Moti di Stonewall

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Voce a cura di Giovanni Dall'Orto, liberamente modificabile.
Il bar dopo la chiusura, nel settembre 1969.

Moti di Stonewall (Stonewall riots, ma anche Stonewall rebellion) è il nome con cui convenzionalmente si indica il confronto avvenuto nella città di New York fra polizia e manifestanti omosessuali e trans, per cinque sere non consecutive, nelle notti di venerdì 27, sabato 28, domenica 29 giugno 1969 e, dopo due giorni di pioggia e di pausa, nelle notti di mercoledì 2 e giovedì 3 luglio 1969. Il confronto ebbe momenti violenti di vero e proprio scontro fisico.
Questa rivolta divenne in breve tempo un evento simbolico nella lotta contro le discriminazioni degli omosessuali, e non solo.

Il contesto

Durante gli anni del Maccartismo e del lavender scare, si era intensificata la repressione dei luoghi d'incontro omosessuale, che a New York erano fiorenti sin dalla seconda metà dell'Ottocento[1]. Nello Stato di New York le intenzioni repressive della polizia si scontravano però con l'assenza d'una legge che permettesse di chiudere un locale solo perché frequentato da omosessuali; a ciò suppliva la compiacenza omofobica dell'ufficio preposto alla concessione delle licenze di spaccio di alcolici, la "State Liquor Authority", che aveva preso l'abitudine di togliere o negare la licenza ai bar giudicati pericolosi per la morale pubblica. Il movimento omofilo aveva sfidato in tribunale questo comportamento, ottenendo sentenze che sancivano che nessuna legge autorizzava a negare la mescita di alcolici a qualcuno solo perché omosessuale, tuttavia questo non aveva reso più malleabile la "State Liquor Authority", che continuava e a negare o revocare ad ogni minimo pretesto le licenze ai locali gay.

Per questa ragione i locali diretti alla clientela omosessuale tendevano o ad operare senza licenza, cosa che li esponeva ai "giustificati" raid della polizia, o ad essere gestiti dalla mafia, che aveva i mezzi per corrompere la polizia[2].

Per aggirare la legge i bar gay operavano come bottle bars, ossia come "circoli privati" in cui teoricamente i clienti avrebbero portato loro le bevande da casa. All'ingresso bisognava dare il proprio nome (ma non veniva chiesto un documento d'identità per verificarlo) e firmare il libro degli ospiti.

Le mazzette pagate dalla mafia non servivano comunque a garantire che i locali non sarebbero stati razziati, e tanto meno che i clienti non sarebbero stati arrestati, ma solo che la polizia avrebbe avvertito prima di effettuare i raids (in modo da far sparire quanto andava occultato o salvato) e soprattutto che non sarebbero stati messi i sigilli ai locali, che in questo modo avrebbero potuto riaprire immediatamente dopo la razzia.

Allo scopo di minimizzare le perdite causate dai sequestri, inoltre, i bottle bars conservavano pochissime bottiglie di superalcolici dietro al bancone; le scorte erano infatti tenute in un'auto parcheggiata nelle vicinanze. In questo modo un bar gay gestito dalla mafia era in grado di riaprire immediatamente dopo che la polizia aveva finito di sequestrare le bottiglie e di portare via i clienti minorenni o vestiti in modo "immorale". In caso di chiusura definitiva, non essendoci licenza, il bar veniva riaperto sotto altro nome nel primo locale sfitto disponibile negli immediati dintorni, e il ciclo ricominciava.

Anche lo "Stonewall Inn" era posseduto e gestito dalla mafia. Il suo proprietario, Tony Lauria, detto "Fat Tony", apparteneva al clan Genovese, e pagava alla polizia una "mazzetta" di 1200 dollari al mese per restare aperto[3].

Il raid contro lo Stonewall si colloca in questo scenario, durante un'ondata di razzie poliziesche contro i bar gay della zona. Nei giorni precedenti il 28 giugno erano infatti stati già colpiti altri due locali, lo "Snake Pit" ("La fossa dei serpenti") e "The Sewer" ("La fogna"), entrambi operanti senza licenza di spaccio, e addirittura avevano chiuso lo "Checkerboard", il "Tele-Star" ed altri club notturni. Era infatti in corso la campagna per l'elezione del sindaco e il primo cittadino uscente John Lindsay, che aveva perso le primarie del suo partito, voleva mettersi in mostra con un repulisti completo dei bar gay. Lo Stonewall Inn era un bersaglio relativamente facile perché non aveva licenza per la mescita, era gestito dalla mafia, ed era nel mirino di una serie di voci che lo accusavano di tollerare un giro di prostituzione (al primo piano), spaccio di droga e ricatti ai clienti impiegati nella vicina Wall Street[4]. Durante la retata della notte del 27 giugno 1969 allo "Stonewall Inn" non solo la polizia si era ripresentata dopo avere già effettuato un raid il martedì precedente, ma non aveva preavvisato i proprietari e s'era presentata a un'ora molto tarda, insolita per questo tipo d'operazioni, cosa che segnala un'intenzione di "colpire duro" contro il locale.

Gli eventi della notte

L'edificio dello Stonewall Inn nel 2003.

Gli eventi ebbero inizio nella notte del 27 giugno 1969, alle ore 1:20, quindi tecnicamente nella primissima mattina del 28 giugno, che per questo motivo è oggi indicata come data dei moti[5].

La polizia si presentò in Christopher street 51-53[6] allo "Stonewall Inn", un "circolo privato" dotato di due bar e due sale da ballo, per accedere al quale era necessario pagare un biglietto d'ingresso (nel weekend, tre dollari, comprensivi di due consumazioni). La principale attrattiva del locale era in effetti la circostanza di essere l'unico di New York in cui i gestori permettessero a due clienti dello stesso sesso di ballare assieme; tutti sapevano che se si fossero accese di colpo le luci questo avrebbe significato che era entrata la polizia e che bisognava smettere immediatamente qualsiasi interazione fra persone dello stesso sesso (l'omosessualità era illegale).

Due poliziotte e due poliziotti in civile erano già entrati in precedenza per raccogliere prove, mentre la "Buoncostume" aspettava all'esterno di ricevere un segnale per intervenire. Quando la polizia in divisa si presentò alla porta, valutò che fossero presenti circa 205 persone. Furono accese le luci e i clienti furono messi in fila per il controllo dei documenti. I minorenni, coloro che non avevano documenti e quanti indossassero vestiti non conformi al genere vennero fermati, gli altri furono via via fatti uscire in strada. Questa era la prassi per tutte le razzie effettuate all'epoca. Quella sera però le cose non andarono secondo il copione. Le clienti in abiti femminili (fra cui cinque "travestiti") quella notte rifiutarono di accompagnare in bagno le agenti per la verifica del sesso. Alcuni clienti rifiutarono di esibire i documenti. Almeno una donna lesbica "butch" in abiti maschili ebbe una colluttazione mentre l'ammanettavano. La polizia decise di portare tutti in commissariato, e mandò a chiamare i furgoni cellulari. Inoltre la polizia aveva fermato tutto il personale del bar ed aveva sequestrato 28 casse di birra e 19 bottiglie di superalcolici.

Molti dei clienti che erano stati mandati via, invece di disperdersi, si radunarono di fronte al locale, ed entro breve si raccolse una folla tra le 100 e le 150 persone, composta in parte da clienti dello "Stonewall" e in parte da passanti e clienti usciti dai locali adiacenti. Quando arrivarono due furgoni cellulari, la folla iniziò a schernire i poliziotti. Poi qualcuno iniziò a gridare "porci!" e a lanciare monetine e qualche bottiglia perché si era sparsa la voce che i clienti all'interno erano stati percossi. Una donna ammanettata, una lesbica butch, fu portata al furgone, riuscendo a divincolarsi più volte, gridando e lottando contro quattro poliziotti. Secondo le testimonianze, a un certo punto la donna avrebbe gridato agli astanti: "Why don't you guys do something?" ("Ragazzi, perché state lì senza far niente?").

Da questo momento la situazione peggiorò. I presenti cercarono di ribaltare i furgoni e di tagliare le gomme alle auto della polizia. Due auto ed un furgone carico partirono, con l'ordine di tornare subito. Mentre la tensione saliva, alcuni nella folla scoprirono un mucchio di mattoni in un cantiere edile nelle vicinanze. A questo punto la folla comprendeva ormai fra le 500 e le 600 persone. Quando iniziò una sassaiola di mattoni, bottiglie e lattine, dieci poliziotti (due dei quali donne) si barricarono dentro il locale[7].
Alcuni ragazzi sradicarono un parchimetro usandolo come ariete e sfondarono la porta. Un tentativo dei poliziotti di usare un idrante anti-incendio per disperdere la folla si rivelò controproducente per mancanza di pressione nel getto. Alcuni vetri furono rotti e fu fatto un tentativo (subito stroncato) di dare fuoco al locale gettandoci liquido infiammabile e stracci incendiati. I poliziotti tirarono fuori le armi ed erano pronti a usarle, quando arrivarono i rinforzi.

A rincalzo arrivò la polizia antisommossa, usata di solito per disperdere le manifestazioni contro la guerra nel Vietnam. I rinforzi crearono una linea continua e iniziarono a caricare i manifestanti per disperderli. I manifestanti reagirono con scherno, creando una linea di balletto, cantando e ballando ed "ostentando" la loro omosessualità. Fra gli slogan gridati spontaneamente vi fu "Gay power" (potere gay), ricalcato su quello (Black power) popolarizzato dalle "Pantere nere". Un gruppo di manifestanti, evidentemente già esperti in tattiche di guerriglia urbana, rovesciarono un'automobile in mezzo alla strada per bloccare le cariche. Fino alle quattro di mattina andò avanti un gioco di inseguimenti e rincorse per le vie relativamente strette del "Village", fino a quando tutti i manifestanti non furono dispersi.
Il bilancio finale fu di 12 arresti, quattro agenti feriti e alcuni manifestanti ricoverati in ospedale. Lo "Stonewall Inn" risultò devastato, non è chiaro se per opera del raid della polizia o per mano della folla.

La sera successiva il bar era nuovamente aperto, per quanto la facciata apparisse affumicata e coperta di scritte di protesta. La notizia degli scontri attrasse una folla di migliaia di persone, che gremivano all'inverosimile l'area. Era presente anche un centinaio di poliziotti e gli scontri si ripeterono anche la seconda sera, fino a che alle due di notte fu nuovamente chiamata la polizia anti-sommossa. Gli scontri proseguirono fino alle quattro.

In tutto, le notti di scontri furono cinque (l'ultima, in reazione a due articoli insultanti (contenevano parole come "faggot” e “faggotry") sui moti, pubblicati la mattina del 3 luglio dal giornale di sinistra della zona, il "Village voice", che finì così nel mirino dei manifestanti[8].

Un aspetto che è oggi facile sottovalutare negli avvenimenti di quei giorni fu che la società, e la stessa comunità omosessuale, venne presa di contropiede dall'idea che una folla di omosessuali fosse stata capace di atti di violenza fisica, cosa che andava contro l'immagine ripetuta ossessivamente dai media dell'epoca, che presentava il maschio omosessuale come una "mammoletta" incapace di qualsiasi assertività o coraggio fisico. Fra le testimonianze di quei giorni ritorna lo stupore con cui era fu accolta l'idea che degli omosessuali fossero stati capaci di tenere testa alla polizia.

Questa sensazione fu ben riassunta, in un'intervista apparsa il 3 luglio su "The Village voice", dal poeta Allen Ginsberg, uno dei pochissimi omosessuali dichiarati dell'epoca, che pur non approvando gli scontri in quanto nonviolento, dichiarò all'inorridito giornalista:

« "Sa, i ragazzi laggiù erano così belli: hanno perduto quell'aria ferita che i tutti i froci avevano dieci anni fa[9]»

Perché i clienti si ribellarono?

Una domanda che gli storici hanno affrontato molte volte negli anni successivi è: perché fu questa razzia della polizia a innescare la reazione a catena che diede vita al movimento gay, e non una delle decine avvenute negli anni precedenti?

Secondo l'analisi che Dick Leitsch (giornalista e allora presidente della "Mattachine society" di New York) scrisse "a caldo", immediatamente dopo i fatti, per il bollettino della "Mattachine society"[10], Lo "Stonewall Inn" aveva la caratteristica, unica a New York, di essere il punto di riferimento per una clientela altrove emarginata, costituita da drag queen (alcune delle quali prostitute e tossicodipendenti) e da minorenni sbandati, molti dei quali cacciati di casa perché omosessuali, che vivevano di espedienti, fra prostituzione e droga.

Costoro trovavano nello "Stonewall" (che una volta pagato il biglietto d'ingresso permetteva di trascorrere anche l'intera notte) la possibilità di passare la notte al caldo, o d'incontrare qualcuno che li portasse a dormire a casa propria.

Si aggiunga poi il fatto che era proibito servire alcolici ai minorenni, che quindi erano esclusi dagli altri luoghi di socialità gay più attenti al rispetto della legge. Ebbene, secondo il parere di Leitsch fu proprio questo gruppo di persone, bersaglio privilegiato della repressione poliziesca, a reagire con la violenza alla retata[11]. La sola foto dei moti della prima notte pubblicata ritrae proprio i "ragazzi di strada" alle prese con i poliziotti.

I "ragazzi di strada" e la polizia. Foto di Joseph Ambrosini dal "New York Daily News" del 28 giugno 1969.

Particolarmente interessante è il modo in cui la stessa Sylvia Rivera (all'epoca diciassettenne) caratterizzò lo "Stonewall Inn", che confuta l'immagine leggendaria di locale per drag queen di colore:

« Ciò che la gente fatica a capire è che lo Stonewall non era un bar per drag queens. Era un bar per maschi bianchi, in cui uomini di classe media potevano rimorchiare ragazzi giovani di varie razze. Pochissime drag queens vi erano ammesse, perché se avessero ammesso le drag queens nel circolo privato, ciò avrebbe svalutato la sua immagine. E ciò avrebbe creato maggiori problemi al circolo. La mafia la pensava in questo modo, ed anche i clienti la pensavano così. Perciò le queen a cui era permesso entrare, fondamentalmente avevano conoscenze lì dentro. Io ci andavo a prendere droga da consumare altrove. Avevo conoscenze lì dentro[12]»

Un ulteriore aspetto oggi poco discusso ma presente nella ribellione fu infine l'esasperazione contro il duopolio esercitato da polizia e mafia sui locali gay. I prezzi erano esorbitanti e gli alcolici serviti annacquati e preparati in condizioni igieniche precarie (il barista dello "Stonewall" dal bancone non aveva accesso all'acqua corrente per lavare i bicchieri). E le voci accusavano i gestori del locale di praticare estorsione e ricatto ai danni di clienti gay facoltosi, tanto che la guida gay della Mattachine society" avvisava di non firmare all'ingresso con il vero nome. Secondo Phillip Crawford, autore di un libro sui rapporti fra mafia e locali gay:

« Lo sfruttamento della comunità gay da parte della mafia fu una delle ragioni delle proteste del 1969 fuori dallo Stonevall Inn. Anzi, dopo le proteste di Stonewall, uno degli obiettivi principali dei gruppi di attivisti come la Gay Activists Alliance e il Gay Liberation Front fu la cacciata del crimine organizzato dai bar gay[13]»

E sia Martin Duberman (pp. 205-206) che Donn Teal (pp. 8-9) riferiscono che la coppia gay formata da Craig Rodwell e Fred Sargeant già la mattina successiva agli scontri produsse e distribuì 5000 volantini che chiedevano: "Get the Mafia and the cops out of gay bars, "Fuori la mafia e gli sbirri dai bar gay". In essi veniva chiesto espressamente il boicottaggio dello "Stonewall" e degli altri bar gestiti dalla mafia.

Lo "Stonewall" dopo i moti

Il bar "Stonewall" sopravvisse solo poche settimane agli eventi sopra descritti. Il fatto che il suo nome fosse finito su tutti i giornali lo rese un luogo "poco raccomandabile" per gli omosessuali non dichiarati. Già a ottobre l'edificio esponeva il cartello "affittasi".
Il proprietario riaprì nel 1972 un locale con lo stesso nome a Miami Beach, ma esso venne incendiato due anni dopo e non fu mai più riaperto.
Dopo la chiusura del bar, lo stabile in cui aveva avuto sede fu trasformato in un negozio. A seguito però di un crescente turismo gay che si recava in "pellegrinaggio" sul luogo degli ormai mitici "moti di Stonewall", nel 1990 fu riaperto in metà dei locali originari un bar gay, ovviamente chiamato "Stonewall".
Nel 2000 l'edificio fu dichiarato "di interesse storico".
Nel 2007 fu recuperata anche l'altra metà dei locali e il bar, allargato, riprese il nome di "Stonewall Inn". Questo esercizio (purtroppo senza più nessuna delle suppellettili originali) è tuttora aperto.

Le conseguenze

Già con gli scontri ancora in corso alcuni partecipanti indissero un'assemblea per discutere dall'accaduto, innescando una serie d'eventi che sarebbe culminati nella fondazione del Gay Liberation Front (GLF), gruppo d'ispirazione rivoluzionaria e marxista, che per queste sue radici decise di rompere platealmente col preesistente movimento omofilo, presente a New York con la "Mattachine society". Il movimento omofilo fu dal GLF giudicato troppo arrendevole e troppo compromesso con la società borghese e capitalistica.

Questa frattura fu simboleggiata dalla scelta di usare la parola "gay" nel nome: se il termine "omofilo" era stato scelto perché più accettabile di "omosessuale", non contenendo una diretta menzione di un argomento tabù come il sesso, "gay" era al contrario un termine preso direttamente dal gergo degli omosessuali, quindi "non rispettabile" (tanto che molti periodici avrebbero ostentatamente rifiutato d'utilizzarlo per molti anni ancora). Il GLF intendeva collocarsi all'interno delle lotte rivoluzionarie, accanto alle Pantere Nere, contro la guerra del Vietnam, e per l'abbattimento della società capitalistica.

Il "momento magico" del GLF durò neppure sei mesi, cioè fino a che subì il 21 dicembre dello stesso anno la scissione della Gay Activist Alliance (GAA), intenzionata a lavorare nelle e con le istituzioni e ad essere un movimento single-issue, ossia che intendeva concentrarsi sulla sola tematica che oggi è chiamata "lgbt". Contrariamente a quanto è comune leggere oggi, Sylvia Rivera e Marsha Johnson fecero la scelta "istituzionale" della GAA, e non quella "rivoluzionaria" del GLF.

Va in margine sottolineato che i moti di Stonewall non misero fine alle razzie della polizia, che proseguirono ancora per diversi anni, e furono uno dei primi obiettivi contro cui lottò il neonato movimento gay. Da questo punto di vista fu molto importante il raid organizzato (da Seymour Pine, la stessa persona che aveva organizzato il raid contro lo Stonewall Inn) l'8 marzo 1970 contro lo "Snake Pit", locale gestito da gay e non legato alla mafia. Quando iniziò a formarsi una folla davanti al locale, temendo il ripetersi dei moti, la polizia arrestò in massa 167 persone. Un immigrato argentino privo di permesso di soggiorno, Diego Viñales, terrorizzato all'idea d'essere deportato, cercò di fuggire saltando dalla finestra, finendo impalato sopra una cancellata. Viñales sopravvisse, ma la voce che fosse morto contribuì ad accrescere la rabbia delle proteste contro la pratiche della polizia. Una manifestazione improvvisata davanti alla stazione di polizia raccolse 500 persone, dimostrando che il movimento nato dai moti di Stonewall aveva ormai messo radici.

La celebrazione dei moti

Il l2 novembre 1969, in quello che a seconda dei punti di vista fu o il canto del cigno o l'ultimo lascito del movimento omofilo, alla "Eastern Regional Conference of Homophile Organizations" (ERCHO) un gruppo di persone, tra cui i già citati Craig Rodwell e Fred Sargeant, propose di indire il "Christopher street liberation day", con una manifestazione a New York, in memoria della ribellione di Stonewall.
Contrariamente a quanto comune fino a quel momento, alle ed ai manifestanti non sarebbe stato richiesto di vestire in modo "rispettabile": ognuno avrebbe potuto venire vestito come preferiva[14]. La proposta fu accolta da tutti i gruppi presenti, con la significativa eccezione della "Mattachine society" di New York, che si astenne (ma che avrebbe finito per aderire nell'aprile 1970).
L'idea fu rapidamente fatta propria anche da gruppi omosessuali del resto del Paese ed anche all'estero, tanto che curiosamente la prima marcia commemorativa di Stonewall non ebbe luogo a New York domenica 28 giugno 1969, bensì a Chicago sabato 27 giugno 1970. L'evento si sarebbe ripetuto da allora in poi ogni anno come Gay Pride.

Dai moti ai miti di Stonewall

Lo "Stonewall inn" nel 2016.

La trasformazione dei Moti di Stonewall in un "mito di fondazione" ha favorito, nel corso dei decenni, la nascita d'una serie di miti privi di fondamento storico. Le fantasie mitopoietiche si sono concentrate in particolare attorno all'individuazione del leggendario (letteralmente) personaggio che avrebbe fisicamente "dato inizio" ai moti gettando un oggetto contro la polizia, variamente identificato in un anonimo gay, una lesbica, o una persona trans.

I moti di Stonewall non furono né gli unici né i primi

Dal punto di vista storico, è importante ribadire che i moti di Stonewall non furono la "causa" per cui nacque il movimento gay, ma solo l'evento fortuito che fornì l'occasione per presentare una serie di rivendicazioni che s'erano diffuse nelle coscienze per anni, e che erano mature per manifestarsi.

Ciò è dimostrato dal fatto che questi moti non furono né gli unici né i primi, tanto che se ne sarebbe persa memoria (esattamente come era avvenuto con i precedenti, che sono stati riscoperti solo di recente dagli storici) se la nascita del movimento gay non avesse dato loro un significato simbolico. In altre parole, fu la nascita del movimento gay a rendere importante l'incidente al bar Stonewall, e non l'importanza dell'incidente al bar Stonewall a far nascere il movimento gay.

Gli storici hanno elencato come minimo una trentina di episodi simili a quello dello Stonewall accaduti fra il 1959 e il 1969, di cui si può trovare un elenco qui, conclusi senza che si desse innesco alla nascita di un movimento di liberazione gay. Fra essi i più spesso citati sono i moti della Compton's Cafeteria a San Francisco il 12 agosto 1966, perché ne fu protagonista un mix di giovani prostituti e drag queen che ricorda molto da vicino quello presente ai Moti di Stonewall.

Per dirla con le parole delle sociologhe Elizabeth Armstrong e Suzanna Crage, che hanno studiato la nascita del "mito di Stonewall":

« I moti di Stonewall sono <oggi> ricordati perché furono i primi a soddisfare due condizioni: il fatto che gli attivisti considerassero degno di commemorazione il fatto, e che costoro avessero la capacità mnemonica di creare un evento in grado di veicolare la commemorazione. Il fatto che questa congiunzione si sia realizzata a New York nel 1969, e non prima di allora o altrove, fu il risultato un complesso sviluppo politico che finì per convergere in questo momento e in questo luogo. (...) La storia di Stonewall è quindi un successo della liberazione gay, piuttosto che un resoconto sulle sue origini[15]»

Marsha Johnson e Sylvia Rivera non erano presenti alla retata

Silvia Rivera (estrema sinistra) al World Pride 2000 a Roma.

Quanto al mitico iniziatore, molto diffusa è la narrazione secondo cui sarebbe stata una persona "transgender" a dare origine ai moti scagliando una scarpa col tacco a spillo contro un agente (palese mitizzazione della testimonianza secondo cui, nel corso delle colluttazioni, una drag queen avrebbe colpito un poliziotto con una borsetta). Questa persona è spesso indicata come Marsha Johnson oppure Sylvia Rivera, due drag queen, una di colore e l'altra ispanica.

D'altro canto, un'altra narrazione vuole che sia stata una lesbica butch, Stormé DeLarverie (che affermò apertamente di essere stata lei), a sollecitare gli astanti per essere liberata dai poliziotti che l'avevano ammanettata e colpita alla testa con un manganello.

Le testimonianze inoltre concordano sul fatto che prima che iniziassero i disordini, davanti al locale s'era raccolta una folla di astanti, composta solo in parte dai clienti rilasciati dalla polizia, e in maggioranza da semplici passanti e da avventori di altri locali della via: a fronte delle 205 persone contate dalla polizia prima del raid, al momento di chiamare rinforzi la folla era ormai stimata in 600 persone, e nel corso della nottata sarebbe arrivata a 2000.

Dunque nulla impedisce che il presunto iniziatore dei moti possa anche essere stata una persona non presente alla retata, ma accorsa alla notizia del raid per "dare una lezione agli sbirri", perché quello era il clima politico di quegli anni.

La stessa Marsha Johnson[16] ha dichiarato, in un'intervista concessa allo storico Paul Burston, di non essere stata presente allo scoppio dei moti, e di essere andata in Christopher Street esattamente perché le era stato riferito che erano già in corso scontri con la polizia[17].
Sempre secondo questa testimonianza, Johnson nell'andare allo Stonewall aveva incontrato Sylvia Rivera (che faceva uso d'eroina) addormentata su una panchina del parco[18].

Dunque è appurato che nessuna delle due presunte iniziatrici dei moti era presente all'inizio dei moti.

Ciò nulla toglie al fatto che sia Johnson che Rivera siano state presenti nelle notti seguenti, che abbiano preso parte in ruoli di spicco alla fondazione del GLF prima e della GAA poi, e soprattutto che abbiano fondato la STAR, la prima associazione nuovaiorchese di lotta per i "travestiti". Semplicemente, non furono loro a lanciare la mitica "prima pietra", circostanza che però non toglie assolutamente nulla al loro ruolo storicamente documentato.

Stormé DeLarverie

Un'altra persona presentata come iniziatrice dei moti è stata Stormé DeLarverie, una lesbica "butch", nonché drag king, figlia d'un uomo bianco e di una donna nera, il che negli Usa faceva di lei una persona "di colore". Secondo Lana Hart,

« Stormé DeLarverie è stata identificata da testimoni e ha dichiarato lei stessa d'essere lei la "lesbica camionara" che venne alle mani con i poliziotti la notte della razzia iniziale allo Stonewall Inn. Fu lei la persona che aizzò la folla perché si ribellasse mentre veniva gettata nel retro del cellulare, chiedendo loro: "Perché voi ragazzi non fate qualcosa?".

Testimoni, e la stessa Stormé, affermano che fu lei a dare il "primo pugno" contro la polizia nello Stonewall. Io penso che questa sia un'affermazione molto difficile da soppesare esattamente, dato che è dubbio che fosse proprio lei la prima persona ad avere avuto un alterco con i poliziotti quella notte, tuttavia questa è la dichiarazione più vicina ai fatti che possediamo.
Sia come sia, tutti i racconti concordano sul fatto che fosse là, e che fosse lei colei che incitò la folla a ribaltare il cellulare e a tirare mattoni alla polizia. È stata lei a dare inizio agli scontri, non Marsha P. Johnson, che non apparve sulla scena fino a quasi un'ora dopo[19]»

Si noti che la stessa Hart sottolinea come anche questa testimonianza sia tutt'altro che a prova di dubbio (per stabilire che questo sia stato "il primo" pugno occorre escludere che ce ne fossero stati altri prima, cosa che nessuno è in grado di fare), anche se almeno, in questo caso, la presenza fisica di DeLarverie al momento della razzia è confermato dalle testimonianze.

Perché i miti di Stonewall

Come nascono i miti: una frase di un personaggio del film "Stonewall" (1995) è attribuita in questo cartello a Sylvia Rivera. Milano, 2012.

I miti su Stonewall nascono per nascondere la dimensione politica e collettiva dell'incidente, nel tentativo di rendere possibile una lettura individualistica ed antisocialista più in linea con le idee neoliberiste ed anarco-capitaliste che hanno prevalso dopo la fine del movimento del Sessantotto, di cui i moti di Stonewall furono una tarda propaggine.

Si nota in tale ossessione la ricerca dell'individuo eccezionale, del superuomo (o superdonna) che forgia la storia con il suo atto eroico e unico, cosa che serve solo a cancellare il fatto che i moti di Stonewall furono importanti per il loro significato collettivo e sociale. Senza questa risposta collettiva, il presunto gesto eroico di cui si favoleggia sarebbe rimasto un semplice atto di "resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale", concluso con un arresto e una denuncia. Se mai esistette "il" gesto che innescò la rissa (cosa tutt'altro che improbabile) esso assunse un significato esclusivamente perché non rimase un gesto unico ed isolato, ossia perché non fu un atto unico, ma al contrario l'espressione di un "sentire comune", collettivo, giunto ormai oltre il punto d'ebollizione.

In particolare, i giovani americani del 1969 erano cresciuti attraverso le proteste per i diritti civili dei neri, contro la guerra del Vietnam, e in quello che è genericamente stato definito il movimento del Sessantotto, che avevano già comportato forme di guerriglia urbana e scontri con la polizia. Molti degli iniziatori del movimento che prese le mosse dai moti erano trotzkisti, altri anarchici; solo in un secondo momento il movimento gay avrebbe infatti preso un aspetto meno "estremistico" (e, se vogliamo, velleitario). Ma alla partenza, la conseguenza più evidente dei moti di Stonewall fu la delegittimazione immediata dei gruppi che fin lì avevano cercato un confronto "moderato", ossia nonviolento, graduale e progressivo, con la società eterosessuale. Una deligittimazione che comprese anche la loro totale cancellazione dalla memoria collettiva e la pretesa che i movimento di liberazione omosessuale sia "iniziato" con i moti di Stonewall, e che tutto quanto venne prima sia stata solo una specie di "premessa" (non si contano quasi i libri ed i film che si intitolano Before Stonewal, "Prima di Stonewall").

L'occultamento deliberato di questo aspetto ha costretto a cercare altrove il "misterioso" motivo per cui in quel momento e in quella data un evento banale (la rissa davanti a un bar) fosse diventato qualcosa di più importante. Tipica in questo senso la lettura del film Stonewall del 1995, il primo tentativo di nascondere le basi "sovversive" del primo movimento di liberazione gay, che sostiene che i moti ebbero luogo perché gay e travestiti quella sera erano "nervosi" a causa della morte dell'attrice Judy Garland, considerata una "icona gay".

Stonewall fu insomma importante proprio perché fu una manifestazione spontanea non "iniziata" da nessuno: fu il momento di precipitazione d'una soluzione ormai satura che aspettava solo l'occasione per cristallizzarsi.

Come ha osservato Hugh Ryan:

« Nella nostra fretta di localizzare esattamente il primo pugno dato, abbiamo perso <di vista> la vasta portata e il significato di quella ribellione[20]»

I film

Sui moti di Stonewall sono stati girati due film: uno nel 1995, ed uno nel 2015 (vedi). Nel 2010 è stato inoltre prodotto un documentario, con interviste ai protagonisti dell'epoca, Stonewall uprising, per la regia di Kate Davis.

Note

  1. Se ne veda l'affascinante descrizione in: Michael Chauncey, Gay New York: gender, urban culture, and the making of the gay male world, 1890-1940, Basic books, New York 1995, ISBN 978-0465026210.
  2. Brynn Holland, How the Mob helped establish NYC’s gay bar scene. It was an unlikely partnership, "History", Jun 22, 2017.
  3. Anonimo, Stonewall uprising. Why did the Mafia own the bar?, "American experience", s.d.
  4. John D'Emilio, Sexual politics, sexual communities, The University of Chicago Press, Chicago 1983, p. 231.
  5. La data fu "canonizzata" al 28 giugno anche perché l'anno successivo, quando si organizzò la prima parata in commemorazione dei moti di Stonewall della storia, si giudicò che la domenica (28 giugno 1970) avrebbe attratto più partecipanti che il sabato 27, e da allora la tradizione è rimasta.
  6. Nel "Greenwich Village", zona che fungeva da "quartiere alternativo" e quindi anche da zona "gay-friendly" di New York.
  7. Una relazione "dall'interno del bar" fu scritta dal giornalista di "The Village voice", che si barricò all'interno assieme ai poliziotti: Howard Smith, View from inside. Full moon over the Stonewall, "The Village voice", July 3 1969, pp. 1 e 25.
  8. AA. VV, June 24, 2009 Stonewall at 40: the Voice articles that sparked a final night of rioting, "The Village voice", June 24, 2009.
  9. Lucian Truscott IV, View from outside. Gay power comes to Sheridan Square, "The Village voice", July 3, 1969, p. 1 e 18. Online anche qui.
  10. Garance Franke-Ruta, An amazing 1969 account of the Stonewall Uprising, "The Atlantic", Jan 24, 2013.
  11. Why the Stonewall, and not the Sewer or the Snake Pit? The answer lies, we believe, in the unique nature of the Stonewall. This club was more than a dance bar, more than just a gay gathering place. It catered largely to a group of people who are not welcome in, or cannot afford, other places of homosexual social gathering. The "drags" and the "queens", two groups which would find a chilly reception or a barred door at most of the other gay bars and clubs, formed the "regulars" at the Stonewall. To a large extent, the club was for them. (...) Apart from the Goldbug and the One Two Three, "drags" and "queens" had no place but the Stonewall. (...) Another group was even more dependent on the Stonewall: the very young homosexuals and those with no other homes. You've got to be 18 to buy a drink in a bar, and gay life revolved around bars. Where do you go if you are 17 or 16 and gay? The "legitimate" bars won't let you in the place, and gay restaurants and the streets aren't very sociable. (...) They came to New York with the clothes on their backs. Some of them hustled, or had skills enough to get a job. Others weren't attractive enough to hustle, and didn't manage to fall in with people who could help them. Some of them, giddy at the openness of gay life in New York, got caught up in it and some are on pills and drugs. Some are still wearing the clothes in which they came here a year or more ago. Jobless and without skills--without decent clothes to wear to a job interview--they live in the streets, panhandling or shoplifting for the price of admission to the Stonewall. That was the one advantage to the place--for $3.00 admission, one could stay inside, out of the winter's cold or the summer heat, all night long. Not only was the Stonewall better climatically, but it also saved the kids from spending the night in a doorway or from getting arrested as vagrants. Three dollars isn't too hard to get panhandling, and nobody hustled drinks in the Stonewall. Once the admission price was paid, one could drink or not, as he chose. The Stonewall became "home" to these kids. When it was raided, they fought for it. That, and the fact that they had nothing to lose other than the most tolerant and broadminded gay place in town, explains why the Stonewall riots were begun, led and spearheaded by "queens".
  12. Sylvia Rivera, "Queens in exile, the forgotten ones", in: AA. VV., Street Transvestites Action Revoluctionaries. Survival, revolt, and queer antagonist struggle, Untorelli press, 2013, pp. 40-55, citazione da p. 49. L'opuscolo può essere scaricato da qui in formato .pdf.
  13. Helen Nianias, How the Mafia once controlled the New York gay scene, "Vice", July 30 2015.
  14. Fred Sargeant, 1970: a first-person account of the first Gay Pride March, "The Village voice", June 22, 2010.
  15. Elizabeth Armstrong e Suzanna Crage, Movements and memory: the making of the Stonewall myth, "American Sociological Review", LXXI (5) 2006, October, pp. 724-751. Citazione dall'abstract.
  16. Che peraltro non si è mai definita "transgender", identificandosi come uomo gay e "drag queen radicale"
  17. Paul Burston, Marsha P. Johnson & Randy Wicker, "Making gay history. The poadcast", s.d. Il sito presenta sia la registrazione audio dell'intervista che la sua trascrizione.
  18. L'assenza di Rivera al momento della retata è sottolineata anche da uno dei principali studiosi dei moti di Stonewall, David Carter: cfr. Paul D. Cain, David Carter: historian of the Stonewall Riots. Interview], "Gaytoday.com", 07 01 2004.
  19. Lana Hart, Thread su Twitter, 3 giugno 2018. Il thread colleziona e confuta una serie di miti storicamente infondati relativi ai moti di Stonewall.
  20. Hugh Ryan, Power to the people: exploring Marsha P. Johnson's queer liberation, "Out", August 24 2017.

Bibliografia

  • Dennis Altman, Omosessuale, oppressione e liberazione, Arcana, Roma 1974.
  • Elizabeth Armstrong e Suzanna Crage, Movements and memory: the making of the Stonewall myth, "American Sociological Review", LXXI (5) 2006, October, pp. 724-751. Scaricabile qui, in formato .pdf.
  • David Carter, Stonewall: The riots that sparked the gay revolution, St. Martin's Press, New York 2004 e Macmillan, 2005. ISBN 0-312-34269-1.
  • Massimo Consoli, Stonewall. Quando la rivoluzione è gay, Napoleone, Roma 1990.
  • Phillip Crawford Jr, The Mafia and the gays, Create Space Independent Publishing, 2015. ISBN 1508785988.
  • John D'Emilio, Sexual politics, sexual communities, The University of Chicago Press, Chicago 1983.
  • Martin Duberman, Stonewall, Dutton, New York 1993 e Penguin Books, 1993. ISBN 0-525-93602-5.
  • Mariasilvia Spolato, I movimenti omosessuali di liberazione, Samonà e Savelli, Roma 1972.
  • Donn Teal, The gay militants, St. Martin's Press, New York 1971. ISBN 0-312-11279-3.

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