Terapie riparative

Da Wikipink - L'enciclopedia LGBT italiana.
Voce redatta da Stefano Bolognini, liberamente modificabile.
Copertina di un saggio contro le sedicenti "terapie riparative".

Cosa sono le terapie riparative

Sotto il nome di "terapie riparative" (reparative theraphy) o "di conversione" si riuniscono diversi modelli terapeutici tesi a modificare l'orientamento o l'identità sessuale di un individuo da omosessuale a eterosessuale.

L'approccio "riparativo" all'omosessualità nasce nei primi anni ottanta dagli studi di Elisabeth Moberly, un teologo inglese, che, nel testo Homosexuality: a new Christian ethic, individua tra le cause dell'omosessualità "incomprensioni" nel rapporto tra padre e figlio.

Le terapie riparative hanno assunto visibilità mediatica internazionale per il lavoro di Charles Socarides, uno psichiatra americano, e Joseph Nicolosi, uno psicologo clinico americano cattolico conservatore, fondatore e direttore della "Thomas Aquinas Psychological Clinic" ed ex presidente del Narth, l'"associazione nazionale per la ricerca e la terapia dell'omosessualità". Nicolosi ha raccolto le sue teorie nel libro: Omosessualità maschile. Un nuovo approccio, pubblicato nel 1991.

Come si somministrano?

Stando ai testi di Joseph Nicolosi l'approccio alla conversione di omosessuali in eterosessuali è multiforme e si basa sulla terapia psicanalitica, biblioterapia, psicoterapia di gruppo fino alla terapia del sogno. Sono poi importanti elementi come l'iniziazione alla mascolinità, il superamento del falso 'io', la ricomposizione del rapporto con il padre, il recupero della competizione e rapporti maschili non sessuali. Anche la castità e la preghiera sono utili alla buona riuscita della terapia.

Chi cura gli omosessuali

I tentativi di convertire omosessuali in eterosessuali non è supportato dalla pratica medico-clinica ufficiale ma proviene da diverse associazioni che si rifanno ai valori cristiani, come le americane NARTH, Exodus e Courage o l'europea Living Waters. Questi gruppi offrono consulenza, organizzano conferenze, sedute psicoterapeutiche e seminari, sovente dietro compenso.

In Italia non operano vere e proprie filiali delle associazioni menzionate bensì piccoli gruppi, legati a realtà religiose, generalmente dotati di una leadership carismatica, che si rifanno alle teorie propagandate da Nicolosi e le diffondono attraverso blog, siti web, media cattolici o il passaparola. Questi gruppi trovano spazi proprio in ambienti messi a disposizioni da diocesi e parrocchie, per organizzare seminari e riunioni di preghiera rivolte ad omosessuali e lesbiche.

Nella realtà italiana il lavoro dei terapeuti di omosessuali non è mai pubblico e visibile (o le è solo in parte) e i terapeuti italiani, più volte sollecitati a confrontarsi con psicologi e psichiatri, hanno sempre opposto un netto rifiuto. Questi gruppi poi, non parlano mai esplicitamente di "cura" e "terapia" dell'omosessualità, ma usano forme metaforiche come "rifioritura" o "nuovi percorsi" per gli omosessuali.

Le terapie riparative funzionano?

In ambito scientifico è netta e unanime la condanna delle "terapie riparative" come inefficaci, inutili e pericolose.

Associazioni professionali di psicologi e psichiatri di tutto il mondo (soprattutto statunitensi) hanno più volte condannato tali terapie, esprimendo l'impossibilità di giudicare con criteri scientifici gli studi teorici di Joseph Nicolosi, che si presentano come aneddotici e lacunosi.

Lo stesso Nicolosi, relativamente all'efficacia delle proprie terapie, ha dichiarato che su di un terzo dei sui pazienti la terapia non ha alcun effetto, mentre un altro terzo dei suoi pazienti avrebbe avuto un "significativo miglioramento, comprendono il proprio lato omosessuale ed esprimendo un certo senso di controllo". Gli altri pazienti sarebbero invece "guariti" in quanto si astengono dal sesso e la frequenza dei desideri omosessuali è diminuita, anche se non necessariamente annullata.

Le origini della teoria - Breve storia

Già nel 1878 il famoso igienista italiano Paolo Mantegazza in Igiene dell'amore proponeva un approccio al sesso con "donne esperte" quale terapie per risolvere il "problema" dell'omosessualità.

Tra gli anni Venti e Sessanta del Novecento ebbero notevole seguito accademico, ma nessun risultato pratico, le terapie ormonali. Karl Peter Vaernet, un medico tedesco specializzato in endocrinologia, sosteneva che fosse un deficit di testosterone alla base dell’orientamento omosessuale e brevettò un tubo metallico che, una volta impiantato nel paziente, avrebbe rilasciato testosterone per lunghi periodi. Dalle parole ai fatti il suo omologo italiano, il medico Nicola Pende, impiantò pastiglie di ormoni maschili di scimmia, senza alcun risultato apprezzabile se non una maggiore crescita pilifera nel paziente.

La strada della terapia chirurgica fu tentata anche, in pieno nazismo, da Knud Sand, medico tedesco convinto che l’omosessualità fosse una "malattia guaribile" con il trapianto di testicoli umani sani, e cioè eterosessuali, negli omosessuali.

Anche il più celebre Alfred Adler, nel 1945 in Il Problema dei sesso, è sulla stessa linea d'onda: un innesto di estratti "d'organi del sesso dominante" possono "esaltare il sesso" dell’individuo.

Dagli anni Settanta, complice la moda terapeutiche dell’epoca, si giunse sino alla proposta (riecheggiata ad un convegno cattolico sulla sessualità a San Remo nel 1972, che vide la prima protesta della militanza gay organizzata in Italia) di lobotomizzare gli omosessuali con la cura "Reder" che consisteva "nel produrre una lesione in quella zona del cervello che si chiama nucleo ventricolare mediale".

Ma erano anche altre le proposte sul tavolo: lo psichiatra inglese Philip Feldmann propose la 'terapia d'avversione' e cioè l'elettroshock:

"Si proietta una diapositiva di un uomo nudo visto di spalle davanti ad un omosessuale. Se questi indugia più di otto secondi ad ammirarla riceve una scossa, un piccolo choc, attraverso gli elettrodi applicati ai polpastrelli. Poi la diapositiva dell'uomo scompare sostituita da quella di una bella donna anch'essa nuda. In questo caso l'omosessuale non riceva alcuna scossa".

Ancora, nello stesso periodo, Frank Caprio in La vera felicità sessuale l’autoipnosi quale terapia dell'omosessualità...

Oggi, nonostante la presa d'atto (del 1973) dell' American Psychiatric Association dell'assenza di prove scientifiche che giustifichino la catalogazione dell'omosessualità come patologia psichiatrica e la sua cancellazione dall’elenco delle malattie mentali, sopravvivono gruppi fanatico religiosi che propongono e promettono di convertire omosessuali in eterosessuali.

I "no" della scienza alle terapie riparative

Un ironico "Ufficio riparazione persone eterosessuali" ad una manifestazione, 2012.

1991

Gerald Davison, ex presidente dell’Association for the Advancement of Behavior Therapy, dichiara che la terapia di conversione è eticamente impropria e la sua esistenza conferma solo i pregiudizi sociali e professionali contro l’omosessualità.

1993

L’American Academy of Pediatrics pubblica un documento relativo alle linee di condotta dei pediatri intitolato “Omosessualità ed adolescenza” critico ad ogni forma di terapia ripartiva che sarebbero “controindicate, perché possono provocare senso di colpa e ansietà avendo poco o nessun potenziale per realizzare cambiamenti di orientamento”.

1994

L'APA, American Psychiatric Association rilascia una scheda informativa sulle terapie riparative che dice che “non ci sono pubblicazioni scientifiche a sostegno dell'efficacia di 'terapia riparativa' come un trattamento per cambiare l’orientamento sessuale”. L’APA pubblica anche un opuscolo intitolato "Risposte alle vostre domande su orientamento sessuale e omosessualità". Nell’opuscolo è ribadita la condanna alle terapie riparative: “l’omosessualità non è una malattia mentale e non vi è alcuna ragione scientifica per tentare la conversione di lesbiche o omosessuali […] molte delle affermazioni [sulle terapie riparative, ndr.] provengono da organizzazioni con un punto di vista ideologico sull’omosessualità, piuttosto che da ricercatori di salute mentale, i trattamenti ed i loro risultati non sono ben documentati, e il periodo di tempo che i clienti sono seguiti dopo il trattamento è troppo breve”.

1996

La National Association of Social Workers (NASW), l’associazione nazionale americana degli assistenti sociali, adotta la seguente linee giuda: "Le terapie di conversione dell’orientamento sessuale presuppongono che l'orientamento omosessuale sia patologico e liberamente scelto. Non sono disponibili dati che dimostrano che le terapie riparative o di conversione siano efficaci, ed in effetti possono essere dannose. […] NASW scoraggia gli assistenti sociali a fornire trattamenti destinati a modificare l'orientamento sessuale o a fare riferimento a programmi o pratiche che pretendono di farlo”.

1997

L'APA condanna esplicitamente le terapie riparative di Joseph Nicolosi e del Narth con una risoluzione approvata a larga maggioranza: “Considerando che alcuni professionisti della salute mentale sostengono trattamenti di lesbiche, gay, bisessuali basati sulla premessa che l'omosessualità è un disturbo mentale (es., Socarides, Nicolosi, et al, 1997); Considerando che l'etica, l'efficacia, i benefici e il potenziale di danno delle terapie che mirano a ridurre o eliminare l’orientamento sessuale omosessuale sono oggetto di dibattito ampio nella letteratura professionale e dei media popolari (Davison, 1991; Haldeman, 1994; Wall Street Journal, 1997); […]l'APA afferma i seguenti principi in materia di trattamenti modificativi l'orientamento sessuale: che l'omosessualità non è una malattia mentale (American Psychiatric Association, 1973), e che gli psicologi "non partecipano consapevolmente o tollerano ingiuste pratiche discriminatorie". La risoluzione che implicitamente dichiara non etica la terapia ripartiva conclude: “l'American Psychological Association si oppone a rappresentazioni di gay, lesbiche, bisessuali, giovani e adulti, a malati di mente a causa del loro orientamento sessuale e sostiene la diffusione di informazioni precise circa l'orientamento sessuale, e la salute mentale, ed opportuni interventi al fine di contrastare pregiudizi che hanno sede nell’ignoranza o in credenze infondate sull'orientamento sessuale”.

1999

L’APA. American Psychiatric Association dichiara che “non esiste alcuna evidenza che le cosidette terapie riparative abbiano efficacia nel convertire un orientamento sessuale in un altro”. La dichiarazione sottolinea anche i “grandi” rischi potenziali della terapie riparative: “depressione, ansia, e comportamento autodistruttivo”.

L’American Counseling Association adotta una posizione contraria alla promozione della "terapia riparativa " come una" cura "delle persone omosessuali.

2000

Il consiglio di amministrazione dell’Associazione Nazionale americana degli Assistenti Sociali (NASW) adotta una risoluzione che dice: “L'aumento delle campagne mediatiche, spesso accoppiato con messaggi coercitive da familiari e membri della comunità, ha creato un ambiente in cui lesbiche e gay sono spesso spinti a cercare terapie riparative o di conversione, che non possono e non cambieranno il loro orientamento sessuale”.

2009

Il Royal College of Psychiatrists inglese dichiara di condividere "sia le preoccupazioni dell'American Psychiatric Association che dell'American Psychological Association” sulla non scientificità dei contributi terapeuti del Narth e sui pericoli delle terapie riparative su pazienti omosessuali. L'Australian Psychological Society , sul suo sito, dice: “L'orientamento omosessuale non è una malattia e non vi è alcuna ragione scientifica per tentare la conversione di lesbiche o omosessuali all'eterosessualità. L'Australian Psychological Society riconosce la mancanza di prove scientifiche sull'utilità della terapia di conversione, e sottolinea che possono essere dannose per l'individuo”.

2012

Robert Spitzer, psichiatra autore dell'unico studio che affermava l'efficacia delle "terapie riparative", ha ritrattato le sue affermazioni[1].

La British Association for Counselling and Psychotherapy, la più grande associazione britannica di psicoterapeuti, ha messo al bando ufficialmente le teorie di "conversione" e "riparazione" dell'omosessualità. In una lettera inviata a tutti i suoi membri la Bacs ha condannato come non etico ogni tentativo di convertire individui gay all'omosessualità. [2]

Il "No" italiano alle terapie riparative

1. "Lo psicologo non può prestarsi ad alcuna "terapia riparativa" dell'orientamento sessuale di una persona". Giuseppe Luigi Palma, Presidente dell'Ordine Nazionale Psicologi (fonte: Agenzia stampa AGI, 8 gennaio 2008)

2. "Gli psichiatri non possono curare qualcosa che non ritengono una malattia. Il nostro manuale diagnostico, il DSM 4°, non contiene l'omosessualità tra le malattie. E' stata cancellata nel DSM 3, da molti anni ormai. Come può un medico a curare qualcosa che non è una malattia?" Elvezio Pirfo, referente per l'Albo degli Psicoterapeuti dell'Ordine dei Medici di Torino, che sull'argomento si è confrontato proprio con il presidente dell'ordine dei medici, Amedeo Bianco, e ci parla in nome, e per contro, dello stesso. (fonte: “Pride”, febbraio 2008).

3. "Qualunque corrente psicoterapeutica mirata a condizionare i propri clienti verso l'eterosessualità o verso l'omosessualità è contraria alla deontologia professionale ed al rispetto dei diritti dei propri pazienti... inoltre le cosiddette 'terapie riparative', rivolte a clienti aventi un orientamento omosessuale, rischiano, violando il codice deontologico della professione, di forzare i propri pazienti nella direzione di 'cambiare' o reprimere il proprio orientamento sessuale, invece di analizzare la complessità di fattori che lo determinano e favorire la piena accettazione di se stessi". Ordine degli psicologi della Lombardia, 12 maggio 2010.

Il sostegno alle terapie riparative

L'unico sostegno a agli approcci terapeutici viene da gruppi religiosi che esprimono forti pregiudizi di ordine morale verso l'omosessualità[3]. Solo l'eterosessualità è infatti naturale, tutte le altre situazioni sono "patologiche" e "artificiose", ergo qualcosa da "raddrizzare", per recuperare lo stato di "salute" e "normalità".
Di questa posizione è esponente Chiara Atzori, infettivologa dell'Ospedale Luigi Sacco di Milano[3]. In un suo intervento a "Radio Maria", Atzori ha sostenuto che:

« "la normalizzazione dell'omosessualità, nei paesi in cui è avvenuta (si intende la parificazione sostanziale con le famiglie eterosessuali, ndr), ha portato risultati sanitari devastanti: si evince sia dagli studi epidemiologici degli Stati Uniti, e direi ancora di più dai dati inglesi, in cui la prevalenza delle infezioni nella popolazione omosessuale sono estremamente elevate ma soprattutto dove, purtroppo, anche la propagazione di una normalizzazione dell'omosessualità non fa altro che incrementare i comportamenti cosiddetti esplorativi"[3]»

In altre parole, secondo Atzori la diffusione di infezioni sarebbe colpa dell'accettazione sociale dell'omosessualità come "condizione non patologica", anziché della disinformazione sulla profilassi e della disattenzione alla medesima.

Note

  1. Robert Spitzer, psychiatrist behind controversial 'ex-gay' study, retracts original claims, "Huffington post", 12 aprile 2012.
  2. 'Conversion therapy' for gay patients unethical, says professional body, "The Guardian", 1° ottobre 2012.
  3. 3,0 3,1 3,2 Antonio Sciotto, Tosi sponsor dell'omofobia, in: L'Espresso, 11 settembre 2013.

Bibliografia

A favore delle teorie riparative

Contro le teorie riparative

Voci correlate

Link esterni

Videoclip