Utente:Gdallorto/sandbox/Giovan Battista Marino

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Assieme a quella di Giacomo Leopardi la biografia del poeta Giovan Battista Marino (1569-1625) è una di quelle in cui i biografi hanno avuto il maggior successo nel celare i sospetti e le accuse d'omosessualità, nonostante l'abbondanza d'indizi. Come nel caso del Leopardi, anche qui l'importanza letteraria del personaggio fa da scudo contro le "accuse" (anzi, "vili calunnie"), spingendo i biografi a limitarsi al più a registrare asetticamente il fatto che esistono "accuse" e documenti che puntano in questo senso, evitando però di discuterli.

Giovan Battista Marino nel 1619 ca.

Una questione controversa

Eppure nulla autorizza a sospettare che Marino possa essere stato eterosessuale, vista la totale assenza di storie femminili nella sua vita, come nota Alessandro Martini, che parlando della vita di Marino, afferma:

« la donna vi ha ridottissimo spazio ed è comunque assente dal suo mondo sentimentale[1]»
aggiungendo che
« gli indizi biografici, sia quelli negativi del pressoché assoluto silenzio del Marino sull'altro sesso, sia i positivi, ci bastano comunque a confermare un rilievo critico che di per sé non avrebbe neppure bisogno di tangibili prove esterne[2]»

Già un secolo prima di lui Angelo Borzelli[3], nel bel mezzo d'una perorazione tesa a concludere:

« "certamente, noi possiamo attenerci più all'accusa del peccato giovanile d'aver abusato per amore di una fanciulla, d'averla con mille arti sedotta e resa madre e forse rapita per costringere il padre a dargliela in isposa con ricca dote, che all'altra [l'accusa di sodomia, N.d.R.], la quale noi crediamo surta con la trista leggenda di veder nel Cavalier Marino un tipo di uomo rotto ad ogni vizio, un maestro nell'arte del piacere, il solo autore di tutte le porcherie in versi ed in prosa, antichissime e recenti, nostrane e forestiere" (p. 43) »
, giurando addirittura - non si sa su quali basi - che il Marino "s'infiammò d'ogni femmina" (p. 41), è costretto poi ad ammettere che costui "fu tanto incostante, che non è possibile per lui come per altri poeti parlar della donna dei suoi amori" (Ibidem).

Il sito Dizionario italiano, anonimamente, chiarifica:

« Diversi testimoni, tanto fra i detrattori quanto fra gli apologeti hanno attribuito con grande certezza al Marino, molta della cui lirica è al riguardo pesantemente ambigua, amori omosessuali. (...) L'accusa, allora particolarmente grave, ricorrerà nelle rime satiriche del Murtola durante il soggiorno torinese, mentre lo Stigliani alluderà in vario modo e a più riprese alla stessa questione in varie sedi (attraverso un "falso" mariniano, le postille alla Vita del Bajacca e in molti altri luoghi).[4]»

Mario Menghini (1865-1944) cita una di queste attestazioni, da un manoscritto:

« Rilevo da un'annotazione manoscritta, che lo Stigliani fece al suo libro dell' Occhiale, questo curioso aneddoto: Il colonnello Celio Parisiano d'Ascoli fece in Roma dinnanzi all'osteria dell'Orso bastonare il Marino in sua presenza per mano d'un Tiberio suo servitore. Di qui è poi che il Marino, facendo una vendetta, finse nell' Adone Melanto Ascolano esser ser Gomorreo, ed appunto per avere il Marino tentato il figliuolo d'esso Celio in lussuria fu bastonato.[5]»

Ovviamente nel trattare questo tema non si dovrà mai dimenticare il fatto che si tratta d'una tematica che in vita stessa del Marino fu sempre più severamente censurata e colpita, portando lo stesso Marino ad processo del Santo Offizio Romano, e l'inserimento nell'Indice dei libri proibiti di tutte le sue opere non religiose, in primis il suo Adone, per motivazioni relative alla moralità (o ad affermazioni filosofiche relative alla sessualità), prima ancora che religiose.

Carcere (1598)

Nel 1598 Marino viene incarcerato a Napoli nel Camerone della Vicaria. Le carte processuali di quel periodo furono intenzionalmente distrutte con un pubblico rogo nel 1829, quindi la causa esatta dell'arresto è ormai inconoscibile (si parla fra le altre cose di procurato aborto con morte della puerpera), tuttavia qualche nemico del Marino, negli anni successivi, affermò essersi trattato d'un processo per sodomia. Grazie all'intervento di amici influenti Marino riuscì comunque a scamparla[6].

La perdita delle carte processuali era stata verificata già nel 1888 da Mario Menghini, che peraltro reputava una "calunnia" le accuse di sodomia al Marino:

« Per quante ricerche abbiam fatte negli archivi napolitani, non abbiamo potuto rintracciare la benché minima particolarità su questo tragico episodio della vita del poeta. Forse il Marino, quando sotto ben altra veste fece ritorno in Napoli, si sarà affrettato a cancellare ogni memoria del suo vergognoso passato; anche perché i suoi biografi non fanno accenno del fatto. (...) È però una calunnia quanto dice il Murtola (Marineide, Risata II):

Et a la sodomia
dato, ond'al fin di Napoli scappare
mi bisognò con furia, e a Roma andare,
Cfr. la canzone Contro il vitio nefando, della quale avremo occasione di parlare[7]»

Dieci anni dopo Angelo Borzelli tornò sul tema[8], anch'egli professando l'innocenza del Marino, ed affermando (p. 38) che l'accusa appare per la prima volta in un anonimo manoscritto intitolato: Della pubblica morte di Marc'Antonio d'Alessandro, da lui riprodotto a pagina 232: il Marino

« pochi mesi prima era stato anco carcerato nella stanza del Camerone per vitio nefando, ove fece quel piacevole Capitolo»

Infine, in data più vicina a noi, il Dizionario biografico degli italiani dice:

« A tutt'oggi oscuri sono i motivi della prima carcerazione del M. nell'estate del 1598: improbabili le nozze clandestine secondo la diceria raccolta da Borzelli (pp. 38 s.); più probabile l'accusa di sodomia, accennata da qualche fonte e ribadita poi troppo facilmente dai suoi maggiori nemici (Gaspare Murtola, Stigliani), tanto che a un certo punto il M. sentì il bisogno di scrivere la canzone Invettiva contra il vitio nefando, apparsa postuma (cfr. Giambonini, 2000, n. 251)»

Le rime bernesche scritte in carcere (1598)

Assieme a Ruspoli e Ma.... Marino costituisce la pattuglia di coda della trattazione a fini omosessuali della tradizione poetica burchiellesca e bernesca, ............

Secondo le testimonianze antiche, durante il periodo dell'incarceramento Marino scrisse una serie di composizioni bernesche e burlesche:

« Quindi la prima volta da favori del Prencipe di Conca [Matteo di Capua, principe di Conca, NdR] liberato dalla prigione, dove compose la maggior parte delle sue poesie bernesche, come il Capitolo del Melone e l'altro del Camerone, denominandolo dal nome del luogo del carcere, con altri componimenti giocosi[9]»

Il Camerone

Il primo è il capitolo bernesco: Il Camerone, prigione horridissima in Napoli (edito postumo), col quale chiede aiuto ai suoi nobili protettori.
Nello scritto si lamenta di non meritare quel trattamento: lo meriterebbe magari:

« "se havessi fatto come fa quel Sere

che co'l pelo canuto ancor non cessa
di farsi sculacciar da un mulattiere[10]»

negando pertanto d'essere colpevole di atti di sodomia. Cosa peraltro da attendersi, in uno scritto prodotto allo scopo di farsi scarcerare.

Capitolo dello stivale

L'intero capitolo bernesco "dello stivale"[11] è in lode del coito e della sodomia, basandosi sulla facile metafora del "calzar stivali" nel senso di "penetrare".
Tutta la composizione può essere letta in chiave omosessuale, ma specialmente espliciti (perché più trasparente è la metafora) sono i versi (non numerati) alle pp.:

  • 102-103:
« Dicon, che in corte giac<c>iono sovente

con lo stival la notte anco i ragazzi
(...)
e benche tal hor piangan da davero
si piglian tal hor molti solazzi»

;
  • 103: qualcuno critica il calzar stivali perché "col suo succidume" di dentro ci si imbratta. Ma si imbratta molto di più chi indossa le scarpe (= ha rapporti eterosessuali): quando piove (= durante le mestruazioni) "a guisa di ranocchio / va imbrodolato in guisa sozza, e sconcia";
  • 104-105: il suo calzolaio, perché lo stivale calzi bene, vi sputa sopra, e poi si dimena, e stringe,

{{e tutto si distrugge, e si disface,
e s'affanna, s'affatica, e si distilla
per renderlo calzante, e ben capace.
Prende la stecca in man, e 'l pie martella
e sfrega via con essa, e mena, e mena,
tanto ch'entro vel ficca, vel suggella.}} Ecco perché non posso sopportare coloro che vogliono calzarlo di forza e violenza: la cosa va fatta con grazia e gentilezza, altrimenti si rischia di rompere il cu...oio.

Capitolo del melone

La composizione bernesca[12] che canta le lodi del "melone" (l'ano)[13], si finge scritta a richiesta d'un ragazzo amante dell'autore, di cui costui è tanto appassionato da essere disposto a rischiare la pena del rogo per esso:

« voi mi pregate ch’io vi scriva un poco,

perché son del melon tanto goloso
che per lui me n’andrei sin mezzo al foco»

(Ivi, p. 201.)

Questa passione è chiaramente quella omosessuale, come rende esplicita l'allusione (oscena) agli amori di Giove e Ganimede

« Tu sei quel nettar sagro tanto eletto,

sei quell'ambrosia, ch'al gran padre Giove
porge a buon hora Ganimede in letto.

Tanto s’allegra, e tanto si commove,
e tanto si rannicchia, e si distende,
che celesti liquor ne spreme, e piove»

(Ivi, p. 205.)

Sia pur sempre in tono scherzoso e ridanciano (che è ciò che legittima la poesia di questo tipo, presentata appunto come "burlesca"), appare la rivendicazione della sodomia omosessuale come dignificata dalla sua estrema antichità: Orfeo (il mitico inventore degli amori omosessuali[14] secondo l'autore della composizione fu addirittura "martire" anzi, "protomartire" di questa passione, ed è oggi celebrato come tale[15]:

« Dall’altra parte il glorioso Orfeo,

doppo ch’in Tracia abbandonò la vita,
e Prothomartir del melon si feo,

udito ho celebrar con infinita
lode, ch’alzollo fra le stelle fisse,
e la fama loquace ve l’addita. »

(Ivi, p. 206.)

Contro il vizio nefando

A queste vicissitudini va collegata la scrittura di un'opera assolutamente anomala, una lunga invettiva contro la sodomia, Contra il vizio nefando (ossia contro la sodomia omosessuale[16]), che a causa del tema giudicato troppo scandaloso era chiaramente destinata a rimanere inedita, e a circolare solo in copie manoscritte[17]. Non è chiaro cosa possa aver spinto il Marino a scrivere questa strana composizione, tanto che di recente Gian Piero Maragoni [18] ha sostenuto che il brano non ha bisogno di nessuna "interpretazione", essendo la semplice espressione d'una pura ortodossia cattolica, profondamente sentita dal Marino, che era fortemente conscio della verità contenuta nella condanna cattolica contro l'omosessualità.

In realtà, conoscendo il resto della produzione del Marino e soprattutto i suoi guai con l'Inquisizione, che lo avrebbero portato nel 1623 alla pubblica abiura de levi, occorre una gran sospensione dell'incredulità per riuscire a vederlo come autore cattolico e ortodosso, piuttosto che come uno scaltro "nicodemista", pronto a schierarsi nel senso in cui soffiava di volta in volta il vento del potere.
E in questo senso andrà più probabilmente letta quest'opera, ossia come un atto teso a rifarsi una reputazione dopo un processo infamante[19], sia pure, a quanto è dato sapere, non giunto fino alla vera e propria condanna[20]. L'idea che un libertino integrale come lui avvampasse dello zelo religioso e devoto che ostenta in queste righe, è un po' troppo dura da mandar giù:

« Vide il secol allor, guasto e corrotto,

in nodo abominevole giacersi
congiunti insieme una natura, un sesso;
e, con empi imenei [nozze], raccolse sotto
giogo strano e difforme uomin perversi,
l'un marito de l'altro, un letto stesso.
A l'orribile eccesso
tremò Natura, indietro il Sol fuggìo;
pianser, dipinti di color vermiglio,
e con le penne il ciglio
gli angeli velaro innanzi a Dio»

(Giovan Battista Marino, Poesie varie, Laterza, Bari 1913, pp. 353-354. Ora online su WikiSource.)

La galeria (1600, edita 1620)

Due componimenti per il rogo del Bonfadio nell'edizione del 1620 de La galeria.

Il testo da: La galeria, Liviana, Padova 1979, come digitalizzato e pubblicato online sul sito: "Biblioteca italiana".

  • I FAVOLE.
  • III RITRATTI. UOMINI. 1 - Prencipi, Capitani, ed Heroi.
    • 37 - Narsete Eunuco.
  • X POETI GRECI.
  • XIII POETI ITALIANI.
  • XV RITRATTI DI DIVERSI SIGNORI, E LETTERATI AMICI DELL'AUTORE.
    • 2. Lesbino.
  • LE SCULTURE. Parte.
    • Edera nata nella mano di una Baccante

Sonetti a carattere omosessuale

La lira, 1602 e 1608

Un ciclo di dieci composizioni si finge scritto per un adolescente che parte soldato (da quest'epoca abbiamo testimonianza di soldati anche di dodici anni). La serie sarebbe stata scritta, secondo l'avvertenza, per... una prostituta, amante dell'adolescente:

« È da sapersi che questo sonetto, et anche altri nove che gli vengono appresso, furono composti ad instanza et in persona d'una cortigiana, la quale si era fortemente invaghita di un giovane: i cinque primi in occasione che il suo vago si avea cinta la spada per ire alla guerra; negli altri cinque loda la lanugine che incominciava a spuntargli in su 'l mento. Et in tutti s'introduce a parlar sempre la femina»

Pare evidente che qui la scusa addotta per cantare la bellezza d'un ragazzo sia talmente esile da risultare inconsistente. Perfino il bacchettone Benedetto Croce, pubblicando due di queste poesie, ammette che la vicenda della cortigiana è "stata sospettata (e non senza fondamento) di poca verità"[21]. Quale prostituta avrebbe mai commissionato a un poeta di successo come il Marino dieci sonetti per cantare il suo ganzo che va alla guerra?
Ed anche ammesso che ciò fosse davvero accaduto, è davvero così probabile che il Marino si sarebbe vantato di tale "altolocata" committenza, dando alle stampe i sonetti?

Ancora, una vera "pistola fumante" lasciata intenzionalmente sulla scena del "delitto" per rivendicarlo: perché chiamare il giovanotto con un tipico nome d'amante omosessuale (quello del poeta latino Orazio), "Ligurino"?
E infine, perché ripetere il topos letterario pedofilo (e tipicamente omosessuale) della barba che spuntando fa perdere il fascino all'amato, se qui è una donna a parlare?

È palese insomma che Marino voleva che chi avesse letto queste composizioni sapesse che si trattava solo d'un escamotage di facciata per salvare le apparenze, e che la prostituta non era mai esistita.
Come dimostra il fatto che un rivale del Marino, Gaspare Murtola, approfittò di questa vanteria per rinfacciargli nel 1608/9 questi versi, accusandolo di non aver cantato l'amore per le donne, bensì la crescita della barba d'un ragazzo:

« Forsi, che poi cantato
amori, et hai di donne per sollazzo?
Non, ma il metter barba di un ragazzo[22]»

A introdurre la serie troviamo una poesia encomiastica per un ragazzo, vagamente erotica ma ancora nei limiti di quanto all'epoca era considerato decente[23]:

  • 39. Loda un picciolo figliuolo d'un prencipe, chiamato Ascanio.

Le composizioni "scritte per la cortigiana" sono le seguenti:

  • 40. Tu pur, ben mio, fra l'armi e per gli ondosi.
  • 41. Sovra il tenero fianco il duro peso.
  • 42. Qual ti vegg'io di fin acciar lucente.
  • 43. Son del bel volto tuo l'ire e i furori.
  • 44. Piaghe non men ch'al cor minaccia al petto.
  • 45. Può ben su 'l vago e dilettoso maggio.
  • 46. Nova pompa al bel volto, in su l'aprile.
  • 47. Già da l'età, ch'ogni bellezza doma. (In nome d'una cortigiana innamorata d'un giovane oramai adulto).
  • 48. Intorno al labro del mio ben che fai.
  • 49. Ha pur il Tempo, o Ligurino, alfine.

Eccone il testo del n. 43, sul tema della partenza del giovane per la guerra:

« Son del bel volto tuo l'ire, e i furori
gratie, e vezzi amorosi, e quando sfidi
giovinetto feroce, e quando ancidi
[uccidi]
più d'amor che di sdegno infiammi i cori.

Teneri orgogli e placidi rigori
spirano i lunsinghieri occhi homicidi;
e se cruccioso fremi, o lieto ridi,
crudo egualmente, e pio l'alme innamori.
Così del mondo trionfando vai
barbaro mansueto, e 'n atti audaci
altrui morte minacci, e morte dai,
ma se le guerre al fin seguon le paci,
ferito esser da te fie
[sarà] dolce assai
pur che le piaghe poi saldino i baci
[24]»

Ed ecco il n. 48, sul tema della barba spuntata al ragazzo amato:

« Intorno al labro del mio ben, che fai
invido (ahi troppo) e temerario pelo,
che d'aureo sì, ma ingiurioso velo
i suoi vivi rubini
[le labbra] ombrando vai?

Se per esser baciato ivi ti stai,
baci viè più, che non ha foglie in stelo,
baci viè più, che non ha stelle in Cielo
da questa bocca innamorata avrai.
Ma, se trofeo del Tempo ivi tu sorgi,
perché manchi in lui l'esca, in me l'ardore,
di tua vana follia non ben t'accorgi.
Che d'or sì bel mille catene Amore
fabrica a l'alma; e quante punte sporgi,
tanti son strali
[frecce], ond'ei m'impiaga il core[25]»

Significativamente, nella lista delle espurgazioni da imporre alla Lira stilata da fra' Gregorio Donati per il Santo Offizio nel 1615, tre di questi sonetti furono inclusi tra quelli da eliminare perché "agunt de amore masculino" ("trattano di amore fra maschi")[26]. Significativa qui la scelta della definizione di "amor masculinus", calco semantico del greco άρρεν Ερως, per definire ciò che può essere tradotto oggi solo come "amore omosessuale", dato che questi sonetti non trattano di sodomia ma appunto d'amore fra persone dello stesso sesso[27].

Rime lugubri, 1602 e 1608

Giovan Battista Marino, Rime, Giunti, Venezia 1608, p. 157. Riedite come: Rime lugubri (a cura di Vincenzo Guercio), Panini, Modena 1999. Ora integralmente online nel sito "Biblioteca italiana".

  • 22. Per un giovane ammazzato
  • 23. Su un giovane ucciso.
  • 24. D'un giovinetto.

La murtoleide e La marineide (1608)

Giovanbattista Marino fu dal 1608 al 1615 a Torino, alla corte di Carlo Emanuele I di Savoia, e qui innescò un'asperrima tenzone "per le rime" col "poeta ducale" Gaspare Murtola (ca. 1570-1624), di cui insidiava il posto di segretario ducale, che in effetti nel 1609 avrebbe ottenuto. Murtola scagliò addosso al Marino velenose "Risate" a cui Marino rispose con non meno velenose "Fischiate".

Quando Murtola si rese conto di non essere all'altezza del Marino era ormai troppo tardi: la polemica era ormai arrivata a toni aspri e meschini (che avevano infastidito la Corte e lo stesso re), e non solo egli non vedeva aprirsi davanti a sé nessuno spiraglio di vittoria, ma il Marino era stato nominato cavaliere dell'ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (l'11 gennaio 1609).

Così il 2 febbraio 1609, per pareggiare il conto, non trovò nulla di meglio che sparare cinque colpi di pistolotto per strada contro l'odiato avversario, ferendo (di striscio) lui e (più gravemente, ma non mortalmente) un amico che gli passeggiava accanto, Francesco Aurelio Braida. Processato, fu condannato, ma graziato e costretto all'esilio nella Repubblica di Genova. Marino ne prese il posto come segretario ducale.

La tenzone (che infrangeva i limiti della "decenza" controriformistica) circolò manoscritta e poi, morti i protagonisti, fu stampata in edizioni come quella del 1629, che presentavano a fianco a fianco La murtoleide. Fischiate del cavalier Marino e La marineide. Risposta, che fa 'l Murtola al Cavalier Marino. Dimenticata per secoli, la rivalutazione del Marino nel XX secolo ha fatto riscoprire soltanto la sua parte, togliendo voce allo sconosciuto che aveva "osato" tener testa al più famoso poeta italiano del Seicento. ci si limitò infatti a ristampare i sonetti del Marino, impedendo così di seguire il gioco del botta-e-risposta.

In questa censura postuma non può non aver giocato un ruolo, accanto ovviamente alla maggiore importanza del Marino, anche l'imbarazzante accusa d'omosessualità, scagliata con molto più violenza dal Murtola che dal Marino. Infatti, nonostante nelle tenzoni fra letterati antichi le accuse di sodomia e prostituzione omosessuale fossero in assoluto fra le più correnti, in questo scambio fu soprattutto il Murtola a farvi ricorso, mentre il Marino vi accennò sì, ma con l'estrema prudenza di chi preferisce evitare di sollevare troppo l'argomento. Che fosse la prudenza a muovere questa scelta ce lo mostra il fatto che intorno all'inizio del secolo Marino aveva fatto ricorso senza troppi scrupoli morali, nella composizione "Al poetino" [28] contro un Giambattista Vitali da Foggia, all'accusa (mossa in stretto gergo burchiellesco [29]) di essere buono, data la giovane età, unicamente ad essere adoperato come sodomita passivo. Dunque non siamo di fronte al rispetto della decenza.

Viceversa Murtola squaderna il tema fin dalla "Risata" n. 2, nella quale mette in bocca al Marino queste calunniose confessioni:

« Di poi subìto, ch'ebbi
otto, o dieci anni incominciai a imparare
la Santa Croce [l'ABC], ed a la scola andare.

E sotto il mastro stare,
che mi scorreva il testo, e la rubrica,
e dietro 'l tergo mi trovò la fica.
Indi, vita impudica
più che le lettere seppi, e a stupri inteso
la carne mia vendetti à tanto il peso.
(...)
Indi molti Patron, quai tutti via
mi cacciar perch'un tristo ero, e una spia.
Et a la sodomia
dato, ond'al fin di [da] Napoli scappare
mi bisognò con furia, à Rom'andare,
e quivi per nettare
con li miei versi il cul di molti, e molti.
(...)
Ma questo è niente a quel, che ho di più fatto
ruffiano di fanciulli huomo già fatto[30]»

Non è detto che questi pettegolezzi riportati dal Murtola vadano presi per oro colato, resta però il fatto che Murtola ci attesta che tali pettegolezzi avevano inseguito il Marino da Napoli fino a Torino.

Al Marino Murtola attribuisce un aspetto effeminato, con capelli lunghi e agghindati:

« Molle il capel lussuria
giù per le tempie, e per il collo, come
di donna infame le lascive chiome.

E forse perciò il nome
di femina haver poi, d'ermafrodito,
che in buon volgar vuol dir moglie, e marito[31]»

Con una boutade azzeccata Murtola riesce inoltre ad accusarlo d'essere assieme pederasta e ignorante, affermando che Marino si vanta d'aver letto i Padri della Chiesa, mentre è solo un ignorante che sa di aver bisogno del maestro elementare, visto che è sempre in mezzo ai figlioli:

« perché havendo tu già veduto i Padri,
con li figliuoli hor praticar [s]i vede[32]»

Purtroppo, alle arguzie spiritose come questa Murtola preferì di gran lunga la volgare minaccia (evidentemente più in sintonia col suo carattere) di fottere il Marino:

« Marin, tu sai certissimo com'io
ho sì bel membro, e so che ne stai male,
che se 'n culo l'havesti tale, e quale,
caval già non parresti a 'l restio.

Ma parti haver mostaccio ond'un par mio
teco s'impacci, overo il mio cotale?
Ch'hai un mostaccio a punto d'orinale,
un mostaccio da Turco, e da Giudio[33].
Pur s'io credessi di romperti il culo
forse che sì, che mi ci provarei[34],
e chiaro te lo dico, e non t'adulo,
farla in dispetto a te com'a gli Hebrei:
son que' nemici a Christo, e tu se' mulo,
lor son Marani, e tu Marino sei[35]»

Marino dal canto suo fu più moderato, preferendo insistere sul fatto che il suo avversario era un asino e un ignorante[36]: in questo modo voleva mostrarsi più equilibrato e dotto di Murtola, ovviamente per candidarsi a prenderne il posto. Di tanto in tanto però l'accusa di sodomia l'usa anche lui, come nella "Fischiata" 20 nella quale, giocando sul doppio senso di tondo (= "ano" e "imbecille"), scrive:

« Vi dico senza farvi altro preludio,
che poiché amate il tondo, e sete sferico,
io v'ho nel cul [vi disprezzo] con tutto 'l vostro studio[37]»

Murtola comunque gli risponde (prevedibilmente) aggravando le dosi:

« Entratemi un po' in cul, messer Marino,
perché son così tondo e così largo,
ecco m'accoscio, e le natiche allargo,
ed aperto vi mostro il magazzino.
(...)

E vi prometto ancor di giorno, e notte,
havendo in culo sì fatto coglione,
cacar coglionerie, dir sempre frotte"[38]»

Insomma, anche se Marino tratta con le pinze il tema omosessuale, non può fare a meno di usarlo anche lui: ad esempio nella "Fischiata 9"[39], finge che Murtola, incontrata la sua Musa, me abbia ricevuto... una malattia venerea. Perciò ha giurato, per quando guarirà, di "lasciar la fica, e gir dietro al mellone" (= ano).
O ancora, nella "Fischiata" 31, afferma che Murtola è un mulo, anzi per essere un mulo perfetto gli manca solo la coda al culo (si noti che "coda" = "membro virile"). Per aiutarlo ad essere perfetto Marino aggiungerà quindi la coda al proprio sonetto:

« ecco già ve la metto,
ecco già ve l'affibbio, e ve l'attacco
cazzo v'incul levatevi da scacco[40]»

O ancora nella "fischiata" 44 Marino immagina Murtola disperato: i sonetti gli hanno rovinato la reputazione ed è sull'orlo della disoccupazione: che mestiere farà?

« Or' dirai forse: io mi farò pedante, [maestro]
spianerò[41] à putti l'attivo, e'l passivo,
col verbo dietro per farlo elegante[42]

Il punto stà, che non sai se sei vivo[43].
Pur passerebbe[44] l'esser ignorante,
ma ti piace più il tondo[45], che'l corsivo[46]»

L'escalation di insulti si conclude, come detto, con l'attentato alla vita del Marino e la fuga del Murtola: segno che queste tenzoni, che oggi ci appaiono solo folcloristiche, non erano affatto solo un bizzarro ma innocuo gioco letterario o di società, come ci sembrano oggi[47]. Significativamente, anche il Marino avrebbe passato in carcere ben due anni, dopo aver commentato in termini non esattamente cortesi la clemenza del duca di Savoia nei confronti del Murtola.

Le bastonate (1608)

Va notato che oltre alla Marineide il Murtola scrisse anche le più monotone Bastonate, 29 composizioni che ruotano tutte attorno alla minaccia di violenza fisica a colpi di mattarello[48]. Qualcuna di esse affronta l'accusa di sodomia, come per esempio le numero IX:

« Sempre circoli aver di giovinotti,

Marin, ti vedo, e di sbarbati intorno,
né è Chiesa, né piazza, né contorno
dove versi non reciti e strambotti.
Lor racconti ora facetie, or motti
con quella sporca tua bocca di forno,
hora parti da quelli, or fai ritorno
e ridi, e ghigni, e gracchi, e alfin li fotti[49]»

XI (p. 241), XXI, XXII, ecc., ma in modo ripetitivo e privo d'interesse storico:

« Veramente, Marino, hai bello ingegno
a nominar con nome di bastoni
i putti che al fianco ognor ti poni,
e tocchi in questi il fondo e arrivi al segno[50].

Perché d'appoggio invece e di sostegno
sempre ti servon questi caprettoni
e per puntelli ancor diritti, e boni
sovente adopri, e fai di lor ritegno.
Ma questo tuo parlar è per traslato
Idest per metafora, e indovino
esser bisogna con chi è mascherato[51].
Io ch'amo parlar proprio a le persone
e chiamo pane pane, il vino vino
questo con ch'io ti do[52] proprio è bastone[53]»

Il periodo francese

Nella sua disamina della lunga vicenda che vide contrapposto il Santo Offizio romano e il Marino, Clizia Carminati osserva come la partenza del Marino per la Francia nel 1615, lungi dall'essere stata una mossa alla ricerca di nuovi e maggiori onori, sia stata una fuga "per sfuggire maggior disaggi", come ebbe ad ammettere lui stesso[54]. Nel 1699, in calce ad una raccolta di rime, l'editore Antonio Bulifon (1649-1707?), un francese naturalizzato napoletano che non aveva nessun motivo per essere ostile al Marino, e che al peggio stava riferendo voci raccolte nella città del Marino e nella comunità francese in Italia, avrebbe in effetti specificato che il "disaggio" da cui il poeta intendeva fuggire era, oltre al processo del Santo Offizio (il cui fascicolo era stato trasferito a Torino, con la richiesta che l'imputato fosse incarcerato o almeno messo agli arresti domiciliari), anche un processo per sodomia:

« Appena[55] liberato dalla prigione, poco mancò di non rimanervi bruciato, come successe a un nobile giovinetto francese chiamato Aprile, ch'egli contro ogni legge perdutamente amava; onde per iscansare il colpo della giustizia, che dovea cadere anche sopra di lui, fece risoluzione di passare a Parigi[56]»

Digressione: una questione di metodo storico

Carminati commenta questo brano affermando che è:

« Significativa ma difficile da comprovare l'ipotesi formulata, decenni dopo, dal cronista napoletano Antonio Bulifon, secondo cui Marino decise di passare in Francia per sfuggire a un processo per sodomia[57]»

Si noti come nel giudizio di una storica nota per la sua correttezza e attenzione, la testimonianza di Bulifon divenga una "ipotesi", e il documento costituito dalla sua testimonianza diventi "difficile da comprovare", come se di fronte ad ogni notizia di un amore eterosessuale d'un letterato antico occorressero prove e carte bollate.

In una società che ritiene "colpa" o addirittura "crimine" l'omosessualità, la sua presenza nella vita d'un personaggio storico finisce sempre per diventare un "processo", in cui lo storico che cerca di scoprirla diventa un "accusatore", e gli storici al servizio della "narrazione" eterosessualista (per la quale "tutti sono eterosessuali fino a prova contraria") diventano gli avvocati difensori. A chi sostiene l'omosessualità di un personaggio storico, specie se celebre, massimamente se celeberrimo, si chiedono "prove", come se uno storico potesse presentare altro che testimonianze e documenti. Ma anche una volta presentate le testimonianze (che in effetti in qualsiasi tribunale sono considerate "prove"!) ecco nascere, come nel caso appena citato, la richiesta di prove che provino a loro volta le prove già presentate, e così via, all'infinito. Nessuna "prova" sarà mai sufficiente con questo metodo, che intenzionalmente non tiene conto del fatto che, se stabilire la presenza dell'omosessualità in una biografia è un processo, allora la prassi prevede che la difesa, se non ritiene veritiere le prove dell'accusa, presenterà contro-prove, o contro-testimonianze, per smantellarle, e non che chieda testimoni per testimoniare che la testimonianza precedente era vera.
La vita sessuale di un personaggio storico è infinitamente poco interessante, specie se la si confronta a quella di qualsiasi pornostar di oggi che condivida sul suo profilo twitter generose dimostrazioni della propria avvenenza: a chi può fregare la vita sessuale delle mummie? Ma a volte essa è infinitamente importante per la narrazione che lo storico cerca di dipanare: l'impotenza o l'omosessualità di un monarca può fare estinguere una dinastia e scatenare una guerra di successione in cui muoiono migliaia di esseri umani; la sterilità di una regina e la negazione del divorzio può causare uno scisma e una guerra di religione su scala continentale eccetera.

In dimensioni più contenute, il quindicennale scontro fra il Marino e il Santo Offizio a cui Carminati ha dedicato le 400 pagine del suo meticoloso studio, fu innescato, come ha documentato lei stessa (Op. cit., p. 43), dall'accusa in base alla quale, come specifica il verbale riassuntivo del caso a una riunione del 1609: "Carmina quae circumferuntur in laudem sodomiae fuerint composita a Ioanne Baptista Marino poeta".
Il desiderio di sapere se Marino abbia o non abbia scritto poesie in lode della sodomia omosessuale (risposta: ne scrisse, come Carminati stessa documenta: Op. cit., pp. 84-89, anzi ne scrisse probabilmente più di quante ne siano state riconosciute finora, come vedremo fra poco) e se lo si sospettasse di essere interessato in prima persona a questo tipo di amori (risposta: lo era, come Carminati stessa documenta, passim) non nasce quindi da una curiosità morbosa nata dal gusto del pettegolezzo: nasce da questioni storiche di primaria rilevanza nella comprensione del soggetto studiato.
Sapere se Marino fosse o non fosse omosessuale serve a capire se le accuse per cui fu processato e condannato fossero calunnie (che magari nascondessero altre, ben altre, motivazioni: politiche, religiose o d'altro tipo), o se la società in cui visse lo abbia ostracizzato ingiustamente o semplicemente punito in base alle leggi (che possiamo giudicare dentro di noi giuste o ingiuste, ma che in ogni caso erano le leggi del suo tempo) per qualcosa che egli aveva fatto per davvero, e addirittura se certe conoscenze e certe amicizie che egli coltivò potessero avere "altre" motivazioni oltre a quelle strettamente e puramente letterarie.[Citare caso del Trevisan].
Rifiutare di esaminare la questione, o liquidare come "infondati" i documenti che ci interrogano sulla necessità di esaminarla, significa aver deciso la conclusione dello studio prima ancora di aver iniziato a ricercare.

Du bon usage de la calomnie

Quanto appena scritto non significa affatto, e ci tengo a sottolinearlo, che lo storico dell'omosessualità non debba esercitare il discrimine e lo scetticismo di fronte ai proprio documenti. Nessun documento viene scritto senza l'intenzione di tramandare una interpretazione (che può essere "solo di parte") degli avvenimenti, e questo è più che mai vero per un tema che suscita violente passioni ideologiche, religiose, politiche e morali come lo è l'omosessualità. Ma nessuno quanto lo storico dell'omosessualità sa quanto la condanna, la calunnia e l'insinuazione facciano la parte del leone nella documentazione che ci è giunta: fino alla nascita del movimento di liberazione omosessuale, in effetti, la massima parte dei documenti che parlano di amori omosessuali lo fanno per calunniare gli amori stessi e chi li pratica. L'intera storia dell'omosessualità è, in effetti, una colossale calunnia. E' dunque verissimo che i documenti anti-sodomiti sono calunniosi, come lo è la stessa descrizione che dell'omosessualità è fatta in antico. Tuttavia, nessuno rinuncerebbe ai documenti nazisti nel fare storia della Shoah col pretesto che sono "calunniosi". Chi scrive di storia possiede un cervello apposta per vagliare quanto nei documenti che ha davanti a sé sia credibile e quanto sia pura invenzione: che impari ad usarlo.
Per riprendere la metafora del processo, nel caso della storia dell'omosessualità, dove il rogo di documenti era non solo perpetrato, ma prescritto dalle leggi (esattamente come prescritto dall'Inquisizione nei confronti degli scritti sodomitici del Marino), pretendere una serie completa di documenti d'archivio è assurdo. I processi per sodomia sono quasi sempre indiziari. Come nel caso del Marino, dove non è il singolo documento ad essere risolutivo, ma la rete di attestazioni e "confessioni implicite" che, nell'insieme, garantiscono che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso da una semplice "calunnia" da parte di un singolo nemico. Massimamente poi se si considera che nel diritto antico la "pubblica fama" di sodomia era motivo sufficiente per aprire un processo contro un individuo, segno del fatto che i nostri avi pensavano che dove c'è il fumo, è raro non trovare fuoco. Cosa non sorprendente per "città" come quelle antiche, dove tutti si conoscevano e dove tutti sapevano tutto di tutti.

Come se non bastasse, in questo contesto è solo logico aspettarsi che le vittime di tali "diffamazioni", indipendentemente dal fatto che esse dicessero il vero o meno abbiano reagito ostentando "contro-fatti" e "contro-prove" che proclamassero al mondo la propria innocenza e la propria distanza da simili turpi atti (nel caso del Marino, il Contro il vizio nefando puzza da lontano un miglio di documento di questa natura). Perfino i novellieri del Rinascimento ci raccontano che i sodomiti che loro prenderanno in giro nelle loro novelle scollacciate si erano sposati per "purgar la fama", per porre fine al disonore a cui esponevano la loro famiglia, insomma "per copertura". Milioni, decine di milioni di lesbiche e omosessuali, nella storia, si sono sposati per queste ragioni. E perfino i novellieri appena citati sapevano che il matrimonio non rendeva minimanente felici i sodomiti di cui stavano parlando, che continuavano ad avere le preferenze che avevano i prima di sposarsi, e le loro mogli, che si trovavano per le mani un prodotto "avariato" rispetto alle loro aspettative [Mettere qui esempi della novellistica].

Sonetti sodomitici

« Nel 1602 Giovan Battista Marino inviò all'amico Tommaso Stigliani alcuni componimenti scritti a penna "nonostante che vi siano alcuni scherzi, i quali non vorrei che fossero veduti da altri"[58] e l'uso divenne costante da parte sua, accompagnandosi anche alla distruzione dell'autografo.

Alcuni anni dopo però, nel 1609, la notizia di questi scritti arrivò alle orecchie del Sant'Ufficio che il 13 aprile ordinò di verificare se "le poesie che circolano in lode della sodomia siano state composte dal poeta Giovan Battista Marino e scritte di sua mano: si cumulino gli indizi e si collazionino i testimoni"[59].

Marino dovette allora constatare che le accuse contro di lui erano cavate "'non solo dalle parole ma dalle operazioni, e non solo dalle operazioni ma dagli scritti, e dagli scritti non solo stampati ma da quelli che vanno a penna'"[60].

Uguale sorte toccò a Campanella, che fu sottoposto al primo processo di inquisizione per avere composto un sonetto blasfemo rimasto, naturalmente, in forma manoscritta. Entrambi gli accusati si difesero nello stesso modo, negando la relazione d'autore. Affermarono cioè di aver copiato o recitato il testo ma di non averlo composto[61].

Ora il sonetto di Campanella è perduto mentre le rime erotico-burlesche di Marino in parte sono sopravvissute in una tradizione anonima difficilmente ricostruibile[62]. Come tutti i testi proibiti del secolo, esse sono state mimetizzate attraverso un processo di "anonimazione" volto a inserirle in una circolazione adespota. [63]»

La cazzaria, del C<avalier> M.<arino>

Il padre Naso del caualier Marino, Pacardo 1626

Su di esso:

  • Giorgio Fulco, La "meravigliosa" passione. Studi sul barocco tra letteratura ed arte, Salerno, Roma 2001, alle pp. 118-151.

Histoiriettes

Ma potrebbe esserci un'eco della voce secondo cui: Marino decise di passare in Francia per sfuggire a un processo per sodomia[64], come affermò il cronista secentesco Antonio Bulifon: "Appena liberato dalla prigione, poco mancò di non rimanervi bruciato, come successe a un nobile giovinetto francese chiamato Aprile, ch'egli contro ogni legge perdutamente amava; onde per iscansare il colpo della giustizia, che dovea cadere anche sopra di lui, fece risoluzione di passare a Parigi"[65].

« Mentre il Cavalier Marino si trovava a Parigi in un'orgia in cui si beveva sulla schiena di Voiture il gendarme, fratello di Voiture l'Accademico, un ragazzone giovane e paffuto che aveva i lombi infossati di quattro dita, qualcuno si ritirò e disse al Cavalier Marino: "Io non sarei capace di fare quelle sporcizie".

Il Cavaliere lanciò un'occhiata e disse andandosene: "È pur bianco".
Il Marino aveva incassato sei mesi o tre della sua pensione (aveva ottenuto una pensione dal re) e si lasciò portare ad un sermone per compiacenza. Là gli fu tagliata la borsa. Ciò lo mise di cattivo umore e diceva: "Mirate [guardate]. Se fossi stato in bordello, non avrei perso i quattrini".
Lo stampatore dell'Adone aveva messo Venere, io ti chiavo, al posto di chiamo. "Oh, bell'errore!", diceva lui. E dovette mettercela tutta per decidersi a correggerlo.
Teneva delle puttane in casa sua sopra la sua camera, ed un campanellino accanto al suo letto. Lo suonava per farle venire, ed anche per farle andare quando ne era stanco.
Tallement des Réaux, Histoiriettes, Gallimard, Bibliothèque de la Pléiade, Paris 1960-1961 e 1990, 2 voll. »

L'Adone (1620)

Il testo da: L'Adone, Laterza, Bari 1975-1977 (2 voll.), la cui paginazione ho indicato, oppure: Tutte le opere di Giovan Battista Marino, volume 2, tomo 1, Mondadori, Milano 1976, che è online sia su Liber Liber che su Wikisource.

  1. Giove e Ganimede

Ecco in qual modo Marino descrive, i baci che Giove dà in cielo a Ganimede:

« Non gli reca il garzon già mai da bere

che pria nol baci il Re che 'n Ciel comanda,
e trae da quel baciar maggior piacere
che da la sua dolcissima bevanda.
Talvolta a studio, e senza sete avere,
per ribaciarlo sol, da ber dimanda.
Poi gli urta il braccio, o in qualche cosa intoppa,
spande il licore o fa cader la coppa.
Quando torna a portar l'amato paggio
il calice d'umor stillante e greve,
rivolti in prima i cupid'occhi al raggio
de' bei lumi [occhi] ridenti, egli il riceve,
e col gusto leggier fattone un saggio,
il porge a lui, ma mentr'ei poscia il beve,
di man gliel toglie, e le reliquie estreme
cerca nel vaso, e beve, e bacia insieme.
(*Marino, Adone, canto V, ottave 43-44, p. 289). »

  • Canto V, 66-77 (Ila):

E parlando di Ila amato da Ercole, allude spudoratamente con un doppio senso al suo ruolo di amante "passivo" nella sodomia:

« Con la tenera man l'armi omicide

spesso stringea del bellicoso amante,
e de l'immensa e smisurata clava
fedelmente l'incarco in sé portava.
(*Marino, Adone, canto V, ottava 66, p. 294). »

  • Canto XIV, 85-94 e 104-118: Gli errori (Melanto ed Armillo). Mario Menghini (1865-1944) annota a proposito di questo passo:
« Rilevo da alcune annotazioni manoscritte, che lo Stigliani fece al suo libro dell'Occhiale, questo curioso annedoto: "Il colonnello Celio Parisiano d'Ascoli fece in Roma dinanzi all'osteria dell'Orso bastonare il Marino in sua presenza per mano d'un Tiberio suo servitore. Dì qui è che poi il Marino, facendo una vendetta finse nell'Adone Melanto Ascolano esser gomorreo, ed appunto per avere il Marino tentato il figliuolo d'esso Celio in lussuria fu bastonato.»

Non sappiamo quanto può esservi di vero in questa grossolana accusa dell'invidiosissimo poeta. Noi del resto conosciamo quanto efficacemente il Marino si difendesse dalle accuse che gli facevano di lubricità nei suoi versi[66]»

  • Canto XVIII 96-98. (L'uccisione di Adone è descritta, con un cattivo gusto raro, come un empito d'amore del cinghiale, che vuole “baciare” con le zanne le carni bellissime del giovane).
  • Canto XVIII 110 (Il morto Adone appare a Venere, che chiede: “Dunque iniquo destin tanto ha potuto? / Ti rapì forse in cielo o nel’inferno / per amor Giove o per invidia Pluto? );
  • Canto XIX 108-111 (Bacco e Pàmpino. Irto di doppi sensi berneschi)

Bibliografia

  • Gaspare Murtola (1570 ca.-1624), La marineide. Risate [1608-1609. Sta con: Giovan Battista Marino, La murtoleide, Stark, Spira 1629]. (L'edizione: Ruscello, Milano 1947, non la riporta).
  • Giovan Battista Marino (1569-1625), La murtoleide. Fischiate, Stark, Spira 1629. Poi: Ruscello, Milano 1947.
  • Tommaso Stigliani (1573-1651), Dell'occhiale, Carampello, Venezia 1627, pp. 182, 183-184, 311.
  • Mario Menghini (1865-1944), La vita e le opere di Giambattista Marino; studio biografico-critico, Libreria Manzoni, Roma 1888, pp. 95-98.
  • Valentino Labate-Caridi, Il cavalier Marino nella tradizione popolare, "Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti", XII 1897, pp. 132-322, alle pp. 313-314.
  • Guglielmo Felice Damiani (1875-1904), Sopra la poesia del Cavalier Marino, Clausen, Torino 1899, pp. 63-65.
  • Angelo Borzelli (1863-18..), Il cavalier Giovan Battista Marino (1569-1625), Priore, Napoli 1898 e 1906 (2a ed), pp. 38-43 e 232.
  • Agnès Morini, Marineide, Murtoleide, Stiglianide et autres "Merdeidi" marinistes et antimarinistes, in: Agnès Morini (cur.), L'invective: histoire, formes, stratégies, Université de Saint-Etienne, Saint-Etienne 2006, pp. 141-156. ISBN 978-2862724218.
  • Jean-François Lattarico, L'invettiva contra il vizio nefando. Marino et la question de la trasgression, in: Agnès Morini (cur.), L'invective: histoire, formes, stratégies, Université de Saint-Etienne, Saint-Etienne 2006, pp. 157-204. ISBN 978-2862724218.
  • Gian Piero Maragoni, Questioni aperte sull’Invettiva contra il vizio nefando, in: Giuseppe Crimi e Cristiano Spila (curr.), Le scritture dell'ira, TrEpress, Roma 2016, pp. 119-130.

Bibliografia sullo scontro col Murtola

  • La voce di Emilio Russo dedicata a "Gaspare Murtola", sul Dizionario biografico degli italiani, LXXVII 2012, ad vocem, propone ulteriore bibliografia generale sulla vicenda.
  • Ferdinando Gabotto (1866-1918), Per la storia della letteratura civile dei tempi di Carlo Emanuele I, "Rendiconti dell'Accademia dei Lincei", III 1892, fascicoli 5, 6, 7, ed 8.
  • Mario Menghini (1865-1945), La vita e le opere di Giambattista Marino; studio biografico-critico, Libreria Manzoni, Roma 1888, pp. 236-250.
  • Angelo Borzelli (1863-...), Il cavalier Giovan Battista Marino (1569-1625), Priore, Napoli 1898, pp. 85-100.
  • Giuseppe Rua (1865-1928), Poeti alla corte di Carlo Emanuele I: Lodovico D'Agliè, Giambattista Marino, Alessandro Tassoni, Fulvio Testi, Loescher, Torino 1899.
  • Francesco Ravagli, L'attentato del Murtola contro il Marino, in "Miscellanea di erudizione e belle arti moderne", I 1911, pp. 105-sgg.;
  • Claudia Peirone, "Le Muse massare: scelte metriche e pubblico nella Torino barocca. Il caso Murtola", in: Valter Boggione e Claudia Peirone, Modi della metrica: Murtola e Gozzano, Tirrenia, Torino 1991, pp. 55-97.
  • Agnès Morini, Marineide, Murtoleide, Stiglianide et autres "Merdeidi" marinistes et antimarinistes, in: Agnès Morini (cur.), L'invective: histoire, formes, stratégies, Université de Saint-Etienne, Saint-Etienne 2006, pp. 141-156. ISBN 978-2862724218.
  • Fabrizio Legger, Marino contro Murtola: guerra tra poeti a colpi di sonetti e pistolate, "Arianna editrice", 9/10/2009.

Note

  1. Introduzione a: Giovan Battista Marino, Amori, a cura di Alessandro Martini, BUR, Milano 1982, p. 32.
  2. Introduzione a: Giovan Battista Marino, Amori, a cura di Alessandro Martini, BUR, Milano 1982, p. 37.
  3. Angelo Borzelli (1863-...), Il cavalier Giovan Battista Marino (1569-1625), Priore, Napoli 1898.
  4. Voce: Giovanni Battista Marino, in: "Dizionario italiano" http://www.dizionario-italiano.it/autori/giovanni_battista_marino.php
  5. Mario Menghini (1865-1944), La vita e le opere di Giambattista Marino, Manzoni, Roma 1888, p. 98 (online qui).
  6. Grazie ai loro buoni uffici può entrare al servizio di monsignor Melchiorre Crescenzi, cavaliere romano, chierico di camera e coadiutore del camerlengo, raffinato e stravagante signore, la cui cerchia intellettuale il Marino comincia a frequentare intensamente (come anche Piazza Navona, secondo la maligna insinuazione dello Stigliani, notorio ritrovo di sodomiti). Wikipedia, che lo cita come Da Dizionario italiano.
  7. Mario Menghini, La vita e le opere di Giambattista Marino; studio biografico-critico, Libreria Manzoni, Roma 1888, p. 42.
  8. Angelo Borzelli (1863-...), Il cavalier Giovan Battista Marino (1569-1625), Priore, Napoli 1898, pp. 38-43.
  9. Così Francesco Ferrari, Vita del Cavalier Marino, in appendice a: Strage degli innocenti del Cavalier Marino, Giuliano Carboni, Macerata 1637, pp. 201-243, a p. 210.
  10. Il testo da: Angelo Borzelli, Il cavalier Giovan Battista Marino (1569-1625), Priore, Napoli 1906 (2a ed), pp. 216-224. Già in: Giovan Battista Marino (attribuito a), Il camerone, Pacardo, Parigi 1646 (stampato assieme a: Giovan Battista Marino (attr. a), Il padre Naso, Pacardo, Parigi 1646).
  11. Ho usato il testo che ho trovato edito in: La Murtoleide, Starck, Spira 1629, pp. 100-107. Riedito anche in: Angelo Borzelli, Il cavalier Giovan Battista Marino (1569-1625), Priore, Napoli 1898, pp. 225-231. Online sull'Internet Archive.
  12. Edita per la prima volta in: Emilio Russo, Per un inedito capitolo burlesco attribuito al Marino, “L'ellisse”, I 2006, pp. 193-208. Nello stesso saggio (pagina 99, nota 23) Emilio Russo specifica che risulta d'altra mano, e con tutt'altro testo, un Capitolo del melone stampato anonimo nel 1579: Ancora meno sembra agire sul testo assegnato al Marino l'anonimo Capitolo del Melone novamente posto in luce, Appresso Francesco Thebaldini da Osimo, Ravenna 1579, diversamente orientato (ho visto l'esemplare vaticano segnato Ferrajoli IV 4104).
  13. Si noti che nel gergo burchiellesco e bernesco i frutti indicano in genere il pene, ma che in questo caso la netta contrapposizione col fico e la forma sferica del frutto rendono chiaro che si sta parlando delle natiche e dell'ano.
  14. La più celebre menzione moderna del mito antico di Orfeo come inventore dell'omosessualità, dopo la perdita di Euridice alla quale nessun'altra donna sarebbe mai riuscita ad essere pari, è nella Fabula di Orfeo del Poliziano (14...).
  15. Rictor Norton ha soprannominato "Queer canon" la lista di personaggi famosi del passato utilizzata, fin dal Rinascimento, per nobilitare l'amore omosessuale. Qui siamo di fronte a un esempio d'uso di tale strategia retorica, che presuppone un cosciente "orgoglio di sé".
  16. Lo studio più dettagliato di quest'opera è quello di Jean-François Lattarico, L'invettiva contra il vizio nefando. Marino et la question de la trasgression, in: Agnès Morini (cur.), L'invective: histoire, formes, stratégies, Université de Saint-Etienne, Saint-Etienne 2006, pp. 157-204. ISBN 978-2862724218.
  17. La prima pubblicazione nota risale al 1626 (quindi postuma) in: Giovan Battista Marino, Il settimo canto della Gerusalemme distrutta. Poema Eroico. Aggiuntovi alcune altre composizioni del medesimo, Girolamo Pinti, Venezia 1626; successivamente il 1633 assieme alla Strage degli innocenti pubblicata da Giacomo Scaglia, a Venezia.
  18. Gian Piero Maragoni, Questioni aperte sull’Invettiva contra il vizio nefando, in Giuseppe Crimi e Cristiano Spila (curr.), Le scritture dell'ira, TrEpress, Roma 2016, pp. 119-130. (Il link fa scaricare un file .pdf).
  19. "La Canzone (fu) elaborata dal Marino per discostarsi da una diffamante e insistita accusa di sodomia"; così Lorenzo Geri e Pietro Giulio Riga, Per l'edizione degli Scritti minori del Marino, “L'ellisse”, VI 2011, pp. 177-201, p. 192, nota 73.
  20. Sul tema sui veda anche: Mario Menghini (1865-1944), La vita e le opere di Giambattista Marino, Manzoni, Roma 1888, pp. 95-98.
  21. Giovanbattista Marino, Poesie varie, Laterza, Bari 1913, p. 412. I due sonetti sono a p. 290.
  22. Gaspare Murtola, "Risata" n. 3, in: La Murtoleide, Starck, Spira 1629, p. 64.
  23. Utilizzo qui di seguito la numerazione data in: Giovan Battista Marino, Rime amorose, Panini, Modena 1987.
  24. Giovan Battista Marino, La lira, Brigonci, Venezia 1667, p. 19.
  25. Giovan Battista Marino, La lira, Brigonci, Venezia 1667, p. 21.
  26. Il documento è trascritto da: Clizia Carminati, Giovan Battista Marino fra Inquisizione e censura, Antenore, Padova 2008, p. 343.
  27. Sull'argomento si legga: Joseph Cady, "Masculine love", Renaissance writing, and the "New invention" of homosexuality, "Journal of homosexuality", XXIII (1-2) 1992, pp. 9-40.
  28. Si legge in: Poesie varie, Laterza, Bari 1913, pp. 389-392, ora online su Wikisource.
  29. "Un altro passo ancor soviemmi qui: / che ti diletta, e non mi dir di no, / quel gioco che piaceva ad Occhialì. // Or questo volentier creder ti vuo’, / e voglio in fronte, a guisa di Taú, / la tua bontà scriverti con un O". Si noti che la O non è solo il simbolo dell'ano: nel 1215 era stato stabilito che i maschi ebrei, per rendersi riconoscibili, dovessero cucire un cerchio di stoffa gialla sui vestiti.
  30. Gaspare Murtola, "Risata" 2. In: La marineide. Risate [1608-1609]. Sta con: Giovan Battista Marino, La murtoleide, Stark, Spira 1629, pp. 61-62. Il testo di questa "Risata" è uno dei pochi riportati da: Benedetto Croce (a cura di), Giovan Battista Marino, Rime varie, Laterza, Bari 1913. Online sull'Internet Archive.
  31. Gaspare Murtola, Op. cit., "Risata" 10, p. 72.
  32. Gaspare Murtola, Op. cit., "Risata" 15, p. 81.
  33. "Ma credi forse di avere un viso tale che uno come me, o anche solo il mio organo genitale [cotale], debba perdere tempo con te? Dato che hai una faccia da cesso, una faccia da turco, o da ebreo".
  34. "Però se lo dovessi fare giusto per poter dire di averti rotto il culo, allora magari un tentativo lo farei anche".
  35. Gaspare Murtola, Op. cit., "Risata" 30, p. 96.
  36. Questo avveniva nonostante Murtola avesse studi più "ortodossi" dei suoi: un aneddoto riportato da Clizia Carminati (Op. cit., p. 339) ci mostra Murtola che sfida pubblicamente Marino a parlare in latino: evidentemente sapeva che ciò riusciva meglio a lui che al rivale.
  37. Gaspare Murtola, Op. cit., "Risata" 20, p. 14.
  38. Gaspare Murtola, Op. cit., "Risata" 31, p. 96.
  39. In: Giovan Battista Marino, La murtoleide. Fischiate, Stark, Spira 1629, p. 8.
  40. Ivi, p. 27.
  41. "Renderò piano", ossia chiaro, semplice da capire, cosa sia l'attivo ed il passivo... dei verbi.
  42. Come in latino, dove il verbo va in fondo ("dietro") alla frase....
  43. "Sei talmente scemo che non capisci neppure se sei vivo o se sei morto"
  44. "E si potrebbe anche lasciar correre sul fatto che...".
  45. "Tondo" = "tipo di scrittura" ma anche: "ano".
  46. "Fischiata 44", in: Giovan Battista Marino, La murtoleide. Fischiate, Stark, Spira 1629, p. 29.
  47. Per ulteriore bibliografia sulla vicenda della rissa col Murtola si veda in calce al presente scritto.
  48. Sono state edite in: Angelo Borzelli, Il cavalier Giovan Battista Marino (1569-1625), Priore, Napoli 1898 alle pp. 236-250.
  49. Angelo Borzelli, Op. cit., p. 240.
  50. Nel linguaggio burlesco e bernesco, "fondo" e "fondamento" sono l'ano (cfr. il francese fondément). Anche "arrivare al segno" ("far centro al tiro al bersaglio") contiene un evidente doppio senso.
  51. "Ma a te piace parlare per traslato cioè per metafora, ed occorre trasformarsi in indovino per capire chi si nasconde dietro a una maschera".
  52. "Questo con cui ti sto picchiando non è un "bastone" in senso metaforico, ma proprio in senso letterale".
  53. Angelo Borzelli, Op. cit., "Bastonata" XI, p. 241.
  54. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino fra Inquisizione e censura, Antenore, Padova 2008, p. 147.
  55. In realtà la liberazione risale al 1612, la partenza al 1615.
  56. Antonio Bulifon, citato in: Giornali di Napoli dal 1547 al 1706 (a cura di N. Cortese), Società napoletana di storia patria, Napoli 1932, I, pp. 130-131. Si veda il breve commento dell'episodio in: Andrea Garavaglia, Sigismondo D'India "drammaturgo", EDT, 2005, p. 124. ISBN 978-8860400185.
  57. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino fra Inquisizione e censura, Antenore, Padova 2008, p. 147.
  58. Giovan Battista Marino, Lettere, Einaudi, Torino 1966, p. 31.
  59. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino fra Inquisizione e censura, Antenore, Padova 2008, pp. 42.
  60. Giovan Battista Marino, Lettere, Einaudi, Torino 1966, p. 83.
  61. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino fra Inquisizione e censura, Antenore, Padova 2008, pp. 54-58.
  62. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino fra Inquisizione e censura, Antenore, Padova 2008, pp. 75 e 88.
  63. Vittorio Frajese, La censura in Italia: dall'Inquisizione alla Polizia, Laterza, Bari 2014, pp. ......
  64. Clizia Carminati, Giovan Battista Marino fra Inquisizione e censura, Antenore, Padova 2008, p. 147.
  65. Antonio Bulifon, Giornali di Napoli dal 1547 al 1706 (a cura di N. Cortese), Società napoletana di storia patria, Napoli 1932, I, pp. 130-131. Rubo la citazione da: Andrea Garavaglia, Sigismondo D'India "drammaturgo", EDT, 2005, p. 124. ISBN 978-8860400185.
  66. Mario Menghini, La vita e le opere di Giambattista Marino, Manzoni, Roma 1888, p. 98 (online qui).

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Voci correlate

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Il neoliberista candidato presidenziale francese Emmanuel Macron ha dichiarato durante un comizio il giorno 4 febbraio 2017: "Il n'y a pas d'ailleurs une "Culture française"; il y a une "Culture en France". Elle est diverse, elle est multiple!"[1].
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  1. https://www.youtube.com/watch?v=dlHDccvIq9o