Legge Mancino

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In blu: nazioni europee che hanno leggi contro i crimini d'odio a carattere omofobico, in viola quelle che hanno leggi contro i crimini d'odio a carattere omofobico e transfobico.

Legge Mancino e crimini d'odio

La legge 25 giugno 1993 n. 205, anche chiamata Legge Mancino, è stata approvata allo scopo di lottare contro i crimini d'odio. Essa incrimina tanto le violenze quanto l'incitamento alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, e coordinandosi con la legge n° 654 del 1975 appronta specifiche e ulteriori sanzioni anche per coloro che partecipano ad associazioni, movimenti o gruppi avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Proposte parlamentari sull'estensione della Legge Mancino

I tentativi di rinfoltire la categoria dei soggetti tutelati dalla Legge Mancino, specie per quanto attiene gli omosessuali e, più in generale, la comunità Lgbt, sono stati portati avanti con diversa intensità in diverse legislature e già al tempo della approvazione del testo di legge nel 1993. Nessuno di questi è però mai andato in porto.

L'emendamento Colaianni e l'ordine del giorno Zuffa

Alla Camera, dove la discussione sull'approvazione della Legge Mancino proseguì in diverse giornate [1], il tema centrale del dibattito era più volto ad analizzare le questione tecniche del provvedimento che quelle relative al merito delle norme. L'unica proposta emendativa [2] in senso favorevole alla comunità Lgbt fu quella del Dep. Colaianni (Pds) ma fu cestinata, nella quasi totale indifferenza [3], il 10 giugno del 1993, con 237 voti contrari, 113 favorevoli e 2 astenuti.

Quando i deputati Salvatore Senese[4] e Nicola Colaianni[5], entrambi del Pds, e Ramon Mantovani di Rifondazione fecero nei loro interventi degli accenni espliciti alla questione degli omosessuali, nessuno in aula sentì la necessità di intervenire, rispondere o magari di interromperli bruscamente. Eppure gli animi ero certo eccitati: prima, dopo e anche durante gli interventi di Senese e Colaianni il dibattito scivolò più volte in bagarre - con epiteti del tipo “Torna nel sarcofago!” cui seguì a stretto giro un “Rottame!” - a causa di alcune affermazioni di espondenti dell'Msi sul rapporto del fascismo con la comunità ebraica di allora.

Per ragioni di pura formalità, solo il Relatore della Legge Mancino alla Camera, Remo Gaspari (Dc), e il Rappresentante del Governo in Aula, Vincenzo Binetti (Dc), affermarono entrambi sbrigativamente che sarebbe stato inopportuno “sovraccaricare eccessivamente il provvedimento” in quanto l'inclusione ne avrebbe snaturato il senso.

Quando il 15 giugno del 1993 arrivò il momento di votare il testo nel suo complesso, il Dep. Ramon Mantovani, del gruppo di Rifondazione, intervenne a sostegno della legge, nonostante “i gravi limiti” della stessa, tali da “inficiare l'efficacia di un'azione tesa a combattere veramente [...] il fenomeno del razzismo[6]. “Pur votando a favore di questo decreto del Governo” il gruppo di Rifondazione, per bocca di Mantovani, ribadì “la necessità di condurre una battaglia vera, efficace e seria contro il nuovo razzismo che va crescendo nella nostra Italia”. Di tenore simile l'intervento di Colaianni che, dispiaciuto per la mancata approvazione del suo emendamento, ritenne tuttavia che “il decreto-legge avesse [comunque] un contenuto positivo”, annunciando il voto favorevole del suo gruppo parlamentare. L'atto legislativo fu quindi messo ai voti e approvato nel suo insieme il 15 giugno del 1993, passando così all'esame del Senato.

Al Senato, il testo della Legge Mancino arrivò nella seduta pomeridiana del 25 giugno 1993 e nello stesso giorno venne approvato. La discussione si svolse velocemente e furono in sostanza trattati gli stessi temi di natura tecnica affrontati alla Camera. Tutti gli emendamenti presentati dai gruppi parlamentari furono bocciati. Non anche però quelli relativi alla difesa degli omosessuali, ritirati dagli stessi proponenti (Zuffa e altri) in cambio dell'approvazione di un ordine del giorno [7] – di valore meramente simbolico – che impegnasse il governo sul tema delle violenze omofobiche. La Sen. Grazia Zuffa (Pds), pur ritenendo parecchio gravi “gli episodi violenti, di intolleranza, di aggressione e discriminazione di tipo ideologico” nei confronti degli omosessuali, fece leva sull'urgenza di un'approvazione celere del provvedimento per motivare il ritiro degli emendamenti "pro Lgbt".

Dopo l'approvazione dell'ordine del giorno Zuffa, la Legge Mancino divenne formalmente una legge dello Stato.

Altre proposte di estensione

Sotto il Governo Berlusconi, Prodi e l'alternativa Concia su aggravanti: da scrivere

Opposizione all'estensione pro Lgbt della Legge Mancino

Argomentazioni avanzate in sede parlamentare/commissione giustizia (tipo pregiufiziali di costituzionalità): da scrivere

Note

  1. È possibile leggere i resoconti stenografici della Camera, relativi alla Legge Mancino, cliccando sul numero di ciascuna seduta: 189 del 27/05/1993, 193 del 08/06/1993, 195 del 10/06/1993 e 198 del 15/06/1993
  2. L'emendamento 0.1.21.1 – presentato da Colaianni – era volto ad aggiungere le parole “di sesso, di lingua, di opinioni politiche o relative a condizioni personali”, con chiaro richiamo all'art. 3 della Costituzione italiana.
  3. Il Deputato Carlo Tassi (Msi) chiese spontaneamente di poter intervenire e dichiarò laconicamente: “Signor Presidente, prendo la parola soltanto per dire che voterò a favore del subemendamento Colaianni”, iniziativa assai singolare se si tiene conto del fatto che il gruppo parlamentare dell'Msi aveva assolutamente ignorato durante il dibattito tanto le osservazioni di Senese quanto quelle di Colaianni, votando poi compatto contro l'emendamento 0.1.21.1.
  4. Nel suo intervento, Senese notò come il testo della legge “fosse assolutamente muto” rispetto a certi fenomeni presenti “in alcune città dell'Europa centrale, ma anche dell'Italia del nord”. Secondo il deputato, “alcuni gruppi di «giustizieri» [si ponevano] come obiettivo quello di ripulire la città dalle prostitute, dagli omosessuali [e] dai tossicodipendenti”. Questi “giustizieri” erano mossi da intenti discriminatori del tutto simili a quelli di cui si stava trattando in aula e “se domani l'emergenza assumesse questo volto, o altri volti (la discriminazione dei «barboni», degli emarginati eccetera), noi ci troveremmo nella necessità di dover emanare [nuovi provvedimenti per] inseguire le infinite forme che può assumere l'intolleranza”. In un'ottica quindi di prevenzione di un problema ancora di là da venire, secondo Senese, era necessario implementare la Legge Mancino di nuovi paramatri sui quali basare la discriminazione.
  5. Colaianni, chiamato a spiegare le ragioni del suo emendamento, affermò che occorreva “tutelare le categorie ugualmente discriminate, [come] ad esempio gli omosessuali, i barboni, le prostitute [e] i tossicodipendenti; una serie di persone che soffrono di discriminazioni come gli extracomunitari o gli appartenenti ad un'altra razza o religione”. L'emendamento tentava quindi “di non creare disparità di trattamento tra le tante categorie discriminate”, traducendo penalmente il “precetto contenuto nell'articolo 3 della Costituzione, che altrimenti rimarrebbe una norma la cui violazione è sanzionata soltanto in alcuni casi”.
  6. A Mantovani parve "
    « innanzitutto grave che [fosse stato] stato respinto” l'emendamento Colaianni né gli risultarono ragionevoli le motivazioni del relatore circa l'incongruità dell'emendamento con la materia del decreto-legge: “Sarebbe come dire che, se un gruppo di persone propugna e pratica l'eliminazione fisica dei neri o degli ebrei, incorre nella fattispecie dei reati di cui a questo decreto-legge, e nelle conseguenti aggravanti; mentre se propugna e pratica l'eliminazione fisica degli omosessuali, no! Forse il relatore e il Governo hanno dimenticato, o fanno finta di non sapere, che i nazisti non si limitavano a sterminare gli ebrei, ma sterminavano anche gli omosessuali e gli oppositori politici »
    ”.

    Secondo Mantovani, che si rivolge in particolare al “furore” della Lega Nord nonché dell'Msi verso gli immigrati e i meridionali, non può non parlarsi di razzismo anche nei confronti di quelle forme “di manifesta diversità di usi e di costumi di minoranze e di persone anche autoctone”, cioè “degli omosessuali ma anche delle donne [...]”.

  7. Con l'ordine del giorno Zuffa si chiese l'impegno del Governo “ad emanare urgentemente misure affinché le minoranza di cittadini oggetto di discriminazione e di aggressione per motivazioni ideologiche attinenti la loro identità sessuale [ricevessero] adeguata protezione e tutela”, in quanto “i cittadini omosessuali figurano tra i gruppi sociali più frequentemente bersaglio di gruppi neonazisti, tramite diffuse manifestazioni di odio e di aggressione verbale ideologicamente motivata, nonché di violenza fisica, insieme ad altre minoranze etniche, razziali o religiose”. Poco prima che l'ordine del giorno venisse approvato, il Sen. Francesco Enrico Speroni (LegaNord), chiedendo di intervenire, annunciò il suo voto contrario ritenendo che le discriminazioni verso gli omosessuali fossero diverse da quelle “di ordine razziale, religioso e via dicendo”: “i tipi di discriminazione […] purtroppo sono tanti (ad esempio dovremmo citare la discriminazione sportiva)” e a voler insistere con tale estensione sarebbe necessario “un elenco lunghissimo”. “Inoltre […] che le persone in esso citate costituiscano una minoranza può essere a mio avviso oggetto di qualche dubbio".

Voci correlate

Collegamenti esterni

Bibliografia

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