Jacopo Bonfadio

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Jacopo Bonfadio.

Jacopo (o Iacopo) Bonfadio (Gazano, 1508 – Genova, 19 luglio 1550) è stato un umanista e storico, giustiziato per sodomia nel 1550.

Vita

Nacque a Gazano (o Gazzane) sul Garda e studiò a Verona e Padova.

Dal 1532 visse a Roma e Napoli come segretario di vari cardinali e vescovi; nel 1540 fu poi a Padova come precettore di Torquato, figlio del cardinale-umanista Pietro Bembo (1470-1547).

Nel frattempo i suoi scritti lo avevano reso celebre: in particolare furono apprezzate le sue poesie e, per la loro eleganza, le Lettere famigliari, edite in parte nel 1543 da Aldo Manuzio e ristampate molte volte.

Questa fama gli valse l'offerta, nel 1544, d'insegnare filosofia presso l'Università di Genova.
Bonfadio si trasferì in quella città e nello stesso anno ebbe dalla Repubblica di Genova anche il prestigioso incarico di scrivere la storia ufficiale della città dal 1528 in poi, impresa a cui si accinse con scrupolo, arrivando fino al (suo) presente.
A dire di alcuni suoi contemporanei, però, lo scrupolo nel ricercare la "verità" storica gli sarebbe stato fatale: alcune potenti famiglie, che non avevano apprezzato il modo in cui Bonfadio aveva parlato di loro, approfittarono del fatto che lo storico aveva sedotto un suo studente per farlo condannare a morte per sodomia. Questa almeno è la tesi tramandata, un secolo dopo gli eventi (nel 1635), da Girolamo Ghilini (1589-1668)[1].

La condanna per sodomia (1550)

Frontespizio deglli Annali.

Lo scandalo per la sua condanna fu enorme e intellettuali di tutta Italia si mobilitarono, invano, per salvargli la vita[2]. Tuttavia, nonostante la mobilitazione degli amici, compresi alcuni patrizi di Genova, la sola grazia ottenuta fu che il reo fosse decapitato prima del rogo. La prassi non era insolita, essendo il rogo da vivo riservato ai casi più atroci, ma se non altro la decapitazione era considerata una pena più "nobile" rispetto all'impiccagione, riservata al popolino.
La sentenza (incluso il rogo del cadavere) fu eseguita il 9 luglio 1550, come attesta una nota ritrovata nel Registro dei condannati della Compagnia della Misericordia, che testualmente dice: "1550, 10 Iulii, Jacopus Bonfadius de contato [sic] Brixiae decapitatus fuit et postea combustus"[3].
La fretta di giustiziare il Bonfadio fu tale che la Repubblica non tenne conto del fatto che egli aveva preso gli ordini minori (cosa che conferiva il privilegio d'essere giudicati dai tribunali ecclesiastici, di solito molto indulgenti verso i membri del clero), creando così un "caso diplomatico" con le autorità religiose:

« Il papa scrisse una "breve" in cui moveva severe lagnanze pretendendone la consegna al tribunale ecclesiastico; e dopo la sua morte, nel febbraio del 1556, il cardinal Lomellini riferiva alle autorità di aver saputo che il papa era ancora scandalizzato perché era stato giustiziato prima ancora di dimostrare di essere chierico. (...) I governanti genovesi si preoccuparono di mandar le loro difese al cardinal Lomellini, che li rassicurò di voler perorare la giusta causa. Quattro giorni dopo, infatti, con una nuova lettera l'eminenza annunziò di aver ottenuto i massimi risultati, essendosi Sua Santità convinto della bontà degli esiti conseguiti dalla giustizia secolare.

Sua beatitudine, invero, quando venne a sapere per filo e per segno della turpitudine del Bonfadio, superò il ferito orgoglio di uomo di potere e di Chiesa che voleva intatto il diritto dei preti (maggiori o minori) a essere giudicati dalle Sacre Rote, e disse che quelle signorie Reverendissime "havevano fatto benissimo a far esseguir quanto feceno". Parola di papa[4]»

Il Bonfadio fu così uno dei pochissimi umanisti processati per sodomia a subire effettivamente la condanna: le connivenze di personaggi potenti, che in casi simili riuscirono sempre almeno a far fuggire in tempo l'accusato, nel suo caso furono rese vane dall'odio delle famiglie nobili che si ritenevano offese da lui.
L'esecuzione capitale di Bonfadio restò nella memoria degli intellettuali italiani come un atto ingiusto, al punto che ancora alla fine del Settecento veniva rinfacciata alla Repubblica di Genova. La quale, per salvarsi dall'imbarazzo, fece "opportunamente" sparire in data imprecisata gli atti del processo[5], che non sono mai più stati ritrovati.

Con la scomparsa delle carte, fu facile per gli studiosi "patriottici" negare che la vera causa della condanna del Bonfadio fosse la sodomia, e ancora nel 1960 Rossana Urbani [6] ha sostenuto che essa occultava in realtà un'accusa d'eresia! Una tesi, questa, abbastanza strana, visto che all'epoca nessuno sentiva il bisogno di "occultare" le accuse di eresia spacciandole per sodomia (anzi, semmai accadeva l'opposto, imputando ad eretici e libertini ogni tipo di trasgressione morale).

In realtà gli studi recenti, specie quello di Giovanni Delfino[7], mostrano che i documenti antichi concordano sulla fondatezza della tradizione che parla di condanna per sodomia.
Ovviamente resta perfettamente possibile che lo scandalo sia stato effettivamente sfruttato, se non addirittura montato, per ragioni politiche, approfittando d'una "debolezza umana" del Bonfadio (si pensi solo, per un'analogia con i nostri tempi, a come Dominique Strauss-Kahn sia stato eliminato dalla competizione politica sfruttando la sua passione per le prostitute). Un'ipotesi, questa, già adombrata da Scipione Ammirato (1531-1601):

« Ma trovato che egli tirava la gioventù a governo contrario di quello che si era allora in diritto, sotto colore [pretesto] d'impudici amori gli poser le mani addosso, et per avventura non trovatolo senza colpa, il condannarono al fuoco. Del cattivello, perché fosse meno scusabile, si leggono ancor rime, le qual pare rendan testimonianza di cotesta sua inclinazione[8]»

Al che Giovanni Delfino commenta:

« Di simili composizioni può essere esempio quella che si legge nella lettera XLVII (J. Bonfadio, Annali, Genova 1870). Ne riporto due versi significativi:

Sed mihi vae misero! steriliscunt gaudia, tantum
unus ego infelix, tu quia solus abes
(Me misero! vengono meno i piaceri. lo il solo
infelice poiché tu, l'unico, sei lontano)[9]»

Le ultime lettere

Caso quasi unico nella storia dei condannati a morte per sodomia, di Bonfadio ci è stato tramandato il testo d'una commovente "ultima lettera" a un nobile amico (il banchiere, poeta e bibliofilo Giovan Battista Grimaldi), scritta in attesa del boia, e forse d'una seconda, la cui autenticità è discussa, ma che potrebbe essere stata riscritta sulla base di una sua minuta[10]. Significativamente nella prima lettera Bonfadio non proclama d'essere innocente, ma solo di ritenere di non meritare una punizione tanto severa:

« Mi pesa il morire, perché non mi pare di meritar tanto: et pur m'acqueto del [rassegno al] voler d'Iddio. Et mi pesa ancora [anche], perché moro ingrato, non potendo render segno [esprimere] a tanti honorati gentilhuomini, che per me hanno sudato, et angustiato, et massimamente a Vostra Signoria, del grato animo mio.

Le rendo con l'estremo spirito [l'ultimo respiro] gratie infinite, et le raccomando Bonfadino mio nipote, et[11] al Signor Domenico Grillo, et al Signor Cipriano Pallavicino.
Sepelliranno il corpo mio in san Lorenzo[12]. Et se da quel mondo di là si potrà dar qualche amico segno senza spavento[13], lo farò[14]»

Il testo della seconda lettera dice invece:

« Cordialissimo e ver amico. El mi è stato ditto, et io l'ho per certissimo, che la vita mia ha poche hore di luce humana, onde mi sono sforzato di scriverti queste parole. Te solo ho trovato amico vivendo, et a te solo scrivo morendo. Tosto spero d'esser risoluto di quel che molte volte son stato in dubio[15].

Ho poi creduto che l'homo non possi sopra dell'altro, salvo che nel corpo in questo mondo[16], e questo io provo nella mia persona; dello spirito son risoluto di no; mai m'è potuto entrare in cuore, che non potendo questa carne pagare il fallo delli suoi errori, la possi soddisfare a quei degli altri[17].
Credo fermamente in un'altra miglior vita, ma in un'altra specie d'intelligenza e di memoria. Di difendermi con tutto quel che puoi contro alle lingue o all'operationi degli uomini non ti affaticare, perché gli è errore manifesto, essendo loro e noi e la memoria di chi fu o sarà, dal tempo devorata[18].
Circa al corpo mio veramente non pensai mai d'entrare in alcuna sepoltura, né me ne vien voglia; quella cura che n'ebbe la natura di farlo, quella medesima si compiaccia nel risolverlo [disfarlo]; se io moro hora, morranno ancora coloro che mi fanno morire, onde i più e i manco [meno] giorni saldano la nostra partita.
Se io potrò giovare al corpo tuo, lo farò nell'altro mondo; se valeranno i prieghi tuoi all'anima mia, raccomandami a Dio[19].
Ecco appunto arrivatomi innanzi agli occhi colui che ha tanta auttorità, che mi toglie la vita[20]. Io dono adunque a lui una parte dell'esser mio, non già voluntariamente, ma sforzato [costretto]; perche s'io fussi in potestà mia [se ne avessi il potere], no 'l farei; l'altra parte[21] la rendo di buon cuore <e> a chi la infuse in questo corpo la raccomando.
Sta' sano.
Nella carcer di Genova, l'ultimo dì della mia vita.
Jacomo Bonfadio.[22]»

La reazione dei contemporanei

A differenza dei commentatori moderni, che non riescono a darsi pace sulla fondatezza di una tale "scandalosa" accusa, gli autori antichi che conobbero direttamente la vicenda ebbero pochi dubbi sul reale motivo della condanna. A partire proprio da colui che più si batté per ottenere la grazia, Paolo Manuzio, che non nega affatto la fondatezza dell'accusa, limitandosi solo a sostenere che un uomo di tanti meriti, pur colpevole, avrebbe meritato la grazia della vita:

Incisione allegorica dalle Opere volgari e latine, 1746.
« Il povero Bonfadio era caduto in errore: il giudice

lo aveva deferito ai padri[23]: ed era stata dimostrata
la sua colpevolezza da una testimonianza ben valida.
Cosa avrebbero dovuto fare i custodi delle leggi?
Essi pensarono di applicarle: è giusto. Le città si conservano con le leggi.
Subito l'infelice fu condotto in un terribile carcere.
Intanto un triste annuncio aveva colpito le orecchie
di tutti gli amici. Un aspro dolore si attaccò alle vostre menti;
presto tutti afflitti siete accorsi.
(...)
La sentenza fissata dalle leggi rimane dura e atroce;
se lo ha fatto, muoia; è provato che lo fece, dunque morrà.
Orrenda sentenza, tuttavia immutabile;
ciò che la forza degli uomini non può spezzare, la grazia non può piegare.
Infine è stato ottenuto a stento dal giudice che
non sia messo nel fuoco crepitante e bruciato vivo.
Allora Bonfadio, rivolgendo la mente a Dio, imperterrito nell’animo,
si offre spontaneamente al feroce carnefice;
egli terribile, che stava per compiere un compito ingiusto,
sospese la rigida scure in alto.
Che ferisci, ah! scellerata mano? Ignori quale nobile
collo colpisci, e di che sangue ti tingi?
Costui, che prostrato ti porge la gola, da
te aspettando il forte colpo dell'estrema ferita (...)
costui eccelse nella lingua latina e in quella italiana,
fu mansueto, affabile, esperto nel parlare dolcemente[24]»

Girolamo Cardano (1501-1596)

Anche Girolamo Cardano, nel suo Theonoston (1560), non ha dubbi sulla colpevolezza:

« Vengo ad esempi minori. Forse che Giacomo Bonfadio, uomo peraltro annoverato fra gli eruditi, non fu decapitato in carcere, e poi arso pubblicamente, prima del suo ultimo giorno, per coito con ragazzi (cosa tanto vile e sordida)?[25]»

Cesare Caporali

Cesare Caporali (1531-1601), un poeta burlesco amante dei doppi sensi, nel 1575 fece del rogo del cadavere del Bonfadio motivo di riso, descrivendo nelle Esequie di Mecenate i poeti che si affollano attorno al rogo funebre di Mecenate (loro protettore), ed aggiungendo:

« Non si accostò il Bonfadio a questo gioco

aggiungendo con probabile ragione,
che era trista la pratica del foco[26]»

ossia, si tenne lontano dal rogo, affermando non senza ragioni che era rischioso scherzare col fuoco.

Giovan Battista Marino

I due componimento nell'edizione del 1620 de La galeria.

Giovan Battista Marino (1569-1625) si spinse a scherzarci sopra in due dei suoi "Ritratti"[27]:

« Giacomo Bonfadio.
Arsi farfalla incauta, ed infelice,
in sozzo foco di vietate voglie,
or vergognosa e misera fenice,
rogo di infame arsura, ecco m'accoglie.
Ma bench'Astrea[28], ch'è di natura ultrice,
incenerisca queste immonde spoglie,
cener[29] non fia però, che la bruttura
possa lavar della mia fama oscura.

...............
Il medesimo.
D'Omero e Marone[30] la scrittura
imitai pria vivendo.
Ma Troia nell'incendio, e nell'arsura
imitai poi morendo:
ella, preda del foco;
io, delle fiamme gioco.
Ma diversa cagion d'arder ne diede
Elena a l'una, a l'altro, Ganimede[31]»

Giovan Francesco Loredan

La stessa ironia usa Giovan Francesco Loredàn (1606-1661) nel suo Il cimiterio, del 1658[32]:

« II 40.
Di Giacomo Bonfadio.
Arsi vivendo in amoroso foco,
e di foco morij Poeta insano;
ma se ben cotal fin mi parve strano,
non posso dir, ch'error facesse il Cuoco[33]»

Giuseppe Silos

Il teatino Giuseppe Silos (1601-1674) nel 1650 arrivò ad attribuire la condanna del Bonfadio alla punizione divina per scritti in cui criticava il l'Ordine religioso dei teatini:

« Inoltre, coloro che, staccatisi dal Nuovo ordine, osarono vivere nel modo più vergognoso, non senza punizione, non molto dopo soffrirono con grave danno degli stessi: soprattutto Jacopo Bonfadio e Niccolò Franco, famigerata coppia di perversione, che lanciarono in modo aperto e violento satire e scritti contro di noi. E proprio il primo, l'uomo più impuro di Genova, s'imbatté nella scena della propria infamia e in Dio vendicatore; poi, stornato con infinite preghiere il rogo che meritava, fu privato della testa, e così scontò le pene dei suoi crimini[34]»

Giorgio Baffo

In Giorgio Baffo (1694-1768)[35]­, infine, il sarcasmo si estende sul Senato genovese, per avere irrogato una pena tanto barbarica:

« Genova, al gran Bonfadio rompiculo,
e all'istanza di tanti intercessori,
perché no guastù[36] perdonà i so errori
- se pur xe error a mettelo in tel culo? -

Donca, perché 'l s'ha tiolto[37] sto trastulo
ch'anca se lo sa tior dei senatori,
e tanti cardenali e imperatori,
cosa xelo al Bonfadio, xelo un mulo?
[38]

Oh, Genovesi, razze buzarone[39],
ch'un omo cosí grande avè brusà,
che ha fatto tanto ben alle persone!

Lu prima co studi 'l v'ha illustrà[40],
e po 'l v'ha sparagnà
[41] le vostre done;
e vu de sta monea
[42] l'aveu pagà!

Almanco[43], come va,
[44] che de lu cussì v'avè desfato,
l'avesse buzarà
[45] tutto il Senato»

Prima che il puritanismo "vittoriano" dell'Ottocento portasse a censurare la vera ragione della condanna del Bonfadio, insomma, era dato per scontato che si trattasse di sodomia, cosa su cui concordano anche i grandi e scrupolosi storici della letteratura italiana Gian Maria Mazzucchelli (1707-1765) e Girolamo Tiraboschi (1731-1794). Entrambi, nelle loro analisi, citano e riproducono un'enorme massa di testimonianze, che restano ancor oggi rilevanti per chi fosse interessato alla diatriba.

L'Ottocento

Bonfadio in un'incisione ottocentesca.

Fu il puritanesimo vittoriano del XIX secolo a mettere in dubbio la possibilità che anche solo potesse esistere un letterato sodomita, e si profuse in sforzi per cercare di dimostrare che Bonfadio era stato condannato per tutt'altri motivi, come fece Emanuele Celesia nel 1859, sostenendo che l'accusa di sodomia era solo una copertura per la vera causa della condanna, ossia l'eresia, di cui ipotizzò si fosse segretamente macchiato. Tuttavia, l'ipotesi che Bonfadio fosse "eretico" nasce non dai documenti antichi (nessuno dei suoi contemporanei ebbe mai sospetto di sue presunte tendenze ereticali) ma solo dal bisogno di giustificare la pena del rogo irrogatagli, che era riservata a sodomiti, eretici e stregoni.
In precedenza chi aveva messo in dubbio la fondatezza della condanna si era limitato ad affermare che Bonfadio fu condannato per sodomia, sì, ma che le vere cause della condanna erano politiche. A questa linea più "tradizionale" si attiene ancora ancora Achille Neri nel 1884, che pur non dubitando del tipo di sentenza emessa, ritiene che la gravità della pena "implicasse" qualche ragione politica, come se il rogo non fosse stata la "pena ordinaria" per tutte le condanne per sodomia di quell'epoca.
Il punto più basso fu toccato da Prospero Viani (1812-1892)[46], con un'esercitazione retorica fioritissima, tesa ad aggrovigliare la questione con lo scopo di farne un caso "edificante". A parere del Viani, infatti, e senza nessuna base documentaria, la pena di morte sarebbe stata commutata in extremis, e il Bonfadio sarebbe morto molti anni dopo in carcere, lasciandoci una serie di orribili sonetti religiosi edificanti, che sicuramente non sono del Bonfadio ma che Viani pubblica ugualmente sotto suo nome.
Va però aggiunto che l'atteggiamento ideologico censorio non ebbe le simpatie di tutti gli studiosi, tant'è vero che fu proprio in risposta allo scritto di Viani che nel 1874 furono pubblicati due documenti ufficiali del 1550, che rivelavano come Bonfadio fosse stato incarcerato "pro crimine sodomitico", e poi effettivamente decapitato e arso[47].
Vari studiosi, come Michele Rosi, si tennero distanti dall'atteggiamento censorio, preferendo un approccio più onesto e fedele ai documenti. Ciononostante, entro l'inizio del XX secolo il conformismo imperante rese "ortodossia" la tesi del Viani e la convinzione secondo cui la sodomia, nella vita del Bonfadio, non c'entrava nulla, senza che peraltro questa affermazione fosse stata mai dimostrata. Semplicemente, verso la fine del secolo smisero di apparire scritti che ritenevano che Bonfadio fosse stato condannato per sodomia, e la falsità di tale accusa iniziò ad essere data per scontata, senza ulteriore dibattito.

XX secolo

Così, ancora nel 1970 nella pur cospicua voce del Dizionario biografico degli italiani, riappare la tesi che esclude che la motivazione della condanna fosse la sodomia, propendendo invece decisamente per l'eresia:

« Le circostanze dell'episodio (pare che gli fosse risparmiato il rogo, previsto per il delitto di cui era imputato e che fosse decapitato in carcere e poi pubblicamente bruciato), la data stessa della morte (alcuni contemporanei la fissano al 1551, al 1560 e addirittura al 1582), soprattutto le ragioni della condanna appaiono tuttora poco chiare. Se numerosi storici - e tra i contemporanei Paolo Manuzio, che conosceva bene il B. - ritennero del tutto credibile l'accusa ufficiale, già Traiano Boccalini dava per certo che il B. fosse rimasto vittima del risentimento di importanti famiglie genovesi per alcuni incauti giudizi degli Annali. Più credibile, peraltro, appare l'ipotesi che l'imputazione di sodomia occultasse quella di eresia, abitualmente evitata dalle autorità genovesi: in effetti essa sembrerebbe suffragata dai rapporti del B. col Carnesecchi e da quelli, anch'essi accertati, col Valdés[48]»

Ora, è uno straordinario metodo storico quello che permette di affermare che coloro che conobbero il Bonfadio ed ebbero conoscenza diretta del processo affermavano una cosa, ma che "già" 65 anni dopo i fatti (i Ragguagli di Parnaso risalgono al 1615) coloro che non avevano mai conosciuto Bonfadio né avevano preso mai visione degli atti del processo ne affermavano un'altra, e quindi dobbiamo a credere a questo secondo gruppo.

Ed è ancora più straordinario citare vagamente "alcuni contemporanei" che fissano la morte del Bonfadio al 1582, laddove esiste un documento della Compagnia della Misericordia che attesta che l'esecuzione capitale avvenne nel 1550, ed è noto fin dal 1762 grazie a Gian Maria Mazzucchelli (1707-1765) che gli eredi del Bonfadio subentrarono il 3 ottobre 1550 in un beneficio ecclesiastico vacante per la morte del precedente beneficiario, ossia proprio il fu Giacomo Bonfadio[49]. Del resto, se si cerca una spiegazione alternativa della condanna a morte, perché nessuno prende mai in considerazione l'informazione data nel 1630 (appena 15 anni dopo i Ragguagli di Parnaso) da Alessandro Zilioli (sec. XVII), riferita sempre da Mazzucchelli[50], secondo cui Bonfadio fu vittima d'un potente rivale in amore? Illazione per illazione, cos'ha proprio questa per non essere credibile?
Il caso del Bonfadio si configura così come "test proiettivo" nel quale il mondo accademico riversa tutte le sue paure della presenza dell'omosessualità fra gli intellettuali, letteralmente esorcizzandola per mezzo di ragionamenti e metodi che nessuno considererebbe leciti per qualsiasi altro argomento.

Si spiega così come sia possibile, ancora nel XXI secolo, che il mondo accademico italiano trovi meno imbarazzante credere che l'accusa di sodomia fosse stata una semplice "copertura" per un'accusa di eresia (evidentemente sentita oggi come meno "disonorevole": dopo tutto il termine religioso "non-conformista" è diventato oggi un complimento), nonostante non esista nessun parallelo storico di questo presunto costume di condannare per sodomia i "sospetti" di eresia.
Ecco perché ancora nel 2014 è possibile scrivere, incredibilmente, che "Bonfadio fu accusato di sodomia, condannato e decapitato (in realtà fu soppresso perché sospettato d'eresia)[51]".

Note

  1. Girolamo Ghilini (1589-1668), Theatro d'huomini letterati [1635], Guerigli, Venezia 1647, pp. 70-71. Secondo l'autore Bonfadio fu vittima d'odii politici che scatenarono l'accusa, a suo parere falsa, d'aver sedotto un suo alunno, come molti testimoni provarono, ma anch'essi falsamente, a suo dire. Poiché il processo a Bonfadio è perduto, non è possibile verificare se le illazioni di Ghilini fosseo corrette o no, resta però il fatto che questa è l'unica testimonianza rimastaci che specifichi il tipo esatto di accuse in base alle quali egli fu condannato, e parla espressamente di sodomia.
  2. Tra loro Paolo Manuzio (1512-1574), che racconta i suoi vani sforzi per salvarlo nel suo Carmen ad eos qui pro salute Bonfadii laborarunt ("Componimento a coloro che si adoperarono per la salvezza del Bonfadio"). In: Iacopo Bonfadio, Le lettere e una scrittura burlesca, Bonacci, Roma 1978, pp. 179-181.
  3. Il documento fu pubblicato da Gian Maria Mazzucchelli (1707-1765), Gli scrittori d'Italia, Bossini, Brescia 1753-1763, volume II, parte 3 [1762], p. 814.
  4. Giovanni Delfino, Op. cit.
  5. Già all'epoca in cui il Mazzucchelli stendeva la sua storia degli scrittori d'Italia, uscita nel 1762, gli atti risultavano spariti dagli archivi, come attesta lo stesso Mazzucchelli elencando l'elenco delle ricerche svolte invano per ritrovarli.
  6. Rossana Urbani, Voce: Bonfadio, Iacopo, in: Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana - Treccani, Roma 1970, vol. XII, ad vocem.
  7. Giovanni Delfino, Dei martirii e del pene: il caso Bonfadio, "Sodoma", I 1984, n. 1, pp. 81-92 (con ulteriore bibliografia).
  8. Scipione Ammirato, Opuscoli, Maffi, Firenze 1637, tomo II, p. 259.
  9. Giovanni Delfino, Dei martirii e del pene: il caso Bonfadio, "Sodoma", I 1984, n. 1, pp. 81-92.
  10. Su queste lettere si veda: Paolo Trovato, Intorno al testo e alla cronologia delle Lettere di Jacopo Bonfadio, "Studi e problemi di critica testuale", XX 1980, pp. 29-60, alle pp. 56-60, che discute anche la questione dell'autenticità. Superato è invece F. Nicolini, Tre lettere inedite di Iacopo Bonfadio, "Giornale storico della letteratura italiana", LXXIII 1919, p. 81-98.
  11. "E lo raccomando anche al".
  12. A dire il vero tale sepolcro (di cui oggi non si conserva memoria) sarebbe stato irregolare, visto che di norma i condannati per sodomia non avevano diritto a una sepoltura regolare, e tanto meno ad emettere disposizioni testamentarie (l'esecuzione capitale per sodomia rendeva nulli i testamenti già esistenti).
  13. "E se dall'aldilà sarà possibile comunicare con voi senza spaventarvi, lo farò".
  14. Prospero Viani, Lettere filologiche e critiche, Zanichelli, Bologna 1874, pp. 296-297, online sull'Internet archive. Anche in: Jacopo Bonfadio, Le lettere e una scrittura burlesca, Bonacci, Roma 1978, pp. 154-156.
  15. "Presto spero di avere risposta a ciò su cui, nel corso della vita, non ho saputo darla", ossia se ci sia vita oltre la morte.
  16. "Ho poi creduto che in questo mondo un uomo non abbia potere sugli altri uomini se non per quel che riguarda il corpo, come sta per dimostrare quanto accadrà al mio". Un concetto della filosofia stoica.
  17. "Non sono mai riuscito a credere che il corpo possa rimediare alle colpe proprie, figuriamoci a quelli degli altri". Il concetto mette in dubbio l'idea cristiana di Redenzione attraverso la sofferenza corporale di Cristo.
  18. Questa splendida osservazione farebbe pensare al punto di vista sulle vicende umane che per "deformazione professionale" finisce per avere uno storico, e quindi all'autenticità della lettera, se non costituisse anche un rimando biblico al Qohelet (o Ecclestiaste), che è interamente costruito attorno a questo concetto.
  19. "Se pensi che le tue preghiere possano giovare alla mia anima, allora prega per me".
  20. Il boia.
  21. L'anima
  22. Prospero Viani, Lettere filologiche e critiche, Zanichelli, Bologna 1874, pp. 293-295. Una meticolosa analisi delle basi filosofico-religiose di questa lettera, giudicata autentica, è in: Silvia Ferretto, La morte di Jacopo Bonfadio (1550) tra sensibilità erasmiana, riflessione filosofica e medicina, "Studi storici veronesi Luigi Simeoni", LVIII 2008, pp. 17-38.
  23. Al Senato della Repubblica di Genova.
  24. Paulus Manutius, Carmen ad eos qui pro salute Bonfadii laborarunt. Traduzione dal latino di Pierluigi Gallucci. A stampa il testo si trova in: Iacopo Bonfadio, Le lettere e una scrittura burlesca, Bonacci, Roma 1978, pp. 179-181.
  25. Venio ad minora exempla, Iacobus Bonfadius nonne ob pueriles concubitus, rem adeò vilem & soridam (sic), vir alioquin inter eruditos, non postremo loco securi percussus in carcere, inde etiam publicè crematus est. Girolamo Cardano, Theonoston. In: Opera omnia, Huguetan et Ravaud, Lugduni 1663 (10 voll.), vol. 2, pp. 299-455, p. 354. Traduzione di Giovanni Dall'Orto.
  26. Rime di Cesare Caporali Perugino, Riginaldi, Perugia 1770, p. 246.
  27. Si leggono oggi in: Giovan Battista Marino, La galeria (a cura di M. Pieri), Liviana, Padova 1979. Parte 1, Ritratti d'uomini 13.13.
  28. Dea pagana della Giustizia.
  29. Il verso si spiega col fatto che la cenere era usata, sino a qualche generazione fa, per il bucato.
  30. Virglio Marone.
  31. "Ma le due cose furono bruciate per motivi diversi: Troia per l'amore di una donna, io per l'amore di un ragazzo".
  32. Il cimiterio. Epitafi giocosi de' signori Gio: Francesco Loredano, e Pietro Michiele, Bona, Venetia 1690.
  33. "Fui proprio cucinato a puntino".
  34. Porrò, qui novo ordini detractum impudentissime viverè, non impunè id ausos, non post multò gravi cum sui ipsorum damno sensere: praecipuè Iacobus Bonfadius, & Nicolaus Franco, nobilis improbritatis (sic) biga, qui satyras, stylumque in nos liberiùs, atque acriùs evibraverunt. Et primus quidem vir impurissimus Genuae Deum vindicem, suaeque infamiae scenam nactus; postquàm diù, summisque precibus meritum ignem est deprecatus, imminutus capite; scelerum paenas (sic) luit. Don Giuseppe Silos (1601-1674), Historia clericorum regularium a congregatione condita, Mascardi, Roma 1650 (3 voll.), vol. 1, liber 2, p. 58. Traduzione di Pierluigi Gallucci.
  35. Giorgio Baffo, Poesie, Milano 1974. Il testo si trova online su Wikisource.
  36. "Hai tu?".
  37. "S'è preso", "s'è concesso".
  38. Noi diremmo: "E' forse la pecora nera?".
  39. "Buzzaròn" in veneziano vale tanto "malfattore" quanto "sodomita attivo".
  40. "Resi illustri".
  41. "Risparmiato".
  42. "Moneta".
  43. "Almeno fosse accaduto che".
  44. "Già, visto che".
  45. Anche qui il verbo significa sia "sodomizzato" che "ingannato".
  46. Prospero Viani (1812-1892), Lettere filologiche e critiche, Zanichelli, Bologna 1874. Vedi le pp. 225-312, "Della morte del Bonfadio".
  47. Anonimo, Recensione a: Lettere filologiche e critiche di Prospero Viani, Bologna, Zanichelli 1874, "Giornale ligustico di archeologia, storia e belle arti", I 1874, pp. 287-291.
  48. Rossana Urbani, Op. cit.
  49. La notizia era stata stampata nella lunga nota alle pp. 1611-1612 del'opera Gli scrittori d'Italia, Bossini, Brescia 1753-1763, volume II, parte 3 [1762].
  50. Op. cit., nota a pagina 1613: "Il Zilioli scrive che incorso nell'odio d'uomini potenti, e SUOI RIVALI IN AMORE, finì la vita sua con fine molto vituperoso ec.".
  51. Guido Davico Bonino (a cura di), Il libro della sera: un anno di letture da tenere sul comodino, Rizzoli, Milano 2014

Voci correlate

Bibliografia

  • Paolo Manuzio (1512-1574), Carmen ad eos qui pro salute Bonfadii laborarunt. In: Iacopo Bonfadio, Le lettere e una scrittura burlesca, Bonacci, Roma 1978, pp. 179-181. Su queste lettere si veda: Paolo Trovato, Intorno al testo e alla cronologia delle Lettere di Jacopo Bonfadio, "Studi e problemi di critica testuale", XX 1980, pp. 29-60, alle pp. 56-60.
  • Giammatteo Toscano (1500-1576), Peplus Italiae [1576], in: Io. Alberti Fabricii conspectus thesauri litterarii Italiae (...) subjuncto Peplo Italiae Jo. Matthaei Toscani, Brandt, Hamburgi 1730. <De morte Bonfadii>, III 136.
  • Jacques Auguste de Thou (“Tuanus”) (1553-1617), Historia sui temporis [1605-1607], Buckely, Londini 1733, Tomus II, liber XXVI, § 26, p. 72.
  • Girolamo Ghilini(1589-1668), Theatro d'huomini letterati [1635], Guerigli, Venezia 1647, pp. 70-71.
  • Giuseppe Silos (1601-1674), Historia clericorum regularium a congregatione condita, Mascardi, Roma 1650 (3 voll.), vol. 1, liber 2, p. 58.
  • Gilles Ménage(1613-1692), Anti-Baillet ou critique du livre de Mr. Baillet [1688], s.e., Amsterdam 1725, p. 89.
  • Niccolò Commeno Papadopoli (1655-1740), da: Historia gymnasii patavini / Storia dell'Università di Padova, Coleti, Venezia 1726, tomo II, pp. 57-58.
  • Gian Maria Mazzucchelli (1707-1765), Gli scrittori d'Italia, Bossini, Brescia 1753-1763, volume II, parte 3 [1762], pp. 1610-1615. Consultabile online anche su Google books.
  • Girolamo Tiraboschi (1731-1794), Storia della letteratura italiana del cav. abate Girolamo Tiraboschi [1762], Molini e Landi, Firenze 1812, Tomo VII, parte III, pp. 992-997 online sull'Internet archive.
  • Pagano Paganini (sec. XVIII?), <Per la morte di Jacopo Bonfadio>. In: Jacopo Bonfadio, Le lettere e una scrittura burlesca, Bonacci, Roma 1978, p. 18.
  • Benedetto Croce (1866-1952), Poeti e scrittori del pieno e tardo Rinascimento, Laterza, Bari 1945-52 e 1958, 3 voll. Vedi il vol. 1, pp. 229-243, alle pp. 241-242.
  • Rossana Urbani, Voce: Bonfadio, Iacopo, in: Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana - Treccani, Roma 1970, vol. XII.
  • Giovanni Delfino, Dei martirii e del pene: il caso Bonfadio, "Sodoma", I 1984, n. 1, pp. 81-92 (con ulteriore bibliografia).

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