Storia dell'omosessualità a Padova

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L'antichità

Lo Statuto di Padova del 1329 (ribadito nel 1767) stabilisce la pena del rogo per chiunque si macchiasse del crimine contra natura:

« Quello che avrà ardire di contaminare Donna, o Uomo contro natura si<a> abbruciato. Quello poi che permette di essere contaminato si punisca, e castighi, ovvero ancora si assolvi ad arbitrio del Podestà, e sua Corte, considerata la qualità del delitto, Persona, e di lei età[1] »

Dopo la perdita dell'indipendenza di Padova (1405), lo Statuto rimase in vigore, ma furono i magistrati inviati da Venezia, i Rectores o Rettori di Padova, a giudicare i sodomiti. Si noti che Venezia avocava a sé i casi più gravi (ossia più "scandalosi") di processi per sodomia, nonché quelli d'appello, per cui si trovano notizie di sodomiti padovani anche all'Archivio di Stato di Venezia.
Ad esempio, Gabriele Martini segnala[2] che il 27/11/1712 a fu processato per sodomia dal Consiglio dei Dieci di Venezia un certo Michele Mazzetto, padovano, il cui caso era stato trasmesso dai "Rettori di Padova". Mazzetto confessò e fu condannato il 7/8/1713 a remare per tre anni nelle galere[3].

Quattrocento

Nel Quattrocento abbiamo NICCOLÒ LELIO COSMICO (Niccolò Lelio Della Comare, detto - ca. 1420-1500) [4], nato e morto a Padova.

Cinquecento

Una serie di casi di letterati, che essendo scrittori ci hanno lasciato traccia delle loro idee e aspirazioni, ci permette di intravedere nella Padova del Cinquecento un ambiente straordinariamente tollerante verso i "sodomiti", per lo meno quelli di classe sociale elevata.
Per un capriccio del caso molti di costoro furono ospiti nel Palazzo Bembo-Camerini del cardinale e letterato Pietro Bembo (1470-1547), del quale non è nota alcuna propensione omosessuale, ma che evidentemente doveva essere di vedute abbastanza larghe da tollerare quelle altrui.
Per esempio, nell'ottobre 1536 vi fu ospite per un mese Benedetto Varchi[5], forse il letterato cinquecentesco meno propenso a tacere delle sue preferenze per gli "amori maschili", e nell'aprile 1537 Benvenuto Cellini, mentre Jacopo Bonfadio vi abitò e lavorò[6] nel 1541-1542 in qualità di precettore del figlio del cardinale, Torquato (e, dopo la partenza da Padova di Torquato, perso il lavoro, rimase in città per altri due anni[7].

Benedetto Varchi

Ritratto di Benedetto Varchi verso il 1540, opera del Tiziano.

In una piazza di Padova non specificata lo scrittore fiorentino Benedetto Varchi (1503-1565) fu bastonato nel 1540 per un'inimicizia nata dal troppo ardore con cui aveva cantato nei suoi versi un allievo, Giulio Strozzi (1522?-1537). Varchi si trovava a Padova per avervi seguito nel 1537 l'amato Lorenzo Lenzi (1517-1571)[8], che vi vi si era trasferito per studiare legge all'Università. Qui Varchi si iscrisse all'Accademia degli Infiammati, di cui fu rettore anche il testé nominato Sperone Speroni[9].

In quello stesso anno Piero Strozzi (ca. 1510-1558), nipote del banchiere Filippo, capo degli esuli fiorentini (della famiglia che costruì quel palazzo Strozzi che è considerato il più bel palazzo del primo Rinascimento fiorentino), gli affidò l'educazione dei fratelli minori Lorenzo, Alessandro e Giulio. Ma questa incombenza Varchi

« non l'eseguì degnamente, perché s'attirò il sospetto non irragionevole che nutrisse per Giulio una passione disonesta. Prima che terminasse l'anno, il giovane si spense per effetto di scarsa morigeratezza, e di lì a qualche tempo gli altri due allievi, sviati, se porgiamo orecchio all'anonimo <biografo del Varchi>, da alcuni servitori, si palesarono scontenti del pedagogo. Il Varchi fu allora licenziato e in seguito patì un supplemento durissimo di castigo[10]»

Varchi in effetti cantò l'amore per il suo allievo quindicenne sia da vivo che da morto, anche sotto il nome pastorale di "Carino" [11]. In questi sonetti, che mescolano amore e incitamenti pedagogici,

« l'inclinazione morbosa si accompagna al convincimento d'averla sublimata, una disposizione tenace a compromessi ambigui non è disgiunta da un abito d'acre moralista...[12]»

La rottura con gli Strozzi fu comunque radicale. E avendogli nel 1540 Pietro Strozzi chiesto la restituzione di un libro, Varchi la rifiutò e reclamò anzi una somma che lo Strozzi gli doveva. L'arrogante signorotto la prese a male e

« per suo ordine il Varchi fu bastonato in una piazza di Padova e si trovò a casa un biglietto di questo genere: "Màndovi parte di quel che voi avete a avere da me, e appuntatemi debitore del restante"[13]»

Antonio Anselmi

Nel palazzo Bembo abitò anche il letterato Antonio Anselmi (notizie fra il 1537 e il 1568) nel periodo in cui fu segretario del Bembo (cioè dal 1537 al 1547), occupandosi della corrispondenza e della biblioteca.
Che genere di individuo fosse ce lo rivela una lettera in versi in cui il letterato veneziano Ludovico Dolce (1508-1568) gli chiede di rimandargli un suo servitore, un ragazzo, che lo aveva piantato in asso ed era andata a stare a Padova presso di lui[14]. In tutta la poesia è chiaro che la benemerenza principale del ragazzo era la sua disponibilità a letto, benemerenza apprezzata, a quanto pare, sia dal Dolce che dall'Anselmi:

« Anselmi, io vo per tutto [vado dappertutto], com'un pazzo.

Avea [avevo] bisogno d'un garzone [ragazzo] ardito
che in casa mi servisse per ragazzo[15];

inteso messer Giacomo, il partito, [problema]
un me ne diede buono a tutto prove [bravo in tutto],
ma, per la mia disgrazia, m'è fuggito:

egli à un viso da far'arder [fare innamorare] Giove
e ritornar montone aquila e toro, [le sue metamorfosi amorose, NdR]
e fa scorno a medaglie antiche e nuove[16]:

biondi à i capelli, come fila [fili] d'oro,
le guance pajon rose damaschine, [rose rosse di Damasco]
la bocca e gli occhi vagliono [valgono] un tesoro:

a' guatature [all'aspetto] angeliche divine,
ma negl'affetti e in tutti'i gesti umano,
e l'eccellenze sue non <h>anno fine:

à, qual si dice [come si suol dire], buona e bella mano,
è bianco come neve di montagna,
è letterato, e sa parlar Toscano:

non si trova in la vita una magagna [difetto]
non è chi meglio ad un cenno v'intenda: [vi ubbidisca]
fa gran cose, assai fatti, e poco magna:

non beve mai tra un pasto e non merenda,
è destro, accorto, et à due coscie [anche: "natiche", NdR] sotto,
che pon star salde ad ogni gran faccenda[17]. [18]»

Adesso, afferma Dolce, ho saputo che il ragazzo è a Padova da voi:

« mi dice ognun che in Padova è venuto,

ove fia de' suoi pari carestia[19]:

chi dice con l'Anselmi io l'ò veduto,
e ch'or davanti or dietro vi cammina,
e l'avete vestito di velluto,

che ve'l guardate come una reina [regina],
e che 'l tenete spesso tutto un giorno
chiavato[20] nella vostra camerina,

per tema [paura] che se va troppo d'intorno
non ve lo rubi qualche ipocritino
che si vive a baccelli [anche: membri virili] e a pan di forno [ano].

Dicesi che di smalto e d'oro fino
voi gli fate portar su la berretta
una medaglia d'un Duca d'Urbino

dove Apollo a Giacinto dà la stretta[21][22]»

Il ragazzo, per gratitudine, in cambio,

« ... v'apre con la mano il calamajo [ano]

quando scrivete [sodomizzate], e tien la carta [culo] ritta
ch'un altro sudarebbe di gennajo [benché ciò spaventerebbe altri]

e fin ch'è piena e d'ogni parte scritta,
ed è tutta bagnata dall'inchiostro
che la penna veloce sparge e gitta [getta]

egli vi lascia fare il fatto vostro,
stando, sebben voleste [se solo lo voleste] inginocchioni[23]»

Sapendo queste cose, protesta il Dolce, io sono stato male, perché di questo ragazzo non posso più fare a meno:

« per questo adunque mi deve esser caro,

che ò gran bisogno d'un ragazzo, e voi
n'avete sempre a vostre voglie un paro. [paio][24] »

Rendetemelo, chiede Dolce, lo tratterò benissimo:

« ambi ber<r>emo insiem in un bicchiere, [nello stesso bicchiere]

solo io voglio da lui questo vantagio,
ch'esso sia il ragazzo, io 'l cavaliere[25].

Dormirà nel mio letto a suo bell'agio,
così ne' [nei] fatti, per modo di dire,
egli sarà la Donna di Palagio [la padrona di casa!].

Non saranno tra noi disdegni et ire,
e potrà, senza ch'io gli sputi in volto,
sedersi sempre al suo piacere e gire [riposarsi quanto vorrà][26]»

A dimostrazione del fatto che la lettera sarà forse anche scherzosa, ma comunque scandalosa, Dolce alla fine della poesia chiede che Anselmi bruci lo scritto, per evitare che possa cadere nelle mani del cardinale Bembo, e confida di ricevere indietro il ragazzo assieme alla risposta.

Francesco Berni e i cardinali Cornaro

A Padova soggiornò verso il 1530/31[27] il poeta burlesco Francesco Berni, ospite degli abati della nobile famiglia veneziana Cornér (Cornaro), "che lo avevano invitato":

« Io ho lasciato a Padova il cervello:

voi avete il mio cor serrato e stretto,
sotto la vostra chiave e 'l vostro anello. (*Berni, p. 150). »

Si noti che "cervello" e "chiave" equivalgono nel gergo bernesco a "membro virile", e "anello" equivale ad "ano".
Ai tre giovani abati Berni fa una vera dichiarazione d'amore:

« E' forza ch'io v'adori, non che v'ami:

d'amor però di quel savio d'Atene, [cioè d'amore platonico, NdR]
non di questi amorazzi sporchi e infami.

Voi sète [siete] sì cortesi[28] e sì da bene
che, non pur [non solo] da me sol, ma ancora da tutti,
amore, onor, rispetto vi si viene.

Ben sapete che l'esser anco putti [ragazzi]
non so che più vi conciglia [conferisce] e v'acquista,
massimamente che non sète [siete] brutti:

ma, per Dio, siavi tolta dalla vista
né dalla vista sol, ma dal pensiero,
una fantasiaccia così trista[29];

ch'i' v'amo e vi vo' ben, a dir el vero,
non tanto perché siate bei, ma buoni.
(...)

Però [perciò] non vo' [voglio] che sia chi mi riprenda,
s'io dico che con voi sempre starei
a dormir et a fare ogni facenda[30]. (*Berni, pp. 147-148). »

E qui il nostro poeta si lancia nei doppi sensi sessuali: una poesia ben strana per tre ragazzi insigniti di cariche ecclesiastiche (sia pur redditizie). Quanto segue dà l'idea della straordinaria libertà di parola sull'argomento omosessuale raggiunto nella società colta della Padova di quegli anni.
Com'è tipico della poesia burlesca dell'epoca, anche qui "fare i fatti suoi", "fare il gioco dei frati" ("frate" o "fratello" = "membro virile") "dire l'uffizio" sono metafore per l'atto sessuale, il "secreto", il "tondo" e il "fondo" sono l'ano:

« 'O che grata, o che bella compagnia!

Bella ciò è per me; ma ben per voi
so io che bella non saria [sarebbe] la mia.

Ma noi ci accorderemmo poi fra noi:
quando fussimo un pezzo [un poco] insieme stati,
ogniuno andrebbe a fare i fatti suoi:

farìamo [faremmo] spesso quel gioco de' frati,
che certo è bello, e fatto con giudizio, ["càpita a fagiolo"]
in un convento ove sian tanti abbati;

diremmo ogni mattina il nostro uffizio [preghiere];
voi cantaresti, io vel terrei secreto [pregherei mentalmente],
ché non son buono a sì fatto essercizio;

pur, per non star inutilmente cheto
vi farei quel servigio, se voleste,
che fa chi suona a gli organi di drieto[31].

Qual più solenni e qual più allegre feste,
qual più bel tempo e qual maggior bonaccia,
maggior consolazion sarien [ci sarebbero] di queste?

A chi piace l'onor, la robba piaccia:
io tengo [giudico] il sommo bene in questo mondo
lo stare in compagnia che sodisfaccia:

il verno [d'inverno] al foco, in un bel cerchio tondo,
a dire ogniun la sua; la state [d'estate] al fresco[32]:
questo piacer non ha né fin né fondo". (*Berni, Rime, p. 148-149). [Controllare se Alvise fosse o no il padre dei tre abati Cornaro]. »

Letture: Berni, Francesco, Rime, Rizzoli, Milano ____; Gasparotto Cesira, Padova, Storti, Venezia, 1996, pp. 28-29 (con foto a colori dell'Odéon). VIRGILI, pp. 244-246 e 260-262.

Camillo Scroffa e i Cantici di Fidenzio

L'università (o "Studio") di Padova è stata nei secoli XVI e XVII, in quanto università della classe dominante veneta, il fulcro delle teorie filosofiche "libertine" che serpeggiavano fra l'élite veneta. Queste teorie si distinguevano per la loro tolleranza verso l'omosessualità, che da un punto di vista morale consideravano né buona né cattiva.
Non stupisce quindi che gli studenti di Padova si distinguessero nei secoli per il modo disinibito con cui parlavano di omosessualità, arrivando a comporre poesie e canzoni amorose sul tema.
Le poesie più celebri sono quelle create fra 1550 e il 1555 per uno dei più riusciti scherzi letterari "goliardici" ai danni di un insegnante oggi del tutto dimenticato, un certo Pietro Giunteo "Fidenzio", da Montagnana, autodenominatosi "Glottocrisio" ("lingua d'oro").
Costui era stipendiato dal Comune di Padova per insegnare i primi rudimenti di latino ai ragazzini. Sono state rintracciate alcune sue pubblicazioni (per lo più insignificanti encomii poetici in latino), stampate fra gli anni 1542 e 1552. In esse Giunteo si lagna fra l'altro di essere preso in giro da tutti per la piccola corporatura e per altre cose.
Fra queste "altre cose" sta, e qui arriviamo al punto, l'innamoramento senza freni per un giovane marchese Camillo Strozzi, mantovano, suo discepolo.
Fu il vicentino (check) Camillo Scroffa (1526-1565), a Padova per studiare legge, a comporre per burla un fascio di poesie che attribuì beffardamente proprio al "pedante" (la parola all'epoca significava solo "insegnante") Fidenzio Glottocrisio ludimagistro, che ha due caratteristiche: primo, è talmente "pedante" che credendo di fare cosa elegante mescola di continuo parole latine all'italiano, con risultati spassosissimi. Secondo, è pazzamente e senza discrezione innamorato di uno studente, un certo Camillo, che non si cura del suo amore. Si tratta, come è evidente, di una satira tagliata su misura per un personaggio preciso, ben noto in città, e quindi destinata ad una circolazione solo locale.
Così invece non fu. Il garbo e perfino l'umanità di questa riuscitissima satira contribuirono a farla subito conoscere al di fuori di Padova, ed apprezzare anche a chi non aveva mai conosciuto in vita sua il povero Pietro Giunteo "Fidenzio". Inoltre la satira del "pedante" era in quegli anni parte di una battaglia culturale più ampia, specie antipetrarchista, e la macchietta dello Scroffa fu giudicato particolrmente felice e graffiante: ciò contribuì a garantirne, del tutto inaspettatamente, la fama.
Va aggiunto che l'omosessualità spudorata di Fidenzio ben si accordava con una propaganda che tendeva a presentare tutti i pedanti come assai portati alla pederastia. Il bersaglio della polemica letteraria era la cultura che essi rappresentavano e tramandavano, ma nella polemica si trovò comunque utile e divertente produrre una quantità oggi incredibile di ritratti letterari di "pedanti" omosessuali (nel teatro, in poesia, nei romanzi satirici) che giunsero alla diffamazione vera e propria. L'ironia diventava arma, e che arma.
Così fu che il manoscritto dello Scroffa, pensato per i pochi che conoscevano di persona il "vero" Fidenzio, piacque, circolò, fu ricopiato e iniziò ad arricchirsi strada facendo di composizioni di altra mano, fino ad arrivare ad essere stampato "piratamente" almeno tre volte.
Nel 1562 lo Scroffa, già posato uomo di legge dimentico di poesia, decise di averne comunque abbastanza della "pirateria" che colpiva il suo parto goliardico giovanile, che inizialmente aveva tenuto in così poca considerazione da mandarlo per il mondo sotto nome altrui, e visto che la gente chiedeva sempre più copie di quell'operetta la accontentò e curò finalmente, tanto per fare un po' d'ordine, un'edizione a stampa dei Cantici di Fidenzio, sfrattando dal libretto tutte le poesie che altri avevano nel frattempo aggiunto.
L'opera ebbe ancora più successo, e le ristampe iniziarono a susseguirsi per almeno due secoli, dando persino vita ad un genere di poesia scherzosa, la poesia "fidenziana", caratterizzata dalla mistura di latino e italiano. Va però osservato che man mano che col passare degli anni la poesia fidenziana perse rapidamente la connotazione omosessuale, sempre più "imbarazzante" man mano che la "pruderie" della Controriforma prendeva piede, riducendosi solo a un gioco letterario.
Ecco un campione dell'alata poesia del povero Fidenzio, talmente goffo e fuori dal mondo da ispirare tenerezza: Le timidule génule [guancette], i nigerrimi [nerissimi]
occhi, il viso peralbo [bianchissimo] et candidissimo,
l'exigua bocca, il naso decentissimo [graziosissimo],
il mento che mi dà dolori acerrimi,
il lacteo collo, i crinuli, i dexterrimi [agilissimi]
membri, il bel corpo simmetriatissimo
del mio Camillo, il lepor venustissimo, [la grande leggiadria]
i costumi modesti et integerrimi,
d'hora in hora mi fan sì camillìfilo
ch'io non ho altro ben, altre letitie,
che la soave lor reminiscentia[33]. Il povero Fidenzio arriva al punto da scriversi un erudito epitaffio, per la sua ampollosità ridicolo come lui stesso: Glottocrisio Fidentio eruditissimo
ludimagistro [maestro di scuola] è in questo gran sarcophago.
Camillo crudo [crudele] più d'un antropophago
l'uccise. O caso a i buoni damnosissimo!.
(*Trifone, p. 39).

Letture: Su Pietro Giunteo "Fidenzio": Vedova, Giuseppe, Biografia degli scrittori padovani, Tipografia della Minerva, Padova 1832, vol. 1, pp. 469-472 (con ulteriore bibliografia). Su Camillo Scroffa e la poesia fidenziana: Pietro Trifone (a cura di), Camillo Scroffa, I cantici di Fidenzio (con appendice di poeti fidenziani), Salerno, Roma 1981, con ottimo commento.

L'apertura mentale dello Studio di Padova è testimoniata anche dal fatto che essa vide, nel 1678, la prima donna laureata (in filosofia) d'Italia. Si tratta di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia: una statua settecentesca la ricorda ai piedi di una scala. Una lapide la ricorda a Venezia, all'angolo fra Calle del carbon e il canal Grande, vicino al ponte di Rialto, sul palazzo dove nacque nel 1646.

Altri letterati

Fra gli altri letterati attivi nel Cinquecento figura Sperone Speroni (1500-1588), che insegnò filosofia a Padova, ma non fu evidentemente amato da tutti, visto che ci è giunto un finto epitaffio che di lui dice:

« Qui giace in asso Speronel dottore,

sofista espresso e finto put<t>aniero,
sodomita, protervo e barattiero,
della sede di Cristo distruttore. (BINDO, p. 12). »

L'epoca Libertina

L'università di Padova fu uno dei centri di irradiazione della filosofia "libertina", che sosteneva la mortalità dell'anima e il dovere di fondare la morale sulla Ragione e non sulle religioni (che per vendicarsi riuscirono a trasformare il nome in un sinonimo di "debosciato" e "immorale".
Che qualche libertà di costumi fosse comunque di casa a Padova lo attesta un turista scozzese, William Lithgow, che viaggiò in Europa tra il 1609 e il 1622, e che parlando di Padova si lamenta del fatto che:

« la bestiale sodomia è altrettanto matura qui che a Roma, Napoli, Firenze, Bologna, Venezia, Ferrara, Genova, Parma, senza che sia esente il più piccolo villaggio d'Italia. E' una mostruosa oscenità, ma per loro un piacevole passatempo, comporre canzoni e cantare sonetti sulla bellezza ed i piaceri offerti dai loro bardassi, ovvero ragazzi sodomizzati[34]»

La verità di questo quadro è confermata da un documento inedito, conservato nell'Archivio di Stato di Venezia, datato 29 dicembre 1625. In esso il Consiglio dei Dieci impone alle autorità di Padova d'indagare su una "bravata" di studenti avvenuta qualche giorno prima. Ecco il testo (ammodernato nella punteggiatura):

« Alli Rettori di Padova.

Con gran sentimento dell'animo nostro habbiamo veduto quello che havete scritto alli Reformatori del Studio per occasione della scandolosa temerità infamemente usata da alcuni scolari, li quali hanno havuto ardire doppo le lettioni nelle publiche scuole a porte serrate montar nelle cathedre et legger sonetti, et discorsi in materia vitiosa, et abhominevoli introduttioni, le quali essendo per ogni rispetto da non tolerarsi, vi commettemo [incarichiamo] col Consiglio di Dieci che sopra li particolari contenuti nelle lettere, che vi furono scritte a 12 del presente dalli sudetti Reformatori, debbiate continuar la formatione del processo col rito et autorità del medesimo consiglio promettendo la secretezza a testimoni, et la impunità, a chi vi paresse necessario purché non sia principal auttore ò mandante"[35]»

I fulmini del Consiglio dei Dieci non dovettero comunque servire a molto, come testimonia il caso del docente Carlo Federli, che nel 1649 attirò l'attenzione dell'Inquisizione veneziana per il modo spudorato in cui viveva i suoi gusti omosessuali, giungendo fino ed autonominarsi "papa della sodomia" e nominando anche "cardinali di Sodoma" i suoi amanti ed i suoi colleghi! Federli,

« non pago dell'haver fatto, come fa, pubblica professione del vitio nefando [sodomia, NdR], con grave scandalo e mormoratione de buoni, s'è brutalmente lasciato trasportare da gl'insani, anzi diabolici suoi appetiti, a termine di [ed è arrivato ad avere, NdR] tanto sprezzo e vilipendio de la santa Sede Apostolica che fattosi [essendosi fatto, NdR], in Padova, questi anni passati, nel mentre colà è dimorato a lo Studio [università], pubblicamente nomare [chiamare NdR] il Papa della sodomia (...) ha come tale dichiarat'anco [nominato anche, NdR] cardinali del suo concistoro molti dei suoi comprofessori et amorevoli, e dato loro negli incontri per istrada la papal beneditione (...) e per ultimo condottosi a dire che morrebbe contento ogni qual volta potesse prima commettere un così essecrando eccesso con il pontefice vero[36]»

Antonio Rocco

Carlo Lodoli

Quando l'architetto fra Carlo Lodoli (1690-1761) morì, a Padova, Giorgio Baffo (1694-1768) sghignazzò:
Quel scagazzà de Lodoli fratazzo
(...)
quel filosofo sporco d'ogni vizio,
quel letterato tanto temerario,
quel che ga fatto alle donne quel servizio,
quel che ga rotto ai putti 'l taffanario [culo]
quello xe morto. Oh Dio, che benefizio![37].

L'epoca contemporanea

Un bordello maschile nella Padova della Belle époque

Amadeo Amadei, nato nel 1893 circa, raccontò allo scrittore inglese Frederick Rolfe che a Venezia era esistita, verso il 1904/1908, una vera e propria "casa chiusa maschile", ovviamente clandestina, sulle Fondamenta dell'Osmarìn. Nel 1908, poco dopo lo scandalo omosessuale Moltke-Eulemburg in Germania, del 1906-1907, la folla l'aveva assaltata e i proprietari l'avevano trasferita a Padova. Rolfe ne parla nella lettera del 28 novembre 1909:

« "<Amadeo> ha detto che una volta c'era una casa di "tavole rotonde" nella città in quella casa sulle Fondamenta Osmarin, ma, per la paura che ha preso l'Italia lo scorso anno, quando l'Austria ha annesso l'Erzegovina e all'improvviso ha schierato 80.000 uomini alla frontiera dove l'Italia ne ha solo 6.000 (...) allora i veneziani hanno preso in odio tutti i tedeschi e sono andati a infrangere la finestre chiamando "Eulenburg" i ragazzi e gli uomini che c'erano dentro.

Pertanto il comitato del club, perché era un club privato di Signori della massima rispettabilità, lo ha spostato a Padova, a circa un'ora e mezzo di vaporetto e treno. E ha detto che il club era aperto giorno e notte, e c'erano sempre dieci ragazzi pronti per l'uso. La spesa era 7 franchi per la stanza e quel che volevi per il ragazzo ma dovevi pagarlo in presenza del portiere e non dargli mai più di 5 franchi, anche se restavi tutto il giorno e tutta la notte, cioè 5 franchi e 7 franchi per 12 ore. Oltre allo staff, ogni ragazzo poteva portare un Signore. E molti lo facevano, soprattutto studenti delle scuole pubbliche o istituti tecnici che amavano fare un po' di soldi. Ma ora, sfortunatamente, questi ed altri ragazzi di Venezia sono disoccupati, perché a Padova c'è una grande università con circa 1300 studenti di tutte le età oltre a molte scuole, e gli studenti hanno di solito bisogno di soldi.[38] »

Il dopoguerra

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Note

  1. Qui mulierem, vel masculum polluerit contra naturam igne comburatur. Patiens vero puniatur, vel castigetur, aut etiam absolvatur abritrio Potestatis, & suae Curiae, considerata qualitate delicti, & Persona, & aetate sua. Sia il testo latino che la traduzione sono ricopiati da: Statutorum magnificae civitatis Paduae libri sex. Degli statuti della magnifica città di Padua libri sei, Tivano, Venetiis 1747 (cioè 1767) e 1767, 2 voll. Liber V, statutum VIII, caput 2, vol. 2, p. 204-205. Si tratta del rinnovo, nel 1767, dello Statuto del 1329.
  2. Gabriele Martini, Il "vitio nefando" nella Venezia del Seicento. Aspetti sociali e repressione di giustizia, Jouvence, Roma 1988, pp. 73-74.
  3. ASV, "Consiglio dei Dieci al Criminal", registro CXXIX, carte 68r, e registro CXXX, carte 27v-28r. Citato in Martini, Op. cit.
  4. Vittorio Rossi, Niccolò Lelio Cosmico, poeta padovano del secolo XV, "Giornale storico della letteratura italiana", XIII 1889, pp. 101-158, alle pp. 153-158.
  5. Guido Manacorda, Benedetto Varchi. L'uomo, il poeta, il critico. "Annali della R. Scuola normale di Pisa", vol. XVII 1903, parte II, pp. 58-59.
  6. Paolo Trovato, Intorno al testo e alla cronologia delle Lettere di Jacopo Bonfadio, "Studi e problemi di critica testuale", XX 1980, pp. 46-52.
  7. Su questo soggiorno si veda anche: Niccolò Commeno Papadopoli, Historia gymnasii patavini, Coleti, Venezia 1726, tomo II, pp. 57-58.
  8. Umberto Pirotti, Benedetto Varchi e la cultura del suo tempo, Olschki, Firenze 1971, p. 12.
  9. Sugli amori del soggiorno padovano del Varchi in genere si vedano: Umberto Pirotti, Benedetto Varchi e la cultura del suo tempo, Olschki, Firenze 1971, pp. 12-19 e Guido Manacorda, Benedetto Varchi. L'uomo, il poeta, il critico, "Annali della R. Scuola normale di Pisa", vol. XVII 1903, parte II, p. 38.
  10. Umberto Pirotti, Benedetto Varchi e la cultura del suo tempo, Olschki, Firenze 1971, pp. 14-15.
  11. Cfr. le Opere di Benedetto Varchi ora per la prima volta raccolte, Lloyd austriaco, Trieste 1859, parte I, sonetti 379-391.
  12. Umberto Pirotti, Benedetto Varchi e la cultura del suo tempo, Olschki, Firenze 1971, p. 213.
  13. Umberto Pirotti, Benedetto Varchi e la cultura del suo tempo, Olschki, Firenze 1971, p. 15.
  14. Ludovico Dolce, "Capitolo d'un ragazzo a M. Anselmi" [1537-1547]. In: Il secondo libro delle Opere burlesche di M. Francesco Berni, di M. Gio. Della Casa (ecc.), Pickard, Londra 1721, pp. 400-406.
  15. "Ragazzo" significa sia "garzone, paggio", sia "amante passivo".
  16. Più bello dei ritratti antichi.
  17. Letteralmente: "Riescono a reggere qualunque incombenza, per quanto grande sia", ma in toscano antico "la faccenda" è anche il membro virile.
  18. Ludovico Dolce, Op. cit., p. 400-401.
  19. "Dove c'è carenza di persone come lui".
  20. "Chiuso a chiave", ma il doppio senso sessuale è trasparente.
  21. "Nella quale Apollo sodomizza Giacinto".
  22. Ludovico Dolce, Op. cit., p. 402.
  23. Ludovico Dolce, Op. cit., p. 403.
  24. Ludovico Dolce, Op. cit., p. 405.
  25. "L'attivo voglio farlo io". Varie allusioni lasciano capire che invece Anselmi lo usasse tanto nel ruolo attivo che in quello passivo.
  26. Ludovico Dolce, Op. cit., p. 406.
  27. Antonio Virgili, Francesco Berni, Le Monnier, Firenze 1881, p. 245, data il "capitolo" all'anno 1531.
  28. Si noti che in gergo burchiellesco "cortese" e "gentile" significano "sodomita passivo".
  29. Ossia che il poeta miri a far sesso con i ragazzi.
  30. Doppio senso: "far la faccenda" equivale a "copulare"
  31. Ossia pompare l'aria da dietro... per darvi maggior voce mentre cantate
  32. Allusione a una battuta di corso comune nel Cinquecento, secondo cui il coito in vagina era più adatto ai mesi invernali, mentre la sodomia, comportando minore fatica per la strettezza dell'orificio, era più indicata per il periodo estivo.
  33. Pietro Trifone (a cura di), Camillo Scroffa, I cantici di Fidenzio (con appendice di poeti fidenziani), Salerno, Roma 1981, p. 5.
  34. William Lithgow, Rare adventures and painefull peregrinations [1632], Cape, London 1928, pp. 40-41.
  35. ASV, "Consiglio dei Dieci al Criminal", registro XLII, carta 90r, 29/12/1625
  36. Gabriele Martini, Il "vitio nefando" nella Venezia del Seicento, Roma 1988, pp. 109-110, citando ASV, "Santo Uffizio", Busta 105 (1649).
  37. Giorgio Baffo, Poesie, Mondadori, Milano 1991, pp. 385-388.
  38. Citato in: Donald Weeks, Corvo, Joseph, London 1971, pp. 306-308, integrato in una lacuna con Robert Aldrich, The seduction of the Mediterranean, Routledge, London & New York 1993, p. 182.

Bibliografia

Link esterni

Voci correlate