Gino Olivari

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Gino Olivari verso il 1984.

Gino Olivari (Milano 13 giugno 1899 - Milano 11 aprile 1988) è stato un ingegnere, uno scrittore ed uno studioso italiano che per molti anni dedicò una grande attenzione alle tematiche gay[1].

Il processo del 1952

Eterosessuale, fino al 1951 Olivari visse come un tranquillo e stimato dirigente d'azienda (per quindici anni aveva lavorato come consulente tecnico della Maserati, per la quale aveva registrato alcuni brevetti, che gli consentirono una certa agiatezza). Tuttavia, un grave fatto di cronaca avvenuto proprio nel giugno 1951 diede una svolta inattesa alla sua vita: due ragazzi che vivevano in un pensionato religioso erano stati sorpresi a letto insieme e, minacciati di espulsione dalla struttura e del fatto che la cosa sarebbe stata riferita ai loro genitori, si erano suicidati.
Un amico di Olivari, l'editore Piero Milesi, che tra le sue pubblicazioni poteva vantare anche la rivista "Problemi sessuali", chiese a Olivari (in quanto giudicato "con la penna facile") un commento sull'accaduto, anche al fine di stigmatizzare il comportamento della stampa che aveva - in maniera palese - colpevolizzato le vittime ("La notte" aveva parlato di "fetido fiore dell'omosessualità" e il "Corriere della sera" di "torbida tragedia").
Olivari scrisse quattro articoletti sul tema, invitando i cittadini a un atteggiamento di umana comprensione nei confronti degli omofili e di rispetto nei confronti del loro "dramma interiore"[2].
Oggi questi articoli non sembrerebbero certo gay-friendly, ma semplicemente rispettosi della dignità altrui, eppure quando apparvero nel 1952 Olivari si vide, con sua sorpresa, immediatamente preso di mira in una campagna d'inaudita violenza, attraverso 54 denunce per "oscenità" in 54 tribunali diversi (tutte depositate da esponenti cattolici) e subendo un processo penale per direttissima[3], nel quale alla fine fu assolto (furono invece condannati l'editore e lo stampatore di "problemi sessuali").

Nel 1981, nella prefazione del suo libro Bisessualità, Olivari avrebbe così rievocato la vicenda:

« Verso la fine dell'ormai lontano giugno 1950 [sic], due giovanissimi amici, legati da un rapporto che non osavano confessare ritenendolo contro natura, si tolsero la vita. Il tono piuttosto disumano col quale la notizia venne riportata dai giornali, con titoli come Torbida tragedia in una pensione e Il fetido fiore dell'omosessualità, mi indusse a pubblicare alcuni articoli, volti a richiamare a un maggior senso di responsabilità chi assume verso gli omofili[4] un atteggiamento di spietata intransigenza e disprezzo, senza preoccuparsi del dramma interiore che molti di essi vivono e senza riflettere che un siffatto atteggiamento, lungi dall'essere utile, può produrre nell'omofilo - specie se giovane e sensibile - un tormento così grande da spingerlo fino alle estreme conseguenze: la rinuncia alla vita.

Tali articoli mi procurarono denunce e un processo penale per direttissima: che affrontai serenamente. Ero sicuro d'aver agito con onestà, per motivi seri, e che di conseguenza nessuno di chi mi aveva denunciato (i soliti sedicenti moralisti) sarebbe riuscito a farmi condannare. Infatti, il Tribunale penale di Milano sentenziò che detti articoli costituivano "una trattazione rigorosamente scientifica nella quale non ricorrevano né concetti né frasi lesivi del comune sentimento di pudore". E, pertanto, mi assolse con formula piena»

A seguito di questa vicenda giudiziaria, che si rivelò estremamente costosa[5], Olivari scoprì che la condizione omosessuale in Italia era molto peggiore di quanto avesse mai potuto concepire. In un contesto in cui tutti i tentativi di fondare un movimento omofilo anche in Italia, come quello compiuto da Bernardino del Boca, fallivano uno dietro l'altro, Olivari si trovò così ad essere una delle poche voci disposte a parlare pubblicamente in difesa degli "omofili", anche su testate dirette al grande pubblico, come "ABC" o "Il Ponte".

Omosessualità (1958)

Omosessualità (1958).

Poiché il principale strumento della patologizzazione dell'omosessualità nell'immediato dopoguerra era la psicoanalisi, Olivari si rivolse alla tradizione biologica che aveva dominato la scienza occidentale fino agli anni Trenta, riproponendo la tesi del "terzo sesso", o "sesso intermedio", cara a Magnus Hirschfeld, che presentava l'omosessualità come una variante biologica, intermedia, fra il sesso maschile e quello femminile.
Questa tesi risultava però datata già negli anni precedenti il secondo conflitto mondiale, il che spinse Olivari anche a concessioni alle tesi della psicologia, concessioni particolarmente visibili negli ultimi anni della sua vita e della sua teorizzazione.
Dopo sei anni di ricerca e riflessione sul tema Olivari riassunse le sue conclusioni (in gran parte volgarizzazione delle tesi pro-omosessuali in voga in Germania prima del trionfo del nazismo, ma che fin lì non erano mai state riassunte in lingua italiana) in un volume, Omosessualità, che stampò a proprie spese, e che a proprie spese fece pervenire alle maggiori biblioteche italiane quale suo contributo personale alla sdrammatizzazione della tematica dell'omosessualità. Per molti anni questo fu l'unico testo "pro-omosessuale", sia pure a suo modo, presente nelle più grandi biblioteche italiane.
La decisa propensione di Olivari per le teorie biologiche fu certo dovuta al suo desiderio di trovare motivazioni fisiologiche al comportamento omosessuale. Infatti, se la scelta omosessuale ha cause fisiologiche, essa non dipende dalla volontà dell'individuo, e tanto meno da sue scelte morali. Pertanto, non ha senso la "punizione" e men che meno la persecuzione di persone che agiscono perché motivate non da vizio o da mancanza di una sana morale, ma semplicemente perché seguono il loro istinto, sul quale non hanno nessun controllo.
Questo libro oggi riveste un interesse storico notevole grazie al materiale documentario (come lettere e memoriali) relativo alla condizione omosessuale dell'Italia del primo dopoguerra, coscienziosamente registrato e classificato dall'alacre ingegnere. Sono voci di persone sofferenti, sole, isolate, senza alcun punto di riferimento, per le quali la mano tesa di Olivari era un faro nella notte:

« In tutti questi anni io ho assistito quasi un migliaio di omosessuali, che venivano a dirmi: "Io mi sparo una revolverata," "Io voglio uccidermi perché voglio sentire anche la donna". Li ho sempre aiutati dicendo loro di accettarsi, spiegando che siamo tutti un po' omosessuali e quindi non c'è nulla di cui vergognarsi nel vivere l'omosessualità... E li ho sempre aiutati gratuitamente, non ho mai voluto speculare sulla pelle degli omosessuali: la mia la considero una missione[6]»

L'idea di "terapia"

In effetti la difesa d'ufficio d'una condizione umana che non era la sua aveva nel corso degli anni spinto verso Olivari decine e forse centinaia di omosessuali, che si rivolgevano a lui come unica persona disposta ad ascoltarli.
Comprensibilmente, visto il clima di "caccia alle streghe" che caratterizzò i primi due decenni del dopoguerra, molti di loro lo contattavano cercando anche un aiuto a uscire dalla condizione di omosessuale. Fu così che Olivari rimase invischiato nella parte della sua attività che gli avrebbe - con sua sorpresa - garantito l'ostilità del movimento gay italiano delle origini, che nacque proprio per contrastare le tesi di quanti volevano "guarire" gli omosessuali.

Affascinato dalla teoria dei "riflessi condizionati" di Pavlov, Olivari giunse alla conclusione che essa potesse essere riadattata per rendere bisessuali quei gay che si rivolgevano a lui per essere aiutati a "cambiare":

« Ancor prima di occuparmi di omosessualità mi aveva colpito la scoperta dei riflessi condizionati da parte di Pavlov, e un bel giorno mi sono chiesto: ma non è possibile applicare questa metodica all'omosessualità? Alla fine, a furia di pensarci, ho messo a punto questa metodica, che consente all'omosessuale di allargare il proprio orizzonte affettivo e sessuale, fino a includervi anche la donna. Però l'omosessualità rimane, e io l'ho sempre detto e ripetuto: l'omosessualità rimane. Semplicemente, da omosessuale esclusivo si può diventare bisessuale[7]»

La metodica di Olivari, pur essendo totalmente inefficace alla pari di tutte le "terapie" proposte in quegli anni, aveva almeno un vantaggio: era assolutamente innocua. Cosa che invece non si può dire dei martellanti lavaggi del cervello propugnati dalla psicoanalisi, o alle pratiche traumatiche, sconfinanti nella tortura, proposte dalle "terapie d'avversione" di moda in quegli anni.
La "cura" di Olivari, infatti, consisteva semplicemente nello sforzarsi di associare una fantasia eterosessuale a un piacere orgasmico omosessuale: ad esempio, pensare a una donna mentre si faceva sesso con un uomo. In questo modo, ipotizzava Olivari, sarebbe stato possibile progressivamente passare dall'omosessualità esclusiva alla bisessualità, che egli definì "nuova frontiera dell'Eros".

Gli screzi col movimento gay

Modi di appoggiarsi di omosessuale (sin.) e di eterosessuale (destra) secondo la sovraccoperta di Omosessualità.

Uomo saldamente ancorato nello scientismo neopositivista della prima metà del secolo, Olivari non era fatto per andare d'accordo con l'irrazionalismo del primissimo movimento gay italiano, nato da slogan come "l'immaginazione al potere", e tanto meno con le provocatorie manifestazioni "di rottura" che esso proponeva, aliene alla sua mentalità di stimato e soprattutto pacato professionista borghese[8].
Questo spiega come mai in occasione della Manifestazione di Sanremo (1972), che vide la nascita del movimento di liberazione omosessuale in Italia, Olivari si trovasse assieme ai congressisti (impegnato a spiegare e illuminare come aveva fatto ormai per due decenni), e non assieme ai contestatori.
Nel 1976 alcuni attivisti criticarono espressamente la rivista "Guarire" che aveva deciso di intervistarlo, e l'anno seguente Mario Mieli nel suo celebre Elementi di critica omosessuale definì Olivari: "Un tale farabutto che da anni impunemente si dedica ai più assurdi esperimenti di 'terapia' dell’omosessualità"[9].
Gino Olivari non avrebbe mai potuto portare avanti la sua crociata se non avesse dimostrato una serafica imperturbabilità di fronte agli attacchi personali, agli insulti e alle critiche. Questa capacità, per molti anni, gli aveva permesso di proseguire nella sua opera, che aveva cambiato la vita di moltissimi omosessuali, che grazie a lui avevano rinunciato all'idea di suicidarsi e si erano sentiti meno soli e incompresi da tutti.
Paradossalmente però questo pregio si trasformò in un difetto nel momento in cui gli omosessuali iniziarono a fare ciò che Olivari aveva auspicato invano per due decenni che facessero, prendendo in mano il loro destino. Ciò non significa però che Olivari abbia assunto una posizione ostile nei confronti del neonato movimento gay in quanto tale. Lo prova la sua collaborazione con le primissime riviste gay italiane, come "Homo" e "Con noi"[10].
Olivari era però scioccato, sia per motivi generazionali, sia anche a causa del suo carattere personale (molto attento alla "dignità" e alla rispettabilità esteriore, a cui teneva molto), dalle manifestazioni "estreme", come l'utilizzo di parole come "frocia", o l'uso del gender fucking, adottate dal movimento gay delle origini.
Ciò lo spinse ad allinearsi agli esponenti più "dignitosi", ossia più moderati ma anche più retrogradi e meno al passo coi tempi, del nascente movimento omosessuale, ossia coloro che non avevano ancora compreso che l'era della paziente "educazione" della società era tramontata, ed era arrivato il momento della rivendicazione politica. Ciò spiega come mai Olivari appaia, assieme ad Elio Modugno, tra i fondatori dell'Airdo, l'"Associazione italiana per il riconoscimento dei diritti degli omofili", nata in polemica contrapposizione con il "Fuori", L'Airdo aveva lo scopo di portare avanti la linea di "educare la società senza cadere in eccessi", cara al movimento omofilo nei due decenni precedenti, ma dopo il 1969 destinata ormai a sparire in tutto il mondo nel breve volgere d'un solo lustro.
L'Airdo si rivelò così un fallimento ed ebbe vita breve e clandestina (lo stesso Modugno si sarebbe presto convertito alle tesi del movimento gay, andando ad animare un collettivo d'estrema sinistra, il CLS), ma la partecipazione di Olivari alla sua creazione diffuse nel neonato movimento gay la percezione che egli fosse un avversario dichiarato, garantendogli una non celata ostilità per un decennio e più.
Questa ostilità non impedì tuttavia che l'attività di supporto umano a titolo privato proseguisse, trovando un ampio settore di riferimento in quei gay che non si riconoscevano nell'"estremismo" del movimento gay, in particolar modo i cattolici omosessuali, che prima della nascita dei primi gruppo di "gay credenti" (1980) continuavano a sentirsi privi di punti di riferimento.

Bisessualità (1981)

Questo disegno da Bisessualità di Gino Olivari mostra come ancora nel 1981 egli intendesse la parola secondo il significato datogli dalla biologia, ossia la compresenza di elementi di entrambi i sessi in un unico individuo.

A questo ostracismo da parte di un mondo a cui aveva dedicato tanti sforzi e tante risorse Olivari reagì da par suo, rilanciando la sfida, e tentando, nonostante l'età avanzata (82 anni), un aggiornamento della sua visione, cosa che per un uomo di un'altra epoca, quale era ormai nel nuovo mondo "gay", si rivela comunque notevole.
Nel 1981 Olivari presentò nel volume Bisessualità, nuova frontiera dell'Eros (Todariana, Milano 1981, seconda edizione, 1983) un aggiornamento della sua visione delle cose, sforzandosi di tenere conto del cambiamento di mentalità sopravvenuto dai tempi della pubblicazione del suo primo volume, ma cercando anche di rinnegare il meno possibile delle idee in esso sostenute.
Del resto era cambiato anche il mondo omosessuale in quanto tale, come riconobbe lo stesso Olivari:

« A casa mia c'è stato per decenni un andirivieni di omosessuali bisognosi di aiuto. Con gli anni il loro numero è molto diminuito: man mano che l'opinione pubblica diventava più tollerante verso gli omosessuali, diminuiva ovviamente il numero di coloro che volevano essere aiutati ad essere se stessi, a liberarsi. Mentre è andato aumentando il numero di coloro che aspirano alla bisessualità. (...) Coloro che vengono oggi sono più che altro omosessuali giunti a un certo momento che si accorgono che manca loro "qualcosa". Vogliono tutti fare un figlio, insomma[11]»

Nel nuovo libro Olivari faceva ampie concessioni a una visione più legata alla psicologia, pur non rinunciando ad ancorare nella biologia le cause ultime dell'orientamento omosessuale. In questa nuova opera Olivari si riallacciava al concetto, caro alla psicoanalisi, della "bisessualità originaria" dell'essere umano, sostenendo che l'omosessualità e l'eterosessualità fossero entrambe manifestazioni parziali di una bisessualità che bene potrebbe porsi come ideale ultimo di ogni essere umano.
C'è in questa conclusione un chiaro recepimento, sia pure filtrata attraverso la sensibilità più pacata di Olivari, delle tesi del contemporaneo pensiero "freudo-marxista" che egemonizzò il movimento gay per tutti gli anni Settanta (si pensi solo all'opera di Mario Mieli). Anch'esso, infatti, teorizzava la bisessualità come il "grado zero" della sessualità umana, un potenziale cioè a cui ogni individuo, liberandosi dalle costrizioni dell'"educastrazione", può aspirare.

Gli ultimi anni e la riconsiderazione

Questo suo adattamento da un lato, e il placarsi dei toni dall'altro, fecero sì che negli ultimi anni della sua vita Olivari fosse percepito nel movimento gay come un personaggio forse legato a una visione del mondo a tratti bizzarramente arcaica, ma sincero nella sua battaglia, ed in cui i pregi superavano i difetti. Contribuì al riavvicinamento la sua discreta partecipazione a molte riunioni di collettivi gay milanesi. Su questo aspetto Olivari ebbe a dire anni dopo in un'intervista:

« Ricordo una conferenza, una volta, a cui erano presenti Angelo Pezzana ed Elio Modugno. Pezzana disse: "Se fate parlare Olivari io me ne vado". Modugno, che pure era mio amico, disse anche lui: "Non lasciate parlare Olivari". Questo perché sapevano che avrei detto cose su cui non sarebbero stati d'accordo. Tanto che ci fu anche chi mi difese dichiarando che non ero quello che si diceva ch'io fossi.

D.: Perché, cosa si diceva di lei?
R.: La parola più gentile era "farabutto" o "fascista". Elio Modugno me lo diceva anche in faccia (però ridevamo): "Lei è un reazionario e aterosclerotico". Al che io mi facevo una risata e gli dicevo: guardi, lei mantenga le sue convinzioni, io non cambio. Riconosco che il momento d'urto che ci fu allora ci voleva, però dal mio punto di vista bisognava seguire la via maestra: non mettersi contro la società eterosessuale, bisognava convincerla, responsabilizzarla.
D: Quindi il suo giudizio sul movimento gay di allora qual è?
R.: Che effettivamente hanno cambiato i tempi con le loro idee d'urto, ma oggi vede anche lei che sono state abbandonate.
D.: Come mai i suoi rapporti col movimento gay sono oggi così buoni? Lei ha frequentato per anni i collettivi gay, va a parlare alla trasmissione gay di "Radio Popolare", ha fra i suoi amici più di un militante. Cosa è cambiato?
R.: Ah, sono cambiati loro, non io. Io non sono cambiato! Oddio, forse ripensando oggi a quello che ho scritto penso che in passato mi attenevo esageratamente alla parte medica, quello sì, mentre avrei dovuto attenermi di più alla problematica, diciamo così, sociale, umana. Nessuno può però dire che io abbia insistito perché gli omosessuali si "normalizzassero": io non faccio distinzione fra persone "normali" e persone "anormali"[12]»

Si diffuse insomma il convincimento del fatto che al giorno d'oggi parlare di "comprensione" o peggio ancora di "pietà" verso i gay equivale - omofobicamente - a considerare gli omosessuali come individui che hanno avuto la "sfortuna" di essere tali, ma che ai suoi tempi le persone eterosessuali disposte ad utilizzare il proprio tempo e il proprio denaro per avvicinarsi a certe tematiche erano pochissime: per questa ragione la Fondazione Massimo Consoli descrive Gino Olivari come "uno dei primi difensori dell'omosessualità nel nostro paese"[13].
Anche Gianni Rossi Barilli, nella sua storia del movimento gay in Italia riconobbe che il punto di vista di Olivari, per quanto a tratti bizzarro, non gli impediva di nutrire un rispetto profondo nei confronti dei gay e di battersi contro i vari tentativi che sono stati fatti di criminalizzare l'omosessualità[14].
Questo clima più disteso spiega i buoni rapporti intrattenuti fra lui e il movimento gay milanese negli ultimi anni della sua vita, e spiega il fatto che alla sua morte la sua biblioteca sia stata donata dagli eredi al Centro d'Iniziativa Gay di Milano, dove tuttora si trova, costituendo un fondo apposito intitolato al suo nome.

Note

  1. Ove non diversamente segnalato, tutti i concetti espressi in questa voce sono tratti da Giovanni Dall'Orto e Francesco Vallini, Gino Olivari: "erano anni difficili...", Babilonia n. 64, febbraio 1989, pp. 51-53, consultabile online all'URL http://www.giovannidallorto.com/saggistoria/olivari/olivari.html
  2. Gino Olivari, Bisessualità, Todariana, Milano, 1983, p. 7.
  3. Anche le persone che condivisero il suo appello furono coimputate: tra essi, secondo quanto afferma Olivari, ci fu anche il direttore de "La Stampa" Giulio De Benedetti. Forse per il ruolo giocato dai cattolici nella cosa, "L'Unità" prese inaspettatamente posizione a favore di Olivari, come nota ironicamente Maurizio Bellotti in: L’Italie a quelque chose à dire, in “Arcadie”, 1954 (I), pp. 222-228.
  4. Il concetto di omofilia, rispetto a quello di omosessualità, mette in risalto l'aspetto affettivo dell'amore gay rispetto a quello sessuale: per questo il termine fu utilizzato massicciamente dal "movimento omofilo" degli anni Cinquanta e Sessanta, dalle aspirazioni "integrazioniste".
  5. Nella citata intervista a Dall'Orto e Vallini, Olivari dichiarò: "Quando vinsi mi dissi: va bene, adesso gli autori delle denunce, tutti porporati e uomini di Chiesa, dovranno pagarmi le spese processuali. L'avvocato però mi sconsigliò: "Guardi che con la Chiesa noi andiamo avanti vent'anni", mi disse. "Di sicuro alla fine vinceremo, ma per vent'anni lei avrà grattacapi. Lasci perdere". Io risposi: "Va bene, pago io, però da quest'oggi prendo a cuore la questione". Ormai ero alla fine del mio contratto con la Maserati, andavo in pensione, e mi dissi: da quest'oggi divento il difensore degli omosessuali. E poiché il problema dell'omosessualità a quell'epoca mi era completamente sconosciuto, dovetti cominciare dall'inizio"
  6. Giovanni Dall'Orto e Francesco Vallini, Op. cit.
  7. Giovanni Dall'Orto e Francesco Vallini, Op. cit.
  8. Si aggiunga il fatto che, non senza ragioni, il neonato movimento gay rimproverava ad Olivari il fatto che le persone che si rivolgevano a lui avrebbero tratto maggior giovamento se fossero state aiutate ad accettarsi per quel che erano, anziché convinte ad "auto-suggestionarsi" di poter essere quel che non erano.
  9. Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Torino, 1977, nota 72.
  10. Di questa collaborazione Olivari ha dichiarato che: "A dir la verità sono stati loro a chiedermi di collaborare. Ma mi hanno un po' strumentalizzato, nel senso che i miei articoli venivano spesso stravolti. Era una speculazione, era tutta gente che voleva guadagnare sulla pelle degli omosessuali.
  11. Giovanni Dall'Orto e Francesco Vallini, Op. cit.
  12. Giovanni Dall'Orto e Francesco Vallini, Op. cit.
  13. 11 aprile, fondazionemassimoconsoli.it
  14. Gianni Rossi Barilli, Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 25.

Voci collegate

Bibliografia

  • Gino Olivari, (articolo), "Scienza e sessualità", dicembre 1951.
  • J. Remo, Omosessualità, de Gino Olivari, “Arcadie”, 1954 (I), p. 46.
  • Gino Olivari, Omosessualità, Edito in proprio, Milano 1958.
  • Gino Olivari, Quanti sono gli omofili in Italia, "Il Ponte", XXXII 1976, n. 2-3, pp. 283-84.
  • Gino Olivari, Bisessualità, Todariana, Milano 1981 e 1983.
  • Giovanni Dall'Orto e Francesco Vallini, Gino Olivari: "erano anni difficili...", "Babilonia n. 64, febbraio 1989, pp. 51-53.
  • Gianni Rossi Barilli, Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, pp. 24-26.
  • Andrea Pini, Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell'Italia di una volta, Il saggiatore, Milano 2011, pp. 23-24 e 62.

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