Pancrazio Buciunì

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Pancrazio Buciunì (1879-1963) detto "il Moro".

Pancrazio Buciunì (anche "Bucinì", Taormina, 28 giugno 1879 - Taormina, 30 gennaio 1963), soprannominato "u Moru", è stato l'assistente principale del fotografo Wilhelm von Gloeden, e un fotografo di nudo maschile.

L'assistente di Gloeden

Non sono note le circostanze in cui Buciunì entrò al servizio di Gloeden[1], per il quale posò anche per alcune fotografie, non ancora identificate con certezza[2]. Di sicuro era caratterizzato da una carnagione scura, che gli valse il soprannome di "Moro" ("nordafricano"), che i suoi figli e nipoti e pronipoti hanno ereditato a tutt'oggi, anche al femminile: "'a Moru".

Si è spesso speculato su una possibile relazione fra l'adolescente Pancrazio e Gloeden ma, se essa vi fu, si trattò di un episodio transitorio[3], dopo il quale Buciunì restò nella vita del "barone fotografo" unicamente come collaboratore, prendendo moglie e generando diversi figli (i cui discendenti abitano ancora a Taormina).
Il suo ruolo nell'azienda di Gloeden fu insomma quello del "tuttofare" di fiducia: dalla cura del giardino e degli animali al disbrigo degli affari quotidiani della casa e della ditta, ivi compreso l'aiuto nello studio fotografico. Zinaida Gippius parla nel 1899 di un altro tuttofare di Gloeden, Luigi (la cui descrizione fisica non combacia con quella di Buciunì), in questi termini:

« Luigi è il braccio destro del barone. Si occupa della vita domestica e stampa le fotografie (ha d'altronde anche un assistente, Mino). L'aspetto esteriore di Luigi è straordinario. Quando guardi questo volto selvaggiamente stupendo con il naso corto, con le sopracciglia, che stranamente spiccano il volo - sembra di vedere un fauno vivo di tempi immemorabili[4]»

Durante la prima guerra mondiale, dato che Gloeden tornò in Germania per evitare d'essere internato in un campo di concentramento per residenti nemici[5], fu a Buciunì (arruolato nella guardia costiera, di stanza a Taormina) che rimase affidata la casa e la cura degli animali, per dare notizia dei quali continuò a corrispondere con Gloeden per tramite di un comune amico in Svizzera.
La censura militare, insospettita dalle lettere che non solo parlavano del "corvo", del "tacchino" e del "cane", ma facevano spesso il nome di persone tutte di sesso maschile, pensò che si trattasse di nomi in codice, e mise sotto accusa il Moro per spionaggio e connivenza col nemico (un reato per cui era prevista la pena di morte). Fortunatamente le cose furono chiarite, ma non prima che Buciunì avesse trascorso tre mesi in carcere e fosse minacciato di fucilazione per tradimento[6]. Terminato il conflitto, Gloeden tornò nel 1919, con la sorella, a Taormina, e da allora Buciunì rimase ininterrottamente al loro servizio fino alla morte di entrambi.

Buciunì fotografo?

Buciunì con uno dei tre apparecchi fotografici di Gloeden.

Non è chiaro in che misura Buciunì possa considerarsi anche "allievo" di Gloeden: Nino Malambrì nega infatti[7] che Buciunì fosse in grado di stampare fotografie, tant'è vero che nel dopoguerra aveva affidato questo compito a suo padre, Giovanni Malambrì. Tuttavia altre testimonianze raccontano d'un coinvolgimento di Buciunì nella gestione dello studio fotografico: se nel dopoguerra costui non possedeva più l'attrezzatura moderna, o semplicemente l'interesse a stampare da sé le immagini, da giovane aveva imparato la complessa tecnica per sviluppare su carta all'albumina o salata con il metodo arcaico ma più raffinato e difficile della stampa per contatto. Parecchie stampe all'albumina riportano infatti sul retro la sigla "BP", che successivamente appare anche sulle ristampe del dopoguerra, quando il fondo di Gloeden era nelle mani del "Moro", ed è quindi identificabile come la sua sigla.
Inoltre Buciunì aveva cognizioni di fotografia sufficienti a scattare immagini, come testimoniò al processo intentatogli nel 1939, nel quale affermò:

« A nulla valsero le proteste e le istanze del sottoscritto per la restituzione del materiale sequestrato [nel 1933]: egli dovette rassegnarsi a continuare il suo lavoro coi residui dell'assortimento Von Gloeden e con alcune più recenti - ma meno artistiche - negative di sua produzione[8]»
Timbro di Buciunì su una stampa di Gloeden datata 16/5/1914. L'iniziale "M." potrebbe essere quella del "Mino" nominato dalla Gippius.

Ipoteticamente si possono identificare con queste "negative di sua produzione" alcune "strane" stampe del catalogo di Gloeden con numerazione elevata (oltre il n. 2800), caratterizzate da una messa in posa e da espressione dei visi poco curate, pettinature che "datano" agli anni Venti, e un approccio crudo e quasi "documentario", nel quale è assente l'elemento idealizzato tipico delle foto di Gloeden[9].
Del resto, visto che dopo il 1903 Wilhelm von Gloeden, per le crescenti minacce di azioni giudiziarie, scelse un "basso profilo" e smise (o quasi) di fotografare, dedicandosi semmai a valorizzare la sua "banca d'immagini" in mostre ed esposizioni che spaziavano da Parigi ad Algeri, è logico ipotizzare che la gestione del laboratorio fosse stata delegata in sua assenza a Buciunì[10]. Fin da prima della Grande guerra furono quindi prodotte stampe d'immagini di Gloeden che portavano il timbro: "Pancrazio Buciunì Moro * W. von Gloeden - Fotografia artistica - Taormina".

Il fatto che Buciunì ebbe una sua produzione autonoma di nudo, per quanto commercializzata sotto il più noto nome di Gloeden, è implicitamente confermato anche dall'impugnazione del Pubblico ministero Francesco Panetta dell'assoluzione di Buciunì in primo grado, il 17 ottobre 1940. Panetta accusò di:

« aver ricercato - sia Gloeden che Bucinì - i contadini del territorio e i giovani della città di Taormina forniti di membri più sviluppati, in modo da ritrarli completamente nudi e allo scopo di far risaltare i loro organi genitali[11]»
confermando che l'ex assistente non fu accusato solo d'aver smerciato foto "pornografiche", ma anche di averle prodotte di persona.

Dunque, negli anni a venire sarà opportuno esaminare la tarda opera di Gloeden per cercare di scorporarne le immagini che, dallo stile, rivelano un autore diverso dal "barone fotografo", restituendo a Buciunì quel ruolo di fotografo di nudo maschile nell'Italia d'anteguerra che in questo momento gli è negato.

Erede di Gloeden

Timbro e sigla di Buciunì su una foto di Gloeden.

Alla scomparsa di Gloeden, avvenuta il 16 febbraio 1931, essendo stata venduta poco prima della morte la casa di proprietà, a Pancrazio Buciunì fu lasciata solo l'azienda fotografica, da tempo ormai poco redditizia[12].
Contrariamente a quanto si legge spesso, il lascito non fu mai formalizzato per testamento (Gloeden sembra anzi essersi preoccupato ben poco per la sorte del suo assistente d'una vita, lasciando solo un testamento non firmato, e quindi implicitamente destinando tutto ai suoi parenti carnali), ma avvenne in modo informale, grazie al disinteresse della sorellastra e unica erede legale di Gloeden, Frieda von Hammerstein, nei confronti dell'attività fotografica del defunto, a cui rinunciò. Ci è rimasta la lettera, dell'ottobre 1931, in cui costei dichiarò a Buciunì:

« Signor Pancrazio Moro, per i Suoi meriti a riguardo del mio defunto fratello sono ben volentieri pronta a prestarLe il mio aiuto e con ciò dichiaro, ad uso dell'autorità competente, che, quale unica erede di mio fratello, del signor Guglielmo von Gloeden, deceduto a Taormina, cedo a lei tutti i diritti inerenti alla ditta del defunto in Taormina. La prego ancora una volta d'urgenza d'inviarmi subito per raccomandata il testamento non sottoscritto di mio fratello che Lei conserva[13]»

Buciunì proseguì, sia pure in tono minore, l'attività di Gloeden, limitandosi a ristampare e vendere le immagini da lui scattate, aggiungendo alcuni nuovi scatti che egli stesso ammise essere di qualità inferiore.

Processi e assoluzione

Purtroppo nel 1933 si ebbe un sequestro con l'accusa di pornografia di una parte dell'archivio Gloeden da parte delle autorità di polizia fasciste, che non la restituirono più:

« Nei primi mesi del 1933, l'allora questore di Messina Comm. Lauricella ordinò e fece eseguire una perquisizione nello studio del sottoscritto che portò al sequestro di un migliaio di negativi e di oltre duemila foto. Motivo del provvedimento - secondo l'Autorità di P.S. - che il materiale di cui trattasi era offensivo della morale pubblica, dato che i mezzi nudi e i nudi, per quanto artistici, rivelavano un'audacia che (...) mal si confaceva alle direttive del Regime in materia di buon costume[14]»

Nonostante la perdita Buciunì proseguì l'attività, continuando, secondo le sue stesse parole, "sotto l'egida della legge, a esporlo e a offrirlo ai visitatori del suo studio per tanti anni ancora"[15]. Nel 1939, però, s'ebbe un ulteriore giro di vite, e molti negativi (su lastra di vetro) furono confiscati dalla polizia, sempre con l'imputazione di pornografia.

Sorprendentemente, Buciunì fu assolto il 17 ottobre 1940, ma contro l'assoluzione fece ricorso il pubblico ministero, Francesco Panetta.
Nonostante una perizia sfavorevole, di un certo prof. Bottari (2/1/1940), Buciunì infine fu nuovamente, e definitivamente, assolto il 30/5/1941 con questa significativa motivazione:

« Nel caso in esame, come bene ha osservato il prof. Bottari, molte delle fotografie sequestrate al Bucinì rivelano il cattivo gusto dell'artista, in quanto ha cercato di imitare antiche statue e scene classiche senza riuscire a dare l'espressione artistica alla figura che è caduta nel triviale. Il collegio giudicante però non può far proprio il giudizio espresso dal perito giudiziario, e ha ragione di dubitare circa lo scopo propostosi dal fotografo Bucinì di servirsi delle fotografie come mezzo di oscena eccitazione.

Il Bucinì ha affermato di avere ereditato lo studio artistico, che ha in Taormina, dal tedesco Gloeden. Il materiale fotografico costituito da migliaia di fotografie e di positive ha un valore patrimoniale e non è privo di valore artistico, tant'è vero che gran parte di esso non fu sequestrato dall'Autorità di P.<ubblica> S.<icurezza> di Taormina, ma fu lasciato al fotografo, e un'altra parte, com'è stato riconosciuto dal perito, può essere messa in commercio. Ciò conferma il Tribunale nell'opinione che il Bucinì, il quale ha sessant'anni circa e non ha riportato condanna alcuna, non si serve del suo mestiere di fotografo e del commercio della fotografia a scopo di oscena eccitazione tra le persone che costituiscono la sua clientela.
Nel fatto per il quale il Bucinì è stato tradotto a giudizio sotto l’imputazione di avere commesso il delitto previsto dall'articolo 528 del c.<odice> p.<enale>, il Tribunale non ravvisa gli estremi di detto delitto, perché pur ritenendo che le fotografie sequestrate raffiguranti personaggi nudi, in pose statuarie ammantati all'antica, rivelino il vago sfogo dell'artista d'imitare scene classiche, e diano, invece, l'impressione del cattivo gusto dello stesso, sicché non possono avere alcun valore commerciale, nondimeno non crede che dette fotografie potessero costituire ragione di scandalo e per tale considerazione stima di mandare assolto il Bucinì dall'imputazione ascrittagli[16]»

Purtroppo una parte considerevole dei negativi uscì (intenzionalmente) frantumata e inutilizzabile dalla prova, anche se, a giudicare dal non poco che si è salvato, una parte doveva essere stata prudentemente nascosta presso amici e parenti.

Nel dopoguerra

Buciunì in tarda età (fine anni Cinquanta) con un catalogo di Gloeden.

Solo dopo la fine della guerra Buciunì riuscì a recuperare il materiale sequestrato e quello presumibilmente nascosto (il numero di negative di nudi sorprendentemente alto che s'è salvato alla duplice distruzione implica che dopo il primo sequestro "il Moro", reso edotto dall'esperienza, possa aver nascosto il materiale più "a rischio", salvandolo[17].

Con esso riprese a commercializzare (sia pure per un mercato notevolmente ridotto e molto più "popolare", rispetto ai tempi del massimo successo di Gloeden) ristampe dalle negative originali superstiti fino alla morte (avvenuta nel 1963) affidandosi per la stampa al fotografo Giovanni Malambrì e per lo smercio al negozio di un ex-modello di Gloeden, Vincenzo Raja, in Corso Umberto.

Queste immagini, la cui fama tornò a diffondersi negli ambienti "omofili" del primo dopoguerra grazie al successo mondiale della biografia romanzata di Gloeden scritta da Roger Peyrefitte, Eccentrici amori (1947), sono facilmente riconoscibili (anche quando sono firmate "vGloeden") per il fatto d'essere stampate su carta fotografica moderna e con tecniche moderne.

Incidentalmente Peyrefitte nel suo romanzo breve definisce scorrettamente Buciunì come:

« Il suo erede, il fedele Moro, oggi semplice pescatore[18]»
laddove Buciunì aveva dovuto assai più banalmente, data la difficile situazione del dopoguerra, "fare la stagione" come cameriere su navi di crociera. Peyrefitte ha intenzionalmente esagerato la condizione di "uomo del popolo" e "semplice" di Buciunì, che al contrario ebbe sempre la chiara coscienza del valore (anche economico) delle immagini in suo possesso, dimostrandosene uno scaltro e geloso custode e mercante.

Tant'è che approfittando del successo del romanzo francese il Moro vendette nel 1953 all'agenzia Olivier (oggi Roger Viollet) di Parigi un blocco d'un migliaio di lastre negative[19]; inoltre vendette originali di Gloeden anche all'Istituto Kinsey negli Usa.

Dopo la morte di Buciunì la moglie ed erede continuò a far stampare e commercializzare le ristampe, vendendo di tanto in tanto una lastra negativa per integrare le entrate.

Alla morte della vedova i fratelli, stante il rifiuto del Comune di Taormina di farsene carico, vendettero in blocco al gallerista d'arte napoletano Lucio Amelio (1931-1994), nel 1977, 878 lastre negative e 956 positivi (a fronte d'un catalogo gloedeniano che oltrepassa di poco i 3000 numeri).

Infine, dopo la morte di Amelio, il fondo ex-Buciunì fu acquistato nel 1999-2000 dal museo Alinari di Firenze, dove si trova tuttora[20].

Una parte del fondo Gloeden (una macchina fotografica e i faldoni-catalogo dei positivi) è oggi in possesso di Nino Malambrì, a Taormina, a cui è giunta attraverso Vincenzo Raja.

Race d'ep! (1979)

Nel 1979 Guy Hocquenghem e Lionel Soukaz introdussero una conversazione immaginaria con Pancrazio Buciunì, che rievocava il suo tempo con Gloeden, nella loro docu-fiction Race d'ep!. Si tratta di un dialogo interamente immaginario, frutto di creazione letteraria e privo di valore come documento storico.

Note

  1. Secondo la tradizione orale, attorno al 1893, quando aveva quattordici anni; mancano però conferme scritte.
  2. I discendenti, interrogati al proposito, affermano di non possedere nessuna immagine giovanile dell'avo, che avrebbe provveduto a distruggerle quando ebbe in mano l'archivio. John Leslie in un suo saggio propone questa foto come ritratto giovanile di Buciunì, ma il fatto che nella didascalia sbagli di 14 anni la data della morte, l'età al momento della morte e perfino il mese, getta dubbi sull'attendibilità delle sue informazioni. Un altro candidato che torna con insistenza nel dibattito è il modello di questa immagine.
  3. Nessuna delle speculazioni sul rapporto fra Buciunì e Gloeden s'è mai spinta a trattarne come di un partner convivente; al contrario tutte danno per scontato che si trattasse piuttosto del suo "maggiordomo".
  4. Zinaida Gippius (1869-1945), Una serata presso il barone G. (1899), "Babilonia", febbraio 1999, pp. 62-63.
  5. Come accadde a Otto Geleng, che pure era cittadino italiano e aveva due figli sotto le armi nell'esercito italiano.
  6. Roger Peyrefitte, Eccentrici amori [1949], Longanesi, Milano 1967, pp. 159-160.
  7. Comunicazione personale a Giovanni Dall'Orto, novembre 2014.
  8. Pancrazio Buciunì, Memoria di difesa contro il sequestro delle foto di Wilhelm von Gloeden (settembre 1939), "La Gaya scienza".
  9. Per certi aspetti richiamano alla mente le immagini, altrettanto "crude", del contemporaneo Gaetano D'Agata, anch'egli ex allievo di Gloeden
  10. Lo dimostra il retro di questa fotografia, datata 16/5/1914, che porta il timbro "Pancrazio Buciunì Moro * W. von Gloeden". Quindi è palese che nel 1914 la gestione dello studio era affidato a Buciunì, dato che quest'ultimo firmava a nome proprio le foto di Gloeden.
  11. Marina Miraglia e Italo Mussa (curr.), Le fotografie di von Gloeden, Longanesi, Milano 1996, pp. 49-50.
  12. Si veda il malinconico resoconto di un Gloeden diventato povero, negli ultimi anni di vita, fatta nel 1929 da [http://www.giovannidallorto.com/gloeden/gloeden1929.html Antonio Aniante (pseud. di Antonio Rapisarda), Venere ciprigna. Novelle, Roma, S. A. "Edizioni Tiber", 1929, pp. 23-29.
  13. Marina Miraglia e Italo Mussa (curr.), Le fotografie di von Gloeden, Longanesi, Milano 1996, p. 46.
  14. Pancrazio Buciunì, Memoria di difesa contro il sequesto delle foto di Wilhelm von Gloeden, (settembre 1939), in: Marina Miraglia e Italo Mussa (curr.), Le fotografie di von Gloeden, Longanesi, Milano 1996, p. 48.
  15. Ibidem.
  16. Tribunale di Messina, Sentenza di assoluzione per Pancrazio Buciunì (30/5/1941), "La Gaya scienza", già in: Marina Miraglia e Italo Mussa (curr.), Le fotografie di von Gloeden, Longanesi, Milano 1996, pp. 53-54.
  17. Orio Vergani, nel 1952, sancisce l'avvenuta fine del turismo omosessuale d'anteguerra a Taormina affermando: "Oggi Taormina è 'sana' come come qualunque altro luogo del mondo: e si indicano come casi bizzarri gli ultimi soggetti 'Wildiani' che lentamente vi invecchiano dediti, per esempio, nel loro isolamento, alla femminile arte del ricamo. L'antico custode della casa del barone tedesco Von Gloeden, il fotografo degli efebi, credo chieda molto inutilmente sei milioni per le seimila negative che gli sono rimaste in eredità nell'antico studio". ([http://reportagesicilia.blogspot.it/2014/02/taormina-lantica-bellezza-senza-un.html Orio Vergani, Taormina, l'antica bellezza senza un moderno cantore, "L'illustrazione italiana", febbraio 1952.
  18. Roger Peyrefitte, Eccentrici amori [1949], Longanesi, Milano 1967, p. 181.
  19. La notizia è contenuta in: Ekkehard Hieronimus, Wilhelm von Gloeden. Photographie als Beschwörung, Rimbaud presse, Aachen 1982, p. 58, nota 16a.
  20. Cfr.: Monica Maffioli, "L'archivio von Gloeden conservato nelle raccolte museali Fratelli Alinari", in: Italo Zannier (cur.), Wilhelm von Gloeden. Fotografie, Alinari-24 ore, Firenze 2008, pp. 173-177.

Bibliografia

Link esterni

  • Matt & Andrejkoymasky, Pancrazio Buciunì, "Andrejkoymasky.com" (In inglese. Basata fondamentalmente sulla versione fornita da Peyrefitte, contiene qualche errore fattuale).
  • Giovanni Dall'Orto, Inseguendo von Gloeden, "La gaya scienza", § "Pancrazio Buciunì, soprannominato 'u Moru (1879-1963)".

Voci correlate