Manicomi e omosessualità

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Voce a cura di Giovanni Dall'Orto, liberamente modificabile.
Ettore Almè, 17 marzo 1893.

Il grande internamento?

Grande suggestione ha esercitato sugli storici, sulla scorta delle teorie di Michel Foucault, ciò che egli battezzò il "grande internamento" di Parigi, dove per regolare una plebe sempre più numerosa vennero costruiti gli immensi istituti d'internamento (come la Salpêtrière) che erano al tempo stesso opifici per il lavoro forzato, carcere, ospedale, e manicomio. Fra le categorie d'atti puniti con l'internamento in tali strutture appare fin dai primi decenni del XVIII secolo la pratica dei rapporti omosessuali[1].
Infatti, con l'urbanizzazione che accompagna la rivoluzione industriale, la sottocultura omosessuale in tutta Europa aveva finalmente avuto modo d'articolarsi in gruppi sempre più numerosi e visibili. Ciò creò un "panico sociale" più o meno forte a seconda delle nazioni, e la richiesta d'utilizzare ogni mezzo (manicomio incluso) per riportare sotto controllo questa realtà umana.

In Italia è fino ad oggi mancata una ricerca specifica sull'utilizzo dell'internamento manicomiale per il controllo sociale della realtà omosessuale, e sono contraddittori i primi dati recuperati dai sondaggi preliminari sempre più frequenti (grazie anche al riversamento delle carte dei manicomi negli archivi pubblici). Da un lato, l'internamento manicomiale per omosessualità (o meglio, "inversione sessuale") è una prassi documentata, e descritta dai medici stessi che fra il 1880 e il 1920 circa (con il picco massimo di documenti nei primissimi anni del XX secolo) discutono i casi di pazienti lesbiche e gay in "cura" nelle strutture manicomiali. Dall'altro, però, l'entità numerica di questi internamenti è fin qui risultata esigua, rispetto a quello che la documentazione non d'archivio lascerebbe immaginare. Anzi, le tribadi e gli invertiti risultano spesso internati per motivi diversi dalla loro omosessualità, anche se spesso tali problemi (depressione, catatonia, alcolismo, o comportamenti "sconvenienti" come travestitismo o seduzione di minori) sono legati proprio a tale condizione.

I dati emersi finora sembrano provvisoriamente suggerire che l'internamento delle persone omosessuali non sia stato sistematico bensì episodico, soggetto più all'umore e alle convinzioni personali dei parenti o dei medici curanti che a una sistematica politica d'internamento, come quella tentata invece in altre nazioni, le cui prassi hanno fin qui condizionato le aspettative degli storici.
In assenza di studi è per il momento impossibile stabilire cosa sia successo, ma basandosi provvisoriamente su quanto si sa del periodo, è lecito ipotizzare che il ricorso stesso alla medicina (anche sotto forma di psicoanalisi) per controllare i comportamenti omosessuali non abbia incontrato il favore d'una larga fetta d'Italia, che voleva continuare a leggere il comportamento omosessuale come problema morale e religioso anziché come problema medico e sanitario.

Ciò non toglie che siano noti e documentati casi di seri abusi da parte di medici, famiglie ed autorità, ai danni di persone omosessuali e transessuali (all'epoca confuse nell'unica categoria degli "invertiti"), tanto donne che uomini.

La presente voce serve a raccogliere, man mano che emergono, e documentare i dati relativi all'internamento manicomiale di persone omo e transessuali, così come gli studi e le opinioni di coloro che innescarono questo processo.

La logica dell'internamento

Lorenzo Benadusi così riassume il senso dell'internamento manicomiale in Italia, dalla fine dell'Ottocento al periodo fascista incluso:

« Scopo dell'internamento nelle strutture manicomiali era quindi quello di arrivare a una progressiva moralizzazione della sessualità attraverso una tenace opera suggestiva. La riabilitazione dell'omosessuale doveva ottenersi attraverso l'interiorizzazione delle regole, l'accettazione del ruolo attribuito dalla società e l'acquisizione di un equilibrio che si esprimeva nel rispetto delle differenze di genere. Quella attuata nei manicomi risultava una minuziosa "cura morale" che attraverso il controllo, l'omogeneizzazione dei comportamenti, l'imposizione di uno stile di vita sano, equilibrato e produttivo, doveva riuscire a "normalizzare" gli alienati. Princìpi igienici e morali si sommavano in un progetto terapeutico, volto alla rieducazione di tutti coloro la cui follia dipendeva dal disordine delle passioni. A prescindere dal risultato della cura delle anomalie sessuali, l'ospedale psichiatrico serviva comunque da luogo di segregazione di questi individui "devianti".

Gli stessi medici erano d'altronde consapevoli della scarsa efficacia di terapie specifiche contro l'omosessualità, come confessava il direttore del manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino che, nonostante i tanti sforzi compiuti su quindici pederasti, passivi e attivi, non era riuscito a correggere la loro "deviazione". Alla fine si era quindi limitato a intensificare l'ergoterapia e a impiegarli in lavori isolati, per allontanare la loro "attenzione dagli insani propositi".
Piuttosto scettico sulla cura dell'omosessualità era anche il direttore del manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Giotto che ordinava al personale sanitario e agli addetti alla sorveglianza di segnalare immediatamente ogni episodio di sodomia, di osservare costantemente i nuovi arrivati (...). Questo minuzioso monitoraggio aveva portato a individuare 25 pederasti su un totale di 471 ricoverati (5,3 per cento). (...) Il direttore del manicomio riponeva invece scarsa fiducia nella possibilità di curare la loro "morbosa degenerazione", in quanto era convinto che "le deviazioni del senso erotico" non fossero facilmente eliminabili, perché, tranne che nei casi in cui l'omosessualità era dovuta ad altri disturbi mentali o era una semplice aberrazione sessuale transitoria, tutti i tentativi messi in atto per guarirla erano risultati fallimentari. Nel manicomio di Barcellona Pozzo di Giotto i pederasti erano stati infatti sottoposti sia a ipnosi, sia a terapia psicoanalitica, sia a trattamento medico per mezzo della prescrizione di bromuro, di diete particolari e di esercizi ginnici; ma visti i risultati scoraggianti si era abbandonata la strada curativa e si era scelto di combattere il grave fenomeno con l'assidua sorveglianza e l'isolamento[2]»

L'internamento in manicomio per "inversione" o omosessualità: casi documentati

XIX secolo

  • 1838 - Nel volume di Alexander Morison, The physiognomy of mental diseases, Longman, London 1838, sono riportati i ritratti di alcune persone internate in manicomio per "vizi contro natura".
  • 1883 - In quello che è fino ad oggi il più precoce internamento manicomiale per causa di omosessualità documentato in Italia, nel manicomio di Reggio Emilia fu internata per un intero anno una ragazza di nome Ersilia:
« Ersilia fu ricoverata il 16 gennaio 1883 e tornò a casa il 30 dicembre dello stesso anno. La sua diagnosi cita: “Imbecillità con prognosi infausta”. Lasciate le scuole pubbliche alla terza elementare perché “limitata d'intelligenza”, venne mandata dalla famiglia a lavorare in una fabbrica di fiori artificiali. Qui si innamorò della signora Carolina, responsabile della formazione delle ragazze nella fabbrica, dalla quale cercò costantemente attenzioni anche dopo essere stata ricoverata al San Lazzaro sostenendo che solo la sua amicizia l'avrebbe fatta guarire. Nel suo fascicolo si trovano numerosi documenti, sopratutto corrispondenza tra i familiari e la stessa e anche alcune lettere indirizzate alla signora Carolina con la richiesta di farle visita. In una corposa lettera al direttore, Ersilia racconta la propria storia e le proprie disavventure[3]»
  • 1885 - Oscar Giacchi (1834-1907) è fra i primi a propugnare il manicomio anziché il carcere (che sarebbe stato previsto dalla legge italiana fino al 1889) nel suo Pazzi e birbanti (Crocchi, Milano 1885) affermando che se avesse fatto il giurato in un processo per atti omosessuali, “non avrei il coraggio di mandare in galera il povero imputato, convinto, come sarei, che varrebbe molto meglio trattarlo in manicomio colla doccia fredda e coll'occupazioni igieniche e piacevoli, piuttostoché con la catena e i lavori forzati”.
  • 1885 - Cesare Lombroso (1836-1909), affronta il problema del lesbismo nei manicomi[4], ma inteso solo come problema di comportamento delle internate e non come causa del loro internamento. Egli infatti specifica che le cause di tale comportamento aberrante sono due: cretinismo e degenerazione.
  • 1885 - Nell'aprile di quest'anno è ricoverata nel manicomio provinciale una "femmenella" napoletana, Pasquale Za, in gravi condizioni di salute (vi sarebbe morta di tubercolosi il 3 ottobre dello stesso anno, ad appena 28 anni). Del suo caso avrebbe parlato nel 1888 Guglielmo Cantarano (1857-1913), che raccontò la sua parabola: dapprima giovanissima prostituta, poi tenutaria di bordello, infine rovinata per aver prestato a usura i suoi capitali, che non le furono più restituiti.
« Dopo il fallimento, non ebbe, né più si accinse ad avere stabile dimora. Ramingava senza limiti e senza tempo. Punto scrupoli e punto timori nell'appropriarsi della cose altrui, spesso troppo futili o inutili a lui. Cosi lo si sorprese in un paese, presso Napoli, con un pollo rubato nella pubblica via. Fu detenuto qualche giorno, e poi dalle carceri mandamentali di ...... fu fatto tradurre alla Questura. Quivi l'alienazione dovette apparire tanto evidente che al giudizio penale si preferì il manicomio. Alla ricezione mostrossi loquace ed instabile nei movimenti. Aveva giusto il concetto del luogo dove lo si era condotto, mostrandosene dispiaciuto sino al pianto. Rispose concitato: sorpassando sempre il limite della domanda che gli si rivolgeva, ma con coerenza. Non avendone proprio motivo, regalò a dritta e a manca, senza rispetto di luogo e di persone, frasi da trivio e parole oscene. Non si oppose a varcar la soglia del manicomio, ma tutto il giorno stette digiuno, non rispondendo il trattamento comune, diceva, alla sua pregressa ricercatezza, culinaria. Come se nei custodi vedesse garzoni da trattoria, loro ordinava or questo or quello intingolo, or l’una or l'altra lecconeria, o del tutto un menu a cui ogni buon gustaio avrebbe volentieri aderito. Queste pretensioni, destandosi dalle immagini del suo passato avventuroso, ed affacciantisi con tanta inopportunità, purtroppo dimostravano la deficienza del più elementare discernimento[5]»
  • 1888 - Guglielmo Cantarano (1857-1913) documenta il caso d'una ragazza lesbica internata in manicomio dalla famiglia perché si vestiva da uomo e in quegli abiti corteggiava chiassosamente le donne. L'autore ammette che in un caso come questo "non vi sono convulsioni, non errori di sensi e di giudizio, e la permanenza in manicomio è solo giustificata dall'inversione del suo sentimento sessuale"[6].
  • 1889 - Alberto Costa (secc. XIX-XX), in un libro di novelle di carattere "morale", propugna l'internamento non carcerario dei "pederasti" non perché li ritenga malati, ma per il motivo esattamente opposto, ossia perché li ritiene bisognosi di una "rieducazione morale" che li "disabitui" da un vizio di cui si sono macchiati: "Non è dunque col carcere libero che si dovrebbero punire questi rettili; ma sibbene con la reclusione per un tempo non lieve, con la segregazione magari perpetua, onde avessero campo di disabituarsi da quelle tendenze per le quali venero condannati, per le quali si coprirono di vergogna"[7].
  • 1893 - Il "Museo Lombroso" di Torino conserva la fotografia della cartella clinica dell'alienato "pederasta" Ettore Almè, scattata il 17 marzo 1893 (la si veda all'inizio della presente voce). Il suo caso non è stato ancora studiato.
  • 1893 - Nel manicomio provinciale di Mombello (Como) fu rinchiuso nel 1893 un certo M. L., nato nel 1851, notaio, che nella primavera aveva suscitato a Como un grave scandalo:
« "Pochi mesi or sono i giornali di Como con parole nobilmente sdegnose denunciavano alla pubblica indignazione una persona di agiata condizione e appartenente alla classe colta e civile quale turpe corruttore di minorenni, narrando su tal proposito un grave scandalo avvenuto in un vicino e ridente paese. (...) Venne [una denuncia] che fu poi ritirata (...) perché si sapeva che lo imputato era un irresponsabile. Tra gli atti processuali figurava precisamente un certificato attestante che il prevenuto [imputato] M. L. era già stato ospite del manicomio e classificato tra i pazzi morali [8]. Era un certificato asciutto ma nel suo laconismo diceva assai. Fu dichiarato non luogo a procedersi per remissione [9] e l'imputato sponte [di sua spontanea volontà, NdR] andò a rinchiudersi nel manicomio"[10]. (...)

[M.L.] "è pederasta attivo e passivo: predilige i giovanetti per sfogare con loro l'onanismo. (...) Quando seppe che era aperta un'istruttoria penale contro di lui per le recenti oscenità - che fecero tanto clamore nel suo paese nativo - egli fuggì e andò a Parigi con pochi mezzi finanziarii. Cedo la parola a lui. "Mia moglie non voleva mandarmi denaro ed ero costretto a passare le notti ne' dormitori pubblici e cioè in mezzo a gentaccia d'ogni risma". (...) Ai ragazzi che masturbava regalava sempre 50 centesimi e in certi giorni ne prese in casa persino sei in una sola mattinata: a quelli che esercitavano l'onanismo su di lui regalava 60 centesimi. (...) M. mi diceva che in una sola sera con tre giovanetti per cinque volte consecutive ebbe godimenti sessuali. (...) Come si disse, non è amante del coito con la donna, mentre ha una tendenza irresistibile per il maschio giovanetto, che pare solo svegli in lui il senso erotico"[11]»

  • 1895 - Clodomiro Bonfigli (1838-1909) pubblica nel 1897 una lettera d'amore che era stata scritta a lui personalmente nel 1895 da un paziente internato nel manicomio di Roma, di nome Ulisse. Il paziente, non possedendo le parole per esprimere un amore omosessuale, prende a prestito il più convenzionale linguaggio poetico, da libretto d'opera, con effetti a tratti esilaranti:
« "Dottore! L'ardire che mi prendo è grande, ma una forza soprannaturale mi ha accecato, ed a costo della morte vergar io voglio! Le miserie della vita umana sono tante, e lei che è tanto buono abbia compassione delle mie. Affranto da tante sciagure, oppresso dal dolore, cado in un leggero sonno; e ravvolto dalle gravi tenebre io sogno, ed il sogno è questo... Un Angelo ravvolto in candido velo mi si appressa e mi stringe la mano e dice: "Ulisse mi conosci?" Io risposi: "Chi sei tu?" Di biondo crine costui ornato era, roseo il volto angelico, dolci i suoi accenti; era desso, sì, era desso, ma oh?, mio Dio, la man mi trema, sento mancarmi... Cerco chi soccorrer mi potria, ma è troppo lungi da me; o che terribil momento! Mi porto quella mano al cuore, esso batte forte forte, pare che voglia scoppiarmi! Dottore si scordi per un istante di esser mio superiore, e lasci questa mano che libera agisca. Mio caro quante volte si pensa a morir, e [che] la morte ci tronchi l'esistenza e con essa le sventure! Questo mentre la cerco e non la trovo! Intanto sogno ancora, quell'angelo me lo strinsi al seno, lo baciai in viso poi scomparve e io mi svegliai: vana illusione! Chi era l'angiolo ammaliatore? Ah! che... son per dire... La favella mi si opprime, la favella mi si offusca (coraggio). È lei Dottore l'Angiolo mio! (...)

Le angeliche forme di X. Y. si eclissano dinanzi alle sue di cherubino! Ma sogno forse io? No, son desto! E più non so reggere innanzi a sì ardua impresa!- È follia.- Lei non potrà amarmi, del suo cuore è già sovrana chissà qual dolce donzella, ma se per caso ce ne avesse un posticino vacante, deh per pietà lo riservi per me, saprò amarlo e le darò prova dell'amor mio! Cosa mai io dico? (Eppur si muore!) Ah! Non avrò giammai sì tal bene, ben lo comprendo, ma voglio avere la soddisfazione che sappia che io l'amo, io l'adoro finché Dio sarà Dio! (...)
Addio e quest'addio sia seguito da mille baci che il povero Ulisse porgere le vorria sulle sue vermiglie labbra!"[12]»

  • 1896 - Andrea Cristiani dedica uno scritto al problema della difficoltà di reprimere la sessualità degli internati in manicomio[13], trattando in particolare il caso d'un internato omosessuale, sodomita attivo e passivo, che per eccitarsi introduceva oggetti nell'ano. La sua valutazione della cosa fu che: "Egli come degenerato è anche sessualmente pervertito, e come degenerato manca di senso morale che valga a frenare lo sfogo dei pervertiti istinti sessuali" (p. 186).
  • 1896 - Giulio Pelanda[14] scopre che, fra i ricoverati nel manicomio di Verona, molti di coloro che sono "sessualmente pervertiti" soffrono anche d'ernia (l'ernia è dunque, si chiede, un sintomo di "degenerazione"?). Peraltro i comportamenti che egli cita sembrano dettati da "omosessualità di compensazione", ossia causati dalla condizioni umane del manicomio stesso.

XX secolo - Anteguerra

Certificato di ricovero per "inversione sessuale", 1912.
  • 1902 - Nell'articolo che innescò lo scandalo che sarebbe costato la vita a Friedrich Alfred Krupp, a Capri, l'anonimo articolista chiese di colpire gli omosessuali che corrompevano i giovani di Capri col carcere o col manicomio: "Noi imponiamo alle autorità italiane di intervenire, di disperdere la banda della corruzione, di ficcare nel manicomio o nella galera i turpi personaggi di questo più turpe dramma"[15].
  • 1903 - Luigi Oliva affronta in un articolo[16], a partire da due casi di omosessuali (uno dei quali ricoverato per alcolismo nel manicomio di Mantova), di questioni come l'internamento manicomiale coatto e la castrazione degli omosessuali.
  • 1904 - Pietro Fabiani scrive un articolo[17] che può essere preso come culmine del tentativo di lucrare sul desiderio delle famiglie "rispettabili" e dotate di mezzi desiderose di guarire un famigliare affetto da questa strana anomalia, su cui peraltro egli sembra avere le idee fortemente confuse. In sole sette pagine riesce infatti a trattare di ermafroditi, omosessuali, transessuali, travestiti (facendo un gran caos), ma soprattutto a citare per ben due volte la sua rinomata "Casa di Salute", sita in via S. Rocco di Capodimonte (Napoli).
  • 1905 - Un avvocato, Vittorio Codeluppi, scrive una serie di considerazioni [18] sul caso di un falsario omosessuale, affermando fra le altre cose è meglio internare gli omosessuali in manicomio piuttosto che in prigione, dove si danno a orge con gli altri carcerati.
  • 1906 - In un libro[19] che usa un tono moralistico per smerciare racconti pruriginosi, uno scrittore italiano che usa lo pseudonimo "Walter Altorf" documenta che per quella data era ormai avvenuto il passaggio ai discorsi del grande pubblico della tesi secondo cui le persone omosessuali non sono criminali, bensì malati mentali: "Non bisogna interessarsi a vedere altro che dei malati in queste povere vittime della loro ossessione. Meritano della pietà e non dell'odio; hanno bisogno di cure nell'isolamento completo d'un manicomio-carcere apposito" (p. 113). Si noti che a questa data il reato di omosessualità era stato ormai abolito dal codice penale, quindi l'internamento manicomiale non era più una alternativa ai rigori del carcere, bensì una forma di privazione della libertà che per così dire "suppliva" all'assenza della pena carceraria.
  • 1908 - Un articolo di giornale [20] ha conservato memoria del caso di Carlo/Apollonia, un vaccaro della zona di Trieste, che si vestiva da donna ed era probabilmente transessuale, dato che insisteva di essere donna. Per questa "mania" fu internato in manicomio.
  • 1908 - In un saggio psichiatrico G. L. Gasparini[21] descrive le persone omosessuali come "ritardati e degenerati", per cui andrebbero senz'altro rinchiuse in manicomio. La ragazza di cui presenta il caso è pazza perché: a) è mancina; b) è molto forte "per essere una donna"; c) ha un carattere fermo e indipendente; d) i peli del pube hanno una forma strana. Ovviamente il suo "carattere virile" è presentato come la prova più significativa. In definitiva la ragazza è "degenerata" in quanto lesbica, ed è lesbica in quanto degenerata.
  • 1912 - Rodrigo Fronda[22], impiegato presso il manicomio di Nocera Inferiore, rivolge l'attenzione per una volta verso le infermiere del manicomio, pubblicando alcune lettere d'amore scambiate fra loro. Un documento interessante, in cui sono le stesse donne a parlare in prima persona.
  • 1912 - Nel manicomio di San Lazzaro, a Reggio Emilia, Girolamo X viene ricoverato dal 25 giugno al primo settembre 1912 specificamente per "inversione sessuale". Nella sua cartella clinica "è allegata la lettera della maestra del paese che spiegava al medico la preoccupante situazione"[23].
  • 1914 - Un certo "Dr Fram" scrive sulla rivista "Educazione sessuale" (n. 5, 1 giugno 1914, p. 10) l'articolo Prostituzione maschile, in cui afferma: “Un più alto tenore di vita sociale, dal punto di vista della ripartizione della ricchezza, toglierà l'incentivo alla prostituzione. Finché non sia possibile, l'ospedale ed il manicomio debbono toglier di mezzo questi malati mentali”.
  • 1917 - All'ospedale psichiatrico militare San Girolamo di Volterra è ricoverato un
« intagliatore di marmo, che è nato in una città del sud nel 1889. E' soldato in un reggimento di bersaglieri. Ricoverato nell'Ospedale militare di Livorno, viene mandato a Volterra con le seguenti annotazioni: "Allega pederastia passiva e non potendosi constatare in un reparto d'osservazione si invia al Manicomio per l'accertamento dei caratteri psicopatici e degenerativi del soggetto".

D. viene ammesso al S. Girolamo nell'ottobre del 1917. L'anamnesi dei medici del frenocomio dice che il padre è morto per paresi post apoplettica, mentre lui ha sofferto di tifo a 17 anni, non ha avuto altre malattie degne di menzione, è bevitore moderato. D. proviene comunque dalle file dei riformati in prima visita, per deperimento organico, ma nel 1916 è stato richiamato alle armi, anche se non è mai stato impegnato al fronte, né in combattimenti. Le ragioni del suo invio in osservazione all'ospedale militare di Livorno sono da ricercare - come si è accennato - in una pederastia passiva, che lui comunque nega. D. ammette però che durante una delle crisi nervose, alle quali va soggetto, qualcuno ha abusato di lui.
Nei primi giorni di ricovero a Volterra denuncia una lieve stato confusionale, poi si riordina e si mostra lucido e coerente. I medici gli comunicano le ragioni del suo ricovero, lui nega ostinatamente, mentre sembra che alcuni "segni" fisici confermino la sua omosessualità e gli operatori del frenocomio annotano che il "suo carattere si rivela anche esteriormente, nel modo di camminare, nel parlare, in certi manierismi ed atteggiamenti quasi femminei". La diagnosi - figlia del tempo - è quella di pervertimento sessuale; il 16 maggio l'uomo è comunque rinviato al corpo di provenienza[24]»

  • 1920 - Nello Lazzaroni, medico al manicomio di Imola, scopre una bizzarra "legge" sulla prole degli "invertiti sessuali"[25], basandosi su un campione di undici pazienti "invertiti sessuali" da lui curati[26].
  • 1925 - Nel manicomio provinciale di Mombello (Como), fu internato il 18 aprile 1925 C. L., un minorenne di 19 anni, accusato di aver derubato e di aver dato un calcio al padre per procurarsi il denaro necessario a fuggire di casa per soddisfare le sue tendenze omosessuali, come aveva fatto, prostituendosi, fin dall'età di sedici anni, in altre città (Milano e Venezia). Costui, in manicomio:
« "Parla, senza accenno a vergogna, dei furti, delle falsificazioni delle firme, dei suoi amanti di Milano (ne ricorda qualcuno come ottimo pagatore, qualcun altro verso il quale si sentiva trasportato da vero amore), e delle sozze pratiche cui si sottoponeva; cerca di scusare le fughe da casa ed i furti allegando presunti maltrattamenti, ristrettezze finanziarie cui lo obbligavano i genitori, ma soprattutto le mette in rapporto coll'insistente stimolo di dar sfogo alla sua pervertita sessualità. Insiste nel dirci che lo stimolo non è continuo, ma accessualmente avvertito ed in ispecie quando si fa ipereccitabile. Questa la sintomatologia clinica presentata nei primi tempi di degenza. Ora (alla distanza di circa tre mesi) appare moralmente migliorato, non parla più dei suoi vizi, anzi cerca di cambiar discorso se qualcuno gliene parla; l'affettività è maggiormente sentita, tanto che si intrattiene con molta cordialità col padre e col fratello. Durante la degenza non ha mai cercato di sfogare il suo istinto"[27]»
  • 1925 - Sempre nel manicomio provinciale di Mombello (Como) il 23 aprile 1925 viene internato P. A., 33 anni, dopo una vita passata a battersi contro l'emarginazione a cui, dall'adolescenza in poi, lo aveva condannato la sua "diversità":
« "All'età di 16 anni si innamorò pazzamente del maggiordomo della casa presso la quale prestava servizio e non tardò a manifestargli il suo affetto ed a concederglisi. L'idillio durò per circa un anno, ma poi, conosciuto [scoperto], egli venne cacciato dalla casa.

Da quel momento si inizia per lui una vita errabonda: in breve tempo viene nuovamente cacciato di dove presta servizio. Frequenti sono le scene di gelosia con altri giovani (pederasti passivi), perché teme gli sottraggano il suo amato e spesso si fa irascibile ed ipereccitabile.
Sentendosi inemendabile [incorreggibile] e vedendo che gli riusciva impossibile occuparsi onestamente giacché, a causa del suo vizio, era ovunque cacciato, stretta amicizia con individui che notoriamente esercitano la prostituzione maschile a Milano, cominciò egli pure a darsi alla vita di strada. Dai compagni gli fu imposto il nome di battaglia "Rosetta". Ripugnandogli concedersi per lucro, approfittando della sua voce tenorile e del gestire femmineo, per campar la vita, andava cantando canzoni pornografiche accompagnandole con tutte le mosse poco corrette che soglionsi osservare nei Varietés di basso rango, per le osterie e i ritrovi mondani. Per rendersi maggiormente interessante, si vestì addirittura da chanteuse accompagnando il canto e le danze col cembalo. Questa occupazione era per lui assai lucrosa, poiché gli dava agio di mantenere i suoi amanti, dei quali era gelosissimo e pei quali faceva spesso violente scene di gelosia. (...) Più volte venne arrestato e qualche volta processato per ribellione alla forza pubblica. Nei litigi coi compagni di disgrazia, che erano frequentissimi, fu anche ferito. Non ha però mai avuto tendenza al furto. Durante la guerra, chiamato alle armi, fu adibito, in qualità di attendente, presso un ufficiale. Per sei mesi prestò servizio regolarmente, dedicandosi, con passione, alle faccende domestiche. Un bel giorno, sorpreso cogli abiti della signora a pavoneggiarsi davanti allo specchio, fu licenziato ed inviato in osservazione all'Istituto Psichiatrico di Reggio Emilia dove rimase per 18 mesi. Ottenuta la libertà, ricominciò a fare la chanteuse, ma da qualche anno, avendogli la Questura proibito di indossare abiti femminili, per vivere ed aver modo di sovvenzionare gli amanti si diede al piccolo commercio ambulante di oggetti sacri, non rinunciando però del tutto a fare la conzonettista. Da non molto si è dato al bere (...). Il 23 aprile 1925, trovato per le vie di Como in istato di eccitamento da intossicazione etilica acuta, è stato condotto nel nostro Istituto"[28] »

  • 1937 - Felice Colapietra, impiegato presso l'ospedale psichiatrico di Perugia, racconta[29] la vicenda d'un giovane di 21 anni che per vendicarsi dell'uomo amato che lo aveva lasciato, aveva appiccato un incendio. L'autore definisce la vicenda "un amore assurdo, paradossale, delirante per la sua estensione e profondità", sboccato in "un delirio erotomaniaco". Il caso è per lui "un mostruoso intreccio di follia e di degenerazione somatica", tanto che egli addossa al povero paziente, ricoverato in manicomio, tutto l'armamentario delle degenerazioni.
  • 1934-1939 - A Roma un ragazzo di 16 anni, Giovanni Battista Pag***, è ricoverato nel manicomio di Santa Maria della Pietà dal padre. Lo salva, dopo cinque anni, ormai raggiunta la maggiore età (21) l'interessamento della matrigna:
« In una cartella del 1939 una storia esemplare. Per 5 anni in due successivi ricoveri è al S. Maria della Pietà un ragazzo che all'ammissione ha solo 16 anni: "Psicodegenerato, omosessuale (passivo)...". Inviato dal Policlinico viene ricoverato al padiglione XII, dei Pericolosi e poi al XVIII, dei Criminali. Si leggono le lettere che la matrigna invia al direttore perché, almeno, dal XVIII padiglione sia trasferito al XII: "Chiedo... quale sia la degenerazione psichica di cui è stato affetto e per la quale il padre lo abbia rinchiuso. La prego di essere chiaro e franco nel parlare. ...Se Ella potesse veramente occuparsi di lui per il trasferimento dal 18° padiglione al 12°, cioè al Suo, dove egli si trovava tanto bene, e da dove è stato passato al 18° non so per quali ragioni. Egli non è un criminale, quindi non può vivere tra condannati, non Le pare?...".

La cartella si chiude con una nota dal padiglione XII: "Il ricoverato è rimasto in questo XII pad. per circa due anni consecutivi. Andò al XVIII perché spontaneamente si offerse. Nella sua lunga degenza non ha dato luogo a rilievi dal punto di vista sessuale. Che egli sia stato pederasta passivo nell'adolescenza è indubbio, ma nulla è stato constatato. Egli anzi si è abitualmente dedicato al lavoro. Egli è certamente abulico, quindi di poca fermezza nei suoi propositi: però dopo una così lunga degenza, con un comportamento complessivamente lodevole, considerata anche l'età raggiunta (21 anni compiuti), considerato altresì che non sarebbe umano rinunciare ad un secondo tentativo di riammetterlo nella società, considerato inoltre che egli non presenta mai pericolosità.... nel senso voluto dalla legge, se ne dispone la dimissione per non ricorrere più gli estremi per l'internamento"[30]»

XX secolo - Dopoguerra

  • 1951 - In Svezia diventa pubblico lo scandalo di Kurt Haijby, che aveva avuto una relazione col re Gustavo V dal 1936 al 1947, ed aveva cercato di ricattarlo, prima ricevendo 170.000 corone, e poi finendo ricoverato in un ospedale psichiatrico quando il denaro non era più bastato a zittirlo. Riuscito a denunciare la situazione, fu liberato dal manicomio, ma condannato nel 1952 ad otto anni di lavori forzati, ridotti a sei in appello.
  • 1961 - In questo anno Giancarlo Albisola scrive un ciclo di poesie[31], dedicate all'amore per un adolescente (conosciuto durante un breve soggiorno in una clinica psichiatrica), incapace d'accettare la propria omosessualità e sottoposto ad elettroshock per "guarirlo". Per la pubblicazione si sarebbe però dovuto attendere vent'anni, fino al 1980[32].
  • 1964 - Deciso a denunciare Aldo Braibanti, che convive ed ha una relazione con suo figlio Giovanni Sanfratello, il 1° novembre 1964 Ippolito Sanfratello, con l'aiuto dell'altro figlio Agostino e di altri familiari, si presenta alla porta di Braibanti a Firenze e rapisce Giovanni con la forza. Giovanni fu portato in manicomio nei pressi di Verona, dove rimase circa due anni e fu sottoposto alla "cura" dell'omosessualità la cui moda è ormai sempre più diffusa: l'elettroshock. Questo sequestro di persona fu l'inizio d'uno dei più gravi scandali omosessuali della storia d'Italia.
  • 1971 - Francesco Saba Sardi lasciò testimonianza d'un caso di omosessuale svizzero, da lui conosciuto in questo anno, colpito al tempo stesso con la castrazione e l'internamento manicomiale:
« Al manicomio di Limbiate presso Milano, nel 1971 abbiamo conosciuto un omosessuale svizzero, originario del Canton Ticino, castrato per ordine delle autorità di Zurigo, come prescrive il codice in vigore nei cantoni di lingua tedesca, perché, si leggeva nel decreto-referto “sorpreso più di tre volte a infastidire persone del suo stesso sesso in luoghi pubblici”. Nella zona perineale, tra radice del pene e ano, gli era stata ‘praticata’, per una sorta di contrappasso, una vagina: un buco slabbrato, implume, che lo svizzero esibiva volentieri tra i lazzi degli infermieri. Passava le giornate nella sua cella a ricamare con grande abilità cuscini e tovagliette; amava ricordare che i marinai, un tempo, lavoravano al tombolo, teorizzava sull'omoerotismo di guerrieri, militari, collegiali, monaci, carcerati. Di tanto in tanto smaniava al ricordo della virilità perduta; batteva la testa contro le pareti imbottite; lo legavano al letto e lo ingozzavano di psicofarmaci. Dopo un paio di giorni tornava ai suoi ricami. A Parigi, Boulevard des Italiens, si era comprato anni addietro una serie di mutandine femminili, queste con lo spacco dietro, quelle con una pelliccetta di nailon nero e aperte davanti, altre con una pattina di lustrini a forma di mano; le usava un tempo “per eccitare i miei maschi”. Le conservava come altri conservano vecchie fotografie, ricordi di viaggio: accuratamente ripiegate, sbiadite, riposte per sempre. Tutti gli uomini, sosteneva, ci stanno: basta saperci fare[33]»
  • 1973 - L'utilizzo anche in Italia delle scosse elettriche (reso celebre dal film Arancia meccanica) per "curare" l'omosessualità nelle strutture manicomiali è documentato dal saggio di F. M. Puca, E. Ferrarini, G. Masi, L. M. Specchio, S. Genco, Terapia “avversiva” con shock elettrico in alcuni casi di omosessualità, "Rivista sperimentale di freniatria", XCVII 1973, p. 862-sgg. Un opuscolo che pubblicizza apparecchi per dare scosse elettriche per la "terapia d'avversione", al fine di trasformare i pazienti omosessuali in eterosessuali attraverso il "condizionamento" pavloviano, è stato ripubblicato nell'articolo di Jamie Scot, Shock the gay away: secrets of early gay aversion therapy revealed, "Hufpost blogs", June 28 2013. Incredibilmente, l'attrezzatura viene proposta anche per l'uso domestico, e per l' auto-somministrazione al di fuori del diretto controllo medico.
  • 1974 - Nel processo a Giorgio Cola, condannato nel 1974 per torture ai pazienti psichiatrici, viene data testimonianza del fatto che:
« Per gli omosessuali la terapia era l'elettromassaggio pubico. Consisteva nell'applicare gli elettrodi uno sul basso ventre e uno sulla spina dorsale. Il più delle volte dopo alcune scariche elettriche si verificava una fuoriuscita di feci e sperma, dovuto al rilassamento dei muscoli, sottoposti al passaggio della corrente. Le urla erano agghiaccianti[34]»

Note

  1. Si vedano a titolo d'esempio i casi riportati in: Giovanni Dall'Orto, Tutta un'altra storia. L'omosessualità dall'antichità al dopoguerra, Il saggiatore, Milano 2015, pp. 373-396 e 661-669.
  2. Lorenzo Benadusi, Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista, Feltrinelli, Milano 2005, pp. 214-216.
  3. Roberto Fontanili , Reggio Emilia, i casi di “inversione sessuale” nell'archivio del San Lazzaro. Spuntano cartelle cliniche di persone gay ricoverate tra il 1870 e il 1920, "Gazzetta di Reggio", 18 novembre 2017.
  4. Cesare Lombroso, Del tribadismo nei manicomi, "Archivio di psichiatria", VI 1885, pp. 218-221.
  5. Guglielmo Cantarano, Inversione e pervertimento dell'istinto sessuale, "La psichiatria, la neuropatologia e le scienze affini", V 1887, pp. 195-221.
  6. Guglielmo Cantarano, Contribuzione alla casuistica della inversione dell'istinto sessuale, "La psichiatria, la neuropatologia e le scienze affini", VI 1888, pp. 201-216.
  7. Alberto Costa,Rettili umani. Libro in difesa della morale, Rampoldi & Magistris, Milano 1889, p. 174.
  8. Cioè gli incapaci di fare scelte morali "corrette".
  9. Ritiro della denuncia.
  10. Lino Ferriani, Un caso di pervertimento sessuale, "La scuola positiva", III 1893, pp. 909-912, p. 910.
  11. Lino Ferriani, Op. cit., pp. 911-912.
  12. Clodomiro Bonfigli, I pervertimenti sessuali, Capaccini, Roma 1897, pp. 19-20.
  13. Andrea Cristiani,Autopederastia in un alienato, affetto da follia periodica, "Archivio delle psicopatie sessuali", I 1896, pp. 182-187
  14. Giulio Pelanda, Ernie ed anomalie sessuali, "Archivio delle psicopatie sessuali", I 1896, pp. 85-93
  15. "Anonimo, Capri-Sodoma, "La Propaganda", 15 ottobre 1902.
  16. Luigi Oliva, Due casi di inversione sessuale, "Annali di freniatria e scienze affini", XIII 1903, pp. 251-258, 289-302, e XIV 1904 pp.68-83, 138-155, 255-274.
  17. Pietro Fabiani, Inversioni sessuali. Ermafroditi, andrògini, ginàndri ed effeminati completi, "La nuova scuola medica napoletana", XX 1904, pp. 1-7.
  18. Vittorio Codeluppi, Peculato e falsi di un uranista, "La scuola positiva", XV 1905, pp. 373-383 e 459-466.
  19. Walter Altorf, I turpi amori degli uomini, Rinfreschi, Piacenza 1907
  20. Anonimo, Un pazzo vestito da donna, “Il messaggero”, 04.06.1908.
  21. G. L. Gasparini, Un caso di omosessualità femminile, "Archivio di psichiatria", XXIX 1908, pp. 24-35.
  22. Rodrigo Fronda, L'omosessualità nella donna, "Il manicomio", XVII 1912, pp. 123-134.
  23. Roberto Fontanili , Reggio Emilia, i casi di “inversione sessuale” nell'archivio del San Lazzaro. Spuntano cartelle cliniche di persone gay ricoverate tra il 1870 e il 1920, "Gazzetta di Reggio", 18 novembre 2017.
  24. Anonimo, Storie di trincea e di "follia". Così la guerra e la malattia, "La Risveglia", n° 2, settembre-dicembre 1999 (online).
  25. Se non tutti coloro i quali hanno una prole preponderatamente o esclusivamente femminile sono invertiti, la maggior parte degli invertiti ha una prole di sesso preponderatamente o esclusivamente femminile”.
  26. Nello Lazzaroni, Il sesso negli eredi degli invertiti sessuali, "Rivista sperimentale di freniatria", XLIII 1920, pp. 564-565.
  27. Mario De Paoli, Contributo allo studio della omosessualità passiva, "Quaderni di psichiatria", XII 1925, pp. 239-251, p. 242.
  28. Mario De Paoli, Op. cit., p. 243.
  29. Felice Colapietra, in: Incendio doloso da passione omosessuale, "Annali dell'ospedale psichiatrico di Perugia", XXXI 1937, pp. 153-159
  30. Giuseppe Riefolo, Tommaso Losavio, Tra '800 e '900. La psichiatria italiana attraverso i documenti clinici del S. Maria della Pietà, studio online sul sito dell'Istituto Ricci. Si può scaricare in formato .doc da qui. Gli autori specificano che la cartella clinica è datata 8.10.1939.
  31. Figli ribelli. Poesie per un diverso.
  32. Apparvero dapprima nell'antologia a cura di Emilio Faccioli, Nuovi poeti italiani n. 1, Einaudi, Torino 1980; furono poi riedite autonomamente come: Poesie per un "diverso" e altre cose, Rebellato, Fossalta di Piave 1985.
  33. Francesco Saba Sardi, La perversione inesistente ovvero il fantasma del potere, La Salamandra, Milano 1977, p. 23.
  34. Alberto Papuzzi e Piera Piatti, Portami su quello che canta. Processo a uno psichiatra, Einaudi, Torino 1977, p. 39.

Bibliografia

  • Ministero per i beni culturali e ambientali, Direzione generale degli archivi, Primo rapporto sugli archivi degli ex Ospedali psichiatrici, a cura del Gruppo di coordinamento del Progetto nazionale "Carte da Legare", Editrice Gaia, 2010. Il .pdf è scaricabile da qui.
  • Chiara Beccalossi, Female sexual inversion. Same-sex desires in Italian and British sexology, c. 1870-1920, Palgrave Macmillan, London 2012, passim.
  • Lorenzo Benadusi, Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario fascista, Feltrinelli, Milano 2005, pp. 208-216.
  • Giovanni Dall'Orto, I matti son matti. Psichiatria, "normalità" e omosessualità, in: Roberto Mauri (a cura di), Dentro e fuori, Edizioni dell'Arco, Milano 2005.

Link esterni

Voci correlate