Storia dell'omosessualità a Brescia

Da Wikipink - L'enciclopedia LGBT italiana.
Voce a cura di Stefano Bolognini, liberamente modificabile.

Brescia, anche grazie al grande scandalo seicentesco di Giuseppe Beccarelli e a quello novecentesco dei Balletti verdi è, insieme a Venezia e Firenze tra le città italiane più indagate dal punto di vista della storia dell'omosessualità. In questa sede si riportano gli accadimenti salienti in forma solo aneddotica, in attesa che il corpus delle fonti consenta analisi più approfondite.

Lo statuto medioevale

La prima testimonianza rilevante nella ricostruzione della storia dell'omosessualità a Brescia, riguarda la sua persecuzione.

In particolare, il paragrafo 75 degli Statuti bresciani del 1483[1] rende noto l'atteggiamento della autorità cittadine nei confronti della sodomia:

« Chi avrà insozzato una donna o un maschio, intendendo commettere sodomia, sia bruciato col fuoco, ma il passivo sia punito e castigato oppure sia assolto ad arbitrio del signor podestà e del suo tribunale, dopo aver considerato la qualità del delitto e delle persone e la sua età »
(Statuta civitatis Brixiae[2])

Allo stato attuale degli studi non è possibile fornire un quadro della sua applicazione.

Uno scandalo dai contorni incerti

Nel 1499 scoppia "come una bomba[3]" il caso "di tre sacerdoti assatanati accusati d’eresia, apostasia di Cristo, pratiche diaboliche ed orgiastiche".

Tra questi sacerdoti Don Ermanno di Breno che, stando alle cronache dell'epoca, avrebbe incontrato presso il Passo del Tonale un diavolo dal nome biblico di Roboamo a cui avrebbe "donato" lo sperma perché ne facesse unguenti. Il processo all'eretico fu affidato ad un patrizio veneto, Antonio Cavazza (1481-1531).

Lo stesso Cavazza è ricordato in una satira popolare raccolta dal cronista Pandolfo Nassino come affetto da sifilide. Pettegolezzi insistenti affermavano che il Cavazza condividesse "fraternamente ed ambiguamente con i suoi canonici il peso dell'affezione venerea". L'inquisitore chiese alla Serenissima la sospensione del processo e la Repubblica Veneta ordinò al giudice Cavazza di non procedere. Dopo l'ingiunzione lo scandalo venne insabbiato e i suoi contorni restano ancora tutti da chiarire. Resta l'evidenza del fatto che il sospetto di sodomia fosse oggetto di scandalo e satira.

Giambattista Pallavicino e "li piroli" dei canonici

Nella Quaresima del 1528 il carmelitano Giambattista Pallavicino dovette interrompere i suoi sermoni perché gravemente sospettato d'eresia: nel luglio dello stesso anno il papa Clemente VII si riferiva all'episodio per richiamare severamente il vescovo e l'inquisitore a una più attenta vigilanza.

La cacciata del sacerdote (che predicava nella chiesa di San Giovanni "cum tanto ardire et audatia, che non so qual potesse havere tanta vose") viene attribuita da Pandolfo Nassino a ben altri motivi: "perché tocava li piroli [piselli, ndr.] ai canonici de domo et ali frati de S. Maria deli Gratie et ali altri, et a queli de S. Zoane del suo troppo crapular et sonar li maytini et poi non levano suso" [4] (tr. it.: "perché toccava i piselli ai canonici del Duomo e ai frati di Santa Maria delle Grazie, e ad altri [frati], e a quelli di San Giovanni <che> per il troppo sfrenato/lascivo divertimento che durava tutta notte, al mattino non si alzavano più".

Il processo a Francesco Calcagno

Il monumento che sorge sul luogo esatto in cui fu giustiziato calcagno.
Nel 1550 il monaco ventiduenne Francesco Calcagno è condannato a morte a Brescia per affermazioni blasfeme alcune delle quali in esaltazione all’omosessualità. Negli atti del processo[5] si legge fra l'altro:
« Giorno 7 febbraio 1550.

È comparso messer Giovanni Antonio de Savarisi, cittadino eminente e abitante di Brescia, e ha sporto denuncia al reverendo signore vicario episcopale, e al suo ufficio, contro:

Il prete Francesco dei Calcagni apostata abitante a Brescia nella contrada aromataria de barbisino, già professo [frate che ha preso i voti] nel monastero di Santa Eufemia.

  1. Primo ha ditto che non ge [ci] fu mai Christo, et che quello Christo che cossì è ditto dale persone, era homo carnale, et che conosceva spesse volte carnalmente [aveva spesso rapporti sessuali con] S. Gioanni, et che lo teneva per cinedo;
  2. Item [parimenti] ha detto che l'hostia, et calice sonno tutte cianze [chiacchere], et che non crede niente che li sia dentro Domenedìo;
  3. Item ha detto che un bel culo era el suo Altare, la sua messa, l’hostia, calice, et la patena;
  4. Item che adora più presto [più volentieri] un bel putto carnalmente conoscendolo, che Domenedio;
  5. Item che va ricercando, et prega molte persone che gli faciano haver di maschi, per conoscerli carnalmente;
  6. Item che se doverìa più presto dar fede alle Metamorphosi d’Ovidio, che al Evangelio;
  7. Item che ha biastemato "al dispetto de Dio";
  8. Item che tien continovamente vitta sporca;
  9. Item che spesso si veste da mondano [laico];
  10. Item che è sfratato, et non si è presentato al’ordinario [al Vescovo], et ha commesse tutte queste cose, et continovamente comette, a scandalo di molti.

Et de queste cose se ne potrà informare da Messer Lauro di Glisenti, Messer Iovita Balino chierico, Messer pre Nicolò Ugone, Maestro Pietro di Gratiis, libraro al Domo. »

Le testimonianze di Lauro Glisenti, Giovita Ballino e del libraio Pietro delle Grazie del 13 luglio 1550 confermano le accuse. La confessione dell'imputato arriva, in parte, il 14 luglio 1550 e per il resto, probabilmente dopo una seduta di tortura, il 15 luglio 1550. La supplica conclusiva non ebbe alcun effetto. Dopo esser stato trasferito e processato a Venezia, Calcagno fu rimandato a Brescia con una condanna alla riduzione allo stato laicale, al taglio della lingua, alla decapitazione e al rogo del suo corpo. Il 23 Dicembre 1550 il monaco fu giustiziato in Piazza Loggia:

« dal maestro di giusticia [boia] è sta' tagliata la lingua ad esso prete Francesco, troncata la testa, et il corpo suo arso et brugiato con ardentissimo fuoco soppra essa piazza piena di moltitudine. »

Le esecuzioni capitali avevano luogo a Brescia in Piazza Loggia davanti ad una colonna con il Leone di San Marco che oggi non esiste più. Nel punto esatto in cui sorgeva è stato eretto il monumento alle Dieci Giornate di Brescia[6].

Il sodomita genovese

Il 14 maggio 1619 il genovese Vincenzo Arnaldi, 36 anni, già condannato per sodomia a Milano, è processato a Venezia dalla dalla Quarantia criminal dopo essere stato denunciato a Brescia perché fa pubblica professione di cometer il nefando vitio di sodomia con il suo vetturino quattordicenne, Romulo (che verrà assolto per insufficienza di prove), e di avere una relazione "continua et ordinaria" con un giovane di Milano, sui vent'anni, Giovanni Pietro Cavànego. Dal processo emerge che Arnaldi era sposato con la sorella di Cavanego. Quando i due principali imputati furono separati in carcere, fu osservato che

« tanto è radicato in essi doi retenti [due arrestati] questo vizio così enorme, che non si sono potuti schiffare di [trattenere dal] darne, et farne qualche apparente dimostrazione, poiché essendo stato d'ordine della Giustizia comandato che costoro fossero separati di prigione, nel dover esser condotto l'uno in altro luogo diverso dove si trovava l'altro compagno, si abrasciorno [abbracciarono] insieme baciandosi et stringendosi carissimamente, così che li ministri [le guardie carcerarie] che si trovarono presenti, sì come restarono da tali atti stupiti e meravigliati, così fecero giudizio (certissimo) che non potesse essere altrimenti se non che costoro fossero rei .[7] »

Casanova e un pederasta

Casanova nelle sue memorie accennerà ad caso di un condannato per sodomia dalla Repubblica di Venezia che sconta la sua pena nel Castello di Brescia. Il nobile veneziano Bastian Mocenigo[8] di San Samuele, fu condannato dal Consiglio dei Dieci per sodomia e confinato per sette anni presso la Torre dei Prigionieri di Brescia per "pubbliche dissolutezze contro natura commesse a Parigi, ove fu arrestato, quando egli era stato allora delegato alla Corte di Vienna quale ambasciatore", nel 1768.

Casanova aveva incontrato il Mocenigo quando era ambasciatore e lo ricorda in questi termini:

« fece tanto parlare di sé a Parigi a causa della sua disdicevole tendenza per la pederastia, e che in seguito fu condannato dal Consiglio dei Dieci a restare sette anni nella cittadella [ora Castello] di Brescia[9]»

Lo scandalo Giuseppe Beccarelli

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Giuseppe Beccarelli.

La pia casa d'industria

A inizio Ottocento rapporti sessuali tra uomini ricompaiono nella città nell'ambito degli ambienti di ricovero della Pia casa d'Industria.

Un ragazzo, Bernardo Barcella, "maestro di nefandità ai più giovani" è allontanato per atti osceni il 10 giugno 1828 e poi riammesso.

Al contrario, il settantenne Vincenzo Camplani è allontanato definitivamente dalla casa nel 1846. Il suo tentativo di appellarsi al podestà di Brescia, due anni dopo, non sortì alcun effetto e fu l'occasione, per il direttore dell'istituto, per spiegare al sindaco della città le ragioni dell'allontanamento:

« Questo Vincenzo Camplani [...] venne per ben due volte allontanato da questa pia casa, per essere stato sorpreso in atto di sodomia con questi fanciulli, e tuttavia per interposizione di qualche religioso, che rassicurava del pentimento del postulante, vi fu per due volte perdonato e riammesso; ma trovato recidivo, alla terza occasione venne definitivamente espulso.

Questa spettabile magistratura vedrà nella sincera esposizione dell'argomento quanto imprudente e immorale, riuscirebbe, in un pio istituto, ove accedono tanto numero di fanciulli anco innocenti, qualora si facesse luogo alla domanda in discorso (18 luglio 1848)[10]»

8 anni di carcere per il sacerdote "contro natura"

Il giornale "La sentinella bresciana", il 12 dicembre 1863, riporta la notizia della condanna di un sacerdote, don Francesco Piccinotti, per "atti di libidine contro natura":

« Il giorno 10 venne tenuto un dibattimento contro il sacerdote Piccinoli (sic) Francesco, accusato di libidine contro natura. Avendo i giurati dichiarato il Piccinoli (sic) siccome colpevole del reato attribuitogli, venne il medesimo condannato alla pena di reclusione per anni 8.

Di tale dibattimento non possiamo accennare le diverse fasi essendochè venne tenuto a porte chiuse per riguardo al buon costume »

("La sentinella di Brescia"[11].)

Una querela estorta

1865. Il ventisettenne Palma Paterio aveva trasmesso una malattia venerea a un giovane sedicenne (che quindi aveva raggiunto l'età del consenso) in un rapporto omosessuale consenziente. L'ospedale a cui il ragazzo s'era rivolto avvisò la polizia, che lo indusse a querelare Paterio, che fu condannato a tre anni. Il ricorso contro il fatto che la querela era stata estorta a un ragazzo altrimenti consenziente fu respinto nel 1866.[12]

Il codice penale Zanardelli

Giuseppe Zanardelli

Giuseppe Zanardelli, ministro della Giustizia di origini bresciane, diede nel 1889 il suo nome al primo codice penale unitario italiano, nel quale scomparivano le pene per il reato di sodomia che nel 1860 erano state estese alla maggior parte del neonato Regno d'Italia dal codice penale del Regno di Sardegna. [13].

Il "Codice Zanardelli" abolì l'articolo 425, che puniva gli atti omosessuali su querela di parte o in caso di «scandalo». Per il bresciano, come per il resto d'Italia, la lotta all'omosessualità spettava alla Chiesa che aveva "giurisdizione" sulla morale; come si evince dalle dichiarazioni rilasciate durante la discussione alla Camera del disegno di legge:

« Se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile, o che sono contrari alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale […] Il progetto tace pertanto intorno alle libidini contro natura; avvegnachè rispetto ad esse, come dice il Carmignani, riesce più utile l'ignoranza del vizio che non sia per giovare al pubblico esempio la cognizione delle pene che lo reprimono[14]»

Il Novecento

Lo scandalo di Villa Eden

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Scandalo di Villa Eden.

Lo scandalo dei Balletti verdi

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Balletti verdi.

Lea, la prima transessuale

La lapide di Lea Belleri
Fa la sua comparsa negli anni '70 Lea (il sono nome anagrafico è Leonardo Belleri), la prima transessuale di Brescia.

Nata il 12 settembre 1947 e deceduta l'1 marzo del 2006 la storia di Lea non è ancora stata scritta nonostante la donna sia una figura molto conosciuta, se non addirittura celebre, in città e provincia: "Tutta Brescia la conosce: è un uomo che andava in giro truccato da donna, il primo travestito della nostra città. Voleva vivere ai margini, chiedeva sigarette e soldi a tutti"[15].

La parabola della sua esistanza la vedrà, stando a testimonianze orali, "bellissima", "femmina" e "ricca" nel pieno fulgore della giovinezza negli anni '70, tra abiti costosi, una cascata di capelli castani e due levrieri che l'accompagnano, fino alla caduta tra emerginazione, droga, povertà e presunta follia.

Difficile raccapezzarsi nell'oceano di leggende si sussurrano in città sul conto dell'androgino personaggio. C'è chi la ricorda inveire per strada contro le persone impellicciate e sputare a chi le rifiutava una sigaretta[16], chi dice che la città andava a vederla battere o chi, ancora, sussurra che perdutamente innamorata di un uomo che si sposerà con una donna il giorno del matrimonio, come in una fiaba, Lea impazzirà...

Lea raccoglie sulle sue esili spalle la sintesi delle tensioni su maschile e femminile che scuotono la città che fai i conti con la modernità del '68 e che la confode e la sovrappone, nel pregiudizio, per l'omosessuale o per il travestito, fantasmi con cui Brescia non aveva ancora fatto i conti. Lea è sola, unica nella rivoluzionarietà delle scelte e sulle labbra impietose di troppi.

Di certo, nella sua nebbiosa storia e esistenza, è che "la Lea", così ci si riferiva a lei, aprirà la strada a generazioni di transessuali che assumeranno più facilmente visibilità negli anni a venire e che nel 2000 il Comune di Brescia le aveva assegnato un alloggio e che, chiedendo l'elemosina per strada mostrava una serenità faticosamente raggiunta e distante da tutto nel suo silezio impenetrabile.

Gli anni '70 del Novecento

Con gli anni '70 del '900 compaiono a Brescia i primi locali che si rivolgono ad un pubblico omosessuale (maschile). E' il caso de "Il Gattopardo", aperto in provincia a Cologne e probabilmente la prima discoteca gay bresciana di sempre, che risveglia immediatamente le attenzioni pruriginose de "Il Giornale di Brescia". Il quotidiano il 12 novembre 1975 pubblica l'inchiesta, unica nel suo genere, di un giornalista anonimo che "casualmente" si mescola al pubblico omosessuale danzante:

« Può anche accadere che, percorrendo in macchina la strada Brescia - Bergamo, o viceversa, si sia attratti - giusto a mezzo del nastro d'asfalto che collega le due cugine - da una grande scritta ala neon, gialla: dancing. E può ancora accadere che si concordi di andare a far quattro salti, ad ascoltare un po' di musica in un locale nuovo dell'agreste, ma da qualche tempo anche industre paese bresciano, tutto sommato ancora di modeste proporzioni. Caspita, centinaia di macchine ammucchiate tra le case della strada che porta, perpendicolare alla Brescia - Bergamo, verso sud. Il dancing tanto frequentato si è dato il nome di felino africano, più grande dei gatti domestici, piuttosto feroce(ndr: Il Gattopardo). Si entra; alla cassa una sorridente, ma un poco sospettosa signora (visibilmente impacciata con i clienti nuovi), che fra lo stacco e l'altro di un biglietto d'ingresso timbra con una stellina il dorso della mano di alcune ragazze uscite dal bar e che ora ridiscendono nel dancing. Anche i nuovi arrivati scendono.

Personale con divise pesantemente filettate, come a Pigalle; l'enorme salone, con vasta pista polverosa( ma forse è la scarsissima luce ad esagerare l'impressione) e sedili a non finire; una scala misteriosa che va e che viene tenedosi affettuosamente la mano. Stupisce un poco che le cinque o seicento persone munite del biglietto che promette una lotteria ( lire duemila, consumazione a parte) stiano riunite quasi tutte differenziandosi secondo il sesso. Che ballino, anzi, conservando gioiosamente il "distinguo". Ma, nei nuovi arrivati, sempre meno stupiti e sempre più imbarazzati, le prime impressioni si confermano. L'ultimo filo di dubbio è spezzato allorchè lo speaker (elegantissimo in grigio perla, ma con gli zoccoli da spoiaggia) annuncia che sta per incominciare il programma: una bomba, l'applauditissimo numero. Il semi-strip della biondissima cantante, con microfono e bocca che si muove, è interpretato (come ci informa un efebo bruno, senza giacca ma con berrettino a quadretti alla Serge Reggiani, addirittura delirante) da un tipo, che a Brescia, di notte, nei pressi della stazione, fa fermare le macchine. Canta Donatella Moretti, ma è tanto bello credere per un attimo che la voce sia del divo travestito.

Lo speaker riprende le fila della serata, rispondendo agli applausi, domani il "numero" verrà riconcesso. Le coppie degli omosessuali riprendono a danzare, tranquille beate, ostentando felicità. Due robusti uomini, coin il viso adusto dei fittavoli; all'attacco della scala misteriosa, abbracciano sé stessi e una colonna, baciandosi non sulle guance. Cme molti altri, ovviamente, non contagiandosi con l'altro sesso.

L'imbarazzo è divenuto nausea, schifo, ripulsa. I nuovi clienti ne hanno di troppo, se ne vanno domandandosi se davvero hanno visto giusto. Noi nulla abbiamo da dire sulle "nature diverse", alla Pasolini, anche se osavamo sperare che i loro indici di diffusione non fossero anche nel Bresciano così disarmanti. Ma farsi gli affari propri in disparte, lontano (per rispetto degli altri, ove non fosse per pudore) dai "normali" può anche stare bene. In pubblico tali spettacoli si chiamano ancora atti osceni, e fanno reato. Incredibile che la squallida realtà che segnaliamo soprattutto ai padri e alle madri della zona, ma anche della città (cinquecento - seicento nostri giovani, molti di loro domani padri e madri dei nostri nipoti), sia fino ad ora sfuggita ai tutori dell'ordine, esemplarmente implacabili, in passato nei confronti di locali che al confronto sono per educande.

Tutto meravigliosamente tranquillo ed indisturbato, a metà strada tra Brescia e Bergamo. Poniamo fine allo sconcio, per favore, mentre corrono voci secondo le quali il dancing dalla denominazione felina starebbe per divenire un 2club privato", con tanto di tessera e quota. Solo "per noi", come sospirano "i diversi". Non aspettiamo sempre i delitti dell'Idroscalo romano per accorgerci della marcia realtà di Piazza dei cinquecento. »

(Il Giornale di Brescia[17])

Con una discontinuità sorprendente per quegli anni, e rispetto allo scandalo bresciano dei Balletti verdi che non destò negli omosessuali bresciani alcun accenno di ribellione rispetto al fango che veniva gettato dalla stampa, un gruppo di una ventina di gay bresciani rifiuterà la lettura strumentale de "Il Giornale di Brescia" e invierà una vibrante lettera di protesta alla redazione e al quotidiano concorrente. Alcuni si firmeranno nome e cognome, altri con pseudonimi di fantasia.

Impossibile non notare come l'inusuale atto di ribellione, per contiguità storico-temporale e forma, richiami all'invio a "La Stampa", nel 1972, di una lettera di protesta per un articolo dai contenuti ritenuti indegni da un gruppo di omosessuali. Quella lettera di un gruppo di omosessuali torinesi, che anticipa di 3 anni l'iniziativa bresciana, darà il via alla prima protesta pubblica di omosessuali italiani a San Remo nel 1972.

Il clima in Italia stava rapidamente cambiando, anche grazie alle notizie relative ai moti di Stonewall, la prima protesta pubblica di omosessuali americani del 1969, si erano diffuse nella popolazione omosessule anche grazie ai luoghi di aggregazione come "Il Gattopardo". Il 16 novembre la "lettera firmata" dagli omosessuali bresciani comparirà integralmente sulle colonne di "Bresciaoggi":

« Se tra qualche giorno, uscendo da una discoteca, magari " a mezza strada tra Brescia e Bergamo", troveremo gente con catene e manganelli ad attenderci, ciò sarà per chi ha scritto (non firmandosi) l'articolo apparso mercoledì 12 novembre a pag. 8 sul "Giornale di Brescia" dal titolo "Uno spettacolo che deve finire".

Gli echi del tragico caso Pasolini, non sono ancora spenti, ciò malgrado, l'anonimo autore dell'articolo in questione non esita, dimostrando profonda ignoranza in materia, ad aizzare contro di noi l'opinione pubblica. Ora Basta! Basta con i ghetti in cui ci vogliono costringere. Basta con le strade buie e pericolose. Basta con i giardini del Castello(un cruising, ndr.). Vogliamo vivere, è troppo? Prima ancora che omosessuali siamo uomini che si battono per il sesso libero ormai universalmente riconosciuto se non praticato.

Non riusciamo proprio a capire cosa ci facesse quella sera il bieco, anonimo individuo in quel locale. Ma cosa vuole? Cosa cerca? Era proprio necessario aspettare la fine dello spettacolo perché si scandalizzasse? "Fatelo almeno lontano da tutti se non altro per rispetto a noi normali" dice nel testo in questione. Normali? Ma che cosa significa normali? Essere normali significa conoscere sé stessi, essere sicuri delle proprie scelte. Semmai l'anormalità sta nel non accettarsi così come si è.

Tutti noi, leggendo il giornale, abbiamo notato la solita omosessualità repressa che affiora, diremmo, in ogni frase dell'articolo. E' già difficile per noi vivere in famiglia. Il problema dell'occupazione, poi, è addirittura drammatico per noi. Spesso, spessisssimo ci negano impegni e lavori che potremmo eseguire quanto meno come gli altri, forse anche meglio. Ci viene imposto di vergognarci, ma di che cosa? Di amare? E' assurdo!

Le nostre preferenze e le nostre scelte sono sempre contestate e discusse. Tuttavia, al di là di tutto questo, rimangono pur sempre i sentimenti che, piaccia o no a qualche persona non hanno sesso. Sappiamo, è vero, di essere più frivoli di altri; d'altronde ciò che i nostri nemici ci invidiano nascostamente è proprio questo nostro mantenerci giovani, non invecchiando mai. Eppure tanta altra gente ci apprezza e ci capisce, e si affeziona anche. Ma sono cose queste, che nessun normale oserà mai confessare pubblicamente proprio per colpa di qualche imbecille (chi fa queste discriminazioni non può che essere irrimediabilmente, funestamente vecchio).

Nessuno ha niente da insegnarci; pochi soffrono giorno per giorno quanto noi. Non di meno siamo così convinti di non sbagliare che siamo gelosi anche dei nostri difetti. Quindi, nessuna vergogna da parte nostra. In fondo, ci vergogneremmo soltanto se... ci vergognassimo.

Lettera firmata »

("Bresciaoggi"[18])
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"Il Gattopardo" sarà ancora in piena attività nel 1978 anche se si dovrà confrontare con un germoglio di agguerrita concorrenza con il locale "Les Cigales", a Bedizzole, e il "Carnaby" a Desenzano del Garda.

Ecco l'atmosfera che si doveva respirare a "Les Cigales", stando ad uan testimonianza anonima:

« Un nuovo locale gay è stato aperto a Brescia e si inserisce dignitosamente fra gli altri, aperti negli scorsi anni, che si offrono a quanti altrimenti, si sentirebbero emarginati.

Si chiama “Les Cigales” e raggruppa insieme una serie di servizi piuttosto interessanti: la discoteca, il ristorante e anche un accogliente albergo a disposizione di chiunque voglia prolungare il soggiorno.

La discoteca è all’insegna di ciò che esiste di più moderno con la sua musica scatenata e le sue luci accecanti e fantasmagoriche. Il ristorante è di buona cucina a livello medio, il bar discreto, l’albergo... non lo abbiamo provato.

Ciò che colpisce più di tutto entrando nella sala è il pubblico composto esclusivamente di giovanissimi che, a occhio e croce, non sono certamente tutti su una sponda precisa e ben definita. Questo significa che certe iniziative richiamano, per la loro vivacità e per il loro interesse, un pubblico eterogeneo che non riesce èiù a divertirsi altrove.

Il direttore del locale assicura che, a differenza delle sale considerate normali, nel suo locale non c’è discriminazione: i gay sono al centro dell’attenzione e sono i veri padroni, ma anche gli altri saranno benvenuti e bene accolti.

Altri locali “omo” nella provincia di Brescia, che meritano la pena di essere segnalati, sono: “Il gattopardo” a Cologne e il “Carnaby” a Desenzano »

("Doppio Senso"[19])

L'atmosfera che si respirava in città, rieccheggia poi nello sfogo di un altro anonimo, che invia ad una tra le prime pubblicazioni gay, il giornale Lambda, una vivace testimonianza[20] sulla vita gay di Brescia che circoscrive con chiarezza sia l'esuberanza sessuale degli omosessuali insieme alle loro paure e all'invisibilità.

La testimonianza racconta una omosessualità che si vergogna di se stessa ed è ancora ancorata ai luoghi di incontro all'aperto (cinema, vespasiani, parchi) e legata ad una sessualità promiscua, come già emergeva negli primi anni '60, ma raccoglie l'incredibile novità dell'apparizione dei prime strappi di movimento gay, come già la lettera a "Bresiaoggi" aveva dato testimonianza. E' una fotografia sfocata di un cambiamento in atto nella storia dell'omosessualità italiana che traccia nettamente il confine tra un prima fatto di silenzio, invisibilità e paura e un dopo fatto di visibilità e serenità.

Dhij Mot, così si firma l'anonimo, è esattemente al centro tra le due spinte opposte e racconta la sua non facile esperienza:

« Scrivere della situazione, e dei giardini, di pisciatoi e cinema famosi,di fighe artificiali e di ronde di marchettari? Oppure scrivere del "movimento gay di Brescia"? ma che movimento e movimento! »
(Dhij Mot)

L'uomo è arrabbiato perchè "un biondino", dopo una seduta di sesso soft, gli ha detto "e poi non vuol dire essere froci", chiedendogli massima discrezione su quanto accaduto e lamenta rare soddisfazioni sessuali tra chi al cinema "non sa decidersi" e ragazzini che "ti frugano nei pantaloni, e che poi se ne scappano al cesso perchè poi hanno paura".

L'espressione sopra le righe del disagio dell'uomo, che ha una appartenenza politica decisa (si dice "autonomo" e "gay" e avvezzo ai cortei), sa anche una prospettiva autoironica proprio sulla primissima militanza gay a Brescia:

« Dunque a Brescia i gay impegnati politicamente sono circa una decina, io faccio una trasmissione a Radio popolare Martino, adesso è triste Mauro è soldato e sta dormendo di là Giulio Giulio no Piero ah si Piero è a Milano...!Dhij Mot »

Di tenore esattamente opposto la lunga testimonianza romanzata di un omosessuale quarantonovenne sposato e e che vive la propria condizione in segreto. L'esperienza è raccontata dal giornale pornografico "Doppio Senso" e firmata "Tani Ferioli"[21], uno pseudonimo che richiama il fotografo bresciano di nudo maschile Tony Patrioli [22] racconta i luoghi del sesso promiscquo e del battuage (in neretto, ndr.) ed è da considerarsi veritiera e realistica, nonostante il tenore romanzato: i luoghi citati tornano spesso nelle memorie orali degli omosessuali bresciani e sono gli stessi raccontati precedentemente.

« Dottore ho archiviato quelle ultime pratiche…Posso andare”. Luisa mi guarda sempre così alla fine di una giornata di lavoro: forse vorrebbe che le dicessi di rimanere ancora: “Non fati problemi, casomai ti accompagno a cena io” o cose del genere. Invece tutte le sere acconsento con un cenno del capo fingendo di rileggermi gli appunti per il giorno dopo ma intimamente pensando se anche questa sera riuscirò a saziarmi.

E non a cena: non mangio nemmeno quando mi prende quella specie di frenesia da uccello. Non sto nemmeno ad analizzare il perché e il per come di questo straziantissimo bisogno. Straziante perché non sempre riesco a trovare quel che cerco, non almeno in questa città.

Penso subito al bar della stazione dove mi sorbirò un caffè (presumibilmente al Bar degli specchi, un caffè frequentato da omosessuali, ndr.) , lì ogni tanto capita un ragazzo con i jeans più attillati del solito. Come l’altro ieri. Aveva in mano la valigia “Tra un ora parto per Milano” sarà poi stato vero o solo un pretesto per “camuffarsi”? Fattostà (sic!) che me lo sono portato al parco Ugoni e lì ha fatto tutto lui. Uno di quei ragazzi che sbocchinano e alla fine te lo ripuliscono anche a colpetti di lingua.

“Non ti fa schifo?” “Non con te” mi aveva risposto. Chissà se certa gente dice a tutti le stesse cose! Ma questa sera ho deciso per il “locale”. La stagione per “battere” all’aperto non è più così propizia come fino a venti giorni fa. Al cinema non mi va: al Brixia ho avuto un’avventura poco piacevole.

Il film era già cominciato. Un’ombra si avvicina furtivamente a me. “Scusi, da che parte è la toilette?” Io gli indico a voce bassa l’entrata e lui, fingendo di non capire, si avvicina di più a me e mi appoggia una mano alla coscia. “Grazie” mi dice alla fine ritraendosi e dirigendosi al cesso.

Per me è un segnale bell’e (sic!) buono. Parto come un siluro per la toilette. È lì. Finge o piscia sul serio? Mi metto vicino a lui, in piedi come lui e sbircio oltre il divisorio. Mi fa impressione: ha un cazzo tutto ulcerato e violaceo: “Questo ha una “bleno” (Blenorrea o Gonorrea, ndr.) cronica o anche peggio!” e mentre penso così questo comincia a rantolare di piacere spiando il mio cazzo e agitando con la mano sinistra la pellecchia del suo.

Con la destra tenta di arrivarmi sotto i coglioni, ma schifato, non glielo permetto “Spiacente e arrivederci!”.

Me ne andrò al Blue Night (in realtà è Blu notte, ndr.) di viale Italia. Un amico conosciuto quest’estate al parco mi ha detto che ogni tanto si riesce a rimorchiare anche se non si è più tanto giovani. Io ho quarantanove anni e non mi sento vecchio.

Ho anche una moglie e una figlia. Nessuno sa nulla. Mi rispettano tanto perché sono un buon padre, un marito irreprensibile e molto elastico e un gran lavoratore – dicono loro – per stare fino a così tardi in ufficio almeno due volte a settimana! No non andrò al Blue Night. Pensandoci bene non vale la pena, per rimediare magari un marchettone, imbattermi che ne so, in mia figlia col ragazzo o con altri conoscenti: l’ambiente è promiscuo. “Tutti si fanno i cavoli propri” mi aveva detto sempre quel tipo conosciuto ai giardini, ma anch’io vorrei farmi i miei.

Non voglio usare l’auto: ogni volta che mi allontano troppo da Brescia come spinto da un impulso irresistibile di fuga. Eppoi l’altra volta al Gattopardo di Colonie, un bar con attrazione, riflettori, cantanti e complessini non ho rimediato nulla: troppo giovani, troppo accoppiati, troppo sensibili e vulnerabili anche solo a guardarli.

No, va a finire come ieri sera: dietro il posteggio dei pullman vicino alla stazione, a notte fonda. Mi toccherà aspettare con questa voglia che mi bussa in culo ancora qualche ora. Ieri sera ci sono andato alle undici e mezzo. Alle undici e quarantacinque avevo già praticamente fatto tutto con una specie di bohemien nostrano. Non ha voluto una lira. Come passa il tempo quando si pensa a certe cose! Il profumo di Luisa, la mia segretaria è svanito del tutto dalla mia stanza. Allora per un caffè veloce alla stazione. Poi si vedrà »

(Tani Ferioli)
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Gli anni '80 del Novecento

E' con gli anni '80 del Novecento che la presenza del movimento gay a Brescia si fa più consistente.

Nel dicembre del 1981 ad esempio, due gruppi "Arci gay" (ove lo spazio tra le due parole è da intendersi come richiamano al primo esperimento di Arci-gay di Palermo e a diversi piccoli gruppi di militanti che solo nel 1985 confluiranno nell'Arcigay per come lo si intende oggi) e "Nuclei omosessuali di Brescia".

Nel 1982, dal 10 febbraio al 3 marzo, è l'associazione Arci a movimentare il panorama, anche grazie all'attivismo del militante dei Verdi e tra i fondatori di Arcigay Giampaolo Silvestri, in collaborazione con Radio 99 che organizza una serie di appuntamenti con il titolo Eros e sessualità. Tra questi, il 10 febbraio una conferenza intitolata La liberazione dell'eros per il conseguimento dell'armonia del teorico di punta del movimento gay Mario Mieli, che il "Giornale di Brescia" definisce "ex messia del movimento gay[23]", e il 24 febbraio con il giornalista gay Paolo Hutter insieme a proiezioni di film come I fantasmi del fallo o Rochy horror picture show.

Silverstri su di un giornale locale si dice entusiasta dell'andamento dell'iniziativa: un successo di pubblico.

« Contro tutte le previsioni di interessate e fallite Cssandre, Pegaso, simbolo del gruppo di lavoro sulla "liberazione sessuale" dell'Arci si è librato alto, sicuro, provocatorio e sensuale, in volo sulla Loggia[24] »

Per Silvestri il pubblico bresciano, con una partecipazione composita e parcellizzata e tra le assenze evidenti di sindacati e leadership della sinistra storica, ha potuto "ascoltare l'inno alla coprofagia, mieliana senza batter ciglio o, più semplicemente" si è confrontato sulle "soggettive perversioni".

Per il quotidiano "Bresciaoggi", al contrario, l'incontro con Mario Mieli presenta qualche problematicità:

« Più problematico seguire Mieli nei suoi percorsi esoterici, anche se è risultato interessante e curiosa la lettura di Siniscalchi, il grande accusatore di Licio Gelli. Addirittura perplesso il pubblico di fronte alla declamata confessione di coprofagia. Esperienza ineffabile, paragonabile solo a quella del "trip" con l'Lsd. "Ma mentre l'Lsd costa caro - ha replicato il moderatore Gianpaolo Silvestri - l'escremento è gratis e ampiamente disponibile dapperutto. Purtroppo.

I vari frammenti del discorso di Mieli, insomma, sono probabilmente più metafore poetiche che non passaggi coerenti di un discorso logico[25] »


Tracce dell'attività dei Nuclei omosessuali si reperiscono, a partire dal giugno 1983 su "Punto e Virgola":

« Ci viene segnalata la costituzione a Brescia di un gruppo, politicamente indipendente, composto da uomini e donne, di informazione e contatto, liberazione omosessuale, denominato N.O. (Nuclei omosessuali). Le riunioni, per ora, sono previste per l'ultimo giovedì di ogni mese, presso la sede del Partito Radicale, in Contrada Santa Chiara 15, tel. 030/57509. Tutti i giovedì, tuttavia, un membro del gruppo è presente in sede (dalle 8,30-11 di sera) a disposizione per quanti si sentano interessati a partecipare alle riunioni e a dare il contributo delle loro personale esperienza, contro i sensi di colpa e le pratiche sessuali ghettizzate[26] »

Il gruppo che fa capo all'attivismo di Sergio Facchetti nei radicali della città organizza "I venerdì del no", una serie di incontri sulle tematiche lgbt. Facchetti sarà eletto nel 1987 consigliere comunale di Brescia, il primo visibilmente gay per la città lombarda.

Nella Sala radionavantanove di Vicolo San Zanino 5, il 2 dicembre, Pier Vittorio Tondelli presenta il suo [Pao pao]; il 9 dicembre si tiene una performance di Barbara Alberti con Caterina Saviane e Bruno Gaburro a cui assite la redazione del neonato mensile Babilonia (rivista) (con Felix Cossolo e Ivan Teobaldelli); e il 16 dicembre si tiene un dibattito su Chiesa e omosessualità con Giovanni Giudici, Alfredo Berlendis, Gianni Gennari e l'ex sacerdote che diede impulso alla nascita di Arcigay Marco Bisceglia.

Nel 1984 presso il CTM Arci di Rezzato, è organizzata[27] una rassegna del film omosessuale.

Insieme a quello dell'attivismo anche il panorama del divertimento subisce una evoluzione e le discoteche, secondo una indagine approfondita sul "mondo gayo" bresciano, "sono diventate i nuovi punti di riferimento":

« Il Carnaby è la più famosa ma anche la più cara [...] C'è poi il Boy Star a Leno, ed il Gattopardo a Cologne, frequentati anche da travestiti, che spesso si esibiscono in spettacoli di cabaret. Uno dei locali migliori, in cui è più facile instaurare buoni rapporti con gli altri clienti, a detta di molti, lo "Studio 80" di Calcio (un paese della provincia, ndr.). E ancora il Florida di Ghedi lo stesso Quazar di Borgosatollo, discoteche frequentate abitualmente da giovani, dove non è difficile trovare, accanto ai punk ed ai nuovi romantici, anche i gay[28] »

L'inchiesta è anche l'occasione per fare il punto su chi sono e come si comportano gli omosessuali di Brescia. L'autrice parla di "ritorno alla coppia, all'amore romantico" e "la generazione dei trentenni, più impegnata sia culturalmente che politicamente", non nasconde di essere gay". Un questionario però diffuso a 178 persone per l'inchiesta offre dati che stridono con le conclusioni avanzate dalla collaboratrice di "Punto e virgola": il 72% dei bresciani rifiuta la definizione di omosessuale e solo l'8% la accetta e il 100% preferisce al frequentare altri gay gli "ambienti promiscui. Per il 92% la bisessualità è il "tipo di sessualità più equilibrato" e il 92% si dichiara infedele. Il 90% si sente più libero degli eterosessuali nonostante il 92% dichiari di aver subito atti di intolleranza.

Un articolo ironico[29] del novembre 1982 sullo stesso periodico bresciano, scritto evidentemente da due omosessuali che si firmano con il nome femminile "fedora e la sua amica isodora" poi mostra che i luoghi di battuage storico sono ancora in piena attività. E' il caso del parco del Castello:

« Uao quanti ce ne sono! Spuntano come i funghi, sembrano folletti di una saga scandinava. I più leggiadri si nascondono tra i cespugli per riapparire subito dopo allo sprovveduto viandante in cerca di margherite [...] Si pensa per un attimo di essere finti all'Inferno dantesco... ignavi, accidiosi, invidiosi che salgono e scendono »
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Gli anni '90 del Novecento

Conclusa l'esperienza dei primi gruppi di militanti, per la fine dell'esperienza del Fuori!, è nel 1992 che l'attivismo omosessuale bresciano torna a organizzarsi. Due gruppi di persone omosessuali incominciano a incontrarsi a livello informale per fare il punto della situazione: sono “Il Risveglio”, che successivamente assumerà il nome di “Man at work” e il gruppo “La gallina esplosa”. I primi cercano di coinvolgere persone con un annuncio sul mensile "Babilonia". I secondi si doteranno di una sede in Via Fratelli Ugoni ospiti di un collettivo anarchico.

Entrambi avranno vita breve ma costituiranno, nel 1994, Arcigay "Orlando" Brescia, che richiama al titolo del romanzo di Virginia Woolf, dopo un vivace dibattito tra coloro che avevano maturato un'esperienza di sinistra e coloro più legati all'attivismo radicale. Il primo presidente eletto, per tre anni, è Gianpaolo Zubani.

Vedi la voce Arcigay Brescia

Nel 1995 Andrea Alberti apre in città, in Vicolo Lungo, il primo bar gay, il Re Desiderio.

Dopo il 2000

Dal 2001 si tiene, una volta all'anno in città, il Brescia Volley Spring Tournament, un torneo di pallavolo per atleti gay, e i loro amici. L'edizione del 2012 vedrà oltre 350 atleti e ben 40 squadre iscritte da tutta italia e da Svizzera, Svezia, Norvegia, Germania e Francia.

Ad inizio 2005 Luca Trentini, presidente di Arcigay Brescia incomincia una collaborazione[30], che consta di un articolo a settimana, con il free press quotidiano Il Brescia che durerà fino alla chiusura del giornale.

Nel 2014 il Comune di Brescia, grazie a una delibera della Giunta guidata dal sindaco Emilio Del Bono, aderisce alla Rete RE.A.DY, la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere.

http://www.quibrescia.it/cms/2016/02/15/prostituzione-minorile-interrogatori-a-brescia/

Note

  1. Statuta civitatis Brixiae, Brescia: Damiano Turlino, 1557, p. 182.
  2. «Qui mulierem, vel masculum poluerit, contra naturam, animo sodomiam committendi, comburatur igne: patiens vero puniatur, & castigetur: aut etiam absolvatur arbitrio domini potestatis, & suae curiae: considerata qualitate delicti, et personarum & etate».
  3. Maurizio Bernardelli Curuz, Streghe bresciane, Desenzano: Ermione, 1988, p. 60.
  4. Giovanni Treccani Alfieri, Storia di Brescia, voll. IV + indici, Brescia, Morcelliana 1961, vol. II, pp. 448-449, p. 448 nota 5 e nota 6, e p. 449 nota 1.
  5. Giovanni Dall'Orto, Adora più presto un bel putto, che Domendio. Il processo a un libertino omosessuale: Francesco Calcagno (1550), «Sodoma», 5, 1993, pp. 43-55.
  6. La colonna è per esempio visibile nel dipinto di Pietro Scalvini (1718–1792), La giostra dell'anello in piazza della Loggia del secolo XVIII, oggi presso la Pinacoteca Tosio Martinengo.
  7. ASV, Quarantia Criminal, Processi, Busta 133, incartamento 197. Citato da: Martini, Gabriele, Il "vitio nefando" nella Venezia del Seicento, Jouvence, Roma 1988, pp. 81 e 114-115, 119; anche in: Nicholas Davidson, Sodomy in early modern Venice, in: Tom Betteridge (cur.), Sodomy in early modern Europe, Manchester university press, Manchester & New York 2002, pp. 65-81, alle pp. 69 e 79.
  8. E. Volpi, Storie intime di Venezia repubblica, Fratelli Visentini, 1893, p. 24.
  9. Giacomo Casanova, Historie de ma vie, ms. (1791-98); tr. it. Storia della mia vita, a cura di P. Chiara, 7 voll., Milano, Mondadori, 1964-65.
  10. Sergio Onger, La città dolente: povertà e assistenza a Brescia durante la Restaurazione, Franco Angeli, Milano 1996, p. 305.
  11. Anonimo, ''Corte d'assise di Brescia, "La sentinella bresciana", 12 dicembre 1863. Il caso è stato analizzato da Enrico Oliari nel suo: [www.culturagay.it/saggio/153 Corzano, 1863: don Piccinotti "amava" i contadini], "Culturagay.it", 27 marzo 2005. La sentenza si trova all'Archivio storico di Milano, Sentenza Corte d'Assise n. 117 del 30.4.1863.
  12. Enrico Oliari, L'omo delinquente, Prospettiva editrice, Roma 2006, pp. 31-35.
  13. Giovanni Dall'Orto, La "tolleranza repressiva" dell’omosessualità, in Omosessuali e Stato, Il Cassero, Bologna 1988, pp. 37-57.
  14. Camera dei Deputati, Progetto per il codice penale per il Regno d’Italia, Roma: Stamperia Reale, 1887, I: Relazione ministeriale, pp. 213-214.
  15. Stefano Bolognini, Una famiglia normale, Sonda, p. 26.
  16. Fatto a cui ha assistito personalmente Stefano Bolognini
  17. Anonimo, “Uno spettacolo che deve finire”, "Il Giornale di Brescia", 12 novembre 1975, p. 8.
  18. Lettera firmata, Lettere al direttore, "Bresciaoggi", 16 novembre 1975.
  19. Anonimo, Dove cantano le cicale, “Doppio Senso”, 4 Novembre 1978.
  20. Dhij Mot, Testimonianza da Brescia, in "Lambda", anno 3, n. 11/12, febbraio 1978, p. 10.
  21. Tani Ferioli, 'Rimorchiare a Brescia, “Doppio Senso”, 11 Novembre 1978.
  22. che contattato da Stefano Bolognini dichiara di essere all'oscuro dell'omaggio: "mi firmavo nome e cognome, che bisogno avrei avuto di uno pseudonimo?", dichiarazione raccolta il 22 aprile 2012.
  23. I.R., Tra film e dibattiti Eros muove alla ricerca della sua liberazione, "Il Giornale di Brescia", 9 febbraio 1982, p.5
  24. Giampaolo Silvestri, Un cavallo alato sulla leonessa, "Punto e virgola", aprile 1982, p. 12.
  25. Sergio Facchinetti, Gay e non più gay Mieli rilancia lo slogan: fate l'amore e non la guerra, "in "Bresciaoggi", 12 febbraio 1982.
  26. Anonimo, Nuclei omosessuali, "Punto e Virgola, n.13, giugno 1983, p. 31.
  27. Anonimo, Rassegna del film omosessuale, "Punto e Virgola", gennaio 1984, p. 40.
  28. Marina Tagliaferri, Un mondo gayo esce dalla notte, "Punto e virgola", anno 2, numero 10, marzo 1983.
  29. Fedora e la sua amica Isidora (pseud.), Il sabato gaio del villaggio, "Punto e virgola", anno 1, n. 6, novembre 1982, p. 28.
  30. Cf. tra gli altri articolo: Luca Tretini, Gay sullo schermo, un modo per conoscere, in "Il Brescia", 30 giugno 2006; Luca Trentini, Stato e Chiesa? La società è ben più avanti, in "Il Brescia", 7 luglio 2006

Voci correlate