero nella galleria di Lino Pesaro a Milano (1927) e nel Maschio Angioino di Napoli (1928).

Al suo funerale, lo scrittore e pittore Alberto Savinio pronunciò la seguente orazione funebre:

« Dal Parco Grifeo il corteo scese lentamente tra gli eucaliptus. Il mare brillava sotto il sole, i negozi avevano chiuse le porte e accesi i lumi. Arrivati davanti alla marina, i becchini d’un tratto sentirono la bara più leggera sulle spalle. Corse un po’ di scompiglio tra i personaggi ufficiali. Un signore in tuba levò la mano a indicare il golfo: scortato da due delfini, Gemito navigava verso i mari della Grecia. »
(Alberto Savinio[7])

L'acquisizione da parte del Museo nazionale di san Martino di Napoli d'una parte rilevante della produzione migliore di Gemito ha permesso di salvaguardarne e valorizzarne l'opera, che è comunque ancora interamente in attesa d'una valutazione adeguata del suo aspetto omoerotico[8].

Note

  1. Sul tema vedi: Robert Aldrich, The seduction of the Mediterranean, Routledge, London and New York 1993.
  2. Salvatore Di Giacomo, Vincenzo Gemito, Minozzi, Napoli 1905, p. 35.
  3. Su Wikipedia Commons è presente una sua raccolta di disegni raffiguranti nudi maschili.
  4. Gemito Vincenzo, thatis.it.
  5. Roger Peyrefitte, L'esule di Capri, Longanesi, Milano 1959.
  6. Salvatore Di Giacomo, Op. cit., p. IX.
  7. Alberto Savinio, Narrate, uomini, la vostra storia, Bompiani, 1942, p. 91.
  8. Sul tema vedi anche: LucaSclabas (pseud. Vincenzo Patanè), Rinascita partenopea, "Babilonia" n. 180, settembre 1999, pp. 48-51.