Marco Bisceglia

Da Wikipink - L'enciclopedia LGBT italiana.
Voce scritta da Giovanni Dall'Orto, liberamente editabile.
Don Marco Bisceglia parla il 12 giugno 1981 al dibattito "Arci-Gay e forze progressiste".

Don Marco Bisceglia (Lavello, 5 luglio 1925 – Roma, 22 luglio 2001) è stato un "prete del dissenso" nonché fondatore dell'associazione Arcigay.

L'impegno politico

Parroco della Chiesa dei Sacro Cuore di Lavello, vicino Potenza, Bisceglia aveva aderito alla "Teologia della liberazione", collocandosi vicino alle posizioni di don Enzo Mazzi e dei "cristiani del dissenso" (le "comunità di base"), e si scontrò con le gerarchie cattoliche per avere sostenuto pubblicamente la legge sul divorzio. Non era ben visto dalla Chiesa e dalla Democrazia Cristiana a causa del suo anticonformismo e delle simpatie espresse per il Partito Comunista Italiano. Al di fuori della sua parrocchiale c'era scritto a caratteri cubitali: "La chiesa è del popolo".

Omosessuale, e favorevole alla liberazione delle persone omosessuali, fu infine sospeso a divinis dopo lo scandalo seguito nel 1975 a un inganno di due giornalisti del quotidiano di destra "Il Borghese", Franco Jappelli e Bartolomeo Baldi. Costoro si spacciarono per cattolici omosessuali chiedendogli un "matrimonio di coscienza". [1] Bisceglia (che era prudente nei suoi gesti pubblici, proprio per evitare la rottura aperta con l'istituzione cattolica), contando sull'aspetto privato del rito acconsentì, e benedì privatamente l'unione. In realtà però il vero obiettivo dei due giornalisti, come anni dopo dichiararono in una intervista a Pier Giorgio Paterlini nel suo libro Matrimoni, era trovare un pretesto per coinvolgerlo in uno scandalo e farlo sospendere a divinis in quanto "comunista".
Bisceglia reagì querelando i due giornalisti, che però furono assolti: l'articolo fu infatti considerato dal tribunale un esercizio del diritto di cronaca.

La nascita di Arcigay

Manifesto del dibattito "Arci-Gay e forze progressiste" del 12 giugno 1981, a Palermo.

All'inizio degli anni Ottanta, a Palermo un gruppo di gay s'era ritrovato a gravitare, nella crisi generalizzata del movimento gay italiano, dopo la stagione del Fuori! ormai agli sgoccioli, attorno all'associazione ricreativa e culturale della sinistra, l'Arci. Marco Bisceglia dopo la sua sospensione aveva iniziato a collaborare proprio con l'Arci, ed era membro della "Commissione diritti civili" di quell'associazione.
Su idea di Bisceglia, come reazione all'emozione suscitata dal delitto di Giarre, il 9 dicembre 1980 fu creato un primo gruppo informale tra questi militanti palermitani. Era il primo gruppo omosessuale a collocarsi all'interno della "sinistra storica" (Pci e Psi), che fino ad allora era stata disattenta, se non ostile, al movimento di liberazione omosessuale.
Il 22 maggio 1981 Massimo Milani, Gino Campanella ed altri sei volontari costituirono anche legalmente l'associazione Arci-Gay ed elessero il primo presidente: Salvatore Trentacosti. Questo sarebbe stato il primissimo nucleo (presto imitato da altre città) di quella che sarebbe diventata nei decenni successivi la più importante organizzazione per i diritti gay d'Italia. Non si trattava però ancora di un'associazione autonoma, dato che faceva parte, appunto, della "Commissione diritti civili" di Arci.
Nello stesso anno si svolse la Festa nazionale gay di Palermo, considerata oggi la prima iniziativa pubblica nazionale della neonata Arcigay.

Il dinamico e visionario presidente nazionale dell'Arci, Enrico Menduni, nominò allora Bisceglia "promotore" della nuova realtà associativa, con l'incarico di farle raggiungere prima possibile un profilo nazionale; verso il 1983 lo affiancò anche un giovane obiettore di coscienza gay agli inizi della sua carriera politica, Nichi Vendola.

Nella sua attività di promozione, Bisceglia crea e cura un bolletino informativo, Arci Gay press, prende contatti con i gruppi (che all'epoca erano tutti autonomi e non più coordinati) e organizza diversi incontri nazionali allo scopo di federarli in Arcigay.
La sua perseveranza ottenne alcune adesioni "a macchia di leopardo", ma si scontrò con la ferma opposizione alla nascita di un Arcigay nazionale (ed anche solo di un gruppo Arcigay a Roma) da parte del Circolo Mario Mieli (all'epoca guidato da Marco Sanna e Vanni Piccolo).
L'opposizione del Mieli, pur essendo quella del circolo d'una sola città, ebbe nei fatti potere di veto, sia per le dimensioni oggettive del gruppo di Roma, sia perché il Mieli era in ciò capofila dei gruppi gay "autonomi", ancora scottati dall'esperienza verticistica del Fuori!, e quindi maldisposti verso qualsiasi ipotesi d'organizzazione centralizzata.

La situazione si sbloccò solo quando infine Bisceglia, dopo lunghe trattative, ottenne l'adesione al progetto da parte del Circolo 28 giugno di Bologna, che costituì un contraltare di ugual peso a quello del Mario Mieli, trattandosi d'un gruppo che possedeva sede, militanti e fondi propri. Nel marzo del 1985 poté così nascere infine Arcigay nazionale, con sede a Bologna. E non certo per caso, grazie al ruolo giocato in questo frangente dalla città, i primi tre presidenti di Arcigay nazionale (Beppe Ramina, Franco Grillini e Sergio Lo Giudice), sarebbero stati tutti bolognesi.
Al congresso fondativo sarebbero peraltro stati presenti solo uomini, dato che il movimento lesbico italiano aveva scelto, ormai da anni, la pratica del separatismo.

Paradossalmente il successo di Bisceglia costituì per lui un nuovo momento di crisi: grazie a lui infatti la creatura che era stato incaricato di far crescere era diventata adulta, e ormai procedeva per conto proprio, contando su militanti, sedi e finanziamenti propri. Bisceglia rientrò così nell'ombra, lavorando in Arci fino a quando iniziò a manifestare problemi di salute.

Gli ultimi anni

In effetti, gli ultimi anni della vita di Bisceglia furono resi molto difficili dall'Aids.
Sempre più debole, Bisceglia s'allontanò progressivamente dal mondo gay e si riavvicinò alla Chiesa cattolica, alla quale si sottomise. Gli fu concesso pertanto di celebrare nuovamente messa, e dal 1996 fino alla morte fu vicario coadiutore della Parrocchia di San Cleto (Roma). Alla morte, il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Lavello nella tomba riservata ai sacerdoti cattolici.
La sua figura è stata commemorata più volte dagli esponenti del movimento gay in questo contesto [2]

Note

  1. Enrico Oliari, "Il Borghese", Franco Jappelli e l'orrore per "gli invertiti".
  2. Mimmo Sammartino, A Lavello oggi una corona sulla tomba dell'ex parroco, "La gazzetta del Mezzogiorno", 6 giugno 2003.

Bibliografia

  • Rocco Pezzano, Troppo amore ti ucciderà. Le tre vite di don Marco Bisceglia, Edigrafema, Policoro (Mt) 2013.

Voci correlate

Link esterni