File:1863.05.19 - Théoger, F., Protesta del fratello Théoger, ''Il subalpino'', anno II, n. 15, 19 maggio 1863, pp. 458-459.pdf

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Descrizione

  • Scansione in formato .pdf dell'articolo di F<ratel> Théoger, Protesta del fratello Théoger, "Il subalpino", anno II, n. 15, 19 maggio 1863, pp. 458-459. (Memoriale di discolpa del condannato).

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/p. 458/ PROTESTA DEL FRATELLO THEOGER
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I giornali annunziano che la Sezione di accusa della Corte d'Appello di Torino ha pronunziato farsi luogo al processo contro cinque fratelli delle scuole cristiane, fra cui il fratello Théoger. L'Armonia dal suo canto pubblica la seguente protesta dello stesso fratello Théoger:

Un mandato d'arresto fu spiccato contro di me dalla sezione d'accusa della Corte d'appello di Torino, accusato d'aver attentato al pudore di alcuni giovani del collegio-convitto S. Primitivo, di cui sono direttore. Ma io era fuori di Torino quando il mercoledì, 22 aprile, gli agenti della polizia vennero in collegio per eseguire il mandato.

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Sui motivi dell'arresto e sulla pretesa mia fuga furono pubblicate, e ripetute da cento giornali, le più stolte, le più inique e menzognere imputazioni, le più maligne insinuazioni, ed i più strani commenti. Per verità la natura e la gravezza delle accuse, l'accanimento degli accusatori, il gridar frenetico alla mia colpabilità, il condannarmi preventivamente e con tanto furore, l'invocato sterminio del collegio e di tutta la congregazione, ed altre declamazioni tutte ispirate dallo stesso amore di equità, di giustizia e di verità erano già per me, agli occhi degli uomini spassionati, un certificato d'innocenza, onde credendomi abbastanza giustificato, pensava che un dignitoso silenzio fosse la miglior risposta che potessi dare a miei calunniatori. Ma, riflettendo che ben trecento famiglie avevano affidato i loro figliuoli alle mie cure ed alla mia affezione, non potei a meno che riconoscermi obbligato a giustificarmi innanzi a loro, se non per altro, per titolo di riconoscenza.

Il giorno 10 dello scorso aprile il signor regio ispettore, cav. Barberis, presentavasi da me annunziandomi l'incarico speciale avuto dal signor ministro della pubblica istruzione di visitare il collegio, e davami lettura, benché assai incompleta, del dispaccio ministeriale, che ne lo autorizzava. Fin da quel giorno stesso io feci conoscere all'ispettore come mi avesse trovato in collegio a caso, dovendo io quella mattina stessa partire per un'ispezione nell'Emilia e nelle Romagne, ispezione che io differii a richiesta dell'ispettore stesso. Non potei però far a meno di recarmi l'indomani a Piacenza ed a Cremona, ove aveva promesso assolutamente di trovarmi; ma tornai tosto a Torino il lunedì 13 aprile, alle 7 di mattino.
Non dirò nulla sul modo e sulle circostanze straordinarie con cui questa visita ebbe principio, si continuò e si compiè. Il tutto procedè con un fare così misterioso, inquisitorio e fiscale, che lasciava abbastanza apparire come qualche cosa d'insolito si maturasse. Ne feci parola coll'ispettore, e le sue dichiarazioni, sebbene anzi che no vaghe ed ambigue, allontanarono tuttavia i miei sospetti, e debbo confessare che dietro alle sue parole si dileguarono dal mio spirito le sinistre intenzioni che per un momento aveva attribuito alla autorità. Per altro il giorno medesimo, in cui ebbi queste spie-

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gazioni, un altro funzionario pubblico, cioè l'ispettore generale delle scuole secondarie faceva dal canto suo intorno al collegio, a insaputa di lui, e però con mandato del ministro, una visita, o inchiesta amministrativa. Quali sieno state le relazioni fatte in seguito alle due inchieste, la prima palese, ma con fini evidentemente nascosti, la seconda perfettamente occulta, non è noto: il risultato, tutti lo sanno, fu il mandato d'arresto spiccato contro di me, e la nomina del professore cav. Rayneri a regio commissario per invigilare sulla moralità dei giovani in collegio. Poco dopo vari alunni del collegio subirono un interrogatorio per parte del procuratore del Re, con grave scandalo dei giovani ed estrema indegnazione dei parenti. Finalmente il 25 aprile il ministro della pubblica istruzione ordinava la chiusura temporaria del collegio, appoggiandosi alle relazioni dei due citati ispettori (e fu solo dal decreto di chiusura che si ebbe contezza di quest'ultima visita) ed al mandato d'arresto spiccato contro di me.
Lascio che altri ragioni sulla moralità e sulla legalità delle ispezioni fatte, sulle loro conseguenze, sul modo, con cui si diede ascolto ad accuse probabilmente preparate, calcolate e combinate preventivamente senza alcun confronto degli accusati cogli accusatori: mentre io mi accontento di dichiarare formalmente e solennemente che il collegio dal 15 ottobre 1862 al momento attuale (noto questa data, non perché io intenda accusare il passato, ma solo per constatare l'illegalità ed ingiustizia delle misure quindi prese) trovavasi in perfetta regola sotto l'aspetto religioso, morale, politico ed igienico, e sfido i due ispettori e chiunque siasi, non esclusi i membri stessi componenti la sezione d'accusa della Corte d'Appello, a fare il più piccolo appunto, o movere la menoma querela, vuoi contro gli alunni, vuoi contro i maestri, vuoi contro la mia persona stessa. Né dubito punto che alcuno sia per contraddire a questa mia dichiarazione.
Frattanto fin dal 17 aprile io preveniva il signor ispettore Barberis che, ove l'ispezione volgesse al suo termine, io sarei partito il lunedì seguente per l'Emilia. Se non che, dietro alcune voci che mi pervennero, rinati i miei primi sospetti, deliberai di recarmi direttamente a Firenze, ove a fianco de Re trovavasi il Ministro

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[Prima colonna]
della pubblica istruzione, per avere da lui rischiarimenti intorno a ciò, che pareva avere di straordinario e di misterioso l'ispezione del cavaliere Barberis. A dir il vero, conscio come io era del perfetto andamento del collegio, non aveva motivo di credere a quelle voci, e ciò tanto meno dacché due ore prima di partire, e solo trentasei ore prima che fosse spiccato contro di me il mandato d'arresto, il signor cav. Barberis aveami parlato, non solo colla sua solita gentilezza, ma inoltre con una certa confidenza e soddisfazione del collegio: ma la prudenza mi consigliava a verificare il valore di quelle dicerie, che avea fraintese. Da ciò si vede come per parte dell'autorità siasi operato in un modo affatto occulto, ed io, lungi dal fuggire, abbia fatto conoscere il giorno e perfino l'ora della mia partenza a chi poteva affrettare l'ordine della mia cattura ed impedirne la pretesa mia fuga.
Partendo da Torino la sera del 20 aprile, prevenni il F. Genuino, che mi sostituiva che io sarei ritornato il 24 o al più il 25 dello stesso mese. Giunsi a Firenze il 22, e mi recai dal signor conte generale di Sonnaz, che gentilmente mi accolse, e mi offrì alloggio nel suo palazzo. Non mi fu possibile avere udienza dal signor ministro a cagione delle sue incessanti occupazioni ed il venerdì, 24 aprile, seppi ad un tratto che se ne era partito per Torino.
In questo medesimo giorno mi portai dal signor senatore Lambruschini, ispettore generale delle scuole elementari e tecniche, e nel suo uffizio ebbi la prima notizia dell'interpellanza dell'onorevole deputato Chiaves fatta alla Camera sulla creduta mia fuga; seppi due ore dopo dai giornali il mandato d'arresto e la nomina del regio commissario, cav. Rayneri.
Fu mio primo pensiero recarmi immediatamente a Torino e consegnarmi nelle mani della giustizia, ma il parere di due distinti avvocati me ne distolse, i quali mi fecero riflettere che la turpe accusa era preceduta ed accompagnata da circostanza troppo eccezionali, e sostenute con accuse evidentemente precipitate, ingiuste e forse illegali, perché dovessi costituirmi prigioniero.
Il 27 aprile solo ebbi la notizia della chiusura temporaria del collegio. Questa è la schiette e genuina esposizione di ciò che mi avvenne fino al momento, in cui, dietro il consiglio avuto, ho creduto bene di celarmi alle ricerche della giustizia.

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Ora per venire alle accuse che si muovono contro la mia persona, mi sia lecito osservare dapprima che tutti coloro i quali mi conoscono, specialmente se parenti dei giovani convittori, sanno abbastanza l'affezione paterna, l'amorevolezza, le cure assidue ch'io aveva pei fanciulli a me affidati, quanto mi adoperava perché né sani, né ammalati nulla avesse a mancare loro di quanto potessero abbisognare, e procurava infine con ogni maniera possibile di rendere loro allegro, caro, dolce e piacevole il soggiorno in collegio, ritraendo per quanto si poteva in esso la vita di famiglia.
Occorrendo invocherei la testimonianza delle cinque o seicento famiglie, con cui sono stato in relazione, persuaso che nessuna potrebbe darmi una smentita.
Ciò premesso, non piglierò a ribattere le accuse mosse contro di me. Del resto fin d'ora dichiaro formalmente di essere innocente dei fatti immorali a me imputati, e li respingo con tutta la forza e l'energia dell'anima mia.
Un giudizio è inoltrato, e a tempo debito saprò fare le mie difese.
Ciascuno capirà la causa del ritardo ben involontario che ho messo a fare queste dichiarazioni: la posizione particolare ed eccezionale in cui mi trovo, le occupazioni e lo stupore dietro una serie di fatti così straordinari e la difficoltà di aver notizie esatte attinte a fonte sicura, non mi hanno acconsentito una maggior sollecitudine.
17 maggio 1863 F. THEOGER.

Fonte

Estratto da [Google libri.

Copyright

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