Discorsi parlamentari per le unioni civili in Italia

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Per la prima volta nella storia repubblicana il 28 gennaio 2016 il Parlamento italiano è chiamato a discutere in assemblea un disegno di legge per la tutela dell'unione tra due persone dello stesso sesso e la loro famiglia. Lo scopo di questa voce è raccogliere gli interventi parlamentari. Atto senato 2081 e connessi.

Cronologia

Nella seduta n. 567 (antemeridiana) il Senato della Repubblica apre la discussione in aula sulle Unioni Civili. La mattina del 28 gennaio 2016 vengono discusse 8 pregiudiziali di costituzionalità e 3 questioni sospensive. Intervengono dopo l'illustrazione delle questioni alcuni Senatori. Il voto sulle pregiudiziali è rinviato a martedì 2 febbraio 2016. La seduta pubblica 569 si apre alle 16:30 di martedì 2 febbraio 2016 e si chiude alle 20.00. La seduta prosegue il 3 febbraio nelle due sedute (antimeridiana e pomeridiana).

"Seduta antimeridiana del 28 gennaio 2016"

Sacconi - (AP (NCD-UDC)). QP1

Sacconi interviene per presentare la prima questione pregiudiziale (d'ora in poi "QP1")

Signor Presidente, la questione pregiudiziale che illustro implica un chiarimento preliminare. Essa è giustificata dalla evidente sovrapposizione, operata dal disegno di legge Cirinnà, tra matrimonio e unioni civili: identiche le modalità di celebrazione, di scioglimento e gli impedimenti; perfettamente simmetrici i diritti e i doveri tra coniugi da una parte e partner dell'unione civile dall'altra. Non sarebbe stata necessaria, ma elimina ogni perplessità, la disposizione, che costituisce una vera e propria clausola dell'equivalenza, secondo la quale, in qualsivoglia testo normativo di rango primario o secondario, là dove compaiano le espressioni «coniuge» o «coniugi», a queste devono ritenersi del tutto equivalenti quelle di «partner» o «partners» dell'unione civile. Per non dire poi dell'articolo 2, comma 6, che dispone quanto alla scelta del cognome, disposizione civilistica questa inevitabilmente connessa ai bisogni di una famiglia eterosessuale, perché costruita sulla procreazione e quindi sulla trasmissione ai figli del cognome dei genitori. Cosicché dell'articolo 3, comma 1, e del concetto di fedeltà, che si è nel tempo dilatato rispetto agli originari confini, prevalentemente coincidenti con la esclusività nel rapporto sessuale, ed oggi è orientato nella più ampia direzione della relazione affettiva e sessuale nell'ambito della vita familiare. Esso assume così un rilievo pubblicistico anche alla luce dell'istituto civilistico della presunzione di paternità. Come tale è collocato nell'ambito della famiglia eterosessuale. Analogamente deve dirsi, sempre con riferimento all'articolo 3, comma 2, e al potere delle parti dell'unione civile di fissare la residenza comune, concordando tra loro l'indirizzo della vita familiare, dato che risulta difficile pensare che una simile previsione sia giustificata in un contesto di famiglia non in grado di procreare. Considerazioni non dissimili possono farsi in relazione all'articolo 4, comma 1, e alla qualità di erede necessario riconosciuta al partner dell'unione civile, laddove la corrispondente disposizione del codice civile individua come tali soltanto gli ascendenti, discendenti e il coniuge. In altri termini soggetti legati al de cuius da rapporti di parentela connessi alla capacità di procreare. I richiami che precedono servono a dimostrare, sia pure in questa fase del tutto preliminare, la perfetta coincidenza tra unione civile e matrimonio e conferiscono fondatezza alla pregiudiziale di costituzionalità dell'intero testo legislativo. A tal proposito, uno degli aspetti cruciali del dibattito sul punto è certamente costituito dalla sentenza n. 138 del 2010 della Corte costituzionale. II fatto che la Corte costituzionale abbia scritto che il legislatore è libero di disciplinare le unioni civili tra cittadini dello stesso sesso, secondo scelte altrettanto libere di politica legislativa, non comporta certo l'erronea conclusione secondo la quale il matrimonio e la famiglia, cui fa riferimento l'articolo 29 della Costituzione, non siano soltanto di natura eterosessuale, potendo così questi sostantivi competere anche alle unioni omosessuali. L'idea che noi avversiamo, quella cioè dell'assenza di vincoli costituzionali quanto all'esclusivo riferimento alla base eterosessuale del matrimonio, potrebbe risultare fondata solo se la Corte costituzionale avesse affermato la totale libertà del legislatore nel disciplinare le unioni di soggetti omosessuali, anche sulla falsariga del matrimonio. Ma così non è, dato che la Corte non ha escluso l'ipotesi che taluna delle soluzioni possa risultare anticostituzionale, se scrutinata. A conforto di questa tesi sta la lettera della prescelta sentenza n. 138 del 2010. Infatti, se nell'articolo 29 della Costituzione non esistesse alcun vincolo circa le modalità, non avrebbe avuto alcun senso la circostanza che la Corte costituzionale abbia chiarissimamente anticipato un suo controllo sulle possibili modalità di attuazione delle unioni civili. Cosa, questa, che invece risulta chiaramente dal testo della motivazione. Peraltro, in questi passaggi la Corte fa espresso riferimento, ma in termini di mera possibilità, a trattamenti omogenei tra coniugi e partner delle unioni civili, che così facendo differenzia significativamente, aggiungendo di poter esercitare il proprio controllo di costituzionalità mediante il parametro della ragionevolezza, se investita dal quesito, nei confronti delle soluzioni seguite dal legislatore. Ciò significa, in termini ancora più espliciti, che all'interno della disposizione costituzionale di cui all'articolo 29, matrimoni e unione civili non risultano parificabili. D'altronde la sentenza in questione va letta integralmente, non essendo ammissibile alcuna consultazione parziale del dato giurisprudenziale. A tale riguardo non si può sottovalutare l'ulteriore significativa affermazione contenuta nel paragrafo 9 successivo, secondo la quale i Costituenti, malgrado conoscessero la questione omosessuale (ci permettiamo di aggiungere anche per avere introdotto sul punto il non trascurabile divieto di discriminazioni per ragioni di sesso), allorquando scrissero di famiglia e matrimonio, ebbero chiaro l'esclusivo riferimento alla famiglia eterosessuale. Ma quelli erano bei tempi; c'era ancora il Partito Comunista. Ciò non può essere trascurato, dal momento che dovrebbe comportare una implicita e esclusiva costituzionalizzazione della famiglia eterosessuale; con la corrispondente esclusione, dal perimetro dell'articolo 29 della Costituzione, di ogni altra unione. D'altronde nella medesima direzione da noi qui delineata, soccorre pure la classica espressione di una famiglia definita come società naturale, cioè come tale fondata sul matrimonio. Espressione, questa, che esclude un contesto artificiosamente creato mediante il ricorso a soluzioni giuridiche o fisiche surrogatorie delle condizioni naturali dei coniugi e quindi della loro inevitabile eterosessualità in ragione del raggiungimento dell'obiettivo prioritario costituito dalla procreazione che, per l'appunto, è in via naturale del tutto precluso alle coppie omosessuali. Né questa volta, prescindendo dalla più volte richiamata sentenza, può trascurarsi la portata integratrice dei successivi articoli 30 e 31 della Costituzione. Pur limitando questi richiami ad alcuni aspetti essenziali non può dubitarsi che il significato di queste tre disposizioni sia del tutto unitario. Pertanto, se l'articolo 29 disciplina la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, il successivo articolo 30 afferma il dovere e diritto dei genitori a mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. E, allora, è chiaro che la famiglia è quella società naturale che, fondata sul matrimonio, è funzionale alla nascita di figli nati da una coppia eterosessuale, titolare del diritto e del dovere di educarli, mantenerli ed istruirli. Ciò comporta, rovesciando i piani del ragionamento, che non può ritenersi famiglia una unione omosessuale alla quale non può essere trasferito il regime del matrimonio che a questa è esclusivamente connesso dall'articolo 29 della Costituzione. Né meno significativo al riguardo è l'articolo 31 che prefigura una legislazione agevolatrice e provvidente esclusivamente indirizzata a vantaggio della famiglia con un eloquente riferimento alla protezione della maternità. Questa legislazione trova la sua giustificazione proprio in quella procreazione che costituisce la prerogativa esclusiva della famiglia eterosessuale. Circostanza questa che comporta la evidente estromissione dal perimetro degli articoli 29, 30 e 31 di ogni altra unione, perché del tutto immeritevole dei vantaggi destinati a una famiglia e a un matrimonio che, in virtù della finalità della procreazione che li caratterizza, li merita. Né certo si può pensare, questa volta riferendoci all'articolo 5 del disegno di legge Cirinnà, che per famiglia possa intendersi una sorta di famiglia surrogata in via giuridica attraverso l'indebito ricorso delle adozioni, con ciò rovesciando il principio fondamentale secondo il quale l'adozione dà una famiglia ad un bambino che ne ha diritto e non un bambino ad una coppia che lo desidera. I desideri degli adulti vengono dopo i diritti dei bambini. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC)). Né infine può trascurarsi la portata dell'articolo 81 della Costituzione. L'estensione delle pensioni di reversibilità ad una platea più ampia, peraltro difficilmente prevedibile, comporta un ampliamento dei diritti soggettivi della corrispondente spesa obbligatoria. Le regole di contabilità pubblica richiedono una stima degli oneri di almeno dieci anni, in quanto essi devono essere calcolati per il periodo di piena manifestazione degli effetti che, in questo caso, corrisponderebbe al momento in cui si realizzerà il tasso medio di mortalità dei conviventi. Poiché invece la copertura è nel testo proiettata al solo decennio successivo all'entrata in vigore del provvedimento - cioè quando pochissimi saranno morti secondo ciò che è ragionevolmente prevedibile - è evidente che risulta minima la mortalità dei componenti delle unioni civili con la conseguenza di una patente sottostima degli effetti finanziari e della relativa copertura di bilancio. Per tutte queste ragioni si insiste sull'approvazione della presente questione pregiudiziale di costituzionalità, rinviando le motivazioni della proposta di sospensiva, che illustrerà il collega Marinello, circa la patente violazione dell'articolo 72 della Carta costituzionale per quanto riguarda l'esame articolo per articolo del testo ora in Assemblea che in Commissione non si è minimamente svolto. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC)). PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il senatore Giovanardi per illustrare la questione pregiudiziale QP2. Ne ha facoltà.

Giovanardi - (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)) QP2

Giovanardi interviene per illustrare la seconda questione pregiudiziale (d'ora in poi QP2).

Signor Presidente, come dice Roberto Benigni, la nostra è la Costituzione più bella del mondo e io voglio difenderla non solo per quello che c'è scritto in Costituzione, ma per quello che la Corte costituzionale ha detto a noi parlamentari di fare. Cosa ci ha detto la Corte costituzionale nella famosa sentenza? Lo leggo ai colleghi perché si deve sapere l'ambito nel quale dobbiamo operare. Ha scritto la Corte costituzionale: «(...) come risulta dai citati lavori preparatori, la questione delle unioni omosessuali rimase del tutto estranea al dibattito svoltosi in sede di Assemblea», benché la condizione omosessuale non fosse certo loro sconosciuta. Prosegue la sentenza della Corte: «I Costituenti (...) discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un'articolata disciplina nell'ordinamento civile. Pertanto, in assenza di diversi riferimenti, è inevitabile concludere che essi tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile entrato in vigore nel 1942, che, come sopra si è visto, stabiliva (e tuttora stabilisce) che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso. In tal senso orienta anche il secondo comma della disposizione che, affermando il principio dell'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, ebbe riguardo proprio alla posizione della donna cui intendeva attribuire pari dignità e diritti nel rapporto coniugale». Ascoltate, colleghi, cosa ci dice la Corte: «Questo significato del precetto costituzionale - dell'articolo 29 - non può essere superato per via ermeneutica, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un'interpretazione creativa. Si deve ribadire, dunque, che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto» (uomo-donna). Questo ci ha detto la Corte. Quindi il disegno di legge Cirinnà, che si sovrappone completamente all'articolo 29 della Costituzione sul matrimonio, riconoscendone tutti gli istituti, va in senso totalmente contrario rispetto a quello che la Corte ha indicato. Ma la Corte ci ha detto anche un'altra cosa: ci ha detto che il problema delle coppie omosessuali o delle coppie eterosessuali non sposate va inquadrato nell'ambito dell'articolo 2 della Costituzione, tra le formazioni sociali. L'unione uomo-uomo o donna-donna è una formazione sociale. Cos'è la formazione sociale secondo l'articolo 2 della Costituzione, cui noi dobbiamo attenerci strettamente? «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia» - attenzione - «nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità». Se avessimo avuto tempo in Commissione - poi dirò che la Commissione questo tempo non l'ha avuto - sarebbe bastato andare a prendere i lavori della Costituente e i colleghi avrebbero scoperto che l'onorevole Moro, l'onorevole Fanfani, l'onorevole Iotti e l'onorevole Amendola, cioè non gli ultimi arrivati, presentarono un emendamento, modificando il testo dell'articolo 2, che era entrato in Costituzione con la dizione «i diritti inviolabili dell'uomo e delle formazioni sociali ove si svolge». Essi cambiarono il «delle» in «nelle», risultando così l'espressione «nelle formazioni sociali». Andatevi a rileggere l'intervento dell'onorevole Aldo Moro, che fece notare che nelle formazioni sociali (partiti, sindacati e tutto quello che si vuole) non si intendeva riconoscere la formazione sociale, ma si intendeva difendere ed esaltare i diritti dei singoli nella formazione sociale. Noi nell'unione civile, come ha chiarito la Costituzione, dobbiamo difendere il diritto delle due singole persone; non nasce un matrimonio di serie B, non nasce, dall'unione civile, un soggetto cui imputare qualcosa. Come è scritto nella Costituzione, noi difendiamo e garantiamo i diritti individuali dell'uomo nella formazione sociale in cui si svolge la sua personalità. Questo è un altro sconvolgimento totale del disegno di legge Cirinnà, che non riconosce i diritti individuali «nelle formazioni sociali», come la Costituzione ha voluto dopo un dibattito, togliendo l'espressione «delle formazioni sociali». Come fa questa forzatura? Sconvolgendo totalmente l'articolo 72 della Costituzione. La procedura utilizzata per portare questo testo in Aula rende nullo il lavoro che stiamo facendo. Perché lo rende nullo? Questo, purtroppo, l'ho già pagato sulla mia pelle. Ora vi leggerò i motivi per i quali la Corte costituzionale, due anni fa, ha annullato e cassato la legge Fini-Giovanardi sulla droga, creando un vuoto normativo gigantesco, facendo decadere tutte le sentenze penali che nel frattempo erano state emanate (che hanno dovuto essere tutte riviste) e travolgendo tutti gli atti amministrativi. La Corte ha scritto: «Una tale penetrante e incisiva riforma, coinvolgente delicate scelte di natura politica, giuridica e scientifica (...)». E questa? Credo che anche questa riforma, che rivede antropologicamente tutto il meccanismo delle relazioni uomo-donna nel nostro Paese e che coinvolge delicate scelte di natura politica, giuridica e scientifica «(...) avrebbe richiesto un adeguato dibattito parlamentare, possibile ove si fossero seguite le ordinarie procedure di formazione della legge, ex articolo 72 della Costituzione». Sto leggendo i motivi per i quali la Corte costituzionale ha cassato una legge, dicendo: «Si aggiunga che un intervento normativo di simile rilievo - che, non a caso, faceva parte di un autonomo disegno di legge (...) giacente da tre anni in Senato in attesa dell'approvazione » - e sottolineo il fatto che quel disegno di legge, quegli articoli erano già stati discussi per diciannove sedute in Senato - «ha finito, invece, per essere frettolosamente» - cioè dopo tre anni di discussione in Commissione - «inserito in un maxiemendamento del Governo, interamente sostitutivo del testo del disegno di legge di conversione presentato direttamente nell'Assemblea del Senato e su cui il Governo ha posto la questione di fiducia (...), così precludendo una discussione specifica e una congrua deliberazione sui singoli aspetti della disciplina in tal modo introdotta». Cosa dice l'articolo 72? Che i disegni di legge vanno prima discussi in Commissione e poi in Assemblea. Questo disegno di legge è stato discusso in Commissione? Mai, perché noi abbiamo discusso, dalla fine di luglio a metà settembre, il testo unificato presentato dalla senatrice Cirinnà, ed eravamo già arrivati a un terzo degli emendamenti. Quando il 6 ottobre è stato presentato un nuovo disegno di legge, a prima firma della senatrice Cirinnà, che è stato assegnato a tempo di record alla Commissione giustizia; nella seduta notturna del 12 ottobre la relatrice ha svolto la relazione, ci siamo iscritti io, i senatori Gasparri e Sacconi, per esercitare il nostro diritto di esame; ma il giorno dopo il Presidente del Senato, con una forzatura inedita, che non esiste nella storia del Senato, senza che alcun senatore della Commissione potesse prendere la parola sul testo appena presentato, in Conferenza dei Capigruppo l'ha iscritto all'ordine del giorno per la seduta del giorno successivo, ossia il 14 ottobre. Quindi un disegno di legge presentato al Senato il 6 ottobre, il 14 ottobre era già all'esame dell'Assemblea senza che alcun senatore della Commissione abbia potuto minimamente esaminarlo: non dico presentare emendamenti, ma neanche intervenire in discussione generale. Ma mi si potrà dire: «ma questo disegno di legge era già stato discusso». Come ha detto la Corte, quello che era stato discusso prima era un altro disegno di legge, mentre questo è un nuovo disegno di legge con norme diverse da quello di prima. Come ho scritto nella questione pregiudiziale che sto illustrando, non c'è precedente al mondo, perché il Regolamento della Camera dice che almeno due mesi un provvedimento deve stare in Commissione. Poi dà potere al Presidente eventualmente di richiamare il Presidente della Commissione ad accelerare i tempi. Ci sono dei precedenti nei quali il Presidente del Senato, dopo richiami fatti al Presidente di Commissione, ha richiamato in Assemblea il provvedimento, ma dopo un mese, dopo che la Commissione l'aveva esaminato. Questo caso di azzeramento dei poteri della Commissione (e mi dispiace dirlo al presidente del Senato Grasso che ha stracciato l'articolo 72 della Costituzione; e lui sarebbe un giurista!), crea un precedente secondo il quale qualsiasi Governo o qualsiasi Gruppo parlamentare si può sovrapporre a un dibattito di Commissione su qualsiasi argomento, presentare un nuovo disegno di legge; in quattro giorni portarlo in Assemblea senza farlo discutere dalla Commissione e scavalcare un precetto costituzionale imperativo, l'articolo 72 della Costituzione, secondo il quale i disegni di legge debbono essere esaminati in Commissione e poi in Aula. Finisco, ma ho un'altra questione pregiudiziale da illustrare. Come dicevo, tale disegno di legge è stato calendarizzato per il 14 ottobre in Assemblea; la Commissione non ha più potuto lavorare e arriva in Aula il 28 gennaio. Cioè ottobre, novembre, dicembre e gennaio, mesi in cui la Commissione avrebbe potuto lavorare ed esaminare il disegno di legge, sono stati totalmente saltati, e il disegno di legge, mai visto in Commissione, arriva in Aula con quattro mesi di ritardo. Guardate che questi sono rilievi che poi rivolgeremo formalmente al Quirinale prima e alla Corte costituzionale dopo, che rendono nullo tutto questo fin dall'inizio. Che cosa ci vuole a riportare il testo in Commissione per permettere alla stessa di dirimere gli intricati nodi giuridici che questo disegno di legge comporta, invece di andare allo sbaraglio in Aula, senza relatore, con un testo pasticciato e mille questioni che rimangono a pezzi e con i voti segreti? Buonsenso direbbe che se vogliamo fare una legge equilibrata e costituzionalmente corretta, inquadriamola in quello che la Corte costituzionale ha detto. Noi siamo per rispettare quanto la Corte costituzionale ci ha detto, ma purtroppo il disegno di legge presentato è totalmente eversivo dei diritti che ci ha dato la Costituzione e di ciò che ci ha detto la Corte costituzionale.

MALAN (FI-PdL XVII) QP3

Malan interviene per illustrare la terza questione pregiudiziale (d'ora in poi QP3).

Signor Presidente, l'articolo 29 della Costituzione dice che la Repubblica tutela la famiglia quale formazione naturale fondata sul matrimonio. La «riconosce» - recita la Costituzione - perché la famiglia è ampiamente preesistente alla Costituzione e alle leggi, non solo di questo Stato ma a qualunque legge. La famiglia è un fondamento sì sociale e culturale - ed è anche una formazione sociale - ma prima ancora è naturale e biologica: è la natura che ha stabilito come avviene la procreazione, ovvero tra un uomo e una donna, né più né meno. Ecco perché la Costituzione la riconosce: la famiglia c'è già, e il fatto che questo rapporto sia stabile e duraturo è una delle ragioni che rende la nostra specie - supponendo che la nostra sia a tutti gli effetti una specie animale - diversa dalle altre. Infatti, la cura dei bambini, dei piccoli, che può avvenire solo con la presenza non soltanto della madre ma anche del padre, permette che la nostra specie abbia una possibilità di sviluppo maggiore, con un cervello più grande degli altri animali rispetto alla nostra statura, rispetto alle nostre dimensioni. Questo perché c'è qualcuno che può prendersi cura del bambino, che è inerme per diversi anni dopo la nascita, perché c'è un rapporto non soltanto sessuale ma anche duraturo, durante e dopo la gravidanza, tra uomo e donna. Quindi, nessun'altra formazione sociale può essere paragonata a questa che - questa sì - è una cosa che esiste in natura, mentre in natura non ci sono i partiti né le cooperative né i sindacati, che sono tutte formazioni sociali rispettabilissime - e ci sono indubbiamente rapporti di solidarietà tra individui al di fuori di questo schema - ma sono un'altra cosa; non c'entrano niente con la procreazione. Aggiungo una definizione. Alla domanda «Come definisce il matrimonio?», che un giornalista fece all'allora senatore Barack Obama una settimana prima delle elezioni del 2008, Obama, con la capacità retorica che ha, disse che per lui matrimonio era l'unione tra un uomo e una donna, e, come cristiano, lo considerava un'unione sacra dove c'è di mezzo Dio. È Obama a parlare, non sono parole mie. Io Dio lo lascerei e lo lascerò fuori dalla discussione; se qualcuno è interessato a sapere come la pensa non mancano le fonti. Ora, sul perché Obama abbia cambiato idea non è qui argomento di discussione: di certo non l'ha fatto per farsi rieleggere perché non può più essere rieletto. Sta di fatto che Obama, che diceva che il matrimonio è tra uomo e donna, adesso è quello di «Love is love» e dell'arcobaleno sulla Casa Bianca: misteri! Ma non è solo Obama. Ciò che più conta per noi è la Costituzione, secondo quanto ribadito dalla più volte citata sentenza n. 138 del 2010: il matrimonio è tra uomo e donna. Ebbene, questo disegno di legge che stiamo esaminando è in tutto un matrimonio, tranne che nel nome, e dunque va contro l'articolo 29 della Costituzione che prevede che il matrimonio abbia una tutela particolare perché matrimonio è famiglia tra uomo e donna, perché tra uomo e donna è un'unione feconda; altri tipi di unione e di formazione sociale non lo sono: è un fatto oggettivo e naturale. Il sottosegretario Scalfarotto, fin dal 2013, ha detto che le unioni civili devono essere sostanzialmente identiche al matrimonio. In un'intervista a «la Repubblica» del 16 ottobre 2014 è stato ancora più chiaro: «Io faccio una battaglia per l'uguaglianza, come quella dei neri americani. L'unione civile non è un matrimonio più basso ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di Realpolitik». In altre parole, chi crede che sia una cosa diversa si sta facendo prendere in giro - credo volontariamente - perché fino a qualche mese fa si poteva anche non sapere, ma ora lo si sa bene. Sono parole non mie, ma del sottosegretario Scalfarotto, che ringrazio per la sua presenza. Egli è Sottosegretario ai rapporti con il Parlamento e non un Sottosegretario all'economia, all'industria o all'agricoltura, che non c'entrerebbero niente con queste materie. Egli, invece, c'entra con questa legge. Ebbene, con questo disegno di legge, si tocca dunque la più radicata, la più efficace, la più duratura istituzione, che è la famiglia fondata sul matrimonio. Ci sono tanti modi di celebrare i matrimoni, nel corso della storia, ma si tratta comunque di un impegno duraturo, tra un uomo e una donna, a tutela della procreazione. Questo è il matrimonio: se poi uno vuol farne un'altra cosa, deve spiegarlo a tutti quanti. Con questo disegno di legge, poiché c'è la famigerata stepchild adoption, si tocca dunque non soltanto il concetto di cos'è la famiglia e di cos'è il matrimonio, ma anche il concetto di cos'è essere genitori ed essere figli. Basta vedere le due parole: stepchild adoption. In queste due parole c'è già tutto. Non c'è bisogno di avere studiato a Cambridge, per capire che adoption vuol dire adozione. Perché non diciamo le cose in italiano? Stepchild vuol dire figliastro. E il figliastro è il figlio del coniuge, non il figlio dell'amico, del fratello o della persona più cara. Il figliastro è il figlio del coniuge e, dunque, queste sole due parole ci spiegano che si tratta di adozione e di matrimonio e che dunque ciò è contrario all'articolo 29 della Costituzione. Ebbene, per un argomento così importante, che tocca un elemento molto più vecchio e, alla fine, molto più importante persino della nostra Costituzione, cosa si è fatto in Commissione? In Commissione questo disegno di legge non è stato esaminato neanche per un minuto. (Commenti del senatore Airola). Peccato che la Costituzione dica che ogni provvedimento deve essere esaminato in Commissione e in Assemblea. È vero, come dice qualcuno, che delle unioni civili si è parlato per diverse settimane in Commissione. Ma non si è parlato di questo provvedimento, che è stato presentato un minuto prima che si chiudesse la discussione in Commissione. Qualcuno dirà che si è parlato dell'argomento. Avete mai sentito dire di un processo che si conclude subito, per passare immediatamente al grado di appello, perché il caso è molto simile ad un altro? Immaginate il caso di un signor Tale, che dovrebbe essere sottoposto a processo, ma che viene immediatamente condannato, perché c'è un caso molto simile al suo: dunque si va avanti e poi, semmai, c'è l'appello. Questo è dunque il modo di procedere e di violare l'articolo 72 della Costituzione, per poi violarla ancora nell'articolo 29 e in altri articoli. Purtroppo l'intero provvedimento è viziato da menzogne, truffe e violazioni del Regolamento. Ho parlato dell'articolo 72, ma c'è da considerare anche l'articolo 3 della Costituzione. Se per caso non fosse vero quello che dice autorevolmente il sottosegretario Scalfarotto, cioè che questo è un matrimonio, non si vede perché esso non dovrebbe essere esteso anche alle coppie eterosessuali. Siccome di coppie eterosessuali conviventi e non sposate ce ne sono tante, si cerca di far loro capire che si tutelano i loro diritti. Cito di nuovo il sottosegretario Scalfarotto che ha detto che, se una coppia eterosessuale vuole i diritti, che si sposi e poi si arrangia. E ha detto che se poi i media dicono che in questo modo si discriminano le coppie eterosessuali, questo è segno di omofobia culturale. Ricordo che sempre l'onorevole Scalfarotto è primo firmatario di un disegno di legge, approvato dalla Camera dei deputati - per fortuna ci sono ancora due Camere - in cui si prevede, per l'omofobia, fino a sei anni di reclusione: dico questo tanto per chiarire qual è il clima e la civiltà che si vuole disegnare. Dunque, dicevo che le coppie eterosessuali non vengono tutelate da questa normativa e, dunque, se si prende per buona la finzione che questo non sia un matrimonio, si ha la chiara violazione dell'articolo 3 della Costituzione, per cui si dice che non si deve essere discriminati in base a tante cose e, naturalmente, anche in base al sesso. Ad ogni modo, in Commissione non si è parlato di quelle blande e malissimo scritte tutele che ci sono per la coppia eterosessuale, molto, molto inferiori a quelle previste per la coppia omosessuale. Non si è parlato di questo, non si è parlato delle adozioni. C'è di tutto: le menzogne vengono a carrettate. Eppure quante volte abbiamo letto anche in documenti con una bella impaginazione dei senatori del Partito Democratico che non è un matrimonio e non ci sono le adozioni. Ci sono le adoption e quindi pensano che gli italiani siano cretini e non capiscano cosa vuol dire adoption, e le tutele per le coppie etero non ci sono. Per quanto riguarda le coperture economiche per la pensione di reversibilità e per le detrazioni fiscali per il partner dell'unione civile, tali coperture sono state dichiarate idonee dalla Commissione bilancio sulla base di una ridicola relazione tecnica del Ministero dove il numero delle coppie presunte è variabile a seconda del tipo di spesa che si esamina, dove si dà per scontato che non ci saranno persone oltre i 50 anni che usufruiranno delle unioni civili, dove non si tiene conto delle spese per gli stranieri e quant'altro. Lo stesso vice ministro Morando ha detto che si tratta di una relazione fatta dal Ministero della giustizia e validata dalla Ragioneria dello Stato. Adesso il Ministero della giustizia fa le valutazioni economiche. Per quanto riguarda le adozioni, ricordo essenzialmente due punti: già oggi il sopravvissuto di una unione di fatto tra due persone può adottare il figlio dell'altro senza tutte le procedure di altro tipo, cioè le adozioni speciali che permettano di adottarlo direttamente perché già oggi la legge, ed è così da trent'anni, stabilisce che il bambino, nel caso rimanga senza genitori, può essere dato in adozione ad una persona con cui ha un rapporto stabile e duraturo. Se questo rapporto c'è, la cosa è possibile già oggi per cui non ci vengano a parlare di bambini che non avrebbero più tutele. Forse bisognerebbe pensarci prima alle tutele di questi bambini, prima di privarli o della madre o del padre premeditatamente. In secondo luogo, sarebbe una truffa togliere solo l'articolo 5 perché sappiamo bene, per quanto è avvenuto in altri Paesi europei e per quanto ci hanno detto tutti i costituzionalisti, che se anche si togliesse l'articolo 5 relativo alle adozioni, la norma verrebbe ripescata per via giurisprudenziale per cui sarebbe una vera truffa, colleghi del Partito Democratico, votare questo provvedimento togliendo l'articolo 5, sempre che lo si tolga, perché vorrebbe dire votarlo ipocritamente dicendo che non ci sono le adozioni mentre invece ci saranno. Infine, che cosa significa utero in affitto? Significa strappare un bambino alla madre dopo pochi secondi dalla sua nascita. A questo proposito, Presidente, vorrei farvi vedere il regolamento comunale sulla tutela degli animali della città di Roma. L'articolo 8 è intitolato: «Maltrattamento degli animali» e al comma 6 dice: «È vietato separare i cuccioli di cani e gatti dalla madre prima dei 60 giorni di vita se non per gravi motivazioni certificate da un medico veterinario». Perché? Perché è ritenuta una barbarie separare un gattino o un cagnolino da sua madre. Invece, con l'utero in affitto, il bambino viene separato subito dalla madre. Chi ha firmato questo regolamento? La delegata del sindaco alle politiche sui diritti degli animali, Monica Cirinnà.


Quagliarello (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)) QP4

"Quagliarello interviene per illustrare la terza questione pregiudiziale (d'ora in poi QP4).

Signor Presidente, colleghi senatori, la pregiudiziale di costituzionalità che ora brevemente illustrerò intende segnalare a beneficio dei lavori di quest'Aula uno dei vizi più gravi del disegno di legge in esame: vizio strutturale e dunque tale da inficiare la legittimità costituzionale dell'intero testo. Mi riferisco al contrasto con l'articolo 29 della nostra Carta costituzionale: contrasto che è determinato palesemente per via dei molteplici, insistiti, ripetuti richiami che la disciplina delle unioni civili che il disegno di legge si prefigge di introdurre - peraltro limitatamente a coppie di conviventi dello stesso sesso - opera rispetto al Titolo VI, Libro I del codice civile, e dunque segnatamente al diritto matrimoniale e al diritto di famiglia. Il tema è da un lato di un'evidenza schiacciante, dall'altro estremamente insidioso alla luce delle laceranti discussioni che investono aspetti particolarmente delicati del testo al nostro esame. Vediamo perché. In questo senso, già la scelta opinabile e da noi fortemente contestata di riservare l'accesso all'istituto dell'unione civile alle sole coppie dello stesso sesso, e precluderlo alle coppie di sesso diverso, prova molto. Nel senso che tale scelta, motivata solitamente con l'argomentazione per la quale le coppie eterosessuali hanno già la possibilità di accedere all'istituto del matrimonio, conferma la volontà di delineare non un istituto giuridico del tutto originale, come pure si è cercato di far credere, ma esattamente un surrogato dell'istituto matrimoniale. Il tema va ben al di là della mera dimensione nominalistica, e per comprenderlo appare opportuno assumere come faro del nostro ragionamento da un lato il testo della Costituzione e la traccia del suo percorso evolutivo rimasta scolpita nei lavori dell'Assemblea costituente e, dall'altro, la nota sentenza della Corte costituzionale n. 138 del 2010 che, nel sollecitare il legislatore ad una regolamentazione giuridica delle unioni anche fra persone dello stesso sesso, fissava al contempo paletti non valicabili. Il discrimine sta nella lettera e nello spirito dell'articolo 2 della nostra Carta costituzionale, al quale l'istituto dell'unione civile dovrebbe ancorarsi. Giova infatti ricordare che se nel progetto di Costituzione si faceva riferimento al riconoscimento dei diritti inviolabili degli (sottolineo «degli») individui e delle (sottolineo «delle») formazioni sociali ove si svolge la loro personalità, fu la convergente attività emendativa di Moro e Fanfani da un lato, e di Nilde Iotti e Amendola dall'altro, a consegnarci la formulazione scolpita nella Carta del 1947: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (...)». Con ciò, come ebbe a sottolineare Aldo Moro in sede di Assemblea costituente, si intendeva riconoscere i diritti essenziali di libertà alle formazioni sociali nelle quali si svolgono la dignità e la libertà dell'uomo, ma si individuava quest'ultimo - l'uomo, per l'appunto - come titolare di un diritto che trova una sua espressione nella formazione sociale. È in questo solco - nel solco cioè dell'articolo 2 - che la Corte costituzionale ha sollecitato il legislatore ad intervenire, non a caso facendo riferimento a «una disciplina (...) finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia». A noi pare invece che da questo solco si sia abbondantemente fuoriusciti, proponendo nel disegno di legge al nostro esame una disciplina giuridica che sostanzialmente ricade sotto l'orbita dell'articolo 29 e, dunque, si pone in contrasto con esso dal momento che è finalizzata a regolare fattispecie ad esso estranee. È infatti la stessa Corte costituzionale a escludere in radice la possibilità di un'interpretazione estensiva dell'articolo 29. Non perché il dettato della Carta non possa essere interpretato alla luce del mutare dei fenomeni sociali, ma perché «detta interpretazione non può spingersi fino al punto d'incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata». In caso contrario, da un'attività ermeneutica si scivolerebbe in un'attività di interpretazione creativa. Soprattutto, insuperabile appare il riferimento della Corte al «rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla (potenziale) finalità procreativa che vale a differenziarlo dall'unione omosessuale». Alla luce di tali considerazioni, colleghi senatori, è evidente come il tentativo di assoggettare l'istituto dell'unione civile alle norme codicistiche proprie del diritto matrimoniale, e dunque del diritto di famiglia, non solo compromette l'unicità della famiglia fondata sul matrimonio sancita dalla Costituzione, ma trasferisce in capo a una nuova e specifica formazione sociale, non orientata alla procreazione, una disciplina giuridica (quella, appunto, di cui al Titolo VI del Libro I del codice civile) finalizzata primariamente alla tutela della prole dalla quale discende l'interesse al riconoscimento pubblicistico. Non sfugge peraltro l'insidia consapevolmente sottesa a tale operazione, che spiega anche per quale motivo ci si sia avventurati per la strada impervia di un disegno di legge sbagliato dal punto di vista costituzionale, laddove una normativa finalizzata a riconoscere e garantire i diritti dei conviventi, indipendentemente dalla natura sessuale della convivenza stessa, senza pretesa di assimilazione al diritto di famiglia, avrebbe incontrato l'immediato consenso di gran parte delle forze politiche rappresentate in quest'Aula. Avremmo approvato un testo all'unanimità. La finalità che sottende all'impianto del cosiddetto disegno di legge Cirinnà, infatti, è quella di porre consapevolmente le premesse per l'attribuzione per via incidentale, in sede giurisprudenziale, di diritti ulteriori fin qui specificamente connessi all'istituto matrimoniale, e in particolare del diritto all'adozione. Presidente, colleghi, da settimane ci si arrovella alla ricerca di espedienti che consentano di inserire nel testo di legge la cosiddetta stepchild adoption, magari sotto mentite spoglie, con ciò legittimando di fatto il ricorso a pratiche procreative in contrasto con le nostre leggi e forse anche con i fondamenti della nostra civiltà. Il fatto è che, anche laddove si dovesse espungere dal disegno di legge la norma diretta sull'adozione, ciò che esce dalla porta rientrerebbe inevitabilmente e presto dalla finestra, magari attraverso le Corti europee come già accaduto in altri Paesi del vecchio Continente. La giurisprudenza europea è infatti sostanzialistica: lo si può chiamare unione civile, lo si può anche chiamare Pluto, lo si può chiamare come volete, ma quanto più un istituto nella sua sostanza giuridica si avvicina a quello matrimoniale, tanto più sarà considerato discriminatorio il mancato riconoscimento nella disciplina dell'istituto stesso di diritti connessi al matrimonio. Insomma, stepchild o non stepchild, con un simil-matrimonio ci ritroveremo presto il diritto all'adozione, con tutto ciò che ne consegue in materia di pratiche genetiche. È questa la ragione per la quale è stata così smaccatamente sfidata la legittimità costituzionale, sottoponendo all'esame di quest'Aula un testo in aperto contrasto con l'articolo 29 e con le sentenze della Corte. È questa la ragione per la quale offriamo la pregiudiziale appena illustrata alla riflessione dell'Assemblea e dei colleghi.


COMPAGNA (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)) QP5

"Compagna interviene per illustrare la quarta questione pregiudiziale (d'ora in poi QP5).

Signor Presidente, nei precedenti interventi i colleghi che mi hanno preceduto si sono attentamente richiamati alla sentenza del 2010 della Corte costituzionale, ad alcune norme del dettato costituzionale, allo stesso tracciato dei Costituenti dell'epoca. A mio giudizio c'è, distinto ma non distante da questi profili, un profilo non meno degno di attenzione: è quello dell'assoluta incoerenza con il codice civile. Con tutto il rispetto per la Carta costituzionale italiana e di altri Paesi europei, il codice civile è molto più antico e, sotto molti aspetti, ancora più significativo. Le norme del codice civile hanno l'autorità delle generazioni; nelle norme costituzionali, per quanto importanti, per quanto molte volte condivisibilissime, c'è il meritorio accordo politico che prevale sull'aspetto normativo. Il codice civile, invece, è l'approdo alla modernità. Che cos'è l'approdo alla modernità? Lo conseguì Napoleone, sotto questo aspetto, mantenendo e non cancellando molti aspetti della Rivoluzione francese. Nell'antico regime c'era un profilo normativo per i baroni e un altro per i maniscalchi; uno per i marchesi e un altro per gli ortigiani. L'idea del codice civile era, invece, quella di diritto comune: non più legislazioni speciali. Ecco, invece, che, in flagrante disprezzo del codice civile, il Capo 1 della proposta della collega Cirinnà ci propone di distinguere fra dieci articoli dedicati alla speciale condizione degli omosessuali e dodici articoli dedicati alla speciale condizione degli eterosessuali; quindi, questa norma è malscritta, non è digerita e non sembra digeribile dal nostro impianto di Costituzione e di ordinamento. Si istituisce l'unione civile. Che cos'è l'unione civile? È un istituto giuridico concepito tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale. Perché allora vengono discriminate le persone di sesso diverso nell'accesso all'unione civile istituita nei primi dieci articoli? L'amico Sacconi ha ricordato, con molta puntualità, la Costituente. In lui c'è nostalgia, forse una nostalgia "canaglia", di quando c'era il Partito comunista; senza intenti canaglieschi, mi si lasci la stessa nostalgia di quando c'era sua maestà il liberalismo. È una cultura liberale che c'era nel laicissimo relatore Meuccio Ruini, il quale, il 6 febbraio del 1947, ricordò nella sua relazione che, per lo stato d'animo del popolo italiano e per i riflessi religiosi, l'indissolubilità del matrimonio era questione così importante da non poter essere in alcun caso toccata con legge ordinaria, ma soltanto con una legge di rango costituzionale. I tempi cambiano, e per arrivare alla legge Fortuna-Baslini si trovò l'elegante soluzione giuridica, rispettosissima di sua maestà il codice civile del 1804, per la quale la cessazione degli effetti civili del matrimonio era cosa ben diversa dalla dissoluzione del vincolo assunto religiosamente. Del resto, e l'amico Quagliariello ne sa molto più di me, un comune grande amico e maestro, Paolo Ungari, nella sua «Storia del diritto di famiglia in Italia», che altro non è che un lavoro in prima stesura fatto da un funzionario del Servizio studi della Camera dei deputati in vista di quella vicenda legislativa che approdò alla Fortuna-Baslini, ricordava proprio l'antico regime sradicato dal codice civile. Mi pare, addirittura, che il primo capitolo del libro di Ungari, prima di arrivare al matrimonio del diritto civile, vertesse sui cicisbei, i corteggiatori autorizzati, figura letteraria, ma a suo modo quasi giuridica, del Settecento. Certo, è giusto che oggi la Costituzione sia tirata in ballo; probabilmente, se il dibattito della prossima settimana andrà avanti, sarà in gran parte sulla Costituzione. Tuttavia, a mio giudizio l'escamotage con il quale si è voluto eludere lo spirito della Costituente, il senso di questa relazione di Ruini che proponeva appunto matrimonio e famiglia nei termini in cui li ha evocati Maurizio Sacconi nella nostra Costituzione, si riferisce a qualcosa che all'epoca non è che non fosse ritenuto possibile: non era ritenuto pensabile. Mi riferisco cioè al fatto che persone di uno stesso sesso potessero congiungere le loro vite con un vincolo accettato e accettabile dalla collettività. Qual è la motivazione che mi pare emerga dalla "incestuosa" sovrapposizione di nuclei diversi, con genitori diversi tra di loro per sesso, suggerita dalla collega Cirinnà? Con molto candore mi sembra che si dica che le persone di sesso diverso dispongono già della facoltà di accesso all'istituto matrimoniale. Già, ma se è così, l'unione civile di cui al Capo 1, di cui agli articoli da 1 a 10, non è che un surrogato del matrimonio, il similmatrimonio al quale faceva polemicamente allusione il senatore Quagliariello. Polemicamente perché c'è l'idea di un legislatore che arriva a segnare il goal attraverso un'azione successiva, che si svolge non più in Parlamento ma in sede giurisdizionale. Vedete, colleghi, qualora l'unione civile di cui ai primi 10 articoli del disegno di legge in esame fosse una formazione sociale che deve essere distinta dal matrimonio, perché finalizzata alla regolazione di unioni fondate sulla mutua assistenza e solidarietà, allora spiegatemi perché questo istituto viene precluso a persone di sesso diverso, violando in modo vistoso ed eclatante quelle mura di costituzionalità che riconoscono i diritti inviolabili dell'uomo nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Sono già stati fatti richiami da altri colleghi; pertanto, evidentemente, il richiamo che mi permetto di fare ai colleghi per un'attenta valutazione, ai sensi dell'articolo 93 del nostro Regolamento, si riferisce a questioni di costituzionalità valutate essenzialmente come garanzie della libertà, non come tendenzioso presupposto di una legislazione step by step, con l'invasione sgradevole e sgradita della giurisdizione. (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E) e FI-PdL XVII e del senatore Formigoni).

MAURO Giovanni (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)) QP6

"Mauro Giovanni interviene per illustrare la questione pregiudiziale QP6."

Signor Presidente, cari colleghi nel proporre la questione pregiudiziale di costituzionalità QP6 ho concentrato la mia attenzione su quanto previsto dall'articolo 5 del disegno di legge posto all'attenzione della nostra Assemblea, in particolare sull'aspetto che nel dibattito quotidiano del nostro Paese ormai è diventato noto con il nome di stepchild adoption, che debbo tradurre dall'inglese come l'adozione del figliastro. Avremmo potuto chiamarla più semplicemente con il termine «adozione del figliastro», che nel gergo comune sarebbe stato percepito in maniera più semplice e immediata. È un dibattito che è diventato spesso anche di circostanza. Le tifoserie hanno molto dibattuto schierandosi a favore o contro l'adozione del figliastro nel caso di coppia omosessuale, spesso anche per posizione politica. Questo dibattito così importante e pregnante, che va a toccare le corde più profonde della nostra convivenza, per come si è andata a costruire nel nostro Paese, nonché le convinzioni che sono alla base di tale convivenza, spesso è diventato oggetto di posizionamento politico, fino ad arrivare nell'ultimo periodo a regolamentare (lo ritengo veramente indegno) questioni interne di partito e a costituire oggetto di mediazione su ciò che possa unire di più o di meno la compagine di un Gruppo parlamentare o di un partito politico. Eppure stiamo parlando di ciò che attiene al diritto naturale e alle fondamenta del convivere civile; stiamo mettendo mano a princìpi costituzionali; stiamo parlando di un tema veramente forte che non può essere semplificato o derubricato nella contrapposizione tra chi partecipi all'una o all'altra manifestazione pubblica per trovare le mediazioni al più basso livello: la mediazione di ciò che plerumque possa maggiormente sedare le animosità interne ai partiti. Veda, Presidente, in Italia è già prevista l'adozione del figliastro per le coppie eterosessuali sposate da almeno tre anni e che abbiano vissuto more uxorio per almeno tre anni. L'articolo 5 del disegno di legge in esame, nell'estendere l'istituto dell'adozione non legittimante, permessa al coniuge dall'articolo 44, lettera b), della legge n. 184 del 1983, anche alla parte dell'unione civile, contravviene all'articolo 31 della Costituzione, secondo il quale la Repubblica protegge l'infanzia «favorendo gli istituti necessari a tale scopo». La nostra Costituzione è assolutamente precisa su questo tema. Poi ancora, all'articolo 117, si prevede che la potestà legislativa sia esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali. In questo caso vi è la Convenzione di New York, intitolata ai diritti del fanciullo, che prevede espressamente una posizione sul tema. L'Italia ha ratificato la Convenzione di New York con legge n. 176 del 1991: gli articoli di tale convenzione prevedono il rispetto dell'interesse superiore del minore (articolo 2), il diritto del minore al legame con i propri genitori (articoli 7 e 8) e, in caso di adozione, una verifica della situazione del minore in rapporto al padre e alla madre (articolo 21). L'adozione, prevista all'articolo 5 di questo disegno di legge, non prevede alcuna verifica dell'interesse preminente del minore e del rispetto dei suoi diritti quali previsti nella Convenzione di New York. È legittimo chiedersi: nel predisporre questo disegno di legge chi si intendeva tutelare? A chi è rivolta questa legge? È rivolta a tutelare i diritti di genitori, dimenticando che vi sono diritti dei minori che hanno almeno la stessa dignità di avere accesso nell'ordinamento giuridico quanto quello dei genitori? Forse i bambini non votano; forse i bambini non fanno opinione e non scrivono nei giornali; non riescono a farsi sentire come possono fare gli adulti (Commenti del senatore Airola), ma un ordinamento giuridico non può disconoscere il diritto delle future generazioni; non può rimanere sordo e muto rispetto a chi ha meno voce, forza o peso. Fermo restando che il caso spesso evocato di morte del genitore naturale, così come i casi di disconoscimento e abbandono, sono già oggetto di tutela in base al principio della continuità affettiva, richiamato dalla legge n. 184 del 1983, con particolare riferimento ai casi speciali di cui all'articolo 44, la statuizione normativa prevista dal presente disegno di legge, oltre a rappresentante un'ulteriore equiparazione tra coniugi e partner di un'unione civile, incappa in un circolo vizioso insolubile. Infatti, qualora l'adottabilità, ai sensi dell'articolo 44 della legge n. 184 del 1983, fosse consentita dal presente disegno di legge solo per i figli nati prima dell'unione o prima delle entrate in vigore della legge si incorrerebbe nella violazione del principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione verso i figli generati in seguito alla stipulazione dell'unione e verso i partner che intendessero adottarli. Si legittimerebbero, inoltre, indirettamente le pratiche di fecondazione assistita, vietata dall'ordinamento italiano, facendo valere come principio discriminatorio il solo dato cronologico. In caso, invece, che l'adozione fosse consentita anche per i figli nati a unione già in corso, si tratterebbe di una legittimazione di forme di genitorialità surrogata, giornalisticamente conosciute come «utero in affitto», assolutamente incompatibili con le esigenze di tutela dei minori e delle donne e con i fondamenti stessi della nostra civiltà e in violazione della legge n. 40 del 2004 riguardo alle forme di accesso consentite alla fecondazione assistita. Per tutti questi motivi sopraesposti, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, ritengo non si debba procedere all'esame del disegno di legge n. 2081. (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, FV, M, MBI, Id, E-E) e FI-PdL XVII).

BRUNI (CoR) QP7

"Bruni interviene per illustrare la questione pregiudiziale QP7."

Signor Presidente, il provvedimento in esame, punto d'arrivo di un lungo iter legislativo che ha visto la riunione di svariati disegni di legge, è volto a dotare il nostro ordinamento di una normativa che dia riconoscimento giuridico alle coppie formate da persone dello stesso sesso, nonché a riconoscere i diritti delle coppie di fatto. Molte e gravi sono le questioni sollevate nel merito dal provvedimento che questa Camera si accinge ad esaminare. Il Capo 1 introduce e regolamenta l'istituto dell'unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale che trova il proprio fondamento nell'articolo 2 della Costituzione, che garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali, intendendosi per tali, così come chiarito dalla Corte costituzionale, ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione (si veda in tal senso la sentenza n. 170 del 2014). In primo luogo, non posso in questa sede far a meno di rilevare che la riserva in via esclusiva dell'istituto giuridico dell'unione civile alle sole coppie omosessuali, proprio in ragione della proclamata diversità dall'istituto del matrimonio, si traduce nella sostanziale violazione degli articoli 2 e 3 della Costituzione nella parte in cui viene soppresso il fondamentale diritto dell'uomo di esprimere la propria personalità anche all'interno di tale nuova e specifica formazione sociale in ragione dell'illegittima discriminazione fondata sull'identità sessuale. Palese, dunque, è la compressione del principio di uguaglianza di cui all'articolo 3 della Costituzione, criterio fondamentale sul quale si fonda l'ordinamento giuridico del nostro Stato, come più volte citiamo e amiamo rilevare. In altre parole, per eliminare delle situazioni discriminatorie, se ne introducono altre ugualmente gravi. Se invece andiamo oltre l'affermazione di principio contenuta nell'articolo 1 del disegno di legge Cirinnà e ci soffermiamo sul contenuto delle disposizioni, emerge un'altra realtà. Ci troviamo infatti di fronte ad un corpo normativo che troppo si sovrappone all'istituto della famiglia, fino a confondervisi. Il nuovo testo, infatti, seppur epurato dalla pessima tecnica del rinvio tout court ad interi titoli e capi del codice civile in materia di famiglia, nella sostanza mantiene fermi tutti i rimandi agli stessi articoli del codice civile che regolano il matrimonio stesso, ivi inclusi quelli sulla disciplina della separazione e del divorzio, disciplina pensata e strutturata per sciogliere lo specifico vincolo matrimoniale e non quello di altre unioni o formazioni sociali. Ma molti altri e sostanziali sono i rinvii alla disciplina codicistica del matrimonio. Ricordo, solo a titolo esemplificativo, il rinvio alle disposizioni in tema di formalità preliminari al matrimonio (pubblicazioni), ovvero al sistema delle opposizioni al matrimonio o a quelle che riguardano la celebrazione del matrimonio, ove viene richiamata addirittura la norma che prevede la lettura agli sposi degli articoli 143, 144 e 147 del codice civile. Quindi siamo in presenza di una vera e propria fotocopia del matrimonio. Ora, io e il mio Gruppo riteniamo che il nostro Paese, e per esso noi che lo rappresentiamo, debba prendere atto, con consapevolezza e responsabilità, dei profondi mutamenti che stanno pervadendo la nostra società e l'atteggiarsi delle relazioni interpersonali di carattere affettivo. È un nostro dovere, quindi, colmare quel vuoto di riconoscimento giuridico che priva di ogni forma di tutela le coppie omosessuali. Dobbiamo dunque regolamentare i diritti ed i doveri nascenti da tali nuove forme di comunità affettiva; ritengo tuttavia che tale attività debba avvenire nel rispetto dei principi dettati dalla Costituzione. È proprio dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che più volte ha condannato il nostro Paese per non aver provveduto a dare la necessaria considerazione agli interessi della propria comunità, che voglio prendere le mosse per illustrare il profondo vulnus che l'approvazione di questo disegno di legge è in grado di arrecare al nostro ordinamento Costituzionale. La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo ha evidenziato che le unioni omosessuali si trovano in una situazione simile a quella delle coppie eterosessuali quanto all'esigenza di riconoscimento e protezione giuridica della relazione. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha infatti affermato che «la Convenzione europea dei diritti dell'uomo non obbliga lo Stato a riconoscere il diritto al matrimonio a una coppia omosessuale». Essa ha anche e giustamente, a mio avviso, precisato che «le autorità nazionali si trovano in una posizione migliore per valutare e rispondere alle esigenze della società in questa materia, giacché il matrimonio ha connotazioni sociali e culturali profondamente radicate, che differiscono notevolmente da una società all'altra». La Corte europea dei diritti dell'uomo, dunque, chiarisce che tutti hanno diritto ad una vita familiare, ma ciò non presuppone né implica che le persone omosessuali abbiano diritto al matrimonio. La Corte costituzionale, dal canto suo, già con la sentenza n. 138 del 2010 e fino alla più recente pronuncia n. 170 del 2014, già citata, ha affrontato la tematica della possibile estensione alle unioni omosessuali della disciplina del matrimonio civile. I giudici costituzionali hanno chiarito che è nella nozione di formazione sociale, così come sancita dall'articolo 2 della Costituzione, che deve rintracciarsi il fondamento giuridico dell'unione omosessuale, senza che tale aspirazione debba passare attraverso il riconoscimento dell'equiparazione al matrimonio delle unioni omosessuali. La Corte, indirizzando così l'attività del legislatore, ha affermato che è proprio in tale ambito applicativo che il Parlamento sarà tenuto ad individuare, nell'esercizio della sua piena discrezionalità, «le forme di garanzia e di riconoscimento» per le unioni suddette. L'articolo 29, cosi come confermato dai lavori dell'Assemblea costituente, non prevedeva alcun riferimento alle unioni omosessuali. I Costituenti discussero di un istituto che aveva una precisa conformazione ed un'articolata disciplina nell'ordinamento civile. Tale nozione era riferita al matrimonio tra uomo e donna, così com'è confermato dal comma secondo della disposizione, che tutela la pari dignità e i diritti della donna nei rapporti coniugali. Ulteriore conferma di quanto detto è individuato dalla Corte nell'ambito dell'articolo 30 della Costituzione, ove il legislatore ha ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli, assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sia pur compatibilmente con i membri della famiglia legittima. Di conseguenza, il richiamo all'articolo 3 della Costituzione non può far considerare illegittima la norma del codice civile sulle unioni eterosessuali perché trova un fondamento nell'articolo 29 della Costituzione. Palese, dunque, sotto tale profilo, la violazione degli articoli 29 e 30 della Costituzione. Strettamente connessa alla concezione dell'unione civile quale matrimonio bis si ravvisa la disposizione contenuta nell'articolo 5 del disegno di legge in esame, che estende alla parte dell'unione civile il diritto di adottare il figlio, anche adottivo, dell'altro coniuge o parte dell'unione civile. Orbene, l'intero impianto della legge n. 184 del 1983 ha quale precipuo scopo quello di garantire il diritto del minore a essere cresciuto ed allevato nella propria famiglia. Nel caso questa non sia in grado di farlo, la legge garantisce al minore il diritto a essere cresciuto ed allevato da una famiglia, intesa come un uomo ed una donna uniti da matrimonio, oppure da persone che siano in grado di garantire al minore di crescere in una formazione sociale di tipo familiare, infine, quale extrema ratio, in un istituto. L'adozione in casi particolari condivide lo spirito della legge n. 184 del 1983, ovvero il diritto del minore ad essere cresciuto da una famiglia. C'è da chiedersi allora nuovamente cosa il legislatore abbia inteso per «famiglia». La Costituzione italiana dedica alla famiglia e al matrimonio gli articoli 29, 30 e 31, le cui disposizioni sono tra loro strettamente connesse. Ne emerge dunque una visione della famiglia che ne include la natura teleologica, quale luogo naturale di procreazione e crescita dei figli. Come detto, per la Costituzione non può esistere famiglia se questa non è fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna (si vedano le innanzi richiamate sentenze della Corte Costituzionale). Essa è definita «società naturale», con ciò non intendendo specificare un generico riferimento a concezioni giusnaturalistiche, bensì, come emerge con chiarezza dai lavori preparatori dell'Assemblea costituente, quale elemento di sottolineatura circa la natura pregiuridica dell'istituto familiare, che sussiste pertanto prima ed indipendentemente da interventi legislativi. A tale proposito mi limito ad osservare che, fermo il pieno rispetto dovuto a chi vive una condizione di coppia che costituisce una mera variante del comportamento sessuale umano, e fermo il relativo diritto ad ottenere una disciplina giuridica di tale condizione, costituisce una vera e propria forzatura pretendere di equiparare due situazioni che sono rese non omogenee dalla naturale potenzialità procreativa che soltanto il matrimonio tra uomo e donna possiede. Non è perciò casuale, del resto, che la Carta costituzionale, dopo aver trattato del matrimonio, abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli, assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio (articolo 30). La giusta e doverosa tutela, garantita ai figli naturali, nulla toglie al rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla potenziale finalità procreativa del matrimonio, che vale a differenziarlo dall'unione omosessuale. Parificare l'unione civile, dunque, ai fini della speciale forma di adozione riconosciuta dall'articolo 5 del disegno di legge presentato dalla senatrice Cirinnà, si pone in palese e definitivo contrasto con quel concetto di famiglia, così come emerge dal combinato disposto degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione, al quale pure si riferisce la normativa in tema di adozioni. Per quanto sopra esposto, abbiamo presentato la questione pregiudiziale QP7.

STEFANI (LN-Aut) QP8

"Stefani interviene per illustrare la questione sospensiva QP8"

Signor Presidente, colleghi, anche noi del Gruppo Lega Nord abbiamo presentato una questione pregiudiziale di costituzionalità su questo disegno di legge, perché dobbiamo tutti renderci conto che quello che volete approvare è un provvedimento che sarà sicuramente sottoposto alla censura della Corte costituzionale, sempre che poi non veniate a comporre quest'ultima a vostro piacimento, motivo per il quale poi non vi sarà una censura. Ad ogni buon conto, dobbiamo ricordare dei principi cardine. Prima il senatore Giovanardi ha parlato di «Costituzione più bella del mondo»; ci dispiace che non ve ne siate ricordati quando avete votato le riforme costituzionali. Ma, ad ogni buon conto, parliamo adesso dei principi sui quali dovremmo strutturare tutto il nostro mondo del diritto, finché la Carta costituzionale è la Carta alla quale dovremmo ispirarci. Noi riteniamo che anche semplicemente leggere l'articolo 29 della Costituzione non sia inutile e pletorico. Signori, quando si dice che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio, e quando, all'articolo 30, si ricorda che «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istituire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio», e si dice che «la legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale»; e quando si ricorda l'articolo 31, ovvero tutto il sistema di misure e altre provvidenze per la formazione della famiglia, non possiamo far finta che la famiglia possa essere strutturata su un qualcosa di diverso dal matrimonio. Se pensiamo agli stessi lavori preparatori dell'Assemblea costituente - quella sì che fu una vera Assemblea costituente - si parla di società naturale come un qualcosa di preesistente al diritto, ragion per cui non possiamo avere la superbia e l'arroganza di voler superare, con una norma di diritto, quello che è un diritto preesistente e naturale. Non possiamo creare noi - solo perché avete i voti - istituti che nulla c'entrano con il nostro essere naturale. Peraltro, tutti gli articoli che abbiamo citato fanno riferimento alla famiglia in funzione di avere dei figli, perché la famiglia in sé nasce come nucleo della nostra società, proprio perché in essa nascono e crescono tutti i cittadini. Per questa ragione, riteniamo non si possa parlare di famiglia con tutto il sistema di provvidenze, riconoscimenti e benefici, con tutto ciò che riguarda il complesso di normative che sta attorno al riconoscimento della famiglia; non si può pensare di far finta che non ci sia nemmeno la procreazione. Pensiamo alla più volte citata famosa sentenza della Corte costituzionale, la n. 138 del 2010, che, tra l'altro, non è stata emanata l'altro ieri ma sono anni ormai che c'è. Penso che quella abbia dato un crisma e una lettura della Carta costituzionale tale da non essere assolutamente superabile. Dobbiamo veramente leggerla: non cerchiamo di interpretarla a nostro modo, magari leggendo articoli su Internet e sui giornali. Leggiamo il virgolettato: quando si parla di eventuali formazioni sociali e della loro aspirazione a un riconoscimento si dice che non si può realizzare esclusivamente con l'equiparazione al matrimonio. Quindi, questa sentenza non sta dicendo che dobbiamo equiparare tale formazione sociale al matrimonio, ma che si può normare senza fare richiamo espresso al matrimonio. Poi fa un richiamo affermando che spetta al il Parlamento «individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette». Questo è vero. C'è un'attività legislativa che può prevedere un istituto, disciplinarne i contenuti, ma cosa dice la Corte costituzionale? «Nell'ambito applicativo dell'articolo 2 della Costituzione»; quindi, si sottolinea proprio l'articolo 2 Costituzione. Non si sta parlando di una famiglia fondata sul matrimonio ma di formazioni sociali. Ancora, la Corte costituzionale ricorda che la società naturale è un diritto originario e preesistente e dice anche che riconosce - ma penso che lo riconosciamo tutti - una modifica dei costumi. Non possiamo pensare di essere ancora nel 1500, nel 1800 o nel 1900, c'è una modifica dei costumi, ma - dice la Corte - questo non può arrivare a incidere sull'interpretazione e sull'applicazione della norma costituzionale che riconosce la famiglia fondata sul matrimonio. Quindi non avventuriamoci a creare una normativa che in realtà vuole solo dare un'interpretazione creativa del contenuto della nostra Carta costituzionale. Non da ultimo anche la maggioranza degli italiani non dice che non ci devono essere le unioni civili, e quindi una regolamentazione di questi rapporti che si fondano su un legame affettivo, d'amore, di una coppia omosessuale. Si sta dicendo semplicemente - e questo è fondamentale - che non devono essere richiamate le norme sul matrimonio. Questo testo non lo chiama matrimonio (è passato anche in Commissione l'emendamento con il quale la si vuole considerare una «formazione sociale», come per dire che non si vuole un matrimonio) però richiama tutte le norme sul matrimonio. Non occorrono grandissimi giuristi e grandissimi esperti per dire che è facilissimo superare questo tipo di impianto ed è facilissimo arrivare a poi dire che l'unione civile è un matrimonio: è inutile che lo si chiami in una maniera, se poi il contenuto è tutt'altro. Nel momento in cui tale istituto viene qualificato come matrimonio, in nuce, in sostanza, ne conseguirà tutto ciò che si applica al matrimonio. Qui sorge dunque il problema che ormai tutti gli italiani hanno a cuore, ovvero il problema delle adozioni. Sotto questo profilo mi unisco alle perplessità che sono state sollevate da alcuni colleghi: noi che abbiamo vissuto i lavori in Commissione lo possiamo ben dire. Si è parlato della disciplina delle unioni civili, mentre si è toccato il tema delle adozioni semplicemente introducendo una norma, senza aver fatto un percorso di approfondimento in merito alla legge che disciplina le adozioni. Le audizioni in Commissione, infatti, non hanno coinvolto enti, associazioni e istituzioni esperte in materia di adozioni: abbiamo infatti consultato ben altro tipo di organismi. Di certo non abbiamo incentrato la discussione sull' adozione. Quello dell'adozione è però un sistema molto complesso, con una normativa complessa e molto delicata, in cui si sottolinea che non c'è un diritto ad adottare. Questo è fondamentale: non c'è un diritto esclusivo ed individuale del genitore ad adottare a tutti i costi. La ratio sottesa alla normativa sulle adozioni è che c'è un dritto - questo sì, insopprimibile e indubitabile - dei bambini ad avere una famiglia. Si deve dunque stravolgere la visuale attraverso cui si vuole rivedere l'attuale sistema delle adozioni, con l'adozione del figliastro e tutte le forme eventualmente attenuate. Si sarebbe dovuta affrontare l'adozione in ben altra maniera, discutendo il tema delle adozioni, e non affrontandolo quasi fosse un corollario delle unioni civili; e mai succeda che il corollario arrivi in seguito ad una sentenza della Corte costituzionale o ad una sentenza che arriva dall'Unione europea, con tutti i disagi e i disastri che possono derivare, quando una norma viene praticamente modificata in virtù di una decisione giudiziaria. Ricordiamo anche, per inciso, come abbiamo esposto anche nella nostra questione pregiudiziale, che esiste, fino a prova contraria, l'articolo 117 della Costituzione, secondo cui «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti (...) dagli obblighi internazionali». Dunque non possiamo non ricordare che l'esistenza della Convenzione di New York, del 1989, sui diritti del fanciullo, che contiene articoli che prevedono la difesa dell'interesse del minore, che viene considerato superiore. Si parla infatti del diritto del minore al legame con i propri genitori e, nel caso delle adozioni, di una verifica della situazione del minore in rapporto al padre e alla madre. Dunque non possiamo non ritenere che il contenuto della Convenzione di New York non possa applicarsi nel caso concreto. Pertanto insistiamo ancora affinché venga valutato dall'Assemblea il profilo di costituzionalità della norma, così com'è strutturata, perché si sarebbe potuto fare meglio e sicuramente si sarebbe potuto fare qualcosa che potesse rientrare nel complesso costituzionale. Per tale motivo insistiamo affinché venga accolta questa nostra questione pregiudiziale e che il tutto venga rimandato all'esame della competente Commissione

Giovanardi - (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)) QS1

"Giovanardi interviene per illustrare la questione sospensiva QS1"

Signor Presidente, i colleghi che mi hanno preceduto hanno chiarito innanzitutto che si fosse voluto affrontare in maniera intellettualmente onesta questo problema, si sarebbe proposta la modifica dell'articolo 29 della Costituzione. È così semplice: si sarebbe fatto un processo di revisione costituzionale, per cancellare l'articolo 29 e aprire una strada, se c'è una maggioranza del Paese e del Parlamento che lo vuole, ad una dizione diversa, in sintonia con la nuova norma. Come ci ha detto però la Corte costituzionale, con l'articolo 29 attualmente in vigore questo non si può fare. Poiché allora parliamo di Costituzione, vogliamo un attimo vedere che cosa accadrebbe - mi riferisco al collega senatore Compagna quando ha parlato del codice civile - dall'articolo 3 della Costituzione? L'articolo 3 della Costituzione dice che siamo tutti uguali. Se passasse il disegno di legge Cirinnà avremmo un regime del matrimonio ex articolo 29 solo per un uomo e una donna che si sposano, cioè per la società naturale fondata sul matrimonio prevista dalla Costituzione vigente. Poi avremmo le unioni civili esclusivamente tra uomo e uomo e donna e donna. Le unioni civili, infatti, sono rigorosamente per gli omosessuali. Tra le altre cose, mentre il matrimonio è nullo se non è consumato, non si riesce a capire bene chi vada a stabilire che tipo di rapporto c'è tra coloro che stipulano le unioni civili. Per esempio immagino tutte le truffe che avverrebbero da parte di chi potrebbe stipulare un'unione civile di comodo magari per avere la cittadinanza o i benefici che ne derivano. Poi avremmo un terzo livello del codice civile che sarebbe rappresentato dalle coppie eterosessuali per le quali la seconda parte della cosiddetta legge Cirinnà prevede una specifica convenzione. Per esempio, se due uomini stipulano un'unione civile hanno diritto alla reversibilità della pensione, ad agevolazioni sulle case popolari e a trasferimenti per il posto di lavoro mentre un uomo e una donna che hanno due figli e che stipulano una convenzione ex Cirinnà non hanno diritto alla reversibilità; quindi due uomini sì, mentre un uomo e una donna che, come con i Dico, stipulano una convenzione ex Cirinnà non hanno invece la reversibilità della pensione, anche se hanno dei figli. Ma non è finita qui. Questo è solo il terzo livello. Poi avremo un quarto livello di codice civile relativo a tutte le coppie di fatto (uomo-uomo, donna-donna, uomo-donna) che vogliono rimanere coppie di fatto e quindi non vogliono sposarsi, né stipulare unioni civili, né convenzioni ma alle quali la giurisprudenza, com'è noto, già oggi in Italia offre delle coperture piuttosto estese, prendendo atto che ci sono delle realtà di convivenza e di affetto, specialmente quando ci sono dei figli, che vanno tutelate a prescindere che sia avvenuto un atto formale. Ma non basta: abbiamo un quinto livello che sono le convivenze di solidarietà: le due vedove che vivono nella stessa casa, il parroco e la perpetua, i due memores domini, cioè persone che, per ottimizzare le spese e per darsi assistenza reciproca, vogliono ottenere un certo tipo di riconoscimento. Infine abbiamo un sesto livello al quale appartengono i single. Ora, il codice civile e la Costituzione dicono che il matrimonio ha una sua specificità che la Costituzione tutela perché c'è la maternità e ci sono i figli e poi c'è l'articolo 3, secondo il quale siamo tutti uguali e dunque i diritti vanno tutelati anche nelle formazioni sociali. Con tale disegno di legge quando il magistrato dovrà prendere atto di una situazione, dovrà incasellare la fattispecie tenendo conto di sei situazioni diverse, a seconda che sia matrimonio, unione civile, convenzione, coppia di fatto di fatto, convivenza che prescinde dall'amore ma sia costruita soltanto sulla solidarietà, e i single. Questo è il codice civile che noi offriremo con questa legge agli italiani. A me sembra di sognare. Qualcuno si rende conto dell'obbrobrio giuridico che verrebbe licenziato con questo testo di legge che è partito per dare una tutela a determinate situazioni? Fino a tre anni fa ho partecipato a decine di trasmissioni televisive relativamente alla questione dei Dico. C'erano sempre coppie uomo-donna non sposate che lamentavano la mancanza di tutele. Fino a tre anni fa non si era mai presentata una coppia uomo-uomo, donna-donna perché il problema dei Dico era esclusivamente quello di dare tutele alle coppie eterosessuali non sposate. Improvvisamente si è capovolta la situazione e oggi le unioni civili sono esclusivamente uomo-uomo e donna-donna e quello che era il problema principale fino a tre anni fa è stato degradato al terzo livello di protezione. Sempre meglio del quarto, del quinto e del sesto livello, ma il codice civile viene fatto a fette. Ma come viene fatto a fette? Io insisto su questo argomento e lo dico anche al Gruppo del Movimento 5 Stelle: a loro va bene un precedente per il quale la Commissione verrà completamente esautorata dalla discussione di un disegno di legge, in questo come nei prossimi Parlamenti? Ho fatto il Ministro dei rapporti con il Parlamento e il Vice Presidente della Camera e non mi sta bene. (Commenti del senatore Airola). Infatti, se vado a prendere gli atti, il precedente disegno di legge relativo alle unioni civili, quello unificato, è stato in Commissione dal 29 luglio al 5 agosto, cioè l'ultima settimana prima delle ferie perché prima mancava la copertura da parte del Governo e il parere della Commissione bilancio. Quindi, ne abbiamo discusso l'ultima settimana prima dell'inizio delle ferie estive e abbiamo ripreso il 2 settembre. Dopodiché, il 15 settembre siamo stati esautorati, nel senso che la Commissione non ha più messo all'ordine del giorno il provvedimento. Questi sono i dati. La discussione degli emendamenti è durata... Se il senatore Airola ha sbagliato la dose non è colpa mia. Presidente, io non faccio ragionamenti, ma formulo dei dati. La discussione in Commissione è avvenuta tra la fine di luglio e i primi di agosto, per poi riprendere il 2 settembre. Dal 15 settembre il provvedimento non è stato più trattato e, a sorpresa, il 6 ottobre è stato presentato in Senato un nuovo disegno di legge. Il provvedimento di cui stiamo discutendo ora non è quello trattato in Commissione, che è sparito; il provvedimento che stiamo esaminando è diverso da quello e non è mai stato discusso in Commissione. Ho mandato una lettera al Presidente del Senato, naturalmente dopo aver fatto una ricerca certosina dei precedenti. Secondo un'interpretazione pacifica, l'articolo 44 del Regolamento del Senato stabilisce che il tempo normale di esame di un disegno di legge in Commissione è pari a due mesi. Il Presidente del Senato può disporre un termine ridotto per la relazione, dandone comunicazione all'Assemblea (ma ciò non è mai avvenuto con riferimento al provvedimento in esame). Scaduto il termine, il disegno di legge può essere preso in considerazione in sede di programmazione dei lavori, salvo che l'Assemblea conceda un nuovo termine. Nel caso di specie, non vi è mai stata alcuna comunicazione di questo tipo da parte del Presidente e non si è mai verificato - mi riferisco ai precedenti del Senato - che un disegno di legge sia stato portato in Assemblea senza che in Commissione i senatori che si erano iscritti a parlare dopo la relazione siano intervenuti. Basta andare a guardare gli atti, da cui risulta che in Commissione il presidente Casson aveva detto ai senatori che avevano richiesto di intervenire che avrebbero potuto farlo nella seduta del giorno dopo: la sera avevano ascoltato la relazione e all'indomani avrebbero svolto il dibattito. Il dibattito non si è però mai svolto perché il giorno dopo la Conferenza dei Capigruppo ha deciso di calendarizzare il provvedimento in Assemblea. Questo è il nostro Regolamento, ma esso risponde alla Costituzione: la Carta costituzionale - si tratta di una norma tassativa - stabilisce che il provvedimento deve essere discusso prima in Commissione e poi in Assemblea. Con riferimento alla sentenza sulla Fini-Giovanardi, la Corte costituzionale ha detto che io sarei stato frettoloso. Questa giurisprudenza è successiva al 2006 e io non potevo sapere che la Corte l'avrebbe cambiata, ma il fatto che quel disegno di legge sia stato per due anni in Commissione al Senato e che siano state svolte 19 sedute non è stato sufficiente, in quanto, secondo la Corte costituzionale, l'articolo 72 della Costituzione va rispettato in maniera totale, tanto più con riferimento ai disegni di legge delega. Infatti, ai sensi dell'articolo 72, comma 4, della Costituzione, per i disegni di legge di delegazione legislativa bisogna assolutamente adottare la procedura normale di esame ed approvazione, non potendosi fare eccezioni. In questo caso la discussione c'è stata? Assolutamente no. Se l'articolo 72 della Costituzione può essere scavalcato così clamorosamente, allora, cari colleghi del Movimento 5 Stelle, il ruolo delle Commissioni viene vanificato. Basta fare questo giochettino per superare qualsiasi impedimento, ostacolo e richiesta di approfondimento cui la Commissione è titolata. Sfido chiunque a dire che il codice civile non viene spezzettato in sei fattispecie diverse a seconda dei casi. In Commissione non siamo mai arrivati a trattare l'articolo 5, in tema di adozione e figliastri, in quanto se ciò fosse stato possibile avremmo fatto alcune osservazioni. Voi andate in televisione a dire che chi ha commissionato il figlio all'estero (cioè il padre che è andato a comprare l'ovocita da una donna e poi l'ha inserito in una donna del Terzo mondo) si è poi preso il bambino e vi chiedete cosa fa il bambino, che ormai è in Italia, se il padre muore. Secondo la nostra legge, il magistrato ne consente l'adozione da parte del partner, che non è né padre, né madre, se c'è un rapporto affettivo consolidato. Quindi, la normativa italiana prevede già tale fattispecie. Il cosiddetto disegno di legge Cirinnà rende invece automatico il meccanismo, con la conseguenza che tutti si recheranno all'estero a farsi il bambino (tanto lo fanno perfetto) e addio alle adozioni: ricordo che, già oggi, le coppie regolarmente sposate in Italia che chiedono di adottare un bambino sono 10.000 e che i bambini adottabili sono 1.000 l'anno. Quindi ogni anno ci sono 10.000 coppie regolarmente sposate, che sono state autorizzate dai tribunali, che hanno superato il vaglio dei servizi sociali, che si mettono in fila e, di queste, 1.000 riescono ad adottare un bambino e per le altre 9.000 non ci sono bambini da adottare: rimangono in fila. All'estero accade lo stesso: 3.600 domande, accolte 1.800, perché i bambini adottabili sono pochi. (Richiami del Presidente). Mi avvio a concludere. In questa situazione noi, naturalmente, dobbiamo andare a prendere i bambini, che sono quelli che danno, non è che uno li possa scegliere (magari hanno problemi o malattie); immaginate che succederà ai bambini con problemi e malattie se passa l'idea che, invece, pagando 100.000 euro si può andare all'estero e portarsi a casa il bambino selezionato eugeneticamente e, come dicono i contratti, se la gestazione va male, la fanno abortire perché il bambino lo vogliono perfetto. Questa è la discussione che avremmo voluto fare in Commissione. Pertanto, signor Presidente, questa discussione in Commissione sul disegno di legge che stiamo discutendo è stata totalmente saltata; non c'è precedente in tutta la storia del Parlamento italiano; non c'è precedente nella storia del Senato. La questione sospensiva presentata in questa sede, quindi, ha la saggezza di dire: riportiamo il testo in Commissione, sciogliamo questi nodi in Commissione. Altrimenti, come con la legge Fini-Giovanardi, è molto probabile - anzi secondo me è certo - che, per un vizio di forma insanabile, la Corte questa legge, comunque passerà, alla fine sarà costretta ad annullarla.

MARINELLO (AP (NCD-UDC)) QS2

"Marinello interviene per illustrare la questione sospensiva ('dora in poi QS2)"

Signor Presidente, l'argomento che affrontiamo ha un impatto tale nella società e nelle sue dinamiche da non poter essere affrontato a colpi di maggioranza o con forzature ideologiche che non rispettino il sentire comune o le opinioni trasversalmente presenti nel Paese. Il tema del riconoscimento delle unioni civili non può essere affrontato con la logica della fretta; non sempre il tempo e la velocità decisionale risultano essere l'unico parametro di valutazione di una norma. E soprattutto la tempistica ristretta di un provvedimento non è sintomo di una buona qualità della normazione. La correlazione tra i due aspetti non è necessaria, né tanto meno scontata. Fatte queste premesse necessarie, ripercorro velocemente le tappe dell'iter in Senato. Il 12 ottobre 2015, l'Atto Senato 2081, oggetto della presente sospensiva, è stato incardinato per la prima volta nel dibattito parlamentare in Commissione giustizia, dove è stato congiunto all'Atto Senato 14 e ad altri già in discussione presso la Commissione. Il 14 ottobre 2015 arriva in Aula sostanzialmente un provvedimento mai discusso nella Commissione di merito. Perlopiù, non può neanche sostenersi la posizione per cui la Commissione stia esaminando o abbia esaminato da più di due anni i disegni di legge in materia di unioni civili; affermazione ipocrita e surreale, se si analizza il modo in cui concretamente si sono svolti i lavori e, in particolare, se si tiene conto che l'esame del provvedimento ha potuto avere inizio solo dopo che sono stati acquisiti i pareri, sia sul testo unificato sia su tutti gli emendamenti presentati, ossia a partire dallo scorso 29 luglio 2015. In breve - ed è giusto che questo sia chiaro a tutti - non più di otto sedute della Commissione giustizia sul tema, per non più di dieci-dodici ore complessive tra illustrazione degli emendamenti e votazione degli stessi, senza nemmeno riuscire ad esaurire l'articolo 1, sino ad arrivare al testo odierno, n. 2081, che inserisce peraltro nuove questioni, mai apprezzate nei testi precedenti. Pertanto, il testo presentato il 12 ottobre in Commissione viene presentato per l'Aula il 14 ottobre, riservando al dibattito molto meno tempo rispetto ad altri provvedimenti, quali la riforma del lavoro, la riforma della scuola o il codice degli appalti, come se questo delicato argomento, con tutti gli scenari che apre, sia o possa ritenersi meno rilevante rispetto a quelli citati. A norma del Regolamento del Senato, trattandosi di nuovi disegni di legge, questi dovevano essere esaminati dalla Commissione, la quale doveva concludere l'esame entro il termine massimo di due mesi, termine che può essere ridotto esclusivamente sulla base di una decisione del Presidente del Senato. Al contrario, il 12 ottobre 2015, le agenzie di stampa, contestualmente alla presentazione del testo, avevano diffuso la notizia dell'immediata calendarizzazione in Aula degli esami dei disegni di legge in materia di unioni civili per la settimana successiva, svelando un iter in palese violazione del primo comma dell'articolo 72 della Costituzione e del comma 1 dell'articolo 44 del Regolamento della nostra Assemblea. L'articolo 72 prevede che: «Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato da una Commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale». Come ha già detto il collega che mi ha preceduto, il tutto in palese violazione della Costituzione come affermato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 32 del 2014, nella quale si dichiara la incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi esclusivamente per vizi procedurali. La Corte ha affermato in quella circostanza che: «Una tale penetrante e incisiva riforma, coinvolgente delicate scelte di natura politica, giuridica e scientifica, avrebbe richiesto un adeguato dibattito parlamentare, possibile ove si fossero seguite le ordinarie procedure di formazione della legge, ex articolo 72 della Costituzione». E conclude: «precludendo di fatto una discussione specifica e una congrua deliberazione sui singoli aspetti della disciplina in tal modo introdotta». Non soltanto è mancato il confronto fra i senatori componenti della Commissione permanente, ma non è stato sentito il parere della Commissione bicamerale per l'infanzia, istituzionalmente abilitata a fornire un suo contributo alla materia; si è omesso altresì di sentire in audizione altri soggetti istituzionalmente rilevanti, come i rappresentanti della Commissione adozioni internazionali della Presidenza del Consiglio dei ministri, e soggetti privati da tempo impegnati sul terreno delle adozioni. Sembra alquanto palese che non sia questo appena descritto il modo per giungere all'adozione di un provvedimento dai contenuti così rilevanti e soprattutto così eticamente sensibili e divisivi. Soprattutto nel momento in cui il contenuto del disegno di legge contiene aspetti controversi che mi accingo seppur sinteticamente ad esporre. In primis, le unioni civili sono disciplinate in termini largamente sovrapposti all'istituto matrimoniale. In tale ambito, l'indirizzo della Consulta è orientato verso la necessità di produrre per le unioni civili una regolazione distinta e distante rispetto a quanto previsto e tutelato dall'articolo 29 della Costituzione, ossia la famiglia basata sull'unione di un uomo e di una donna; su tale questione, sembra una fictio iuris, identificare l'unione civile quale specifica formazione sociale, distinta dalla famiglia tradizionale, salvo poi richiamare esplicitamente per essa tutti i riferimenti del codice civile sulla disciplina della famiglia. Delle due l'una: o si considera l'unione civile una formazione sociale a se stante e di conseguenza si elimina dal testo qualsiasi riferimento agli articoli del codice civile sul matrimonio e la famiglia tradizionale o, al contrario, si equipara alla stessa. Secondo punto critico. All'articolo 5 del disegno di legge viene estesa una modalità di adozione, che finora ha riguardato le ipotesi limitatissime di cui all'articolo 44, lettera b), della legge n. 184 del 1983, realizzando quella che viene denominata stepchild adoption: l'adozione del figlio biologico del componente dell'unione civile, è strettamente legato al tema dell'omogenitorialità, che è stato lasciato un po' in disparte. Eppure non si può fare a meno di affrontarlo visto che la legge, se venisse approvata senza stralciare la parte dedicata alla stepchild adoption pur nelle varie versioni allo studio, introdurrebbe di fatto l'omogenitorialità nell'assetto giuridico italiano. Per un bambino non c'è davvero alcuna differenza tra avere due papà o due mamme, oppure due genitori eterosessuali, cioè un padre e una madre? L'ipotesi di una famiglia omogenitoriale basata sul legame tra due individui dello stesso sesso, dove uno farebbe da padre e l'altro da madre, nega di fatto lo statuto di madre e di padre. È una negazione anatomica, biologica, culturale, antropologica, ma soprattutto simbolica. Tutto ciò non sarà senza conseguenze psichiche per il figlio o la figlia: vacilla la costruzione dell'identità sessuale, della differenza tra i sessi, del mito delle origini. Risulta scardinata la struttura della parentela, della genealogia, della filiazione, della trasmissione da una generazione all'altra. Capiamo le diverse sensibilità ma desideri e possibilità non possono trasformarsi automaticamente in diritti. Non esiste il diritto ad aver un bambino bensì il diritto di tutti i bambini ad avere un padre con una madre. Infatti, nel corso della formazione psichica di un individuo è fondante la storia familiare, la sua narrazione e la sua narrabilità: la vicenda dell'origine, il riferimento a una genealogia, la strutturazione di un'identità che affonda le radici nell'incontro tra un uomo e una donna. Nel caso di una coppia gay, che ha cercato di avere a tutti i costi un bambino, il tema dell'origine rimane ingarbugliata in una dissipazione simbolica in cui posti e funzioni risultano confusi e contraddittori. Il nodo è che l'amore non basta, è una condizione indispensabile, ma non sufficiente per istituire la figura genitoriale. Se viene meno la possibilità, per un bambino o per una bambina, di trovarsi in un processo di identificazione con il genitore dello stesso sesso, le conseguenze psichiche saranno serie. Far crescere un bambino nell'omogenitorialità significa sottoporlo a un lavoro psichico immane rispetto all'acquisizione della sua identità sessuale e più in generale rispetto alla sua soggettività esposta facilmente a una deriva identitaria. Il tema dell'omogenitorialità si lega inoltre alle pratiche della maternità surrogata e dell'utero in affitto. Non prevedere nel disegno di legge norme specifiche sul tema vorrebbe dire alimentare surrettiziamente queste pratiche e favorirle soprattutto nei Paesi esteri dove la mercificazione della donna e della maternità è ormai pratica comune: neoprostituzione, neoschiavitù, neosfruttamento del ricco sul povero. E che dire del concetto aberrante che ne deriverebbe: non più procreazione ma produzione della vita; la scelta delle caratteristiche del nato fino all'eugenetica. Credo che ci si incammini verso comportamenti criminali tali da configurare dei veri e propri crimini universali. Tutti questi aspetti controversi andrebbero analizzati e discussi profondamente, con attenzione ed in modo ponderato. I tempi non sono ancora pronti per l'esame dell'Assemblea. Auspichiamo, pertanto, una sospensione dell'analisi del provvedimento, un rinvio, anche a tempo, in Commissione giustizia, per approfondire tutti gli aspetti controversi del testo nel merito ed in modo approfondito, con l'auspicio di poter arrivare ad una mediazione. Nel caso in cui la nostra richiesta venisse respinta, ci appelliamo al presidente Grasso, in qualità di arbitro e garante di tutti i componenti di quest'Aula, affinché i tempi di analisi del provvedimento siano congrui, non si verifichino strozzature e forzature, in omaggio al dilagante conformismo ipocrita e minoritario nel Paese che vuole far apparire come emergenziale tematiche che, come già illustrato, necessitano di assoluta ponderazione. Signor Presidente, confidiamo in lei, nella sua saggezza, augurandoci sinceramente che nel prossimo periodo quaresimale non vi siano inclinazioni pilatesche. (Applausi dal Gruppo AP (NCD-UDC)).

CENTINAIO (LN-Aut) QS3

"Centinaio interviene per illustrare la questione sospensiva QS3."

Signor Presidente, innanzitutto pensiamo che questo argomento crei un grandissimo dibattito nel Paese. In questo momento, però, non vogliamo entrare nelle motivazioni e nelle idee che ognuno di noi ha circa il contenuto del provvedimento in esame, ma vogliamo semplicemente far capire ai colleghi perché esso deve tornare in Commissione. A nostro parere il dibattito che c'è nel Paese distoglie l'attenzione dai problemi reali che vivono i cittadini italiani: dieci milioni di italiani sono sotto la soglia di povertà, più del 40 per cento dei giovani è disoccupato e tutte queste persone sono eterosessuali, omosessuali e tutto quello che volete. Questi sono i problemi reali che vivono le persone, non il provvedimento Cirinnà, che serve soltanto a distrarre l'opinione pubblica dalle reali problematiche del Paese, come ai tempi Mazzola e Rivera, l'Inter e il Milan, la Roma e la Lazio. Bisogna dividere i cittadini italiani su un provvedimento per non far vedere quello che il Governo non sta facendo (Applausi dal Gruppo LN-Aut). Ebbene, cari colleghi, sono state svolte settanta sedute di Commissione in cui non si è entrati nello specifico degli argomenti fondamentali del provvedimento in esame e, dopo quelle settanta sedute, improvvisamente, senza che nessuno all'epoca capisse il perché, a ottobre c'è stata una grandissima accelerazione senza precedenti: un nuovo disegno di legge, una illustrazione in una seduta notturna il 12 ottobre, il 13 ottobre la calendarizzazione in Conferenza dei Capigruppo e il 14 ottobre il povero senatore Palma ha annunciato in Commissione che si sarebbe andati in Aula senza relatore. Senza se e senza ma, non si è permesso a nessuno di andare avanti a trattare questo provvedimento. In un colpo solo, colleghi, si violano l'articolo 72 della Costituzione e l'articolo 44 del Regolamento del Senato. Non abbiamo accorciato i tempi di discussione: li abbiamo azzerati, che è ben diverso. Il Parlamento, colleghi, è stato ancora una volta umiliato nelle sue attribuzioni, con ancora una volta il presidente Renzi che tenta, almeno questa volta invano, di condizionare il dibattito. Purtroppo - bisogna sempre dirlo - quando in queste Aule si parla di problematiche e di argomenti importanti, si cerca sempre di zittire i parlamentari e c'è sempre il capopopolo di turno, come abbiamo visto anche l'ultima volta che è venuto in Aula a fare il fenomeno e poi è andato via lasciando la povera ministro Boschi a subire sola le accuse nei confronti del Governo. Se si è una squadra si è tutti insieme, e non solamente quando parla il Presidente del Consiglio, per poi lasciarla da sola. Mi dispiace a livello umano per il Ministro che, purtroppo, deve seguire un capopopolo di quel tipo. Però ancora volta, e per fortuna, il Presidente del Consiglio e le sue esternazioni sono state rimandate al mittente. Entriamo negli argomenti principali del disegno di legge, il primo dei quali è la regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, che disciplina le stesse sovrapponendole all'istituto matrimoniale. La Consulta - e, quindi, non la Lega, il Nuovo Centrodestra o le associazioni che stanno protestando - ha espressamente indicato la necessità di produrre una regolamentazione delle unioni «distinta e distante» rispetto a quanto disposto dall'articolo 29 della Costituzione, non uguale. Imparate l'italiano, visto che siete tutti professori (Applausi dal Gruppo LN-Aut). La famiglia è una società naturale: «naturale» vuol dire «uomo e donna: sì», «donna e donna: no» - mi spiace per voi - «uomo e uomo: no». Quando si parla di naturale, è la parola stessa che lo dice. Mi dispiace, signori colleghi, per gli arcobaleno, mi dispiace per i moderni di turno che vogliono aprire a tutto quello che non è società naturale. Ma a questo punto, quando si indicano le unioni civili, chi si arroga il diritto di decidere quale unione civile è civile e quale invece non è civile? È civile solamente l'unione tra persone dello stesso sesso? Secondo voi sì? O persone di diverso sesso? Secondo voi sì? Forse ci sono cittadini italiani che ritengono che sia civile anche altro. E avete ricevuto le e-mail dei cittadini italiani che, in questo momento, ci dicono che per loro - per esempio - è civile la poligamia. Caro Renzi, visto che sei così aperto, rendi civile anche la poligamia per i tuoi amici extracomunitari che sono arrivati in Italia. CARDINALI (PD). Basta! CENTINAIO (LN-Aut). Quando parliamo, Presidente, del tema delle adozioni, vi è un altro fatto importante: in Commissione non si è potuto votare emendamenti su tale argomento. L'articolo 5 non c'era ancora, non era stato trattato né in discussione generale, né in fase di votazione degli emendamenti. Perché non si è voluto approfondire l'argomento? Perché non avete previsto delle audizioni? Perché non è stato sentito il parere della Commissione bicamerale per l'infanzia? In materia di adozioni ci sono norme restrittive. Perché non si analizzano anche le norme in materia di adozione, visto che migliaia di famiglie italiane eterosessuali vogliono adottare un bambino e norme restrittive glielo impediscono? La vita dei bambini, Presidente, è una cosa seria. Non si può trattare l'adozione come la concessione ad un capriccio di qualcuno. Anche in questo caso, quando la Costituzione parla di diritto di un bambino ad avere una famiglia, sovrintende una famiglia formata da un papà e una mamma, duplicità di figure genitoriali e non duplicazione della stessa figura: un papà e una mamma, come ben specificato. Presidenza della vice presidente FEDELI (ore 11,35) (Segue CENTINAIO). Capisco, Presidente, che il Presidente del Consiglio sa fare i miracoli. Ormai ci manca poco che faccia la moltiplicazione dei pani e dei pesci e attraversi lo stretto di Messina a piedi. Cari senatori, però, un bambino nasce da una mamma e da un papà. Se voi siete in grado di riprodurvi in un altro modo, spiegateci come fate, ma normalmente la riproduzione avviene tra un uomo e una donna. Quindi, Presidente, la nostra proposta è tornare in Commissione, dove affrontare serenamente questo argomento e portare all'attenzione dei nostri concittadini un provvedimento che non venga tra qualche mese bocciato dalla Corte. Sabato ci sarà una grande manifestazione di piazza, una manifestazione dove tante famiglie italiane diranno a questa maggioranza e al resto degli italiani come la pensano: famiglie che con noi condivideranno questa esperienza e come noi pensano che la famiglia è fatta da una mamma, da un papà e - se hanno la fortuna di averlo - da un figlio. (Applausi dal Gruppo LN-Aut e dei senatori Formigoni e Giovanardi ).


DIVINA (LN-Aut).

"Intervento in aula" 

Signora Presidente, la questione sospensiva è un tentativo per trovare un minimo di comune denominatore visto che, su tante questioni, probabilmente una via di uscita è anche fattibile e trovabile. Iniziamo a dire che il testo di cui discutiamo può essere diviso in due grandi blocchi: la parte che regolamenta le coppie di fatto e l'altra che regolamenta le unioni civili. Per quanto riguarda le coppie di fatto, oggi effettivamente manca un complesso normativo che disciplini i diritti di chi decide di non sposarsi, ma di convivere. Le motivazioni del convivere sono molteplici. E possiamo dire che ha supplito alla mancanza di norme cogenti un diritto giurisprudenziale. È vero che il diritto giurisprudenziale potrebbe essere anche interpretato da corte a corte o da tribunale a tribunale in modo diverso e, pertanto, non darebbe sufficienti garanzie. Il fatto di raggruppare una serie di diritti da riconoscere a tutte le coppie di fatto presuppongo trovi tutti d'accordo. La Lega su questo è d'accordo; gran parte del centrodestra è d'accordo; probabilmente anche la sinistra lo sarà. Si può stabilire che, in caso di malattia, il convivente abbia gli stessi diritti del coniuge (poter assistere, visitare e anche effettuare le disposizioni di ultima volontà in vece del convivente, che non è in grado di disporre in quel momento in modo autonomo). Si è parlato di visite in carcere. Il convivente non ha alcun rapporto di parentela. Si potrebbe stabilire che anche il convivente ha questa facoltà. Già la giurisprudenza stabilisce che, in caso di decesso di uno dei conviventi, l'altro non debba allontanarsi dalla casa di comune abitazione, ma abbia la possibilità di subentrare di diritto, ancorché non fosse lui l'affittuario, nel contratto d'affitto. Per le indennità in caso di danno, le assicurazioni riconoscono già adesso anche al convivente, parificato al coniuge, un diritto all'indennità in caso di danno o di morte del convivente. L'insiemistica sulle coppie di fatto non trova alcuna problematica a venir definita e codificata in un testo su cui sostanzialmente concordiamo tutti. C'è ancora qualche piccola differenziazione sulla questione delle successioni con riferimento alla pensione di reversibilità, ma anche questo è un problema marginale. Potremmo stabilire che, in determinate situazioni, dopo che due risultano aver vissuto per tutta la vita assieme, il fatto che manchi il vincolo del matrimonio possa essere superato stabilendo che c'è, comunque, un diritto a subentrare in questi casi alla reversibilità. Bene, su questo ci siamo. Perché non concentrarci nel riconoscere questo a tutte le coppie? Poco cambia - noi non entriamo in camera da letto o nelle case degli italiani - se la coppia sia formata da due persone dello stesso sesso o di sesso diverso. Potrebbe non creare differenziazioni o grosse problematiche. Le problematiche nascono nel momento in cui, assieme alla regolamentazione dei diritti di tutte le persone che vogliono stare assieme, si inseriscono - qua sì è deflagrante - le unioni civili. Le unioni civili si vogliono parallelamente disciplinare con le stesse norme che regolamentano il matrimonio. Qualcuno dice che, se riconosciamo l'unione tra persone dello stesso sesso, dobbiamo parificarla ad una coppia eterosessuale. Se ci fermassimo qua, forse si potrebbe trovare una soluzione. Ma dal momento che, per due persone dello stesso sesso, l'unico vincolo biologico e naturale è che non possono procreare, se le si parifica ad un'unione matrimoniale, si deve conseguentemente consentire loro quello che non possono fare naturalmente: se non possono procreare, si deve consentire loro l'adozione. E qua iniziano le grandi problematiche, in parte ideologiche e in parte culturali. C'è chi è disposto a tutto, ad aprire porte e finestre, e chi non è disposto a percorrere una via intricata e lastricata di questioni e di problematiche che oggi non possiamo nemmeno immaginare. Pensiamo a cosa succederebbe se dovessimo riconoscere l'unione civile a due uomini dello stesso sesso e anche il diritto ad avere dei figli. Cosa devono fare due maschi, due persone dello stesso sesso, se vogliono un figlio? È una cosa aberrante: nella legge voi avete scritto che devono ricorrere ad una madre surrogata. Siamo d'accordo tutti sul fatto che la prostituzione è una cosa biasimevole, non reato, ma condannata moralmente, così come sono condannati lo sfruttamento e chi ci sta dietro. Ma, se è biasimevole sfruttare una donna per alcune ore, come possiamo consentire, come se fosse una cosa normale, di sfruttare una donna per nove mesi, la quale poi si deve liberare del figlio e consegnarlo a qualcuno? Di più: potrebbe anche darsi che quella signora non sia nemmeno la madre biologica, perché è possibile prendere un ovocita e, dopo averlo fatto inseminare, trapiantarlo in lei che diventa una madre surrogata. Che parola! Fa rizzare i peli sulla pelle. Dopodiché questa donna si libererà del figlio e lo affiderà alla coppia che ha deciso di figliare. Provo a pensare a cosa potrebbe succedere se poi la madre biologica dovesse rivendicare il figlio o se la madre surrogata, che per nove mesi lo ha fatto crescere e magari lo ha accudito e allattato, dovesse altrettanto rivendicarlo come suo. Tutti noi conosciamo la storia di re Salomone, che si è trovato di fronte a due donne che rivendicavano lo stesso figlio. Salomonicamente il re decise, non avendo elementi per attribuirlo all'una o all'altra, di dividere a metà il figlio. Conosciamo il seguito della storia: la madre vera, piuttosto che vedere a brandelli il proprio figlio, decise di lasciarlo all'altra donna. Bene, la storia la conosciamo. Ma noi siamo legislatori. In questo momento, ognuno di noi è un piccolo re Salomone e si deve mettere nella posizione di dover decidere. Potrebbe accadere che la madre biologica dica di volere quel figlio, che la madre che lo ha partorito dica anch'essa di volerlo e la coppia cui è stato attribuito, e presso la quale magari è cresciuto, dica che spetta a loro, perché la legge in questo momento ha dato loro una tale facoltà. Mi avvio a concludere. Io, inorridito, non mi vorrei mai trovare nella situazione di Salomone che deve stabilire a chi attribuire un figlio. Questa è una porta - consentitemi - che non ci possiamo permettere il lusso di aprire, perché non sappiamo dove ci porta e dove potremmo arrivare. Scusatemi, è un'esagerazione, ma nemmeno tanto. Ieri le agenzie - le avrete lette - hanno battuto un caso limite: una donna si è fatta operare ed è diventata uomo, un uomo si è fatto operare ed è diventato donna, ed hanno dichiarato di volersi sposare - giuridicamente una donna e un uomo si possono sposare - e di volere anche dei figli. Io mi fermo qui, la notizia è stata battuta ieri dall'ANSA. Se noi ci inoltriamo su questo terreno, non sappiamo dove arriviamo e non sapremo neanche più come uscirne. Concludo, signora Presidente. Non esiste e non sta scritto da alcuna parte che c'è il diritto ad avere figli. Ripeto che non è scritto da alcuna parte né biologicamente né normativamente. I figli sono una grazia divina, un dono di Dio. Anche tante famiglie normali vorrebbero aver figli e ricorrono a qualche aiuto, ma i figli sono un dono. Perché egoisticamente dobbiamo mettere davanti a tutto la volontà di una coppia, di qualsiasi sesso sia, di pretendere di avere un figlio e non pensiamo invece ai diritti dei figli ad avere famiglie normali, dove crescere normalmente (Applausi dal Gruppo LN-Aut e della senatrice Rizzotti), in cui avere il riferimento del mascolino e del femminino, per avere una crescita non solo biologica ma anche psicologica totale ed il migliore contesto in cui poter vivere? In questo momento, visto che di ciò non si parla mai, noi vorremmo ricordare che ci sono anche i figli da tutelare, e non soltanto i diritti egoistici delle persone ad averli.

Sandro Bondi - (AL-A)

Signora Presidente, colleghi, credo che questo sia il momento in fondo più bello ed esaltante del confronto parlamentare, esaltato dalla libertà di coscienza che ciascuno di noi può finalmente testimoniare in quest'Aula, al di là dell'appartenenza a diverse forze politiche. Questo disegno di legge, secondo me, non solo non è incostituzionale, ma della Costituzione osserva la lettera e lo spirito più profondo. Il riconoscimento delle unioni civili infatti abbatte finalmente ogni discriminazione nei confronti dei cittadini italiani. L'approvazione di questa legge renderà finalmente l'Italia un Paese più moderno, più civile e nel contempo meno bigotto, meno ipocrita e meno clericale. Avremo uno Stato più laico, ma proprio per questo le persone potranno testimoniare più liberamente e autonomamente i propri valori religiosi e culturali. Prendo la parola come un cristiano (pieno di dubbi e per lo più con tante domande senza risposte). Ma non è forse il dubbio, che vive nella parte più intima della nostra coscienza, il segno di una ricerca, di una fede che non è una dottrina rassicurante ma un rovello costante nel tentativo di dare un senso alla vita? Proprio come cristiano lamento una Chiesa che, nonostante le aperture di papa Francesco, rimane ancora attardata su posizioni che non si conciliano con la coscienza moderna. E sempre come cristiano non temo di ammettere che l'arretratezza dell'Italia sul piano dei diritti e della modernità si spiega anche con il conservatorismo e il clericalismo politico di una parte della cultura cattolica. Un conservatorismo clericale che pensa anche, come vediamo in quest'Aula, nel dibattito sulla stampa e in Parlamento, sulla nascita e sull'esistenza in Italia di un partito autenticamente liberale, di una destra autenticamente liberale che, come si vede, è sparita. Su questo disegno di legge, così come su altre questioni riguardanti la bioetica, a partire dal testamento biologico, è una constatazione, un dato di fatto, dire che il Parlamento fatica a legiferare e, quando lo fa, produce leggi così condizionate dalle ideologie politiche e talvolta dalle interferenze indebite della Chiesa cattolica - posso affermarlo per esperienza diretta - che le leggi non superano quasi mai l'esame della Corte costituzionale. La legge n. 40 del 2004 ne è una dimostrazione eclatante - una legge che, purtroppo, io personalmente ho contribuito ad approvare - e non vale poi prendersela con i magistrati se si fanno pessime leggi, che oltretutto negano diritti che nella maggioranza dei Paesi civili sono in vigore da anni. Io credo che la coscienza del Paese sia cambiata profondamente e credo anche che l'influenza di questo Papa sia destinata a cambiare radicalmente la cultura cattolica in Italia. Personalmente, ho la speranza che il Parlamento approvi questo disegno di legge, che è un passo in avanti in questo momento, e non escludo - anzi mi auguro - che qualche buon emendamento, come quelli a prima firma dei senatori Lumia, Fedeli, Marcucci o Pagliari (per citarne alcuni) possa migliorare questo testo e stemperare contrapposizioni che non rispecchiano la coscienza della maggioranza dei cittadini, anche cattolici. Nessuno mette qui in discussione la famiglia tradizionale; nessuno fa l'apologia dell'utero in affitto, e nessuno vuole aprire alle adozioni, anche per coppie omosessuali, senza regole e senza limiti. Tutto questo fa parte di una abitudine, inveterata, purtroppo, in Italia, a estremizzare le posizioni, mentre invece su questi problemi bisognerebbe essere aperti al nuovo e ricercare semmai punti di incontro. Credo allo stesso tempo che la famiglia come la conosciamo si sta trasformando, e comunque sono convinto che ciò che è davvero importante è la civiltà dei rapporti che legano due persone e il loro rapporto con i figli. La vita reale - questo lo sa chiunque abbia avuto una famiglia - manda generalmente in frantumi i nostri pregiudizi e le convinzioni più diffuse. E mi arrischio anche a dire che se anche i sacerdoti potessero sposarsi, comprenderebbero meglio che cos'è una famiglia, nel bene e nel male. (Ilarità del senatore Candiani). Fra non molto tempo anche in Italia, i matrimoni fra persone dello stesso sesso e la possibilità di adottare figli sarà un fatto normale, e allora ci sarà chi farà il solito mea culpa, tanti anni dopo, ammettendo, anche nella Chiesa, di aver capito tardi i cambiamenti della società. Concludo, dicendo che coloro che hanno fede e che professano un credo religioso hanno tutta la possibilità di mettere in pratica le proprie convinzioni senza pretendere che esse valgano per tutti. Il disegno divino - mi permetto di dirlo e di interloquire con il cardinal Bagnasco - se c'è, non va iscritto nelle leggi, secondo una concezione integralistica, che mi preoccupa nella Chiesa italiana, ma un disegno, se c'è, va iscritto nella nostra coscienza e nei nostri comportamenti personali. Questo toglierà spazio ai collateralismi politici, finalmente, in Italia, e metterà al centro la nostra coscienza personale, anche di credenti, e i frutti che essa potrà dare anche nell'ambito pubblico.

CAMPANELLA (Misto-AEcT)

"Intervento in aula"

Signora Presidente, devo dire che fa piacere ascoltare voci in questo dibattito che si attengono al merito della questione e non soltanto quelle che la politicizzano nel senso peggiore del termine, nel senso della ricerca di consensi, della creazione di schiere contrapposte, nel senso di definire guerre di civiltà. Quello che andremo a trattare è una tema estremamente concreto per tantissimi cittadini italiani: è il tema di veder riconosciuto e protetto il proprio rapporto, il tema di veder protetto il figlio delle coppia - così è visto il figlio del compagno - anche laddove il proprio compagno dovesse venir meno. Ho sentito parlare dei diritti dei bambini, ma ho l'impressione che chi ha provato a difenderli, tra i colleghi che hanno presentato le pregiudiziali, si sia attenuto ad un'idea astratta di bambino, alla propria idea di bambino, senza pensare a tutti quelli che - come ho sentito in molte occasioni - si sono trovati sballottati nelle aule di giustizia, tra parti che li consideravano come cosa propria. Un bambino deve arrivare davanti ad un giudice solo ed esclusivamente in casi drammatici e ineliminabili. Quindi, mi pare assolutamente giusto e corretto quanto previsto dal disegno di legge Cirinnà in termini di automatismo. È dunque giusto che, laddove dovesse venire a mancare uno dei componenti della coppia, il bambino venga seguito dall'altro, che è genitore. La genitorialità può essere anche un fatto fisico e biologico, ma è soprattutto costituita dalla cura, dalla preoccupazione, dal timore per tutto ciò che può succedere al figlio, in ogni momento della sua vita, dallo spianargli la strada o, almeno, dal tentativo di farlo. E tutto questo non è ascrivibile al sesso, al fatto di essere maschio o femmina, ma a qualcosa di molto più forte e intimo: è ascrivibile all'amore. La politicizzazione di questo tema è qualcosa di francamente assai sgradevole, perché passa sopra le vite concrete delle persone, che quasi mai sono riconducibili alla normalità. Chi abbia studiato un minimo di antropologia sa che la normalità, che è un concetto legato ad una cultura e ad una società, copre casistiche estremamente varie. Ci sono migliaia di modi di essere madre, di essere padre e di essere genitori. Il fatto di volerlo ascrivere all'idea della mamma che sta a casa mentre il papà è a lavoro testimonia una concezione invero un po' datata. Qualcuno dovrebbe, dunque, farsi carico del fatto che la storia cammina, che la società muta e che il diritto deve accompagnare il senso delle cose, che esistono nella società, perché altrimenti non fa il proprio lavoro. Il famoso principio per cui «tutto scorre» non è un astratto principio filosofico, ma qualcosa che è, continuamente, nella società. E il volersi appigliare ad un'idea di normalità che rassicura, inopportunamente, fatta di una mamma e di un papà da pubblicità americana degli anni Cinquanta non aiuta, così come non aiuta il voler far confusione. La società naturale di cui parla la Costituzione non è quella tra maschio e femmina, ma è quella che precede il diritto. È un'altra cosa! Proviamo ad immaginare, dunque, cos'è bene per i bambini, quel bene a cui tutti dichiariamo di aspirare. Immaginiamo, dunque, un bambino da solo in un'istituzione o un bambino sottratto ad una delle persone componenti la coppia con cui egli è cresciuto, per farlo allevare da una bella famiglia normale, da un nonno normale o da una zia normale. Ebbene, se mi sentissi responsabile di una situazione di tal genere, me ne sentirei schiacciato. Quindi, le difese di modelli astratti non sono buona politica, non lo sono, né lo diventano quando sono confortati da migliaia e migliaia di e-mail pre-scritte, cioè scritte prima e fatte mandare ai parlamentari di tutti gli schieramenti, né diventano migliore politica quando talune società decidono, per ragioni interne legate ai propri sponsor politici, di fare degli sconti per quei cittadini che si recheranno a Roma alla grande manifestazione per la famiglia. Ricordo che in varie città, la settimana scorsa, un grandissimo pezzo di Italia, di famiglie omogenitoriali, di persone LGBT ma anche di eterosessuali si è radunato per dire alla politica che è il caso che si svegli e superi la contrapposizione tra guelfi e ghibellini che in Italia dura da più di mille anni. E, francamente, sarebbe il caso che terminasse per essere occidentali anche per tutto quello che l'Occidente ha prodotto di positivo in termini di evoluzione della rappresentazione di società, e non soltanto quando significa essere liberisti e neocapitalisti.

Doris Lo Moro - Partito Democratico

"Intervento in aula"

Signora Presidente, colleghi, gli argomenti sono molti e il tempo è poco. Quindi, su alcuni punti sarò necessariamente sintetica perché vorrei essere il più possibile esaustiva. Vorrei cominciare dall'aspetto procedurale, che è quello che mi sembra più semplice non da liquidare ma da affrontare. Infatti, dopo che sull'argomento unioni civili si è parlato per settanta sedute in una Commissione affollatissima; dopo che per venti sedute si è parlato del testo base; dopo decine e decine di audizioni cui hanno contribuito tutti i Gruppi parlamentari; dopo che un ostruzionismo palese non ha consentito di andare oltre in Commissione, parlare oggi in Aula di mancato rispetto dell'articolo 72 mi sembra fuorviante. Mi sembra che ci si voglia appellare anche in questo caso, ovviamente continuando in un atteggiamento ostruzionistico, ad aspetti formali che pure sono stati superati nella Conferenza dei Capigruppo, perché è in quella sede, nella Conferenza dei Capigruppo, che si è scelto il testo base che è oggi in discussione. Non vi è stata, quindi, alcuna violazione né dell'articolo 72 della Costituzione, né di norme regolamentari e chi si appella ancora ad una questione di questo genere, per evidenziare una palese, in realtà inesistente, incostituzionalità del provvedimento o per richiederne il ritorno in Commissione, lo fa perché non vuole una cosa molto semplice, e cioè che di questo argomento si parli. Vengo ai temi più semplici da affrontare. Si è parlato di violazione dell'articolo 81 della Costituzione, e mi sembra strano che se ne parli - c'è chi lo fa anche con argomentazioni - quando c'è agli atti una relazione che dice il contrario. Quindi, neanche su questo tema intendo dilungarmi. Andiamo al merito della vicenda che ci appassiona e dovrebbe appassionare tutti gli italiani, perché il Parlamento si trova a pronunciarsi su un disegno di legge di origine parlamentare che ha a che fare con i diritti dei cittadini. E, forse, chi invoca attenzione verso i problemi dei cittadini non dovrebbe mai dimenticare che il problema dei problemi è il riconoscimento dei diritti. Il riconoscimento dei diritti è addirittura un presupposto per discutere di qualsiasi altra cosa, perché avere dei diritti e vederseli riconosciuti mette in una condizione di vivibilità e normalità i cittadini che questi diritti spesso si vedono invece sacrificati. Cosa stiamo facendo oggi con questo disegno di legge? Stiamo colmando un deficit di tutela dei diritti delle coppie omosessuali. Non lo dico solo io, e mi dispiace doverlo dire da ex magistrato. Molti in quest'Assemblea invocano continuamente la magistratura. Anche oggi, nell'esporre le proposte di questione pregiudiziale, più di qualcuno ha parlato di una magistratura incombente, che si infila nelle nostre argomentazioni e che spesso supera i punti di mediazione che il legislatore trova. Il legislatore dovrebbe, però, interrogarsi sul motivo per cui la magistratura ha questo ruolo, perché una cosa è certa ed inconfutabile: la magistratura che è intervenuta sulla materia - non parlo solo della Corte costituzionale, ma anche della Corte di cassazione a sezioni unite - ha parlato ed argomentato, con sentenze fortemente motivate, non contro la Costituzione, ma sulla base di essa. Quindi, quello che dobbiamo avere chiaro noi e tutti coloro che apprezzano la Costituzione, soprattutto nella parte fondamentale, è che quando leggiamo, discutiamo ed interpretiamo qualcosa che è stato scritto dalla Cassazione e, ovviamente, ancora di più, dalla Corte costituzionale, parliamo di qualcosa che è in applicazione della Costituzione. Il fatto che sia stata proprio la Corte costituzionale, a più riprese, soprattutto con la sentenza fondamentale che tutti hanno richiamato, a chiedere al legislatore di superare il deficit, ci dovrebbe far riflettere. Certo, quella sentenza è stata invocata ed utilizzata in maniera differente. C'è chi si è fermato soprattutto sul punto 8, magari per dargli un'interpretazione differente da quella che gli do io. C'è chi, invece, si è soffermato sul punto 9, laddove crea (non artatamente) e mantiene la distinzione tra l'articolo 2 (cioè la norma sulle formazioni sociali, che noi oggi stiamo applicando) e l'articolo 29 della Costituzione. Ma il punto 8 segna un punto di non ritorno anche per il legislatore ed ha condizionato la giurisprudenza di merito. Il punto 8 ci indica, infatti, un percorso, dicendo fondamentalmente due cose, la prima delle quali è che dobbiamo legiferare. Inoltre, ci dà anche un'indicazione di merito su come possiamo farlo, anzi dobbiamo farlo. Oggi, infatti, è diventato necessario intervenire, in quanto siamo addirittura oggetto di richiami europei su questa materia e quindi - ripeto - il nostro intervento è diventata una necessità. Come dicevo, la Corte costituzione ci dice come possiamo farlo. Certo, mantiene l'articolo 29 così com'è. E anche di questo potremmo discutere, ma non è il momento, né il luogo, anche se io personalmente lo farei. La Corte costituzionale ci dice - per esempio - che non vi è dubbio che una via da percorrere è l'attuazione e l'applicazione dell'articolo 2 della Costituzione. Tuttavia, nel dirlo la Corte costituzionale usa parole che voglio rileggere, e non vorrei sembrare pedante, ma le parole hanno un senso. «In tale nozione» - dice la Corte, parlando delle formazioni sociali - «è da annoverare anche l'unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone (...) il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri». Dunque la Corte, nella sua modernità e nell'attualità, pur essendo questa una pronuncia del 2010 - e sono cambiate tante cose nella società e in Europa dal 2010 in poi - ci dice una cosa fondamentale: esiste l'unione omosessuale, per chi non se ne fosse accorto (ma spesso, quando si parla sul piano ideologico, si dicono tante cose che non si conoscono e che non sono corrispondenti al vero). Inoltre, si parla di coppia, introducendo un concetto ben preciso: stiamo parlando di due persone che vivono in coppia, di una relazione affettiva stabile, che determina una convivenza supportata da un vincolo affettivo. Questo è una coppia; non è una convivenza tout court, non sono due che stanno insieme in una casa; sono due che stanno insieme in una casa e costituiscono una coppia perché hanno un progetto di vita comune, supportato da una forte relazione affettiva, per cui è anche duraturo. Dico questo perché voglio richiamare un altro punto. Sono stati evocati tanti concetti, ma uno è sfuggito e, un collega ne ha parlato per poi rinnegarlo. La Corte di cassazione, a sezioni unite, ha parlato di vita familiare; quindi i concetti sono: coppia, rapporto omosessuale, progetto di vita e anche vita familiare. A chi invoca l'articolo 29 della Costituzione come ostacolo voglio ricordare che la stessa giurisprudenza parla ormai di vita familiare, quindi di famiglia, non più richiamandosi esclusivamente all'uomo e alla donna che si sposano, ma anche a chi ha un progetto di vita familiare. Andando oltre - il tempo è poco - si è detto che non si dovevano richiamare tout court le norme del codice civile, ma che bisognava ridisciplinare. Si dimentica, però, che nella giurisprudenza costante della Corte costituzionale una cosa è l'omologazione e una cosa è l'accostamento delle norme; qui non si è fatto altro che accostare le norme. Se molte norme sono le stesse è perché si parla di coppia, e per questo ho voluto richiamarle. Ma come si poteva non richiamare - ad esempio - le norme che riguardano le cause interdittive e i diritti successori? Stiamo parlando di due persone che hanno una relazione affettiva. C'è, quindi, un accostamento e c'è ovviamente - senza omologazione, ma c'è - una cosa che hanno in comune i due coniugi e i due partner di un'unione civile: si tratta di una coppia. Ancora. Si è detto che si violerebbero gli articoli 29 e 30 della Costituzione perché vengono consentite le adozioni. È inutile che mi dilunghi, perché non ho tempo, sul fatto che qui non si parla di adozioni ma di opzioni in casi particolari, ossia dell'articolo 44 della legge sulle adozioni. Non mi posso dilungare sul fatto che la giurisprudenza le ha già introdotte motivatamente. Devo dire che non era neanche necessario il comma 5, perché sostituendo la parola «coniuge» con la parola «partner» dell'unione civile si arrivava allo stesso risultato. Questo testo ha il dono della chiarezza, non è ideologico, ma parla in maniera chiara. Dunque, come è consentita a un coniuge l'adozione del figlio dell'altro, è consentito al partner dell'unione civile l'adozione del bambino, del figlio dell'altro. Stiamo parlando di figli in carne e ossa. Ma quale amore invocate verso i figli quando parlate? Stiamo parlando di figli che esistono. Si invoca, come paura per far presa sugli italiani o non so per quale altra ragione, l'utero in affitto. Ma voi ignorate - non lo ignorate certamente - che l'utero in affitto è vietato ed è un reato nella legge italiana? Questo non lo potete ignorare. Ma ignorate, forse, o volete ignorare, che per oltre il 95 dei casi all'utero in affitto (e, quando non formalmente a questo, a pratiche dello stesso genere) ricorrono le coppie eterosessuali? Tant'è: le coppie eterosessuali hanno questo diritto ad avere figli, mentre quelle omosessuali non lo avrebbero. Ma perché? Qual è la differenza? La differenza tra essere buoni genitori e non esserlo non è essere maschio e femmina o dello stesso sesso. Essere buoni genitori è una questione di sostanza. E ve lo dice una donna che è stata anche magistrato e ne ha viste tante di discriminazioni. Ve lo dico da donna che ha visto come vengono trattati i figli nelle cattolicissime famiglie italiane. Quanta violenza, quanti femminicidi, quanta discriminazione! (Applausi dai Gruppi PD, Misto e AL-A) Allora basta con l'ipocrisia. Stiamo parlando non della possibilità che un partner, unito con unione civile con un'altra persona della stesso sesso, acquisti diritti, ma che il diritto sia riconosciuto al bambino, che ha diritto ad avere due genitori e a fare affidamento su entrambi. Per tante ragioni, sulle quali non mi posso dilungare perché il tempo a mia disposizione è terminato, devo dire, in maniera convinta e tranquilla, che sono davvero orgogliosa che il Gruppo del Partito Democratico voterà, in maniera compatta, e senza nessuna défaillance, contro le questioni pregiudiziali e contro le questioni sospensive.


AIROLA (M5S)

Signora Presidente, io volevo solo stigmatizzare la decisione di non intervenire oggi e rinviare il voto a martedì. Siccome oggi non si vota, con una scelta che noi non condividiamo ma che, di fatto, è stata presa, questa mattina si poteva almeno concludere tutta la discussione generale, lasciandone fuori i colleghi che non potevano essere presenti oggi per le motivazioni che conosciamo. In tal modo, anche i colleghi detrattori e oppositori di questa legge, che stanno sbraitando in Aula, sarebbero potuti intervenire tranquillamente. In tal modo, occupavano questo tempo che, altrimenti, è sprecato e potevano concludere le loro considerazioni, visto che sono mesi, signora Presidente, che questi signori ci parlano di tali questioni. E non entriamo poi nel merito, perché se dobbiamo parlare di costituzionalità, gli emendamenti che ho letto in Commissione di costituzionale non hanno veramente nulla. Io preferirei, se possibile, che si continuasse oggi questa discussione cosicché martedì, con pochissimi emendamenti, potremo votare e chiudere il provvedimento, perché, veramente, noi vogliamo votare e basta.

"Seduta pomeridiana di martedì 2 febbraio 2016"

D'Alia (FI)

Chiede slittamento della seduta perché commissione bilancio non ha fornito indicazioni sui fondi per la copertura previsioni previdenziali.

Giovanardi

Chiede il rinvio del testo in Commissione, se viene respinta la richiesta, presenterà il conflitto di attribuzione presso la corte costituzionale. Il testo Cirinnà è incostituzionale La legge è discriminatoria perché avremo 6 casi: matrimonio Art 29, unioni civili con reversibilità, convenzioni eterosessuali, coppie di fatto senza convenzioni, coppie con condizioni di solidarietà (due vedove), due single. La legge apre la strada alla compravendita dei bambini. Molti omosessuali e transessuali la pensano come me.

Formigoni

Chiede di appoggiare la pregiudiziale sospensiva per il bene della validità della legge. La procedura che stiamo seguendo è anticostituzionale, che sarà sanzionata dalla Corte. Chiede il ritorno in Commissione Giustizia ex art. 72 comma 1 Cost e 44 Regolamento Senato. Sopra il Miliardo di euro è la spesa per le reversibilità. Unioni civili sono discriminatorie verso gli eterosessuali.

Caliendo (FI)

Violazione art 74 Cost, 44 Regolamento, 81 Cost., il Presidente bloccherà la legge. La legge discrimina. Un milione coppie di fatto, 571.000 composte da cittadini mai coniugati, mentre le coppie omosessuali sono 7.523. Realizziamo una discriminazione forte. Chiede al presidente di rinviare la legge in Commissione.


Crimi (M5S)

Annuncia voto contrario da parte del gruppo


Palermo (MAIE)

Provvedimento costituzionalmente legittimo. Motivo giurisprudenziale: CEDU e Corte dice che è incostituzionale non disciplinare le unioni civili. Sentenza monito della Corte Costituzionale. Argomento capzioso dire "diritto a mamma e papà": avere un solo genitore è la violazione di un diritto? Scelta etica imposta dallo stato imposta dai figli. Argomentazioni strumentali: utero in affitto e sovrapposizione con il matrimonio: discriminazione degli eterosessuali, è una scelta opinabile ma non incostituzionale del testo. Le adozioni: si tratta di casi eccezionalmente previsti, il criterio è l'interesse del minore. L'omosessualità non sarebbe una questione di inadeguatezza ad adottare. Voto contrario da parte di PSI MAIE

Votazione per alzata di mano, pone in votazione la questione pregiudiziale: il Senato non approva. Controprova: il Senato non approva. Votazione del principio in rinvio in commissione comune alle 3 questioni sospensive: Il Senato non approva. Controprova: Il Senato non approva.

Dichiara aperta la discussione generale.


Cirinnà (PD)

Onorevoli colleghi, onorevoli colleghe. È molto difficile per me raccontare in pochi minuti la straordinaria avventura che mi è capitato di vivere in questi due anni di lavoro sul testo di cui discutiamo oggi, è difficile perché più che di questioni di diritto e di giurisprudenza, nazionale ed internazionale, vorrei tentare di comunicarvi le emozioni che ho provato girando l'Italia, da Aosta a Barletta, incontrando centinaia di persone: coppie, famiglie, militanti di tutti i partiti, attivisti Lgbti, tutti cittadini interessati a cambiare questo paese. Ciò che appare ormai chiaro agli italiani è che il contrario della parola discriminazione è uguaglianza. Ma attenzione questa non è ideologia ma semplicemente giustizia! tenetelo a mente colleghi quando dovremmo discutere gli emendamenti ogniqualvolta sarà violato il principio di uguaglianza avremmo prodotto una discriminazione e ci esporremo al vaglio di ragionevolezza della corte costituzionale . Un diritto può essere riconosciuto o negato : è su questo che si esprimono giuristi e magistrati poiché i diritti incidono sull'ordine costituito . Se un diritto è riconosciuto senza limiti costrittivi ad alcuni e ingiustamente negato ad altri c'è discriminazione ! Un altro motivo di difficoltà che ho affrontato in questo duro lavoro è quello di percorrere la strada della creazione di un nuovo istituto giuridico , appunto le unioni civili tra persone dello stesso sesso, pur essendo personalmente favorevole, come molti tra noi, all'estensione del matrimonio egualitario. È per questo , e vi chiedo scusa, se qualche volta nelle discussioni pubbliche o private sono stata forse un po' brusca; ho cercato semplicemente di dimostrare che , anche rispetto al resto d'Europa, il nuovo istituto delle unioni civili è già una sintesi moderata e ogni tentativo di mediazione sui diritti può produrre discriminazioni. A lungo mi sono posta come domanda se questa proposta fosse effettivamente ciò di cui hanno bisogno le famiglie arcobaleno, se fosse all'altezza delle loro legittime richieste. E' stato difficile perché ho vissuto sulla mia pelle i risvolti di un dibattito viziato dalla disinformazione e dalla strumentalizzazione che dalla discussione in commissione fino ad oggi ha appesantito un iter parlamentare di per sé complicato. Abbiamo scelto la via delle unioni civili per rispondere a criteri di prudenza, nella convinzione che alla piena eguaglianza si possa arrivare passo dopo passo. Allo stesso tempo, questa è una scelta che non pregiudica né misconosce la richiesta di riconoscimento che proviene dalle coppie omosessuali ed assicura un adeguato livello di tutela a loro e sopratutto ai loro figli. Un altro elemento che dobbiamo considerare e che mi ha spinto a fare tante assemblee è il desiderio di capire di molti cittadini : troppa disinformazione e troppa strumentalizzazione politica hanno fuorviato il dibattito pubblico . La frase che ritengo più falsa e più strumentale è che in Italia stiamo introducendo il matrimonio e l'adozione gay . Questo è falso : stiamo dando tutela giuridica alla vita privata e familiare di coppie omosessuali, attraverso le unioni civili , fondate sull'articolo 2 della Costituzione come indicatoci dalla sentenza 138 del 2010 della stessa Corte , e stiamo poi riconoscendo ad una delle parti dell' unione civile di chiedere al giudice la possibilità di estendere la responsabilità genitoriale sul figlio minore del partner , attraverso l'applicazione dell'articolo 44 della legge 184 del 1983 , norma del resto già applicata dei tribunali dei minori poiché ritenuta quella che consente la maggior tutela del bambino anche in caso di morte del genitore naturale. Su questo punto si sono agitati i fantasmi più spaventosi ! Sono settimane che leggiamo sui giornali che l'applicazione dell'articolo 44 della legge 184 aprirebbe la strada in Italia all'istituto della gestazione per altri ! non devo ricordare in Parlamento hai tanti di voi che già erano qui in quegli anni, che una delle peggiori leggi italiane, la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, pessima poiché è frutto di eccessive mediazioni tutte a ribasso e per questo quasi interamente riscritta dalla consulta , vieta e punisce espressamente la pratica della gestazione per altri . Questo divieto è in vigore, resterà in vigore e in nessun modo il testo di cui discutiamo oggi interferisce con tale divieto. È quindi un argomento forviante e strumentale ! Stupisce , ma dà il segno regressivo del tipo di opposizione che si vuol fare a questa legge! Mi chiedo perché tale pratica sia stigmatizzata con tanta fermezza nella discussione pubblica , guarda caso ... solo adesso, quando con grande fatica si sta arrivando al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e delle loro famiglie ! Si è taciuto per anni ben sapendo che la gestazione per altri all'estero è praticata nel 95% dei casi da coppie italiane sposate, eterosessuali e con gravi problemi di sterilità . Vi parla una donna che era ragazza negli anni '70 , quei magnifici tempi nei quali il movimento femminista ha ottenuto le sue più grandi vittorie. Molte di noi sono cresciute in quegli anni nella piena convinzione che le donne devono essere libere di autodeterminarsi sempre , e che sono le uniche padrone del loro corpo! Immaginatevi quindi se proprio io che ho frequentato il Governo Vecchio e collettivi femministi fino ad aver dato vita durante il mio lavoro al Comune di Roma alla straordinaria esperienza della Casa Internazionale delle donne al Buon Pastore, posso in qualche modo essere favorevole allo sfruttamento di donne povere a fini riproduttivi! Altro invece è pensare di introdurre un reato universale, per punire coloro che nel rispetto di una legge straniera diventano genitori attraverso l'aiuto di donne che fanno scelte libere e volontarie nell'ottica del dono di sé , con pratiche di procreazione previste, regolate e tutelate da specifiche leggi di paesi stranieri .... non da paesi canaglia ! ma paesi con i quali abbiamo relazioni internazionali stabili e solide come gli Stati Uniti e il Canada. Sarebbe come stabilire per legge la confisca dell'eredità di chi sceglie di morire con l'eutanasia in Svizzera, visto che da noi la dolce morte è ancora vietata! È opportuno ricordare che il nostro ordinamento non ammette discriminazioni tra figli basate sulla cornice giuridica del rapporto tra i loro genitori. Così come non ammette la discriminazione tra eterosessuali ed omosessuali in relazione alla valutazione della loro capacità di essere genitori (Cass. Sez. I. sent. n. 601/13). Una discriminazione peraltro rigettata dalla stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, con una recente sentenza del 2013. E non ammette discriminazioni tra figli in ragione del modo in cui siano venuti al mondo. Basta leggere la stessa legge n. 40 (addirittura!), per rendersene conto. Tra l’interesse dell’ordinamento alla repressione del ricorso a tecniche di procreazione assistita non consentite e l’interesse del bambino alla stabilità e continuità degli affetti, prevale sempre quest’ultimo. Quindi l'unico principio che deve guidare il nostro agire – come già guida quello dei giudici – è quello della garanzia del superiore interesse del minore alla stabilità e alla continuità degli affetti. Oggi , mentre siamo qui a decidere del loro futuro, esistono nel nostro paese, bambini che nascono, crescono e vanno a scuola come tutti gli altri. Figli che già esistono, e molti altri ne verranno. Questi piccoli, come molti altri, vivono in famiglie normali, amorevoli, e perfettamente idonee a garantire la loro crescita affettiva e personale. Sono bambini, sono cittadini di questo Paese. E meritano di essere riconosciuti e tutelati al pari di tutti gli altri , garantendo loro stabilità e continuità dei loro affetti. Perché trattarli in modo diverso rispetto ai figli di coppie eterosessuali? Dov’è la ragionevole giustificazione al loro trattamento differenziato, alla luce degli artt. 2, 3 e 30 della Costituzione ? Con l’art. 5 facciamo un primo decisivo passo per la loro tutela, nelle concrete situazioni in cui si trovano a vivere, senza implicazioni teoriche o astratte, ma sulla base del buonsenso e dell’imperativo costituzionale di eguaglianza. E senza togliere diritti a nessuno. È finalmente incardinata in commissione sanità qui al Senato una norma di completa revisione della legge 40 che se manterrà il divieto di gestazione per altri, potrà eventualmente introdurre ulteriori restrizioni per tutte le coppie che vi fanno ricorso all'estero. A proposito delle questioni di incostituzionalità sollevate attorno a questa proposta, pensando a questo provvedimento e alla nostra Carta costituzionale non ho potuto non far volare il pensiero alle grandi donne della nostra Repubblica come Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, esempi chiari e limpidi di una vera e propria “politica di umanità”. Penso alla loro capacità empatica, alla profonda sensibilità verso le mille sfumature dell'universo familiare che chiedevano riconoscimento costituzionale: alle battaglie per l'eguaglianza tra coniugi e l'eguaglianza tra figli. Concetti dall'attualità esplosiva, ancora oggi, quando sembrano passate ere geologiche dal lavoro dei padri costituenti, quando nel 2016 - a quasi trent'anni dal deposito in Parlamento della prima proposta di regolamentazione delle coppie dello stesso sessi, ci apprestiamo a dare all'Italia una legge tanto attesa. Oggi penso all'articolo 2 della Costituzione, pietra angolare di questo provvedimento; penso all'articolo 29, indiscutibilmente al centro di questo nostro confronto parlamentare, penso alla loro correlazione indissolubile. Alla doppia dimensione individualista e pluralista per la lotta contro il totalitarismo di Stato, "il quale intacca - come dice Aldo Moro - innanzi tutto la famiglia, per potere, attraverso questa via, più facilmente intaccare la libertà della persona”. E per questo l'istituto di diritto pubblico dell'unione civile è in maniera cristallina in linea con l’art. 2 della nostra Carta, per cui lo stato (prendo in prestito le parole di La Pira) “non fa che riconoscere e tutelare dei diritti anteriori alla Costituzione dello Stato, che sono diritti dei singoli, diritti delle società o comunità naturali”, laddove "naturale" – lungi dal cristallizzare una determinata accezione culturale o religiosa – voleva semplicemente affermarne il carattere pregiuridico, come reazione all’impostazione autoritaria del diritto di famiglia che aveva caratterizzato lo stato fascista. La Costituzione è un progetto di emancipazione personale e sociale, un processo di liberazione della persona umana naturalmente inconcluso e da rinnovare continuamente con spirito di cooperazione solidale. La Costituzione è stata scritta avendo in mente il passato, il presente e il futuro. Avendo presente chi aveva già la voce per farsi sentire e chi ancora non aveva trovato spazio nella comunità politica, come le persone omosessuali, oggetto di un pervasivo e doloroso stigma sociale. Queste persone per troppo tempo assenti e taciute , noi oggi le rendiamo finalmente presenti al resto della comunità politica, riconosciamo la loro esperienza di vita familiare come una realtà meritevole di tutela, perché attinente alla loro dignità personale. Così concretamente realizziamo quella parte di Costituzione scritta per gli assenti, quegli assenti, individui adulti bambini famiglie, che finalmente diventano presenti, con pari diritti e dignità già riconosciuti agli altri cittadini . Da che parte vorremo farci trovare dai nostri figli e dai nostri nipoti, quando fra trent’anni torneranno a leggere i resoconti di queste sedute? Dalla parte di chi ha creduto possibile far muovere all'ordinamento italiano il primo e tanto atteso passo verso l'eguaglianza? O dalla parte di chi ha visto nella Costituzione il patrimonio di pochi privilegiati, e nell'estensione di diritti un pericolo ? E passiamo ad un altro obiettivo ambizioso di questo provvedimento, quello della codificazione dei diritti delle coppie conviventi, omosessuali o eterosessuali che siano. Il titolo secondo intende per conviventi due persone, non parenti, unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale ; a tutti coloro che convivono more uxorio, senza distinzioni basate sull'orientamento sessuale dei componenti della coppia, vengono riconosciuti alcuni diritti e doveri, già ampiamente riconosciuti dalla giurisprudenza consolidata. A queste coppie sono ricostituente tutele minori e più circoscritte rispetto ai coniugi o agli uniti civilmente : vengono infatti estesi solo alcuni diritti in materia sanitaria , ordinamento penitenziario , graduatorie pubbliche norme in materia di impresa familiare. Resta esclusa tutta la materia delle successioni e i diritti previdenziali tra cui la reversibilità della pensione. Resterà libertà dei conviventi regolare tra di loro le questioni patrimoniali attraverso un contratto di convivenza redatto di fronte ad un notaio o ad un avvocato. In conclusione, nei prossimi giorni saremo chiamati come senatori della Repubblica a rispondere come rappresentanti di un'Italia che lavora, che fa progetti, che ama, che vuole tornare alla modernità di un'Europa da costruire sulle basi dell'inclusione e della parità di trattamento dei cittadini. Come senatori della Repubblica siamo chiamati a rispondere ai bambini delle coppie omogenitoriali, figli di un'Italia che non può più tollerare una discriminazione originata dal come una vita viene al mondo. Dobbiamo rispondere ai giovani LGBTI che nelle nostre scuole si preparano ed essere gli italiani e gli europei del domani, siamo obbligati a dare a ciascuno di loro una risposta prima che il peso oppressivo della discriminazione spinga altri giovani nella lunga lista di coloro che hanno cercato una via d'uscita troppo presto. In merito a questo porterò per sempre nel cuore le parole di un giovane amico per il quale la prospettiva di poter un giorno costruire un progetto di vita di coppia alla luce del nostro ordinamento rappresenterebbe la possibilità di "Esistere per la prima volta. Esistere per il mio Paese. - dice - Esistere come se stessi per nascere". Come senatori della Repubblica saremo chiamati a fare una scelta. E non ci saranno sondaggi che potranno giustificare un giorno di ritardo in più, non ci saranno motivazioni abbastanza esaustive da consentire una perpetrazione dell'illegalità del nostro Paese davanti al resto d'Europa all'indomani della condanna definitiva da parte della Corte europea dei Diritti dell'uomo sulla totale assenza di norme in materia di diritti delle persone omosessuali. Non ci saranno scuse per l'ennesima porta chiusa davanti a chi chiede solo di entrare a far parte della grande comunità delle famiglie italiane, senza nulla sottrarre a tutte le altre famiglie del nostro paese. Come è ben chiaro a tutti, ci troviamo di fronte ad un testo che affronta in modo ampio e inclusivo tutte le manifestazioni delle relazioni affettive, siano esse eterosessuali o omosessuali, puntando a riconoscere diritti (ma anche obblighi) a relazioni che fino ad oggi sono state nell'ombra del nostro ordinamento giuridico. Vorrei concludere questo mio intervento con il ricordo di un grandissimo italiano , mancato da pochi giorni, che ancora non abbiamo ricordato in questa aula, il regista di "Una giornata particolare", Ettore Scola che era solito dire: "Bisogna credere ai miracoli, soprattutto quelli fatti dall'uomo impegnarsi perché i sogni e le utopie si realizzino" . Per fare questo colleghi ci vuole un'assunzione di responsabilità totale e collettiva. Noi possiamo anche non fare miracoli, ma certamente è nostro compito quello di dare al Paese una buona legge. In questo modo daremo pienezza alla vita di tanti nostri cittadini perché i diritti non possono e non devono rimanere sogni!

PALMA (FI-PdL XVII)

Signor Presidente, premetto subito che sono e sarò del tutto indifferente se all'esito del mio discorso qualcuno intenderà individuare me, che ho una visione assolutamente laica della vita, come un bigotto, ovvero se qualche generale da operetta intenderà chiedere al mio partito sanzioni nei miei confronti, così come ha fatto nei confronti dell'onorevole Calabria, responsabile solo di aver espresso, legittimamente, il suo pensiero. Ho ascoltato con attenzione l'intervento della senatrice Cirinnà, la quale ha affermato con notevole sicumera che è assolutamente falso che le unioni civili costituiscano nella realtà un matrimonio tra gay sotto falso nome. È un problema, questo, che riguarderà il presidente Mattarella, il quale evidentemente non dimenticherà i suoi studi e principalmente non dimenticherà di aver fatto parte di quell'alto consesso che è la Corte costituzionale, la quale si è espressa nel senso che sicuramente devono essere riconosciute alle coppie di fatto, in quanto formazioni sociali, dei diritti, ma la Cassazione ha altresì detto che la relativa disciplina non può essere sovrapponibile al matrimonio. La senatrice Cirinnà afferma quindi che è falso che la disciplina delle unioni civili sia sovrapponibile a quella del matrimonio. E allora, con molta tranquillità, cito il suo disegno di legge: «Due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un'unione civile mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni», identica alla norma per la costituzione del matrimonio: andate a vedere il codice civile. Quanto allo scioglimento dell'unione civile, esso avviene attraverso le leggi sulla separazione e il divorzio, cioè le stessi che portano alla definizione conclusiva del matrimonio. Non solo, ma al di là di questa identità tra l'atto costitutivo e l'atto finale delle unioni civili con il matrimonio, nel testo del disegno di legge della senatrice Cirinnà leggiamo, all'articolo 3, comma 3, che si applicano alle unioni civili le stesse identiche disposizioni che regolamentano il matrimonio. E, al comma 4, che tutte le disposizioni che si riferiscono al coniuge, a coniugi o termini equivalenti, cioè quella moglie e quel marito che erano oggetto dell'articolo 1 del disegno di legge Lo Giudice sul matrimonio egualitario, si applicano al partner dell'unione civile. Ancora, al partner delle unioni civili si applica il diritto successorio che prevede la legittima al coniuge. So bene che non sono state previste le pubblicazioni, ma queste non mi sembra appartengano al mondo dei diritti e conseguentemente credo che il presidente Mattarella dovrà riflettere a lungo prima di firmare questa legge, essendo palese ed evidente la sua incostituzionalità, che non può essere superata da un voto parlamentare. In ogni caso, se ciò non dovesse accadere, la Corte costituzionale avrà molto da lavorare e così, quando verrà il tempo, capiremo se è falso o no che le unioni civili sono una sovrapposizione con il matrimonio. Il senatore Caliendo poco fa ha ricordato come questa legge sulle unioni civili riguardi 7.100 coppie omosessuali e ha ricordato come in questa legge vi sia una disciplina retrocedente per le coppie eterosessuali che in questo Paese sono un milione e 422.000 e hanno 151.000 bambini. Allora, la prima domanda che mi verrebbe da fare è questa: se le unioni civili omosessuali sono una formazione sociale, non lo sono anche le coppie di fatto eterosessuali? Quando la Costituzione richiama le formazioni sociali e i diritti dei componenti di quelle formazione sociali omosessuali o eterosessuali, che dir si voglia, individua in quel momento la discriminazione che è propria di questa legge, un trattamento per le unioni civili omosessuali e un trattamento completamente diverso per le coppie di fatto eterosessuali. Signor Presidente, signori senatori, questa è la dimostrazione che le unioni civili sono esattamente un matrimonio tra gay perché, se così non fosse, non vi sarebbe davvero senso nel prevedere e nell'aver previsto un trattamento diverso per le coppie di fatto che sono, secondo la Corte costituzionale, formazioni sociali e godono, sempre secondo la stessa, degli stessi diritti e delle stesse aspettative, a meno che furbescamente non si sia voluto immaginare - non so per quale ragione - un trattamento retrocessivo per le coppie di fatto eterosessuali al fine di indurle al matrimonio. Spesso mi sento dire che le coppie eterosessuali possono sposarsi. È vero, ma a condizione che si modifichi quel diritto civile del 1975, che ormai è assolutamente lontano dalla realtà di tutti i giorni. Quel diritto civile nasceva con l'idea che il matrimonio fosse sostanzialmente indissolubile e, nel modificare, ad esempio, i diritti successori, immaginava un trattamento di maggior favore del coniuge che si immaginava essere il genitore dei figli. La situazione di adesso è completamente diversa: abbiamo tre o quattro matrimoni. Credo che questi ragionamenti spesso possano accompagnare i componenti delle coppie di fatto eterosessuali. E se ciò è vero - perché immagino che all'interno di questo un milione e 422.000 di coppie eterosessuali ve ne saranno almeno 7.100 che fanno questi ragionamenti - credo che bisognava avere particolare attenzione anche per le coppie di fatto eterosessuali. Ma anche su questo interverrà la Corte costituzionale; inevitabilmente, quando la convivente di fatto eterosessuale testimonierà - o non testimonierà - o favoreggerà il suo compagno non potrà che richiamare la normativa della senatrice Cirinnà e chiedere conto alla Corte costituzionale del perché il partner dell'unione civile può astenersi dal testimoniare, mentre il componente di una coppia di fatto eterosessuale non lo può fare; perché il partner dell'unione civile potrà commettere il reato di favoreggiamento personale restando non punibile e la compagna del convivente di fatto non lo potrà fare perché sarà punibile. Ma, come ho detto prima, di questo si vedrà. Il secondo punto è quello trattato dall'articolo 5. Diciamo, intanto, per prima cosa, che il bambino del padre biologico o della madre biologica non è destinato a restare solo e privo di tutela; chi afferma questo afferma una cosa non vera e in malafede. L'articolo 44, lettera a), della legge n. 184 del 1983, infatti, prevede che, in caso di morte del genitore biologico, chi con quel bambino ha avuto una consuetudine di vita perdurante nel tempo può procedere all'adozione. Evitiamo quindi di fare emendamenti che chiamino in causa la decisione del giudice. Senatore Lumia, decide sempre il giudice nelle adozioni, non c'è bisogno che lei lo scriva in un emendamento. E il giudice deciderà sempre facendo attenzione all'interesse del minore; non esistono procedure automatiche. Qual è il difetto dell'articolo 5, almeno dal mio punto di vista? Che si ha una generalizzazione di situazioni molto diverse tra di loro, con un'unicità di disciplina. Il figlio del partner avuto da un precedente matrimonio o da una precedente storia è un'ipotesi; il figlio del partner avuto con la fecondazione eterologa è un'altra ipotesi; il figlio avuto con la maternità surrogata è un'altra ipotesi ancora. Queste tre ipotesi si differenziano sostanzialmente per un concetto di non poco conto: le prime due nascono da un presupposto legittimo e legale; la terza nasce da un presupposto illegittimo e illegale, contrario alle normative di ordine pubblico di questo Paese (e su questo tornerò). Credo, allora, che, se il problema dell'articolo 5 è votare l'adozione del figlio del partner avuto da un precedente matrimonio o da una precedente storia o avuto secondo le pratiche della fecondazione eterologa, assolutamente legittime in Italia all'esito della sentenza della Corte costituzionale, immagino che ciascuno di noi potrà votare secondo quello che è il proprio progetto di società, ben sapendo che questa è una legge destinata ad avere un impatto sociale molto, molto forte. Ma se, per ipotesi, il problema è, invece, quello di consentire l'adozione del figlio avuto attraverso la maternità surrogata, a chi spesso richiama l'Europa e il mondo occidentale mi permetto di ricordare che, fatta eccezione per l'Ucraina e la Russia (che non mi pare appartengano a questo mondo), per il Canada, per taluni Stati degli Stati Uniti, per l'Inghilterra e per la Grecia, tutto il mondo occidentale vieta la maternità surrogata. In molti di questi Stati - vi potrei fare l'elenco, ricordo a memoria l'Austria - essa è prevista come reato. Quindi il mondo occidentale ha un giudizio di disvalore in ordine alla maternità surrogata del tutto simile al nostro e non può davvero portare acqua al mulino di chi intende affermare che l'Europa ce lo chiede o che il mondo occidentale ce lo chiede e che, come diceva Leporello, così fan tutti. Non solo. Vi rendete conto che evidentemente, per una parte residuale ma che ci può essere, dando la possibilità di un'adozione del figlio di una maternità surrogata - donne e uomini della sinistra, per anni avete parlato di questo - consentite a chi è ricco - perché ci vogliono almeno 100.000 euro per fare questa maternità surrogata - di sfruttare fino in fondo il corpo di una donna? Scusatemi, voi uomini e donne della sinistra, c'è uno sfruttamento maggiore del corpo di una donna (diverso da quello di pagarla) di farla gestare per nove mesi, farla partorire e poi toglierle il figlio? Come riuscite a non essere in contraddizione con quello che fino all'altro ieri ci avete detto? Siete arrivati perfino a chiedere lo stralcio del divorzio immediato, perché vi sembrava brutto togliere quei tre mesi di separazione per il divorzio. Ma come, siete stati così attenti, così conservatori - se mi consentite - in quell'occasione, e adesso vi lanciate verso un avventura di cui non si conosce l'orizzonte, senza alcuna ragione? Voi sapete che io vengo dal mondo della magistratura e, al di là delle idee e delle prospettazioni politiche, credo che, quando si fanno le leggi, si debba anche fare attenzione ai principi generali dell'ordinamento e a quello che ci dicono i giudici. E allora vorrei che sia chiaro a tutti - perché probabilmente è sfuggito nel corso del dibattito - che la Corte di cassazione, con sentenza 11 novembre 2014, n. 24001, ha detto in maniera chiara ed evidente che la maternità surrogata è norma contraria all'ordine pubblico internazionale ed interno e, in quanto tale, non può consentire quello che si vorrebbe consentire con il disegno di legge Cirinnà. Ma aggiungo che in questa sentenza si dice espressamente che non vi è un diritto del bambino ad essere riconosciuto dalla coppia che ha commissionato la maternità surrogata (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII e dei senatori Albertini e Milo), tanto quanto non vi è un diritto ad essere genitori in questo Paese. Ripeto che non vi è un diritto del bambino ad essere riconosciuto dalla coppia che ha commissionato la maternità surrogata. La Corte di cassazione aggiunge che la Corte europea dei diritti dell'uomo, se ha toccato questo punto, l'ha toccato per una circostanza del tutto diversa e ha detto che l'unico diritto del bambino è quello ad essere riconosciuto dal suo padre biologico, perché solo quel riconoscimento corrobora il diritto alla sua identità personale. Quindi anche sotto questo profilo l'Europa non vi aiuta, dicendo una cosa diversa. Finisco e vorrei finire, se volete, con un paradosso. Non ci si lava la coscienza dicendo che tanto la maternità surrogata viene fatta in Canada, negli Stati Uniti e non certo qui in Italia, quando poi, attraverso il meccanismo di cui all'articolo 5, sostanzialmente si riconoscono gli effetti di quella maternità surrogata. E allora se siete così progressisti, se siete così liberi, se siete così convinti che la società sia ormai avanti rispetto al dietro in cui si muovono i parlamentari di centro-destra o i cattolici del Partito Democratico, fate il passo fino in fondo. Fate un emendamento: abolite il divieto di maternità surrogata, evitate di considerare questa pratica come un reato e almeno direte al Paese in termini chiari che siete favorevoli a tale pratica. Smettetela di dire che non lo siete quando invece proprio attraverso l'essere favorevoli al riconoscimento dei suoi effetti, non fate altro che favorire questa pratica.

ARRIGONI (LN-Aut)

Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, parto con una domanda: l'Italia è il fanalino di coda rispetto agli altri Paesi dell'Unione europea, come sostiene il presidente Renzi, o rappresenta e può ergersi a guida per dar vita ad una nuova Europa, quell'Europa dei popoli e delle libertà che noi sogniamo e che vogliamo costruire? Un'Europa unita dal basso, a partire dalle realtà locali e territoriali, che esalta l'offerta di diversità e di identità di ciascuno Stato membro nella casa comune europea, un'Europa politica e non soltanto mercantilista, un'Europa che sia capace di rispettare la sovranità nazionale dei tanti popoli che la compongono, che riconosca le proprie radici, soprattutto quelle cristiane, e che veda nei figli la sua forza, il proprio futuro e dunque la sua stessa sopravvivenza. Alla mia domanda iniziale ho già dato istintivamente una risposta credibile ma sono consapevole che non sia sufficiente ad insinuare il dubbio nelle coscienze assopite da anni di propaganda ideologica. Prima di argomentare il mio ragionamento nel tentativo di scalfire l'ideologia che ispira questo disegno di legge, voglio però ricordare la recente vittoria del popolo sloveno che, non condizionato dal diktat europeo, con una consultazione referendaria ha detto no al piano di rottamazione della famiglia promosso dalla lobby LGBT, affossando così la proposta di riconoscere il matrimonio tra persone omosessuali e le consequenziali aperture per legittimare l'adozione dei bambini. Ricordo che, diversamente da quanto qualcuno vorrebbe fare credere, all'Unione europea non sia stata attribuita una specifica competenza a portata generale in materia di famiglia, non rinvenendosi nei trattati istitutivi alcuna disposizioni in ordine ad un, seppur parziale, trasferimento di sovranità da parte dei Paesi membri. In base al generale principio di attribuzione, tra i settori che risultano devoluti alle competenze delle istituzioni comunitarie, anche a seguito delle modifiche dei Trattati apportate dalla riforma di Lisbona, non figura, infatti, quello della famiglia, che pertanto rimane soggetto alla sovranità degli Stati. Con l'ampliamento, determinato dal Trattato di Maastricht, delle competenze e degli obiettivi comunitari anche al di là di quelli strettamente mercantilistici, sono intervenute, però, le interferenze tra la realizzazione del mercato unico e la disciplina dello status delle persone e dei rapporti di famiglia. Così, pur sempre difettando di una diretta competenza comunitaria a regolare sul piano sostanziale tale tipo di rapporti, l'azione delle istituzioni ha assunto una crescente incidenza sul diritto di famiglia fino a condizionare la disciplina a riguardo vigente nei singoli Stati membri. Ad una prima fase, contrassegnata dall'emanazione di atti non vincolati, specialmente del Parlamento europeo, quali, ad esempio, le numerose risoluzioni di tutela dei diritti e delle libertà fondamentali degli individui tra cui quella sulla parità dei diritti per gli omosessuali nella comunità europea, è seguita una seconda fase in cui l'impatto del processo di integrazione europea è andata facendosi sempre più pregnante, sia per la natura degli atti che hanno assunto la forma di strumenti comunitari vincolanti, sia per le finalità perseguite. L'incidenza del diritto dell'Unione europea sulla disciplina nazionale della famiglia si è realizzata anche attraverso la tutela dei diritti fondamentali di cui la Corte del Lussemburgo si è resa principale promotrice. Oggi, a seguito dell'entrata in vigore della riforma di Lisbona, una codificazione dei diritti fondamentali, per di più con forza giuridica pari a quella dei trattati, esiste anche a livello dell'Unione europea e si identifica, come è noto, nella carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. È in questo scenario confuso che trova un varco l'ingiustificabile ingerenza scritta in 170 caratteri dal segretario generale del Consiglio d'Europa, Thorbjørn Jagland: «Incoraggio l'Italia a garantire il riconoscimento legale alle coppie dello stesso sesso, così come stabilito dalla sentenza della Corte europea dei diritti umani del 21 luglio 2015 e come accade nella maggior parte degli Stati membri del Consiglio d'Europa». Voglio affermarlo con chiarezza. Non ci stupiamo di ciò, ma rimaniamo basiti da come queste ingerenze sulla nostra sovranità nazionale possano condizionare il nostro Governo. In questa deludente Europa, dove prevale esclusivamente la ragione economica, una politica interna occasionale, una gestione irresponsabile dell'immigrazione, una politica estera ondivaga, la difesa della sovranità nazionale sui temi di tale rilevanza politica, diviene una bandiera da fare assolutamente garrire in nome della verità. Da sempre la battaglia identitaria, caratterizzata dalla difesa dei popoli nella loro dimensione territoriale, religiosa e culturale costituisce l'ossatura di tutta l'attività politica della Lega Nord. Questa battaglia, cominciata oramai molti anni fa, si è confrontata nel tempo con problematiche (quali l'immigrazione incontrollata, la perdita dei riferimenti valoriali e religiosi, l'usurpazione della sovranità dei popoli, il senso diffuso di insicurezza e la sfiducia nella classe politica) che hanno acquisito sempre maggior peso nell'attualità nazionale ed internazionale, e che hanno destrutturato il modus vivendi tradizionale della civiltà occidentale europea. Il modello mondialista, senza frontiere per le merci come per gli uomini, improntato ad una ricerca di pace globale, basata unicamente sul riconoscimento di uno stile di vita uniformato, dove ciò che conta è soltanto il produrre e il consumare, è imploso, lasciandosi alle spalle metastasi molto gravi. E il fallimento di Schengen lo sta a dimostrare. Siamo stati costretti a lanciare ripetuti gridi di allarme di fronte all'abbandono delle nostre radici. La nostra opera di denuncia è stata costante e mirata, insieme ad un'attività di proposta e di stimolo ai Governi che si sono succeduti, alle istituzioni internazionali ed al Paese affinché fossero adottati i provvedimenti opportuni. Il nostro passato, la nostra storia e la nostra stessa cultura non devono essere dimenticati, ma devono essere posti come forte baluardo contro la perdita di valori cui costantemente assistiamo. È assurdo ipotizzare che questa Europa possa condizionare gli Stati membri sul tema dell'esclusività della famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio e sulla primaria e incontrovertibile tutela dell' interesse dei minori ad avere una famiglia, che in nessun modo può essere contrapposto al desiderio di genitorialità. Quale dignità politica ha questa Europa per volere insistentemente condizionare le decisioni degli Stati membri violandone la loro stessa sovranità? Un'Europa che è stata capace di negare le sue stesse radici. Quelle radici cristiane che hanno apportato significati prevalentemente morali e spirituali elaborando il concetto di psiche, l'idea dell'uomo capace di intendere e di volere, l'importanza della cura dell'anima, il valore e la centralità dell'uomo come persona in rapporto con gli altri e con Dio, promuovendo i valori dell'uguaglianza, della tolleranza e della libertà oltre che della grandezza dell'umile, mettendo al centro dell'esistenza umana il principio dell'Amore. Quando si parla di laicità delle istituzioni democratiche infatti, così come di autonomia della politica, si fa riferimento ai principi fondamentali di uno Stato di diritto, posti a perseguimento e a garanzia del bene comune, della libertà religiosa e di culto di tutti. Colleghi, oggi viviamo in un clima di profonda crisi identitaria. Si assiste sempre di più nella nostra società moderna, o meglio post moderna, al sorgere di un individualismo sincretistico. Aumentano così i particolarismi e gli egoismi individuali, e si ha l'impressione che ci si avvii verso un'epoca in cui non ci sia più nulla che ha valore. Tutto ciò, se spinto all'eccesso, può portare solo a separazioni, conflitti e violenze. Il relativismo e il sincretismo sono la conseguenza di una cultura in cui la vuota apparenza sembra prevalere sulla sostanza; i valori sono diventati sempre più delle sensazioni. Un'Europa che voglia essere unita, non solo teoricamente ma anche e soprattutto nella sostanza, non può prescindere dal riconoscimento anche formale delle proprie radici quale elemento fondante e caratterizzante la propria storia. In più di un'occasione i popoli europei si sono espressi contro i trattati che sono stati sottoposti alla loro approvazione, anche perché non hanno riconosciuto in essi la tutela delle proprie origini e della propria identità. Un'Europa che rinuncia alla propria anima è destinata a morire, come del resto ogni realtà umana non può sopravvivere senza radici. L'Europa oggi è una costruzione senza identità, scarsamente democratica, macchinosa e spesso incomprensibile per i cittadini; un modello che esaspera gli aspetti negativi dello Stato centralizzato senza dare risposte tangibili alle richieste che provengono dalla periferia. Un'Europa che ha introdotto la moneta unica prima di avere raggiunto una sufficiente omogeneità culturale, politica, sociale e soprattutto economica. Appare evidente come l'attuale costruzione europea sia caratterizzata da forza normativa e da debolezza politica. Oggi più che mai è chiaro come quest'Europa così concepita si sia dimostrata un fallimento, non solo perché ha prodotto una spaventosa crisi economica - non ciclica, ma epocale - ma soprattutto perché ha negato le culture nazionali, e di conseguenza l'identità culturale del Continente. L'Unione europea sembra ormai non porre più limiti al proprio potere di intromissione nelle decisioni interne di ciascuno Stato sovrano, ben al di là delle effettive competenze autorizzate dai trattati. Premier Renzi, in fatto di diritti civili l'Italia non è il fanalino di coda rispetto ad altri Paesi dell'Unione europea. Questo provvedimento non ci piace perché la qualificazione di specifiche formazioni sociali relative alle coppie gay che potranno usufruire di un nuovo istituto giuridico di diritto pubblico denominato unione civile rappresenta il cavallo di Troia affinché, per via giudiziaria, si introduca sia il matrimonio tra omosessuali sia la pratica dell'utero in affitto. L'Europa, che - lo sottolineo - non ci impone di legittimare i matrimoni gay, non potrebbe però avallare questo similmatrimonio di serie B, rendendo inevitabile la sua equiparazione al matrimonio per via giudiziaria, sulla base di un principio di non discriminazione anche per quanto riguarda le adozioni. Per lo stesso principio sarebbe poi inevitabile permettere alla coppia gay anche l'accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, che, a causa degli ovvi impedimenti di natura, non potrebbe essere che di tipo eterologo; e la cosa grave è che, nel caso di partner di sesso maschile, si farebbe ricorso anche alla pratica abominevole dell'utero in affitto. Sulle convivenze e coppie di fatto da estendere alle coppie omosessuali siamo disposti a ragionare, ma la Lega Nord è contro la stepchild adoption; è contro l'equiparazione tra unioni civili e matrimonio. La Lega Nord non si appiattisce al pensiero dominante di forze che utilizzano strategie articolate per giungere al proprio obiettivo, che è quello antico di scardinare le tradizioni, l'identità culturale, sociale e religiosa del nostro popolo in modo da imporre un modello di società che si dimostrerà fallimentare. Alfano e gli uomini dell'NCD si sbracciano per lo stralcio di questi due aspetti, ma resteranno con il cerino in mano, certo, con qualche poltrona di Governo e di sottogoverno in più. Come da triste copione, accetteranno di ricoprire il ruolo subalterno di componente irrilevante della maggioranza, sapendo che in Assemblea la sinistra ha già trovato provvisoriamente nei senatori del Movimento 5 Stelle dei panchinari pronti a farsi sfruttare per puntellare in questa occasione il Governo. I cittadini, le famiglie e tutti coloro che negli ultimi mesi, preoccupati, hanno protestato contro il disegno di legge e manifestato al family day (mi riferisco non solo a quello di sabato scorso al Circo Massimo, ma anche a quello del 20 giugno dello scorso anno in piazza San Giovanni) sappiano che saranno presi in giro da Alfano e che le minacce di gravi ripercussioni per l'intesa tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle cadranno ancora una volta nel vuoto. Qualora il disegno di legge in esame dovesse essere approvato, in Italia avremo il matrimonio omosessuale con possibilità di adozioni e con la conseguente legittimazione della pratica dell'utero in affitto, senza contare che tutto ciò aprirebbe totalmente le porte all'indottrinamento della teoria gender nelle scuole. È per questo motivo che fermare questo provvedimento, oltre ad essere un dovere morale, sottende la chiara scelta di far prevalere la sovranità alle logiche dei poteri che hanno usurpato la dignità politica dell'Europa in cui crediamo. I sondaggi dicono che circa il 75 per cento della popolazione italiana è contraria alle adozioni per le coppie omosessuali. Ciò è la conferma che il nostro popolo è stanco dei servi e dei maggiordomi sempre pronti a rispondere quando l'Unione europea ordina e, se potesse esprimersi con il proprio voto (come del resto ha già dimostrato con mobilitazioni di piazza che resteranno nella storia), scriverebbe nero su bianco che la famiglia è una e nessuno si deve lontanamente anche solo azzardare a violare il sacro diritto dei bambini di nascere da una mamma e da un papà, visto che gli stessi bambini non sono dei prodotti e non possono essere oggetto di rivendicazione da parte di genitore 1 o di genitore 2.

Alessia PETRAGLIA (gruppo Misto-SEL)

Signora Presidente, da molte settimane con toni più accesi, e da decenni con troppa poca attenzione da parte della politica, si discute nel Paese del disegno di legge sulle unioni civili. Negli ultimi anni il Parlamento ha provato più volte a trattare il tema delle unioni civili, unioni di fatto e convivenze, con la presentazione di diversi progetti di legge che non sono stati mai approvati e spesso neanche discussi. Tutte le volte il Paese si è diviso tra presunti sostenitori della morale cattolica e laici, tra presunti tutori della famiglia più degli altri (ma sopratutto della famiglia degli altri) e in questo modo le proposte di legge si sono arenate. Si tratta di una responsabilità che grava sulle spalle non soltanto dei parlamentari che si sono alternati, ma di tutti coloro che in quegli anni hanno ricoperto alti incarichi politici ed istituzionali anche in giovane età. Si tratta di un rischio naturalmente ben presente anche questa volta: dopo che si sono sfidate le piazze e i numeri, spetta ora al Parlamento, a partire dal Senato, fare il proprio lavoro. Il lavoro è semplice: si tratta di estendere i diritti, così come previsto dalla Costituzione. L'Assemblea Costituente fu molto lungimirante perché, con il combinato disposto degli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione, ha lasciato aperta la strada all'estensione di diritti per tutti in un Paese che, negli anni seguenti, si sarebbe trovato dinanzi a profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali e che avrebbe finalmente consentito di vivere liberamente le relazioni d'amore, scegliere, non vergognarsi e non doversi nascondere. Questa è stata la storia di libertà che abbiamo visto in Italia fin dalle tappe importanti del divorzio e dell'aborto. È questo che intendiamo quando parliamo di libertà di scelta: estendere i diritti per garantire la libertà di scelta ed ampliare la sfera dei diritti per ampliare le garanzie per tutti. Il tema di cui dovremmo parlare non è se si possono riconoscere come famiglie anche quelle realizzate tra persone dello stesso sesso perché, mentre noi discutiamo, nella realtà loro sono già famiglia, così come lo sono tutte le coppie eterosessuali che scelgono di non sposarsi. Il tema di cui vorremmo davvero discutere è quali politiche di welfare a sostegno delle famiglie dovremmo portare avanti, atteso che oggi, come abbiamo denunciato nella discussione sulla legge di stabilità, non ci sono risorse adeguate e azioni a sostegno del welfare familiare. Stiamo parlando del sostegno alla maternità; di poter utilizzare i congedi di maternità e paternità senza che il datore di lavoro faccia notarne l'abuso, di asili nido e scuole dell'infanzia statali per tutti, di garanzia per il diritto allo studio, di tutela della maternità nei luoghi di lavoro, di conciliazione dei tempi, di tempo libero per prendersi cura di adulti a carico; di deduzioni e vantaggi fiscali per le famiglie; di prestazioni di sicurezza sociale per categorie; di sostegno alla genitorialità, di reddito minimo. Si tratta di un elenco che potrebbe essere infinito. Invece preferiamo affrontare un dibattito di retroguardia per niente in linea con l'Europa, proprio con quell'Europa che invochiamo sempre come punto di riferimento per le politiche economiche e di austerity e mai sul piano dei diritti. In Italia, non soltanto sembriamo vivere nel passato, ma abbiamo spostato il dibattito ad anni ed anni indietro. Vorrei ricordare infatti che in discussione non c'è solo il riconoscimento delle famiglie con genitori dello stesso sesso, ma la possibilità, per coloro che lo scelgono, di sposarsi. Questa è infatti la richiesta maggiore che viene posta da tutto il mondo LGTBQ. Non è un caso che la discussione è sempre stata tra matrimonio gay e unioni di fatto o unioni civili per tutti. Non è un caso che ad esempio noi di SEL abbiamo depositato all'inizio della presente legislatura proposte di legge ben distinte. Allora cosa è accaduto? È accaduto che il PD si è assunto la responsabilità di proporre un testo che cancella il matrimonio tra persone dello stesso sesso, introduce le unioni civili e poi le convivenze; una scelta che è stata presentata come frutto di una mediazione e vorremmo capire con chi questa mediazione sia stata fatta. Non certo con la propria maggioranza, perché da quello che vediamo e ascoltiamo non ci sembra sia un testo condiviso da tutta la maggioranza; non certo con le associazioni di riferimento perché le loro richieste sono ben più ampie. Abbiamo una risposta, ed è semplice: la proposta di Renzi nei 100 punti della Leopolda 2012. Questo disegno di legge, che noi di SEL consideriamo un testo al ribasso, il minimo minimo che si possa presentare, è la proposta ufficiale che il PD offre al Paese, perché, come ci ha detto la relatrice poco fa, è stata abbastanza mediata. Così, il testo di legge presentato come il faro dei diritti civili in Italia, altro non è che un compromesso a ribasso per provare a tenere insieme la necessità del Presidente del Consiglio di annoverare tra il suo pacchetto di riforme anche quella dei diritti civili (già ora sentiamo echeggiare i fan: «È l'unico che ci sia riuscito»), la sua visione sui matrimoni e il cattolicesimo ordinante in questo Paese. È la seconda parte della legge infatti, dall'articolo 11 in poi, che disciplina le convivenze, quella di cui nessuno parla mai, a rivelare come invece la lettura che la maggioranza fa dell'articolo 29 della Costituzione sia una garanzia affinché le unioni civili non saranno mai equiparate al matrimonio. Le coppie eterosessuali possono contrarre un contratto di convivenza con atto pubblico da un notaio per disciplinare i rapporti patrimoniali o per la reciproca assistenza; devono effettuarlo in forma scritta e autografa, oppure, in caso di impossibilità di redigerla, alla presenza di un testimone. Siamo dunque di fronte ad un'interpretazione restrittiva dell'articolo 29 della Costituzione, avvalorando l'idea che le famiglie naturali siano solo quelle costituite da coloro che decidono di sposarsi. Noi diamo altra lettura: quando nella Costituzione si parla di famiglia naturale, i Costituenti non pensavano al genere uomo donna, ma alla naturalità con cui amore, affetto, solidarietà reciproca, stima, rispetto, figli costituiscono una famiglia naturale. Questo parlare solo della stepchild adoption, un diritto irrinunciabile per un Paese civile, è un po' come provare ad allontanare l'attenzione dal testo nel suo complesso. Il problema non è capire quali effetti potranno verificarsi sui bambini cresciuti in una famiglia con genitori di uno stesso sesso, perché questi studi esistono già. Forse volete dirci che non avete mai conosciuto alcuno che negli anni abbia vissuto solo con figure di riferimento femminili o solo con figure maschili? Volete negare che per anni intere famiglie naturali abbiano avuto solo una figura di riferimento per la crescita dei figli? Per crescere non contano i generi di riferimento, ma la qualità della cura, dell'amore, dell'attenzione verso i figli. Si pone forse il problema dell'utero in affitto? Questa legge non ne parla nemmeno. Sarebbe stato invece interessante parlare di adozioni, anche per coppie di genitori dello stesso. Anche in questo caso, per la memoria un po' corta di tanti, vorrei ricordare che anche questa maggioranza ha bocciato, non poco tempo fa, un emendamento che provava ad introdurlo. Nemmeno di questo, però, si occupa il testo in esame. L'estensione e il riconoscimento di un diritto riguardano tutto il Parlamento e non una sola parte o la sola maggioranza, che, tra l'altro, ricordo non avrebbe nemmeno i numeri per approvare la legge. Per questo siamo molto preoccupati dai messaggi subliminali che iniziamo a ricevere, per cui il testo, anche se modificato in peggio - penso alla famosa formula dell'affido rafforzato - andrebbe comunque approvato, altrimenti si ferma la strada delle riforme dei diritti civili, così come è accaduto negli ultimi anni. Vogliamo dire, però, che sui diritti civili non si può scherzare, non si può fare campagna elettorale e non si possono fare forzature, utilizzando la propaganda di Stato. Sui diritti civili abbiamo tutti il dovere di guardare lontano. Deve essere chiaro a tutti coloro che stanno seguendo questa discussione, dentro e fuori le Aule parlamentari, che non è vero che questa legge, se approvata, sarà solo il primo passo, cui potranno poi seguire, nei prossimi anni, estensioni o miglioramenti. Dobbiamo essere consapevoli e onesti, dicendo a tutti che è realistico che questa discussione e la sua qualità chiuderanno la partita per molti anni: si tratta, infatti, di una partita che sarà difficile riaprire a breve. Saranno necessari molti altri anni perché si possa arrivare, anche in Italia, ad avere, per le coppie dello stesso sesso, il godimento pieno di diritti importanti, che esse meritano: oggi stiamo scegliendo di non riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso, né le unioni civili per tutti. Per noi di SEL, per entrare nell'Europa laica e dei diritti, dovremmo precisamente fare questo: riconoscere i matrimoni tra due persone di qualunque genere e riconoscere le unioni civili per tutti coloro che scelgono di convivere. Questo è il senso dei nostri emendamenti e proveremo, nel dibattito di questi giorni, ad aprire un confronto laico e utile, perché vorremmo fare anche noi una buona legge.

Della Zuanna (PD)

DALLA ZUANNA (PD). Signora Presidente, dieci anni fa, scrivendo un libro sui grandiosi cambiamenti demografici in Italia e in Europa, mi sono espresso favorevolmente sul matrimonio degli omosessuali, formulando invece forti perplessità sull'opportunità di riconoscere, come istituto giuridico, le coppie di fatto. Affermavo, inoltre, che occorre regolare la valenza pubblica dei diritti e dei doveri delle singole persone che convivono, ancora una volta a prescindere dal loro orientamento sessuale, perché la convivenza è diventata, anche in Italia, un passaggio normale della vita di coppia. Per quanto riguarda le coppie di fatto, mi auguro che la mia opinione di allora possa essere tradotta in legge. Per fare questo, l'attuale testo base, al Titolo II, andrebbe però fortemente modificato, come propongono alcuni emendamenti anche da me sostenuti. Vanno infatti tolti gli automatismi, che configurano un novo istituto giuridico, in modo peraltro assai confuso. Ad esempio, nel testo si parla di stabile convivenza, senza definire cosa sia questa stabilità. Sembra di comprendere che si tratti di una convivenza che inizierebbe, in automatico, nel momento di fissazione della residenza anagrafica comune. Va inoltre meglio precisata la natura individuale di quanto si va a fissare nelle nuove norme, generalizzando gli elementi contrattuali del patto che si va a stabilire tra i due partner. Come ben chiarito dalla Corte costituzionale, a differenza delle coppie omosessuali, le coppie eterosessuali che vogliono stabilizzare e rendere pubblica la loro unione affettiva possono sposarsi, tanto più che questo Parlamento ha reso assai più flessibile il matrimonio, rendendo molto più semplice e rapido il suo scioglimento. Del resto, è sbagliato pensare al matrimonio come a un vecchio arnese ormai in disuso. Alcuni Paesi europei, araldi dei mutamenti coniugali e riproduttivi, stanno vivendo un vero e proprio revival del matrimonio. In Svezia nel 2013 il tasso di nuzialità è stato del 5,3 per mille abitanti, ossia il 20 per cento in più rispetto al 2000 e il 65 per cento in più rispetto all'Italia del 2013. Quanto alle unioni omosessuali, con la sua sentenza del 2010 la Corte costituzionale ha riconosciuto il loro valore costituzionale, ma non le ha equiparate al matrimonio. La Corte riconosce una differenza che non risiede tanto nel volere dei Padri costituenti, che evidentemente non potevano considerare fenomeni sociali che ancora non esistevano nella forma e nell'estensione attuale, ma risiede nel diverso status delle unioni omosessuali, che non possono accedere alla generazione naturale. La Corte, così esprimendosi, ha colto la sensibilità del Paese, come mostrano questi mesi di sondaggi e interlocuzioni dirette con la gente. Gli italiani, specialmente i più giovani, sono in maggioranza aperti al riconoscimento giuridico delle coppie stabili omosessuali. Una larga maggioranza però, giovani, adulti e anziani, esprime invece forti perplessità sul coinvolgimento delle coppie omosessuali nella generazione e nell'educazione dei minori. Del resto, va ricordato che in quasi tutti i Paesi la regolamentazione giuridica delle unioni omosessuali ha proceduto per passi successivi. Nel legiferare su questi delicati temi, la posizione dell'opinione pubblica va tenuta bene in conto, non perché nel fare le leggi dobbiamo farci pilotare dai sondaggi, ma poiché parte di queste leggi saranno con tutta probabilità a forte rischio di referendum; un referendum che, con l'auspicabile approvazione delle riforme costituzionali, potrà essere valido con un quorum molto più basso di quello attuale (oggi ricordo che sarebbe il 35 per cento). Poche settimane fa, in Slovenia, una società secolarizzata, dove più di metà dei bambini nasce fuori del matrimonio, una larga maggioranza referendaria ha abrogato il matrimonio omosessuale, pur mantenendo una legge sulle unioni civili tra persone delle stesso sesso. Quindi a noi spetta il difficile compito di tenere sullo sfondo le nostre convinzioni personali, interpretando la sensibilità del Paese approvando una legge che non contrasti con il pronunciamento della Consulta e contemperando le aspirazioni di tutti i soggetti coinvolti, partendo da quelli più deboli che, come ha ricordato Monica Cirinnà, non hanno voce e possono parlare solo attraverso di noi. Fra questi soggetti deboli, non possiamo dimenticare le donne che accettano di fare da gestanti per altri: è una pratica che viene vista in modo negativo da larghissima parte dell'opinione pubblica e del movimento femminista, che proprio oggi si ritrova al Parlamento francese per condannare questa pratica, oltre che dal Parlamento di Strasburgo. È una pratica permessa peraltro in pochissimi Paesi, dove la donna si trova spesso a essere soggetto passivo, ad esempio dovendo accettare da contratto di abortire se ciò viene deciso dal committente o a non avere alcun rapporto con il bambino frutto della gravidanza. Il combinato disposto tra l'attuale testo base e la possibilità di usufruire all'estero della surroga di maternità determina qualcosa di diverso dall'adozione del figliastro, perché per le coppie di uomini omosessuali l'unico modo per avere un figlio, da loro peraltro percepito come pienamente proprio e condiviso, è usufruire della gravidanza di un'altra donna oppure di due donne, esattamente come accade per una coppia eterosessuale quando la donna non è in grado di avere un bambino. Per questo motivo, un gruppo di trenta senatori ha presentato un emendamento, a mia prima firma, che per i cittadini italiani rende illecita la surroga di maternità anche se compiuta all'estero, sia per le coppie omosessuali sia per quelle eterosessuali, dando tuttavia al giudice la possibilità di registrare in Italia l'atto di nascita del bambino con l'indicazione del genitore biologico, in nome del superiore interesse del minore. Credo che dobbiamo fare una legge buona, con grande attenzione, tenendo come faro la Costituzione e il bene di tutti i soggetti coinvolti, soprattutto di quelli che non hanno voce.

MAZZONI (AL-A)

Signora Presidente, discutendo il disegno di legge sulle unioni civili siamo chiamati a un compito di altissimo significato politico, etico e culturale, perché il testo che uscirà da questo dibattito ridisegnerà - e spero amplierà - i confini della nostra convivenza sociale. Dovremmo essere capaci di farlo al di là delle ideologie, degli steccati storici e delle reciproche delegittimazioni che hanno segnato la vita pubblica italiana, e non solo nel campo dei diritti civili. Partiamo, dunque, da un esame oggettivo della legislazione attuale e dai cambiamenti attuati per via giurisprudenziale. II primo dato di fatto è inequivocabile: l'ordinamento europeo si esprime chiaramente per il riconoscimento delle unioni di fatto, anche omosessuali. Inoltre, la direttiva europea n. 2000/78 impegna gli Stati membri dell'Unione ad adeguare le rispettive legislazioni in funzione della rimozione di ogni disparità di trattamento e del contrasto alle discriminazioni motivate dall'orientamento sessuale. Il rispetto di questa direttiva, cui è stata data una prima attuazione con il decreto legislativo n. 216 del 2003, comporta anche che nella disciplina delle unioni civili non si introducano disparità di trattamento tra le coppie eterosessuali e quelle omosessuali. Ma c'è un altro motivo importante per cui il legislatore ha il dovere di intervenire per evitare che anche su questo terreno, come accaduto ad esempio sulla legge elettorale, ci si trovi poi a dover rincorrere la Corte costituzionale che, con la sentenza n. 138 del 2010, ha sostenuto con un monito solenne al Parlamento che le stabili convivenze formate da coppie di persone omosessuali hanno diritto ad un pieno riconoscimento legislativo di un insieme di diritti e doveri sulla base del valore che l'articolo 2 della Costituzione riconosce alle formazioni sociali in cui si sviluppa la personalità. È stato autorevolmente posto il problema dell'incostituzionalità delle unioni civili per le coppie omosessuali perché il modello tedesco, cui si è originariamente ispirato il disegno di legge Cirinnà, equipara di fatto queste unioni ai diritti e ai doveri del matrimonio. Nel testo Cirinnà alla coppia vengono riconosciuti diritti di assistenza sanitaria, carceraria, unione o separazione dei beni, subentro nel contratto d'affitto, reversibilità della pensione e i doveri previsti per le coppie sposate. L'articolo 3, che è il cuore del provvedimento, è stato modificato rispetto al testo base. Ciò non vuol dire che non saranno estesi i diritti del matrimonio, ma la relatrice ha cercato di venire incontro a chi non voleva si parlasse in modo esplicito di matrimonio. Il richiamo non è più, infatti, all'articolo 29 della Costituzione sui diritti della famiglia fondata sul matrimonio, ma all'articolo 2 che prevede espressamente «la tutela dei diritti inviolabili dell'uomo nelle formazioni sociali». Si tratta di un equilibrismo? Forse, ma redigendo una norma specifica per le unioni tra persone dello stesso sesso si può mantenere la specificità del matrimonio e del carattere di nucleo centrale della società che è riconosciuto dalla Costituzione alla famiglia, specificando invece che le condizioni materiali delle unioni civili determinano l'accesso, appunto, a benefici di ordine fiscale, previdenziale o ereditario. Se le norme puntano alla tutela della stabilità dei rapporti di coppia, senza confonderli con il matrimonio, possono realizzare un miglioramento dell'ordine civile, che è proprio di una legislazione laica. Ma qui si è evidenziato un altro problema, posto, in particolare, dal senatore Caliendo: il Parlamento deve tener conto anche dei cittadini che vivono una condizione di stabile convivenza, connotata da vincoli affettivi e ai quali spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia. In tale situazione si trovano cittadini eterosessuali e omosessuali. Si tratta, cioè, di formazioni sociali che l'articolo 2 della Costituzione riconosce e garantisce. Il testo Cirinnà attribuisce, invece, i diritti e i doveri dei coniugi alle sole coppie omosessuali, così come il testo presentato dall'onorevole Carfagna alla Camera. Non si può però ignorare che c'è un bilanciamento costituzionale nel momento in cui al matrimonio possono accedere solo le coppie eterosessuali. Questo però è un punto da approfondire perché credo che tutto si possa permettere il Parlamento tranne che approvare una normativa aperta a soluzioni creativa da parte della magistratura ordinaria. Torniamo all'articolo 5 sulla stepchild adoption. Le Corti europee hanno da tempo stabilito che, una volta che uno Stato dell'Unione approva una legge sulle unioni civili, ogni disparità di trattamento tra le unioni civili e il matrimonio, in particolare per quanto riguarda le adozioni, costituirebbe una violazione della Convenzione europea sui diritti dell'uomo. A mio parere la domanda da porsi è: se muore il padre o la madre biologica di un figlio all'interno di una coppia omosessuale, il bambino deve restare figlio di nessuno o è meglio che abbia un genitore ancorché non biologico? La risposta non può che andare nella seconda direzione. Del resto, molti tribunali italiani (si veda anche la sentenza del tribunale dei minorenni di Roma del 30 luglio 2014) hanno già riconosciuto l'estensione della responsabilità genitoriale sul figlio del partner. Chi contrasta questa legge ha proposto un'argomentazione di sicuro effetto: approvandola si agevola surrettiziamente il ricorso all'utero in affitto, che in Italia è vietato dal codice penale, così come dalla leggi della stragrande maggioranza degli Stati europei. Su questo punto bisogna essere molto chiari: nessun essere umano può essere trattato come mezzo ma sempre come fine. Di conseguenza, il corpo di nessuna donna può essere ridotto a incubatrice per conto di terzi. Ma il no alla legalizzazione della maternità surrogata non deve implicare automaticamente il rifiuto della proposta di legge Cirinnà. È una forzatura strumentale di chi non vuole nessuna legge sulle unioni civili. Nel nostro ordinamento giuridico, infatti, non esiste alcun presupposto che possa far pensare a una eventuale legalizzazione della maternità surrogata. Ma soprattutto la stepchild adoption si limita a prendere atto di una situazione già esistente - la presenza di una creatura venuta al mondo tramite la fecondazione artificiale o l'utero in affitto - e a regolamentarla, tenendo in considerazione l'interesse preminente del bambino, al quale vengono dati due genitori, anziché uno, garantendogli in tal modo una condizione di maggiore sicurezza. E in ogni caso, anche in quelli più estremi, i diritti del bambino devono godere di un'assoluta priorità e vanno per questo tutelati e promossi senza alcuna limitazione. Ricordo, colleghi senatori, che un tempo i bambini nati fuori dal matrimonio erano definiti bastardi; spero che nessuno pensi a una discriminazione di legge che crei i bastardi del nuovo millennio solo perché nati da una pratica illegale. Per concludere: in questa società che cambia il legislatore deve promuovere tutto ciò che aiuta e rafforza la responsabilità. Il principio che deve sottendere la legge che uscirà dal Parlamento è che ad una maggiore estensione della libertà debba corrispondere anche un maggior grado di responsabilità e che dunque al riconoscimento dei diritti di coppia seguano anche i doveri e, nel caso di scioglimento, le garanzie di tutela al partner più debole. Deve essere una legge in grado di risolvere questioni pratiche che nascono da situazioni di fatto, senza intaccare i principi stabili di vita che sono parte della nostra cultura tradizionale, e che sia basata sull'uguaglianza dei diritti individuali: non è un'impresa facile, ma neppure impossibile.

DI BIAGIO (AP (NCD-UDC))

Signora Presidente, l'avvio in quest'Aula della discussione generale di uno dei provvedimenti più controversi della storia parlamentare recente rappresenta un evento straordinario per due ordini di fattori: in primis, perché ci si trova dinanzi un precedente parlamentare pericoloso di violazione dell'articolo 72 della Costituzione e dunque di bypassaggio totale della autorità delle Commissioni parlamentari e del confronto di cui queste sono garanzia ineludibile; in secondo luogo, perché si sta tentando, con un artificio legislativo, nemmeno tanto ingegnoso, di sfaldare la società naturale, normativamente e costituzionalmente sancita, anteponendovi una sorta dì società pseudoprogressista disegnata a tavolino dal legislatore, tacciando tutto questo addirittura per tutela dei diritti umani, aprendo una voragine nel tessuto già labile della legittimità normativa ed infierendo in maniera quasi scientifica nell'armonia antropologica e delle esigenze naturali a cui lo stesso legislatore dovrebbe inderogabilmente piegarsi. Questi sono i due pilastri intorno ai quali si struttura il provvedimento presentato dalla collega Cirinnà, dai quali si propaga a cascata un ventaglio di anomalie, contraddizioni e dubbi legislativi dinanzi ai quali si deve pretendere da questa Aula lucidità operativa al netto di contaminazioni ideologiche protendenti verso l'uno o l'altro versante. Una delle criticità, dinanzi alle quali sarebbe il caso che il legislatore non solo si passasse una mano sulla coscienza ma si andasse a rispolverare i codici, è la interpretazione à la carte del diritto del minore ad avere una famiglia, che a mio parere rappresenta il punto più basso toccato da questo disegno di legge. Un concetto schiacciato sotto il peso della ragione politica chiaramente adulto-centrica, che ha l'ambizione di identificare le pulsioni pseudogenitoriali per diritti, nel silenzio totale degli ordinamenti e delle convenzioni internazionali. Ma andiamo per gradi. Ritengo sia prioritario, prima di avviare qualsiasi riflessione nel merito di un provvedimento delicato e complesso, soffermarsi sul livello di accanimento e di voluto pressappochismo con cui si è inteso privilegiare il confronto sul tema. Il ripetere mantrico dei sostenitori integralisti del disegno di legge in esame ha innescato un tourbillon di falsa informazione che è approdato ad una sintesi schematica secondo cui il provvedimento altro non sia che - ripeto, parafrasando le varie affermazioni susseguitesi - un atto di civiltà, uno strumento di rispetto verso i minori delle famiglie arcobaleno, un atto doveroso verso quei tanti bambini nati da precedenti relazioni etero di soggetti poi diventati contraenti di un'unione civile, e che nulla c'entra l'utero in affitto. Questo schema mantrico, sapientemente diffuso sui social e pontificato in prima serata da comici, giornalisti, presentatori, eccetera, è un arma che da un lato consente di veicolare dosi centellinate, filtrate e sapientemente presentate alla società civile, che sicuramente ha ben altro da fare che leggersi 23 articoli di una proposta di legge; dall'altro, essa crea un coreografico clima di odio, arroganza e demonizzazione di tutti coloro che, additati come ipocriti e medievali, osano avere punti di vista un po' diversi. In altri contesti, si chiamerebbe lecito e costituzionale confronto democratico. Quando si parla di unioni civili, la parola d'ordine è omofobia. Ecco il secondo mantra che si avvicenda nei dibattiti sul tema e che - ne sono certo - allieterà in più occasioni anche questo nostro dibattito. Nell'informazione generale, gli stessi proponenti si tengono ben alla larga dallo spiegare cosa in realtà la legge prevede e non spiegano che, malgrado una chiara pronuncia della Corte costituzionale, che vieta l'omologazione tra unioni civili e matrimoni, si continui, con un grossolano tentativo di maquillage normativo, ad addossare alla fattispecie unione civile tutte le disposizioni del codice civile che paradossalmente disciplinano il matrimonio. Si estende infatti il regime previsto per i coniugi e per la famiglia a forme di convivenza tra persone dello stesso sesso; un'estensione priva di legittimità per coloro che sono legati da forme di convivenza che, non essendo basate sul dimorfismo sessuale, si differenziano nella sostanza dalla famiglia e non ne condividono quella funzione sociale, costituzionalmente ed antropologicamente sancita, che ne giustifica il regime speciale previsto dall'ordinamento. Questo provvedimento tenta, in maniera anche grossolana, di sostituire la società naturale basata sulla famiglia con la società imposta dal legislatore (una società à la carte, insomma), assimilando le istanze dei conviventi, seppur legittime, con le esigenze della famiglia di cui al regime speciale dell'ordinamento. Il matrimonio è una promessa pubblica, dato il ruolo costituente di questo nella società, e non può essere assimilato alla convivenza tra soggetti che non detengono le potenzialità costituenti di cui al matrimonio. Ma sembra che sia più facile dimenticare questo particolare. Come dicevo, anche se è stato depennato il riferimento diretto all'istituto del matrimonio, in alcuni passaggi la sostanza dei rimandi al codice civile e le parole stesse usate (ad esempio ai commi 1 e 2 dell'articolo 3) ricalcano esattamente la disciplina sul matrimonio. Questo si pone in aperto contrasto con gli articoli 29 e 30 della Costituzione, che hanno istituito un favor familiae, perché hanno riconosciuto nella famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna qualcosa che la differenzia in maniera ineludibile da tutte le altre formazioni sociali. Voglio ricordare ancora una volta che tale principio è stato ribadito proprio dalla sentenza della Corte costituzionale n. 138 del 2010, che ha ricordato chiaramente - cito dalla sentenza - «il rilievo costituzionale attribuito alla famiglia» e la «potenziale finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall'unione omosessuale». Essa ha espressamente riferito che, con riferimento all'articolo 3 della Costituzione, la censurata normativa del codice civile, che per quanto sopra detto contempla esclusivamente il matrimonio tra uomo e donna, non può considerarsi illegittima sul piano costituzionale. Ciò sia perché essa trova fondamento nel citato articolo 29 della Costituzione, sia perché la normativa medesima non dà luogo ad una irragionevole discriminazione, in quanto le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio. E la motivazione stessa di tale differenza, secondo la Corte, risiede proprio nella sia pur potenziale finalità procreativa del matrimonio, che si fonda sul dimorfismo sessuale. Da lì nasce la funzione sociale riconosciuta (e non assegnata) alla famiglia ex articolo 29. Certo, si obietterà che in quella sentenza le conclusioni erano uno sprone al legislatore per attivarsi comunque al fine di rafforzare le tutele per le coppie dello stesso sesso. Ma garantire o rafforzare 1e tutele non implica necessariamente ricopiare la disciplina del matrimonio, cosa che invece in questo testo è stato fatto. Trattiamo di due configurazioni differenti, che hanno anche una differente fonte costituzionale di riferimento (articolo 29 e articolo 2 della Costituzione); l'omologazione è pertanto priva di una giustificazione ragionevole. Tante volte, nelle parole della relatrice e dei sostenitori di questo disegno di legge, abbiamo sentito che non si vuole fare un similmatrimonio. Purtroppo a questo punto è lecito nutrire qualche dubbio. Nelle parole, nelle interviste di altri referenti - presenti e passati - del PD si è sentito dire espressamente che questo disegno di legge è il primo passo, nominalmente differente, per definire il matrimonio per coppie dello stesso sesso. È un fatto puramente di nomi. Il diritto di famiglia non è una tutela dell'amore eterosessuale. Non si parla mai dell'affetto, dell'amore o della sfera sentimentale nel codice. Il favor familiae non nasce per tutelare le stabili relazioni affettive, ma perché si riconosce che l'impegno tra un uomo e una donna, da cui possono nascere nuovi cittadini, rappresenta un bene per lo Stato. L'impegno, non l'amore. È l'impegno che si vuole promuovere per questa sua finalità intrinseca che da prosecuzione alla società, non l'amore, che è invece qualcosa in cui lo Stato non entra e non può entrare, che attiene alla sfera personale degli individui e alle libertà individuali che vanno rispettate e tutelate, ma per gli individui come tali. Allora perché questa legge? È condivisa l'urgenza di legittimare delle tutele per le persone omosessuali nella loro relazione affettiva. Afferisce tutto alle libertà individuali. La disciplina fa acqua? Molto bene (anzi molto male), ripariamo i buchi, aggiustiamo l'ordinamento. Non serve una legge speciale che configuri un nuovo istituto (cosa che di fatto questa legge fa) analogo al matrimonio. Serve garantire l'assistenza sanitaria? Le questioni patrimoniali e di successione? Interveniamo in tal senso dove ci sono le lacune, il che presuppone prendere in mano l'ordinamento e vedere quali sono effettivamente tali lacune. Con un approfondimento del genere si vedrebbe chiaramente che il nostro ordinamento già tutela sotto molti profili le persone stabilmente conviventi. Occorrono semmai pochi aggiustamenti. Allora il problema qual è? La legge non è conosciuta e non viene applicata? Bene, formuliamo un testo unico sulle stabili convivenze richiamando tutto ciò che è già in vigore e inserendo quanto manca. Poi diramiamo circolari a tutte le amministrazioni perché facciano valere il diritto vigente. Il problema è sicuramente meno grande di quanto si voglia far credere e probabilmente, quanto discusso e dibattuto da qualche mese a questa parte, si colloca ben oltre l'urgenza - ripeto legittima - di avere delle tutele. Si colloca nel percorso - meno legittimo - di un diritto, preteso e urlato, di un'omologazione normativa in assenza degli opportuni principi cogenti. Ma, in realtà, dove si vuole arrivare con questo disegno di legge? Si continua a confondere le idee sbandierando un fantomatico diritto alla genitorialità, assolutamente assente sul versante normativo costituzionale ed internazionale. Si mescolano, forse volutamente, diversi livelli di adozioni ex lege, non facendo capire cosa significa esattamente stepchild adoption. Spacciandola come una cosa buona e giusta per far fronte a situazioni straordinarie di fatto createsi a seguito di presunte vicissitudini di vita, come ad esempio precedenti relazioni etero o figli biologici avuti senza compravendita o surroga di individuo. Ma onestà intellettuale pretende che quanto meno il legislatore non dia per scontato l'ovvio e l'oggettivo, bypassandolo e tentando di disciplinare, di contro, quegli artifici scientifici che hanno consentito di tramutare l'ovvio in non ovvio. L'oggettivo, nel caso di specie, va ricercato nella consapevolezza credo comune, condivisa e trasversale che l'omogenitorialità biologica non esiste e non può esistere. Pertanto, legiferare una sanatoria della omogenitorialità surrogata, oltre a essere eticamente abominevole, si identificherebbe come una norma pregiudizievole dei diritti dei cittadini. Questo perché? Perché introducendo la possibilità, per legge, di una omogenitorialità, sebbene attenuata trattandosi di adozioni non legittimante, si agevola quella categoria di potenziali omogenitori che detengono mezzi e risorse per surrogare la propria filiazione, creando una divaricazione in termini di diritti tra chi è in grado di spendere dai 50 ai 150.000 euro per una maternità surrogata in USA o in India e chi invece non detiene questi mezzi. Allora, in punta dì diritto, sarebbe poi tanto fantascientifica una impugnazione della norma da parte di aspiranti omogenitori che, in ragione del principio di non discriminazione, pretendano adeguato sostegno economico da quello stesso Stato che ha sancito un diritto di cui loro non possono godere? Non è un paradosso, è quello che sostanzialmente accadrà sul medio periodo. Inoltre, il legislatore non può esimersi dal legiferare il modus con cui l'ovvio si tramuta in non ovvio. Pertanto la sanatoria dell'utero in affitto (perché l'articolo 5 e l'articolo 3, comma 4, sono sostanzialmente questo) non può sussistere in assenza quanto meno di un richiamo al medesimo utero in affitto. A meno che non vogliamo ammettere una pilatesca gestione di un argomento scomodo, secondo cui è meglio tamponare il problema, magari alimentarlo a dismisura, ma guai a nominarlo. Chiedo dunque ai sostenitori dove rinvengono la modernità e la civiltà in questa disciplina che fa rabbrividire anche il giurista più sprovveduto. Ma vi è un altra ragione per cui l'articolo 5 nello specifico risulta essere paradossalmente irrispettoso delle stesse coppie omosessuali. E per dare spiegare questo scenario basta citare la dichiarazione di AGAPO, l'Associazione genitori e amici di persone omosessuali, secondo cui - cito testualmente: «Attraverso qualunque via si arrivi all'adozione del figlio del partner (...) si tratta comunque di procedimenti in cui, in modo deliberato, si fa sparire uno dei due genitori biologici dalla vita del bambino e si uccide simbolicamente il genitore dell'altro sesso»; poi continua: «la maggior parte delle persone omosessuali non vuole essere strumentalizzata a tali fini. Sanno di essere nati da una madre e da un padre e ne sono contenti». Infine, l'invito ai promotori della stepchild: «Prima di parlare dell'emofobia degli altri, di cominciare a guardare la realtà della condizione omosessuale ed accettarla. È questo il punto di partenza da cui inizia il vero rispetto della persona omosessuale». Credo che non sia il caso di aggiungere null'altro. Pertanto, il legislatore nella foga di esorcizzare una potenziale accusa di omofobia, termine abusato e strumentalizzato, introduce un diritto e ne calpesta altri mille. Un esempio virtuoso di legislazione illuminata, non c'è che dire. Si continua a ripetere che bisogna dare un futuro a questi bambini nati in famiglie arcobaleno. Perfetto, ma nessuno osa dire quanti sono questi bambini. Secondo i dati dell'ultimo censimento, le coppie conviventi dello stesso sesso sono 7.513, di cui 529 con figli in tutto il Paese. Anche qualora si volesse ammettere che nel corso degli ultimi quattro anni si fosse verificato un aumento del 20-30 per cento di questi nuovi nuclei sociali, parliamo di nemmeno 700 unità. Pure ammettendo che ognuno di questi nuclei avesse due figli, parliamo di 1.400 minori. Qualcosa di ben lontano dal configurarsi come emergenza sociale. Credo che su questo punto tutti potranno convenire. Ma quanto sbandierato come tutela del minore a non essere abbandonato in un orfanotrofio - che, vale la pena segnalare agli amici pro stepchild, non esistono dal 2006 - in caso di morte del genitore abbandonato, fino a quanto è vera? Facciamo chiarezza. Quanti dì questi bambini sono figli, frutto di precedenti relazioni? Quindi bambini non frutto dell'ingegneria procreativa? Non è dato sapere, ma è plausibile che si tratti di una minoranza. Parliamo di minori che hanno dunque due genitori biologici. Qualora si dovesse verificare la malaugurata conditio secondo cui uno dei due genitori dovesse venire meno, resta comunque l'altro genitore e credo che su questo punto non vi siano remore. Almeno il buon senso non ne dovrebbe sollevare. E qualora, sempre malauguratamente, dovessero venire meno entrambi i genitori? Ecco che interviene l'articolo 44, comma 1, lettera a), della legge 184 del 1983. Quindi la legge esiste, basta applicarla e non necessariamente modificarla. Non è inevitabile. Pertanto sappiamo bene l'articolo 5 è stato introdotto esclusivamente per i figli di maternità surrogate. Ma perché non dirlo e continuare a fare panegirici senza senso trascinando fattispecie che nulla c'entrano con questa nuova norma? Perché far credere ai cittadini di introdurre una norma giusta e rivoluzionaria? Per favore, chiamiamola per nome. È una sanatoria per legittimare i figli di maternità surrogate. Punto e basta. Ed è qui che si innesca il paradosso legislativo di cui parlavo prima. Ma anche in questo caso, una modifica legislativa non sembra l'unica strada percorribile. Vale la pena segnalare che i casi di tutela dei cosiddetti figliastri all'interno delle coppie di fatto sono sempre stati affrontati, facendo rientrare la fattispecie nei commi dell'articolo 44.

Ginetti (PD)

GINETTI (PD). Signora Presidente, se la società è una rete di relazioni e convivenze che impongono di essere regolate, nelle loro diverse espressioni, superando anche barricate ideologiche e argini di tradizioni rassicuranti, allora il disegno di legge che ci apprestiamo a votare consente di aggiungere un tassello a tale puzzle, ed è indubbio che in nessun altro campo del diritto civile, come in quello del diritto di famiglia, si avvertono forti le dinamiche conflittuali della realtà sociale sottostante. In questo quadro, con il disegno di legge in discussione si propone di dare riconoscimento giuridico ad unioni civili tra persone dello stesso sesso, alla convivenza di fatto, nonché ai contratti di convivenza, ovvero si propone di disciplinare realtà che già agiscono come elementi di relazione umana cui ancora non abbiamo saputo garantire un'adeguata copertura giuridica in termini di diritti e doveri reciproci. Il dibattito sull'introduzione di una disciplina in materia di unioni civili e di coppie di fatto va inserito senza dubbio nel più ampio dibattito sull'evoluzione delle aggregazioni familiari, del ruolo della famiglia tradizionale, della sua composizione e della sua funzione che rimane di certo ancora centrale nel complesso reticolo di relazione sociale. Evoluzione, dunque, dalla concezione della famiglia legittima basata sul matrimonio, quasi autoritaria e gerarchica nel rapporto tra uomo e donna, codificata nel 1942, alla Costituzione repubblicana che ci ha consegnato un concetto di famiglia positivo: famiglia come società naturale basata sull'uguaglianza morale e giuridica tra i coniugi sancita dall'articolo 29, sino a forme a composizione mononucleare e sempre più complesse che hanno accompagnato la riforma del diritto di famiglia nel finire degli anni Settanta. Da qui, il cammino verso il riconoscimento dell'unione stabile tra due soggetti legati dal vincolo di affetto e solidarietà, anche omosessuali. Trasformazioni e nuovi orizzonti che impongono di ripensare le categorie con le quali abbiamo letto l'evoluzione anche più recente dei rapporti affettivi; perché la famiglia, le unioni non sono un fatto solo privato, ma hanno una rilevanza fondamentale pubblica, in quanto sorgenti di diritti e doveri. Un microcosmo esistenziale, che abbiamo provato a collocare tra famiglia ex articolo 29, e nuova formazione sociale, meritevole di ricevere una disciplina e tutela specifica, ma al di là e al di sopra del semplice riconoscimento dei diritti individuali, oltre, dunque, quella formazione sociale ex articolo 2 della Costituzione; un passo importante che il Parlamento si appresta a compiere per colmare un vuoto che pesa. Infatti, l'invisibilità giuridica ed istituzionale non vuol dire inesistenza di fatto, ma precarietà di tutela, che si tratti di adulti o figli. La non normazione non solo è ignavia, come qualcuno ha già scritto, ma è inutile rispetto ai fenomeni sociologici e antropologici esistenti ed ingiusta perché discriminatoria. Al contrario, il riconoscimento giuridico produce sicurezza e stabilità; la stabilità produce fiducia, benessere e coesione sociale, tra nuovi diritti e nuovi doveri. Nella stessa Unione europea il quadro relativo alla disciplina sulle convivenze è alquanto variegato: dalla coabitazione registrata della partnership, al matrimonio paritario anche per le coppie omosessuali come nei Paesi Bassi, in Belgio e in Spagna. L'Unione europea ha assunto una posizione chiara in materia dal 1994 e, poi, con la risoluzione del 2003, sollecitando gli Stati membri al riconoscimento delle coppie di fatto, nonché alla disciplina dei diritti degli omosessuali anche in materia di adozione, sino alla condanna esplicita e alla conseguente sanzione del luglio scorso da parte della Corte europea di Strasburgo in merito alla violazione da parte dell'Italia dell'articolo 8 della Convenzione europea per il mancato riconoscimento delle coppie omosessuali. Quello del Parlamento italiano è stato un percorso articolato, dal primo disegno di legge presentato nel 1986, ai PACS sul modello francese nella XV legislatura. Mentre a livello locale si è tentato di dare un riconoscimento, se non giuridico almeno sociale, alle unioni omosessuali, il Governo Berlusconi impugnava tutti gli statuti delle Regioni favorevoli alle unioni civili. Sono seguite le proposte di DICO e CUS (contratti di unione solidale) nel 2007 e oggi, dopo mesi di lavoro e discussione costruttiva, franca ed aspra in Commissione giustizia, arriviamo al testo coordinato dalla collega Cirinnà, che finalmente tenta di dare risposte politiche e di pari dignità alle unioni omosessuali, a partire proprio dalla comune iscrizione nell'archivio dello stato civile. Il censimento statistico ISTAT del 2011 ha certificato che un milione di concittadini si dichiarano omosessuali, ma - soprattutto - che oltre il 74 per cento della popolazione italiana intervistata non solo non considera l'omosessualità una minaccia morale o sociale per la famiglia tradizionale, ma ritiene che vi sia ancora una forte discriminazione contro cui lottare nei luoghi di studio e di formazione, nella ricerca del lavoro e nei rapporti sociali.

Si aggiunga che quasi quarant'anni di studi su genitori omosessuali e famiglie omogenitoriali attestano come l'orientamento sessuale affettivo di madri e padri non rileva ai fini dello sviluppo psicofisico affettivo dei figli e che la loro crescita è sovrapponibile a quella dei nati in coppie etero quanto a capacità cognitive e relazionali e identità sessuale.

L'esclusione di tali coppie dall'ipotesi di adozione ex articolo 44, lettera b), del figlio del compagno, contestualmente alla legislazione sulle unioni civili o separatamente, rischierebbe di subire una censura da parte delle corti sovranazionali, in quanto illegittima per disparità di trattamento fondata sull'orientamento sessuale. L'istituto della stepchild adoption, ovvero l'adozione del figlio del partner, risale infatti a trent'anni fa e la discussione si sposta pertanto non sulla validità dell'istituto giuridico, ma sul discrimine della coppia etero o omosessuale ai fini dell'estensione della genitorialità. (Applausi dei senatori Albano e Broglia). Stiamo parlando di bambini e figli che esistono e chiedono un diritto alla stabilità di affetto e cura, anche nel caso in cui la coppia debba decidere di non condividere più la convivenza e l'unione. Ciò che andrebbe garantito è, appunto, la continuità di relazione, affetto, solidarietà e cura. È spettato ai giudici minorili - giudici imparziali - adattare dunque al cambiamento il diritto di famiglia, da Catania a Roma, da Bologna a Torino, spostando in tal modo il confine tra etica e diritto. Oggi si verifica quindi quanto accaduto già negli anni Settanta: la magistratura come anticipatrice della formazione delle leggi per fenomeni sociali che rompono schemi tradizionali (dall'affido alle adozioni, ai cognomi da attribuire ai figli). Infatti, se avere figli non è un diritto, lo è però tutelare i figli nati. Si è quindi di fronte a nuovi diritti da scrivere, meritevoli di una disciplina per i quali il legislatore - dunque noi - non può chiamarsi in disparte. Non abbiamo sottovalutato i rischi e i risvolti che ne deriveranno, ma non possiamo confondere il diritto di disporre di sé, del proprio corpo, dei propri sentimenti, con comportamenti che si pongono fuori legge e che dalla legge devono continuare ad essere perseguiti, come peraltro già previsto dall'articolo 12 della legge n. 40 del 2004 per la maternità surrogata. Infatti, battersi per un'uguale considerazione non significa disconoscere le diversità, non significa restringere la sfera di altri diritti, bensì avere la forza di andare oltre la tolleranza di ciò che è altro da sé per inserirlo a pieno titolo in un sistema giuridico di garanzie, in un sistema dove si riconosca il primato delle relazioni, di quelle relazioni umane e affettive che costituiscono il tessuto del vivere insieme, perché il diritto di una donna e un uomo di unirsi in matrimonio non può costituire un limite un divieto per un diritto di altri dello stesso sesso di unirsi in un legame affettivo riconosciuto e perché da sempre è la differenza che spinge l'evoluzione civica e giuridica verso l'ampliamento della sfera di tutela dei diritti. Si tratta di una conquista per tutti e non solo per chi poi quei diritti li eserciterà nel concreto. Con l'approvazione del testo in discussione finalmente noi legislatori daremo tutela ad un nucleo di diritti e doveri di assistenza e solidarietà anche economica, a situazioni di coppie che vivono ancora oggi con un senso di precarietà e quasi clandestinità la loro relazione. Se anche questa battaglia, signora Presidente, onorevoli colleghi, andrà nella direzione di tante altre battaglie per l'ampliamento della tutela dei diritti individuali e sociali, tra nuove ingegnerie familiari e nuove complessità, allora avremo aggiunto un tassello al progresso, una conquista per un Paese che non si volta indietro, ma si assume la responsabilità piena, verso sfide attuali, per ognuno di noi, nei diversi ruoli, cittadini e legislatori. (Applausi dal Gruppo PD).

RIZZOTTI (FI-PdL XVII)

Signora Presidente, onorevoli colleghi, desidero innanzitutto fare chiarezza, in modo che non ci siano equivoci possibili: sono profondamente convinta che sia ora che in Italia vengano regolate le unioni civili. Sono un'onta per il nostro Paese i richiami e le sentenze europee che ci ricordano e ci obbligano a legiferare in questo senso ed è una vergogna che l'Italia sia l'unico dei grandi Paesi d'Europa in cui esistono cittadini di serie A e di serie B.

Negli anni si è provato a legiferare in questa materia e questo era il momento giusto, l'ultimo possibile per fare una legge giusta, che contemperasse esigenze differenti in un testo armonico e rispettoso. Tuttavia, come al solito, anche in questo provvedimento, con l'usuale arroganza frettolosa, il Governo, che preferisce twittare «fatto» piuttosto che rischiare di fare un provvedimento atteso e condiviso dopo un aperto dibattito, non prende in considerazione neanche l'opinione pubblica portata al riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, ma non ancora pronta (e soprattutto non in un modo così maldestro) all'adozione di figli da parte di coppie omosessuali o alla pratica dell'utero in affitto. Vorrei ricordare in proposito che in Italia la pratica dell'utero in affitto è sì proibita dalla legge n. 40 del 2004, ma è legalmente concessa in alcuni Paesi del mondo. Proprio in questi giorni una delle più conosciute femministe francesi, moglie dell'ex primo ministro Jospin, una donna di sinistra, come ama lei stessa definirsi, sta organizzando una grandissima manifestazione a Parigi perché nel mondo venga bandita la pratica dell'utero in affitto. Le donne sono sfruttate e lo sappiamo, ma è lo Stato che le deve proteggere da tale sfruttamento impedendo questa pratica in tutto il mondo. Come dicevo, era il momento giusto per approvare un provvedimento condiviso, ma purtroppo questa occasione è stata persa perché il disegno di legge in esame è sbagliato, scritto male, sbilanciato; tutto ciò al di là della sua chiara incostituzionalità, come oggi e nei giorni scorsi è stato più volte richiamato in quest'Aula laddove si è fatto riferimento all'articolo 72 della Costituzione, perché quest'ultimo testo non è stato discusso in Commissione. C'è una questione di fondo, che inficia ogni possibile buona intenzione del presentatore: la volontà, francamente incomprensibile, di equiparazione pressoché totale delle unioni omosessuali con l'istituto matrimoniale. Tale volontà era esplicita nel testo iniziale, che riportava continui rimandi al matrimonio, e che non è certo stata modificata dalla semplice soppressione di alcuni di questi rimandi nel nuovo testo oggi all'esame dell'Assemblea. I nomi possono anche cambiare, ma la sostanza rimane la stessa. I principali diritti e doveri che vengono previsti hanno la stessa forza e la stessa modalità dei diritti e dei doveri matrimoniali: così è per l'acquisto della cittadinanza del coniuge straniero e per la reversibilità delle pensioni. Ricordo che non sono ancora chiari i numeri e i costi sociali che il provvedimento può comportare, in questi termini. Vorrei anche ricordare che ci sono milioni di italiani che vivono con una pensione sociale inferiore ai 400 euro al mese e non mi sembra ci siano provvedimenti del Governo finalizzati ad aumentarla in tempi brevi, per la sopravvivenza di queste persone anziane, che hanno lavorato tutta la vita. Si è scelta questa completa sovrapposizione tra i due istituti, quello del matrimonio e quello delle unioni civili, malgrado l'Unione europea abbia chiarito in più di un'occasione che nessun articolo della Convenzione imponga agli Stati membri l'obbligo di aprire al matrimonio delle coppie omosessuali. C'è però una cosa ancora più grave. La sentenza n. 138 del 2010 della Corte costituzionale dichiara, al di là di ogni possibile interpretazione, che l'istituto matrimoniale è di pertinenza esclusiva di coppie formate da un uomo e una donna. Permettetemi di citarla: «(...) è inevitabile concludere che essi» ovvero i Costituenti «tennero presente la nozione di matrimonio definita dal codice civile (...) che stabilisce che i coniugi devono essere persone di sesso diverso». In tale sentenza si dice, ancora che questo precetto costituzionale non può essere superato perché non si tratterebbe di una semplice rilettura bensì di procedere ad un'interpretazione creativa, molto creativa. Infine si afferma: «si deve ribadire, dunque, che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali, bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto». In altre parole, quindi, risulta evidente che l'impianto stesso di questo disegno di legge, equiparando sostanzialmente le unioni omosessuali al matrimonio, è anticostituzionale. C'è poi un'altra questione, su cui si è molto dibattuto in questi giorni: quella dell'adozione del figliastro, la stepchild adoption. Proprio perché al riguardo il dibattito è in corso ormai da settimane, segno che si tratta di un argomento delicato e denso di incognite, mi limiterò ad un paio di considerazioni. La prima è che non esiste un diritto assoluto alla genitorialità, anche se sappiamo che questo è il mondo dei diritti e mai e poi mai si ricorda invece che, ad ogni diritto corrisponde un dovere, altrimenti si ha una violenza del diritto stesso. In altre parole, non esiste il diritto di diventare padre o madre a qualsiasi costo, ma, al contrario, esistono e devono essere rispettati i diritti dei bambini. Non è pensabile che, per soddisfare la voglia di essere padre o madre, si debbano mettere in secondo piano i diritti dei figli. La seconda considerazione è che, evidentemente, questo argomento sta aprendo confronti, anche aspri, non solo tra i partiti e all'interno dei partiti stessi, ma anche all'interno della società civile. Il forte sospetto è che esso sia stato affrontato in maniera superficiale, di fretta, senza nessun approfondimento. E quindi mi chiedo, onorevole relatrice, perché non stralciare almeno la parte relativa alle adozioni per seguirla e approfondirla in un disegno di legge specifico, del quale questo Paese ha profondamente bisogno? È davvero indispensabile affrontare qui e adesso questo argomento, riducendolo ad uno scontro ideologico? Voglio concludere con un altro aspetto che lascia molto perplessi. Se ne sente parlare pochissimo, ma il disegno di legge della senatrice Cirinnà non parla solo di unioni omosessuali, perché c'è anche una seconda parte, dedicata alle convivenze eterosessuali, ed è una disciplina - lasciatemelo dire - assolutamente sconfortante: il livello dei diritti riconosciuti alle coppie eterosessuali conviventi è infimo. Noi siamo per i diritti civili per le coppie di fatto, omo o eterosessuali perché tutti gli individui sono uguali. Perché questa scelta? Perché questo assurdo sbilanciamento tra diritti equivalenti al matrimonio per le coppie omosessuali e pressoché vicini allo zero per le coppie eterosessuali? Questa scelta porta con sé due conseguenze possibili. Si tratta di capire se arriverà prima la Corte costituzionale o la Corte europea dei diritti dell'uomo. Perché se arriverà prima la Corte costituzionale, non potrà che rilevare una profonda discriminazione; se invece arriverà prima la Corte europea dei diritti dell'uomo, la conseguenza sarà ancora più nefasta. Concludo ribadendo il mio rammarico per l'ennesima occasione persa.

FASIOLO (PD).

Signora Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento sulle unioni civili in dirittura di arrivo è un atto dovuto al cui compimento siamo stati richiamati dalla Corte di Strasburgo, e giunge in grave ritardo in una realtà sociale in profonda trasformazione. Non sarebbero tollerabili rinvii o affossamenti di un provvedimento atteso da troppo tempo e di cui il Paese ha bisogno per compiere un passo di civiltà. Dobbiamo però prevedere misure di accompagnamento al processo di cambiamento, e una riflessione fra giovani e meno giovani per favorire questa importante fase evolutiva della democrazia del Paese. Le misure di accompagnamento necessarie mi hanno indotto a presentare alcuni ordini del giorno sulla formazione. Il Paese reale viene prima del Paese legale; i costumi e le abitudini anticipano le regole, ma l'eccessiva abbuffata mediatica e il caricamento dei toni all'interno del dibattito sulla stepchild adoption non hanno però giovato allo sviluppo di una discussione che doveva essere più serena e soprattutto più obiettiva. Invece di innalzare muri, andava innalzato il livello del dialogo, legittimando il dubbio su alcune criticità. Non ho condiviso le piazze urlanti per i pro né quelle per i contro: avrei preferito una piazza del dialogo. Devo rendere atto che all'interno del Gruppo del Partito Democratico la discussione è stata pacata e caratterizzata da uno spirito aperto e democratico, come è nel nostro stile. All'esterno si è ecceduto con qualche bolla mediatica di troppo sul pensiero critico, con qualche etichetta demagogica appiccicata da qualche media a posizioni della cosiddetta minoranza, bollata come cattodem, come se si trattasse di una guerra di religione. Le osservazioni sono venute - voglio sottolinearlo - dal mondo cattolico, da quello laico, da quello femminista, da tanti mondi, da chi si è posto legittimi interrogativi, e non sulle unioni civili (scontate), ma sulla stepchild adoption, sulla base del delicato tema della costruzioni dell'identità adolescenziale, su quello della maternità surrogata o gestazione per altri, ponendosi il legittimo interrogativo sull'impegno della donna a rinunciare al neonato e a consegnarlo al committente senza rivendicarne la maternità. Aspetti che andavano ascoltati con rispetto e impropriamente etichettati. Nel nostro Paese il ricorso alla maternità surrogata - come è stato ricordato da vari colleghi prima di me - è vietato e la sua pratica è punita severamente. La condanna della maternità surrogata costituisce una regola fondamentale nel nostro sistema giuridico a garanzia, nella specifico, della dignità umana e, quindi, perché richiamarla nel dibattito se vietata dall'ordinamento? Al «che c'entra la surrogacy con la stepchild adoption» rispondo che può c'entrare in quanto praticabile all'estero. Se vietata in Francia, in Germania e in Italia, è ammessa con diverse modalità nel Regno Unito, in Grecia, Ucraina, Russia, in India, in alcuni Stati degli Usa, in Belgio, Irlanda, Paese Bassi e Canada. Grazie all'emendamento che abbiamo presentato si è solo cercato di rendere più rigorosi i controlli; dare maggior attenzione e disincentivare i cittadini italiani, anche se potevano pensare di realizzare all'estero il progetto di un figlio. Non possiamo permetterci di ignorare che la maternità per conto terzi viola i diritti altrui e nel testo degli emendamenti ci sono forti misure disincentivanti e di controllo. Non si possono eludere fondamenti della psicologia; rimuovere conoscenze scientifiche, bypassare la delicatezza dei percorsi di gestazione profondi, di una madre naturale. Né si può ignorare che il cosiddetto dialogo incrociato (cross talking) avviene nel rapporto materno-fetale. Non si può neanche ignorare che alla nascita il bambino, quantunque donato, porta in sé un patrimonio emozionale e sensoriale, appreso dalla madre, che risente delle sue emozioni, del suo stato d'animo, e del suo benessere. Perché non è lecito che anche la politica si interroghi su tutto ciò? La legge deve tutelare tutti, in primis i diritti negati di chi non parla, della donna e dei bambini. Ebbene, anche la nuova teoria del dono e della surrogazione altruistica è un teorema e, in realtà, un sofisma, un ragionamento capzioso, dietro il quale si nascondano il più delle volte, non sempre, realtà di donne emarginate. Ciò avviene in Paesi depressi, ma anche nei Paesi dell'opulenza. È giusto quindi raccogliere questi grandi temi? Sì, è giusto il pensiero plurale, non quello singolare. Vi è un principio di cautela e di attenzione alla centralità del bambino e dell'adolescente, alla costruzione del processo identitario, ad una maggior tutela della donna alla base delle nostre proposte. Ecco perché proponiamo il concetto dell'affido rafforzato. Per questo gli emendamenti sono misure di garanzia, di cautela e di attenzione a diritti che vanno contemperati bene. Esprimo massimo sostegno alla Sylviane Agacinski, filosofa francese che ha aderito fin da subito alla «Carta di Parigi». Si è fatta promotrice con altre associazioni delle assise di Parigi, con il supporto della vice presidente dell'Assemblea nazionale francese, Laurence Dumont. Proprio oggi, guarda caso, questa assise denuncia l'utilizzo degli esseri umani, il cui valore intrinseco è cancellato a favore del valore di uso e del valore di scambio. Quindi, questo utero in affitto non lo vogliamo e spero non lo voglia nessuno trasversalmente. Bene, quindi, alla firma della Carta per l'abolizione universale della maternità surrogata. Anche se migliorabile, esprimo assoluto sostegno al testo sulle unioni civili, un passo di civiltà che non può comunque attendere.

Pezzopane (PD)

Signora Presidente, io voterò convintamente il testo di legge che ci è stato proposto e su cui c'è stato un grandissimo lavoro da parte della senatrice Monica Cirinnà e di tanti altri, che ringrazio. Anche io l'ho sottoscritto. Durante il dibattito che si è tenuto in Commissione giustizia, a cui ho avuto la possibilità - grande, per me - di partecipare in sostituzione di alcuni colleghi, ho ascoltato e seguito una difficile discussione, che poi è proseguita. Anche io ho avuto i miei dubbi e le mie difficoltà, ma li ho superati perché questo testo è il giusto equilibrio per questo Parlamento. Cerchiamo, quindi, nel dibattito e poi nel voto, di fare in modo che il Paese percepisca che questi luoghi si fanno permeare dai bisogni. Desmond Tutu, arcivescovo sudafricano, dice che l'omofobia è una forma di apartheid. Come è possibile lottare contro il razzismo e non contro l'omofobia? Esatto: come è possibile fare una cosa senza fare anche l'altra? E come combattiamo davvero l'omofobia, le disuguaglianze, le discriminazioni, se non ci preoccupiamo di alzare la soglia dei diritti? E di farlo con gioia, con entusiasmo, non come se stessimo votando l'entrata in guerra di un Paese. Come facciamo ad affermare questi diritti se non consideriamo le straordinarie modifiche intervenute nelle relazioni sociali, i cambiamenti nelle dinamiche delle relazioni, anche nel rapporto uomo‑donna, uomo‑uomo, donna‑donna, e nel rapporto tra l'adulto e il bambino, tra gli adulti e i bambini? Tutto è cambiato, molto è cambiato e non possiamo rimanere fermi a schemi obsoleti. Siamo stati redarguiti dall'Unione europea; veniamo superati costantemente da sentenze e dalle scelte di numerosi magistrati. Qualche collega ha detto che questo è un tema divisivo. Da quando sto qui, in questa legislatura, raramente ho visto un tema non divisivo. Ci siamo divisi su tutto o quasi; forse su questo potremmo dividerci il meno possibile, perché il testo in discussione è già molto equilibrato, molto mediato. Questi luoghi, queste sale, questi spazi, nel 1970, quando c'erano la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, scelsero di approvare la legge sul divorzio. Sempre in questa sede, sempre qui, tra questi banchi, qualche anno dopo, nel 1978 dei parlamentari come noi, scelsero - addirittura - nel 1978 di approvare la legge per l'interruzione volontaria di gravidanza. C'erano la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista e altri partiti. Concludo. Poi ci sono stati i referendum, nel 1974 e nel 1981, che hanno confermato che quei parlamentari avevano fatto un buon lavoro. Ora io, che pure ho avuto dei dubbi su alcune questioni, in particolare sulla vicenda dell'utero in affitto, credo che questo disegno di legge - e invoco anche l'attenzione di quei parlamentari che, come me, hanno avuto quei dubbi - sia adeguatamente equilibrata e ci consenta di fare un passo avanti sui diritti senza sconvolgere la vita di nessuno, di mettere al centro i diritti anche di quei bambini e di quei ragazzi e di uniformare il nostro ai Paesi vicini dell'Europa. Il Partito Democratico ha una grande responsabilità e sono certa, con serenità e con entusiasmo, che ce la sapremo giocare fino in fondo, dando al nostro Paese una legge giusta per le unioni civili.

CANDIANI (LN-Aut)

Signora Presidente, ripartirei da quanto appena ascoltato dalla senatrice Pezzopane. Con questo mantra che ce lo chiede l'Europa - l'abbiamo capito su molti altri aspetti e non capisco come si possa non coglierlo in questa circostanza - in primo luogo non diamo nessun valore aggiunto alla discussione, perché, se abbiamo bisogno di lezioni dagli altri, soprattutto dall'Europa, ahinoi! In secondo luogo, se si sta parlando di diritti e, in questo caso, di aspetti che sono molto intrecciati con la nostra consuetudine e con il nostro modo di vivere, siamo maturi abbastanza per poter dire se una cosa la vogliamo noi, perché serve a noi, evitando con questo di dire che lo dobbiamo fare perché ce lo dicono gli altri, perché ce lo dice l'Europa. Abbiamo visto, quando si è trattato di banche, cosa è significato giustificarsi dicendo che ce lo dice l'Europa; ed abbiamo visto, quando abbiamo toccato la Costituzione con la scusa che ce lo dice l'Europa, quali guasti sono stati introdotti. Ci sono questioni di incostituzionalità e, visto che ne stavamo parlando, signora Presidente, non sarà certo la votazione di inizio seduta a togliere quell'incostituzionalità che è insita nel disegno di legge. È stata una votazione che, nella sua legittimità, il Senato ha affrontato ritenendo che le motivazioni addotte da chi ha sollevato questioni di incostituzionalità non fossero fondate. Respingendole si è iniziato il dibattito e si arriverà all'esame degli emendamenti. Anticipo subito che il Gruppo Lega Nord non ha ritirato un solo emendamento. Ci sono curiose agenzie di stampa che parlano di "trenini" con gli emendamenti che sono andati avanti e indietro dagli uffici e che sono stati ritirati. No, signora Presidente, non abbiamo ritirato alcun emendamento; e aspettiamo di capire quale sarà la volontà della maggioranza di confronto sul merito, su quel ristretto gruppo di emendamenti che caratterizzano invece la nostra proposta di modifica della legge. Non ci interessa, come non ci interessava per la modifica costituzionale, fare ostruzionismo fine a se stesso, dimostrando che siamo in grado di produrre migliaia di emendamenti per rallentare un iter parlamentare che comunque in ogni caso arriverà alla sua conclusione, perché la maggioranza, nella propria legittimità costituzionale, ha i numeri per poter votare. Ci interessa invece parlare del contenuto. Sappiamo che ci sono tecniche che ormai sono state anche abusate; si chiama canguro e forse fra poco si chiamerà alligatore o avrà qualche altro nomignolo molto curioso. Insomma, ci sono tecniche per far fuori, in pochissime votazioni, tutti gli emendamenti. A fronte di questo, noi diciamo che vogliamo dialogare, vogliamo conoscere, vogliamo capire, vogliamo che la gente stessa, tutta la gente che si è trovata in piazza domenica e prima di domenica, possa avere vera cognizione di causa di quello di cui stiamo dibattendo. Quindi niente canguri. Se ci sarà questa dimostrazione di apertura dal parte della maggioranza, non ci sarà da parte nostra ostruzionismo con migliaia di emendamenti, ma ci saranno certamente qualche centinaio di sane proposte, che vanno a raddrizzare una legge che noi riteniamo potesse essere facilmente approvata, ma che purtroppo evidentemente, per la solita volontà un po' muscolare e spregiudicata del Premier, è stata messa in campo nei modi che conosciamo. Non ho dubbi nel credere, collega Arrigoni, che ciò sia stato fatto per deviare l'attenzione dei cittadini dalla drammatica situazione economica che sta vivendo il Paese. Signora Presidente, se dieci anni fa si faceva fatica a parlare, in queste stesse Aule, di qualcosa che si chiamava DICO o di altre modalità con cui si intendeva regolamentare le coppie di fatto, oggi le stesse verifiche statistiche e gli stessi sondaggi nel Paese ci dicono che su questi temi il dibattito si è spinto in là e ci possono essere delle ampie condivisioni. Chi non è d'accordo a dare un quadro normativo e giuridico alla convivenza di persone dell'uno e dell'altro sesso? Si tratta di emanare alcune norme giuridiche, di inquadrare alcune situazioni, cosa nettamente differente, dal nostro punto di vista, dalla famiglia che ha consentito a ciascuno di noi di venire al mondo. Infatti, piaccia o non piaccia (e faccio fatica a immaginare come si possa dispiacersene), ciascuno di noi è venuto al mondo perché un uomo e una donna hanno procreato. Fuori da questa regola ci possono essere delle eccezioni, che possono essere riconosciute - bisogna che la legge riconosca i diritti -, ma è cosa diversa dallo spingersi ad inserire, ad innestare temi come la genitorialità in una coppia che non è fatta da persone di sesso differente, è ben altra cosa. Aggiungo un paradosso, Presidente: gli stessi proponenti della normativa al nostro esame, coloro che affrontano con molta leggerezza questi temi, poi impiegano ore e ore di dibattito per spiegarci che gli OGM sono da combattere e da tenere lontani come fossero peste perché sono un'alterazione rispetto ad un percorso naturale e biologico che deve essere rispettato. Già: se si parla di carote, di lattuga, di ortaggi, gli OGM non vanno considerati; se si parla invece di figli si può considerare anche il chimico che in laboratorio costruisce quello che la natura non rende possibile. Questi sono paradossi, sono paradossi reali e vengono dagli stessi soggetti che su questa legge tengono lezioni sui diritti. Senatrice, io rispetto la sua opinione. Lei impari a rispettare anche quella degli altri: fa parte del dibattito democratico. E allora io dico: entriamo nel merito. Perché vi state ostinando ad inserire in questo progetto di legge il rapporto tra la coppia di fatto e dei figli che naturalmente questa coppia non potrebbe avere? E non parliamo dell'adozione del figlio di un partner avuto da una coppia naturale. Parliamo di altri aspetti. Mi si dirà che la legge impedisce la fecondazione assistita e l'utero in affitto. Ricordo un'affermazione molto, molto semplice ma efficace: il male ha sempre un seme banale. Si parte sempre da una banalità, anche nel consumo degli stupefacenti (ma cosa vuoi che sia? Proviamo), magari anche nell'abuso di alcool (ma cosa vuoi che sia? Proviamo), o nel gioco d'azzardo (cosa vuoi che sia? Un diversivo, una volta ogni tanto), dopo di che si resta prigionieri di un gorgo e non se ne esce più. Aprire una porta che renderà possibile, gradino dopo gradino, arrivare all'utero in affitto o ad altre modalità innaturali di concezione credo sia quanto di più lontano rispetto all'esigenza di dare alle coppie di fatto una veste giuridica, ma credo sia anche quanto di più lontano ciascun essere vivente che abbia coscienza del proprio essere possa concepire. E allora parliamo di merito e, come dicevo, lo vogliamo fare togliendo da questo disegno di legge qualsiasi riferimento alla famiglia naturale che deve essere cosa differente dal riconoscimento giuridico delle coppie di fatto; e lo vogliamo fare togliendo da questa legge qualsiasi riferimento alla possibilità che possano esistere coppie con un figlio che non è nato da nessuno dei due genitori e non è stato adottato ma è stato "costruito", mettiamola così, a tavolino. C'è un fatto, Presidente, che caratterizzerà sicuramente le votazioni, e lo dico ai colleghi del Nuovo Centrodestra: vi state sperticando con le richieste di voto segreto. Dovreste avere almeno il pudore di ricordarvi che quando, in questa sede, si modificò la Costituzione eravate tra coloro che si vergognavano, o meglio che stigmatizzavano coloro che chiedevano il voto segreto perché, come dicevate, non avevano il coraggio di esprimere la propria opinione e in quel caso si trattava della Carta costituzionale. Voi oggi arrivate invece a cercare anche le nostre firme per poter avere un voto segreto che vi permetta di mettere un velo alla vergogna che vi ricopre per aver mercanteggiato prima posti da Ministro e da Sottosegretario e tutto quanto c'è di corollario, garantendovi un reddito politico e dicendo adesso che voi non sosterrete questo testo. Vergognatevi! Almeno, collega Arrigoni, Giuda si fece pagare dopo aver tradito. Questi hanno incassato ancora prima del tradimento e vogliono anche passare per quelli duri e puri, che terranno botta fino all'ultimo. Vergognatevi veramente, perché non avete neanche il senso del pudore! Vi siete venduti per qualche Ministro e adesso venite, o verrete, qui dentro a dire che difenderete la famiglia e la nostra tradizione. Signora Presidente, io rispetto l'Aula. Infatti, come sto dicendo, non ho alcun problema e, laddove ci sarà voto palese, alzerò la mano e voterò palesemente, sostenendo ciò che credo. Ma allo stesso modo ritengo che i colleghi che all'epoca censurarono le richieste di voto segreto per la riforma della Costituzione, dovrebbero almeno astenersi oggi dal fare le medesime richieste. Tanto più che all'epoca ci fu una battaglia serena, limpida, chiara, su principi netti. Qui, invece, c'è stato un mercanteggiamento che viene oggi nascosto e messo con pudore sotto il tavolo, proprio come se se fosse quella vergogna che in effetti è. Signora Presidente, ci dicono che siamo indietro, che non ci siamo adeguati al progresso dei tempi. Io non so quale sia il progresso. Sicuramente Darwin ha ragione: in ogni caso si va avanti. Anche quando ci sembra di balzare indietro, andiamo avanti. Certamente, la natura non fa salti. Certamente, se ci allontaniamo senza rendercene conto da quella caratteristica di base che ci rende esseri umani, andando a creare artifici, non facciamo una buona cosa e prima o poi ne pagheremo il prezzo. Non voglio fare riferimenti biblici e non voglio rifarmi a versetti, ma dico che noi abbiamo il dovere di dare ai cittadini delle leggi giuste. Abbiamo il dovere di tutelare i cittadini rispetto a delle leggi ingiuste. Esiste nella nostra Costituzione il riconoscimento di una famiglia. Ancora prima della Costituzione, esiste un diritto naturale. Da quel diritto naturale non possiamo discostarci. Qualsiasi scelta che vada contro quel diritto naturale, sarà prima o poi pagata. E chi ne pagherà il prezzo saranno le future generazioni. Stiamo costruendo un Paese che non può rinunciare alle proprie solide radici e fondamenta, dando diritti a chi ha deciso di convivere, ma non dimenticando che, se oggi noi siamo persone vive ed esistenti, lo dobbiamo al fatto che alle spalle abbiamo avuto una famiglia. E la famiglia naturale non può in alcun modo essere scambiata con la convivenza delle coppie di fatto.

ICHINO (PD)

Signora Presidente, in questi giorni abbiamo sentito più volte in quest'Aula, anche pochi minuti fa nell'intervento del senatore Candiani, oltre che in alcune interviste televisive e sulla carta stampata, giustificare una intransigenza assoluta, insuperabile, in un senso favorevole o contrario a singole soluzioni normative relative alla materia al nostro esame, con l'appello a "principi non negoziabili". È questo un concetto che mi sembra usato del tutto a sproposito. Un grande maestro di diritto, giudice della Corte costituzionale e persona profondamente credente, Luigi Mengoni, insegnava che la differenza tra principi e regole sta in questo: mentre la regola prescrive un comportamento specifico preciso («non si passa col rosso»; oppure «il salario minimo è di sei euro»), il principio invece indica un valore che deve essere perseguito (la tutela della vita, della libertà, dell'uguaglianza, della giustizia). Dunque, mentre la regola ha un contenuto prescrittivo preciso, predeterminato, il principio non ci dice mai esattamente come ci si deve comportare in ciascuna situazione; al contrario, lascia aperte sempre diverse scelte pratiche attraverso le quali il valore può essere perseguito, anche perché - proprio qui sta il punto cruciale della questione - accade quasi sempre che nel caso concreto i principi da applicare non siano uno solo bensì due o più di due. Si pensi, per esempio, alla necessità di conciliare il principio di tutela della vita umana con quello della libertà di circolazione: anche quella stradale, la quale è notoriamente pericolosa per la sicurezza delle persone; oppure il principio della libertà e segretezza delle comunicazioni con quello della punizione dei crimini. Quand'è così, cioè quando si tratta di conciliare tra loro due o più valori, si impone un bilanciamento tra di essi. Il compito della politica è proprio questo: applicare al tempo stesso diversi principi costituzionali e morali, trovando di volta in volta il bilanciamento migliore possibile tra i valori che quei principi ci impongono di perseguire. In altre parole, se i principi fossero regole, la politica non servirebbe; essi ci direbbero compiutamente cosa occorre fare in ciascun caso. Ma, appunto, i principi non sono regole. Ci sarà sempre chi sottolinea maggiormente l'importanza di uno e chi l'importanza di un altro: il bilanciamento tra i due comporterà sempre in qualche misura una negoziazione. Le possibili conciliazioni tra i valori in gioco, cioè le ipotesi ragionevolmente praticabili di bilanciamento tra di essi sono sempre più di una, ma ciascuna di esse implica che nessuna delle parti politiche attribuisca valore assoluto ad uno dei due principi dichiarandolo "non negoziabile", perché, così facendo, si azzera l'altro; dunque, non si fa un buon servizio né alla Costituzione né all'etica. «La discussione pubblica - scrive lo studioso di scienza della politica Maurizio Ferrera in un suo intervento dei giorni scorsi su questo tema - deve avere luogo in una cornice di laicità, tolleranza, rispetto reciproco e disponibilità al bilanciamento fra valori ultimi». Ecco: non sarei tra i firmatari di questo disegno di legge se non ne condividessi l'ispirazione di fondo, che consiste proprio in questo: in un ragionevole bilanciamento tra i principi giuridici ed etici in gioco sulla questione che ci occupa. Osservo però subito che, per quanto riguarda il riconoscimento delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, quel bilanciamento non è neppure necessario, perché non riesco neanche a vedere come il riconoscimento dell'aspirazione di due persone dello stesso sesso a un rapporto affettivo stabile possa anche solo indirettamente attentare all'istituto familiare tradizionale. Un bilanciamento tra principi è invece necessario in riferimento alla disciplina del possibile rapporto genitoriale tra il figlio di uno dei partner e l'altro partner. Non vi è dubbio che la questione vada risolta privilegiando l'interesse del minore; ma altrettanto indubbio è che la realtà ci pone davanti a una infinita varietà di casi, tale per cui, anche quando si assuma l'interesse del minore come bussola principale, non sì da alcuna soluzione normativa che non presenti dei vantaggi in una parte dei casi e degli svantaggi in altri. La complessità del fenomeno, dovuta, appunto, all'infinita varietà della qualità degli adulti coinvolti, riguarda - sia ben chiaro - le coppie omosessuali tanto quanto quelle eterosessuali; le coppie dannose o inadatte all'affidamento dei minori ci sono sia tra le prime sia tra le seconde. La realtà quotidiana ci mostra, per converso, una grande quantità di casi di minori allevati a volte in modo straordinariamente positivo, a volte con carenze affettive anche gravi, da un genitore solo, uomo o donna, da sole donne non madri, e anche - è statisticamente un caso meno frequente - da soli uomini non padri. Sono convinto che soltanto il metodo sperimentale consentirebbe di compiere - in questo, come in moltissimi altri campi - la scelta migliore in tema di affidamento o adozione del figlio di un partner da parte dell'altro, massimizzando i vantaggi e minimizzando gli svantaggi. Tuttavia, in attesa di una sintesi attendibile delle ricerche scientifiche su questo punto, la mia preferenza va alla soluzione basata sul principio di cautela, quindi quella sull'affido rafforzato biennale o fino alla maggiore età del figlio biologico di uno dei partner; purché - beninteso - si tratti di soluzione riferita alle coppie sia omosessuali, sia eterosessuali. Il principio di cautela va infatti applicato allo stesso modo in entrambi i casi. Se nessuna di queste soluzioni si rivelerà politicamente praticabile, l'attuale formulazione dell'articolo 5 del disegno di legge, che prevede anche per le coppie omosessuali l'adozione del figlio di un partner da parte dell'altro senza periodo precedente di affidamento rafforzato, mi sembra accettabile come second best. Con l'auspicio che la questione venga riesaminata - ripeto: per le coppie di entrambi i tipi - nel contesto della riforma organica dell'intera materia dell'adozione e dell'affido familiare, di cui il Parlamento dovrà occuparsi nei prossimi mesi.

 Seduta antemeridiana del 3 febbraio 2016

ARACRI (FI-PdL XVII)

Signor Presidente, io credo che gli interventi che mi hanno preceduto, al netto della precisazione che peraltro lei ha fatto molto prima di intervenire in quest'Aula, stiano a testimoniare il clima in cui si svolge questo dibattito. Sicuramente quella è stata una battuta infelice, ma noi che siamo schierati su una frontiera diversa veniamo costantemente offesi e dileggiati: il giorno del family day io sono stato avvicinato da un soggetto (o da una soggetta, non si è capito bene), vestito da sacerdote con tre croci con dietro un microfono, che me ne ha dette tutti i colori. È avvenuto domenica che in una zona di Roma i rappresentanti un'associazione che propagandava delle tesi contrarie alle unioni civili sono stati aggrediti e la loro sede è stata devastata. Allora, quando ci si alza in piedi e si va a dire che difendiamo la libertà, bisogna difendere la libertà di tutti. Questa è solo una delle tante balle, degli atteggiamenti strumentali che stanno dietro a questo presunto dibattito sulle unioni civili. Infatti, dietro al titolo inneggiante alla difesa dei diritti e alla difesa delle minoranze, in realtà la partita è un'altra, cioè il tentativo di ridisegnare la nostra società attraverso lo ius soli, attraverso il divorzio breve, attraverso l'utero in affitto, attraverso le adozioni e i matrimoni gay; quindi non più una società dove ci sono mamma e papà, ma dove ci sono genitore 1 e genitore 2, nella quale, attraverso la pseudocultura gender, si vogliono creare uomini senza anima, senza volto e senza identità. Si vuole minare la famiglia, che tutte le Costituzioni del mondo hanno inteso tutelare, perché è il fulcro della società e dello Stato e attraverso di essa si crea il futuro di ogni nazione. Uguaglianza e non discriminazione impongono che persone in condizioni simili siano trattate ugualmente, ma che persone in una condizione diversa siano trattate diversamente. Il matrimonio non è un mero contratto, ma un atto con cui i coniugi si assumono precisi doveri che si riverberano sulla società e a tale proposito, tra l'altro, si evidenzia una delle tante bugie che sta dietro a questa storia. Non è, infatti, vero, che alle persone omosessuali non siano riconosciuti gli stessi diritti delle altre persone, degli eterosessuali. I diritti fondamentali, cioè quelli attribuiti dallo Stato (non riconosciuti dallo Stato) sono riconosciuti a tutti; poi ci sono altri diritti, i cosiddetti diritti accessori, che sussistono qualora si evidenzino alcune necessità, alcune realtà, ma non ledono la dignità della persona umana. Un esempio per tutti: il diritto di voto è dato ai maggiorenni; il minorenne non può votare, ma non per questo è leso nella sua dignità in quanto persona. Allo stesso modo va evidenziato in questa sede il fatto che non è vero che alle coppie omosessuali non sono riconosciuti i diritti: sono riconosciuti esattamente tutti i diritti dati alle coppie eterosessuali. Posso citare qualche esempio: dalla risarcibilità del danno patrimoniale e non patrimoniale, a tutto ciò che gira attorno all'abitazione, al tema dei trapianti, rispetto al quale il medico deve dare comunicazione al convivente, a tutto ciò che riguarda le assicurazioni e potrei andare avanti. Diciamo chiaramente che l'unica cosa non riconosciuta è quella legata alla pensione di riversibilità e peraltro, laddove il disegno di legge in esame venisse approvato, vorrei capire con quali soldi andremmo a coprire tale misura. Lo stesso tema economico ce lo ritroveremo quando si tratterà di parlare di ius soli a proposito di un milione di cristiani che con quel meccanismo verranno immediatamente riconosciuti come italiani. A questo punto è bene anche dire, in maniera molto chiara e netta, che cosa c'è dietro questa storia. Dietro questa storia ci sono gli interessi delle grande lobby finanziarie internazionali. Tutti gli studi hanno ormai ribadito che la popolazione LGBT ammonta a circa 25 milioni di persone, mediamente molto ricche - l'ultimo dato disponibile è quello dell'OMS - che, ovviamente, hanno nel loro insieme un potere d'acquisto stratosferico. Nel 2013 la rivista Forbes ha valutato che il mercato mondiale legato alla popolazione LGBT è pari ad oltre 3.000 miliardi di dollari, di cui una buona parte proprio negli USA. Del resto, basta vedere quello che è accaduto in America, durante l'amministrazione Clinton, noto democratico. In quel caso passò una legge in cui si stabiliva che si sarebbero dovuti riconoscere solo i matrimoni tra persone di sesso diverso: si chiamava The defense of marriage act (DOMA). Ebbene, contro questa legge si sono scatenate queste lobby e non è un caso che i primi 379 firmatari della mozione contraria a tale provvedimento normativo fossero gli amministratori delegati di tutte le grosse centrali finanziarie. Cito semplicemente il CEO della Goldman-Sachs, che ha detto che non si tratta di una questione di diritto, ma di una questione di business, di mercato e di soldi. Sempre in America - poi, se volete parliamo dell'Europa basta scorrere l'elenco dei ricchi, dei vip, dei potenti, dei banchieri che stanno dietro queste lobby e danno i soldi a queste lobby. Cito qualche esempio al volo: Cliff Asness con 1,5 milioni di dollari, Jeff Bezos con 2,5 milioni di dollari, Bill e Melinda Gates, con 500.000 dollari, Daniel Loeb, con 1,5 milioni di dollari, Jon Striker, con oltre 2 milioni di dollari. Questa è la realtà: si tratta di un problema che riguarda solo le fasce alte della popolazione, coloro che possono spendere. Collegato a questo mercato c'è ovviamente la schifezza chiamata stepchild adoption, e cioè la mercificazione della genitorialità. Non capisco: quando la signor Cirinnà era assessore al Comune di Roma, aveva fatto una cosa giusta, stabilendo che alle micie che partorivano non potevano essere allontanati i gattini nei 60 giorni successivi al parto. Ebbene, quello che vale per i gatti, qui non vale per i bambini, che in questa storia sono l'anello debole. Basterebbe citare quanto hanno dichiarato personaggi come Gianna Nannini, Elton John o Dolce e Gabbana. (Brusio). Scusate Ragazzi! (I senatori Barani e Ruvolo parlano tra loro). Va bene che dovete appoggiare Renzi, però non rompete le scatole, no? PRESIDENTE. Colleghi, qui tutti sono liberi di dire quello che vogliono, addirittura anche coloro che parlano, essendo iscritti in discussione. ARACRI (FI-PdL XVII). Questi personaggi, che sono note icone del mondo omosessuale hanno rilasciato dichiarazioni, con molta chiarezza e molta onestà. Elton John ha detto che sarà un dramma quando dovrà spiegare al figlio che non ha una mamma. Gianna Nannini ha detto che non è un diritto avere figli e che i figli devono essere educati e non indottrinati. Dolce e Gabbana hanno chiaramente detto: noi siamo sessuali (Commenti dal Gruppo M5S), è quindi la natura, non una legge, che ci ha dato questo stato e dobbiamo prenderne atto. Credo che per affrontare questo tema senza infingimenti, occorra rifarsi alla cosa più semplice e più vera, che per altro si vuole negare, cioè rifarsi alla natura ed è evidente che i figli li fanno gli ovuli femminili e i semi maschili. Se un bambino piccolo piange va dalla mamma e chiede della mamma. Se un bambino ha un problema, chiede del papà. Oltretutto, in aggiunta a questo, occorre citare tutta una sequela di psicologi, di argomenti scientifici, che hanno dimostrato - come è riportato dalle più note riviste internazionali - che i minori cresciuti con genitori omosessuali abbiano tutta una serie di problematicità, in misura assai più notevole e rilevante dei figli cresciuti con una coppia eterosessuale. Potremmo citare la ricerca del professor Mark Regnerus, docente presso l'università texana di Austin, con la conseguente ricerca comparsa sulla rivista Ricerche sociali. Questa ricerca, come hanno sottolineato altri professori, tra cui Loren Marks, è la più seria quanto a criteri di analisi, che sono stati tra i più rigidi e scientifici, ed è quella che, ad oggi, ha esaminato il più vasto campione casuale. Da queste ricerche emerge tutta una serie di problemi, che colpisce i figli che vivono con coppie omosessuali. Un altro elemento, che influisce negativamente sulla formazione del bambino affidato a coppie omosessuali è legato alla stabilità e all' esclusività della relazione di coppia: elementi questi che mancano nelle coppie omnosessuali. Infatti una coppia eterosessuale - e questo certo non l'ho stabilito io - viene considerata duratura se arriva almeno a venticinque anni di convivenza; una coppia omosessuale viene considerata duratura se arriva a cinque anni; un terzo delle coppie omosessuali sta insieme mediamente meno di due anni; un altro terzo fra i due anni e i cinque anni; l'ultimo terzo più di cinque anni. Lo stesso discorso vale per l'esclusività della coppia: è dimostrato che più della metà degli uomini e delle donne con tendenze omosessuali nel primo anno che stanno in coppia hanno almeno un altro partner (Commenti della senatrice Nugnes), con punte del 66 per cento nel mondo della borghesia e dell'alta borghesia. In sostanza, come sostengono una serie di studi (tra i quali quello del Barbagli), negli omosessuali la stabilità dell'unione è tanto maggiore quanto più la coppia è aperta. Alle stesse conclusioni sono arrivati altri ricercatori, e ne cito solo due: gli statunitensi McWhirter e Mattison, che peraltro - faccio notare - sono omosessuali. Anche un recente studio del collegio americano di psichiatria, che è uno dei massimi organi, evidenzia i rischi dell'infanzia legati allo stile di vita omosessuale dei genitori. Da ultimo, va ricordato quanto dichiarato dalla docente di psicologia dinamica dell'Università di Pavia, che ha ricordato come Sigmund Freud definisca l'edipo come l'architrave dell'inconscio, cioè il triangolo che connette padre, madre e figlio, e il gioco di queste parti aiutano il figlio a prendere il posto che gli compete nella geometria della famiglia. Ed aggiunge che non è irrilevante che il figlio di una coppia omosessuale non possa confrontarsi nella definizione di sé con il problema della differenza sessuale. Altri studiosi italiani (uno per tutti, lo psicologo Italo Carta) hanno dichiarato che «le coppie di omosessuali che non solo adottano un bambino ma si fanno ingravidare e inseminare, preparano un grave rischio relativo a tutta una serie di patologie per questi bambini: depressioni, disturbi della personalità, dell'identità, borderline, persone che non sanno chi sono» e portano al collasso tra l'altro della figura paterna. Ovviamente tutti sottolineano che, laddove passasse questa storia, corre grossi rischi innanzitutto il bambino e, in seguito, la società. Tutto ciò richiama l'attenzione sulla storia degli uteri in affitto. Ormai in America si va dai 40.000 ai 125.000 dollari per farsi confezionare un bambino. Ieri abbiamo assistito alla testimonianza di una donna messicana, ma vissuta in America, la quale per motivi economici anni fa ha affittato il proprio utero: nel 2004-2005 fece un contratto nel quale era previsto che potesse vedere il bambino ogni tot mesi, ma oggi, ai primi del 2016, la coppia omosessuale a cui era stato affidato il bambino è scomparsa; i giudici hanno dato sin qui torto alla donna messicana e addirittura l'hanno condannata a mantenere il bambino, senza che lei possa vederlo. È notizia della settimana scorsa che, attraverso un'agenzia nepalese, due omosessuali israeliani hanno ordinato un bambino. L'agenzia nepalese gliel'ha mandato dopo un po' di tempo, ma quando sono stati fatti dei riscontri sui geni su alcuni aspetti, a questi signori non stava più bene, così il bambino è stato impacchettato e rimandato indietro. All'inizio della seduta si è parlato di diversamente abili, ma ora vorrei sentire gli illustri colleghi e scienziati che cosa hanno da dire su questa faccenda. Le femministe dove sono finite? Come non si può immaginare la nuova schiavitù dei tempi moderni, dove solamente i ricchi sfrutteranno donne indiane, italiane e africane per fare questa schifezza? Saranno portati al mondo dei bambini che non sapranno più chi sono e ovviamente, essendo trattati come un pacco postale, ne subiranno tutte le conseguenze. Per ultimo, sottolineo l'ennesima balla che sta alla base di questo dibattito. Non è vero che l'Italia è ultima: segnalo che dei 193 Paesi che aderiscono all'ONU, in più dell'85 per cento di essi sono vietati i matrimoni tra gay, gli uteri in affitto e ciò che ne deriva. Questo è un problema che oserei definire solo europeo; peraltro anche in Germania e Francia questa pratica è vietata. Questa Europa, che in queste ore sta dimostrando la sua fragilità, che è un'Europa dei banchieri, dei broccoletti e dell'acquisto delle papere, non è unione dei popoli. Non può andarsi ad interessare dei destini e delle sorti di ogni Nazione perché ogni Nazione ha la sua cultura, la sua tradizione e la sua storia. Provassero a frenare l'immigrazione dei migranti e dei terroristi se ne sono capaci. Lasciassero in pace le famiglie italiane. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII). PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Filippin. Ne ha facoltà. FILIPPIN (PD). Signor Presidente, onorevoli senatrici e senatori, nel tempo limitato che mi è concesso non parlerò della necessità per il nostro Paese di dotarsi di un istituto che riconosca i diritti e doveri della «unione omosessuale intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia», come afferma la nostra Corte costituzionale nella ormai celebre sentenza n. 138 del 2010. Altri lo hanno fatto e lo faranno dopo di me. Io, invece, vorrei andare direttamente sul punto di maggior contrasto, sulla linea che divide, nel cuore delle polemiche, visto che - almeno a parole - tutti in quest'Aula - forse tranne il senatore Aracri - riconoscono il diritto di ogni cittadino a vivere liberamente la relazione affettiva, a prescindere dal proprio orientamento sessuale. Io vorrei parlare di bambini, di figli e del presunto diritto o pretesa degli adulti ad essere genitori. Io parlerò solo dell'articolo 5 del disegno di legge Cirinnà che molti di noi hanno sottoscritto. Qualcuno sostiene che l'articolo 5 del disegno di legge n. 2081 riconosce al cittadino di orientamento omosessuale o - peggio ancora - alla coppia omosessuale il diritto ad un «figlio», un diritto che nessun adulto dovrebbe avere, se questo però è un omosessuale. Questo diritto è inteso come realizzazione di un proprio desiderio, come un diritto sulla persona, come se essa fosse un oggetto di proprietà. Ebbene, nel disegno di legge Cirinnà non c'è nulla di tutto questo. Anzi, è proprio l'assenza di ogni riferimento ai diritti o doveri connessi all'essere genitori e, dunque, alla procreazione a contraddistinguere l'unione civile dal matrimonio e dalla società naturale che su di esso si fonda. Nella prima stesura c'era un esplicito riferimento all'articolo 147 del codice civile che, per chi non lo conosce, disciplina i doveri verso i figli. È stato tolto. C'era il riferimento all'articolo 148 sul concorso dei genitori negli oneri economici. È stato tolto. Si prevedeva che nel certificato che attesta l'unione civile - al pari del certificato di matrimonio - fossero riportati i dati anagrafici di eventuali figli minori dell'unione civile. È stato tolto anche questo. C'è l'esplicita esclusione della adozione. I cittadini omosessuali non possono accedere all'adozione legittimante prevista dalla legge n. 184 del 1983. Informo i colleghi, che evidentemente non conoscono questa legge, che sin dal lontano 1983 il legislatore ebbe la lungimiranza di pensare che, pur di dare una stabilità simil-famiglia a un bambino, non è necessario che la coppia sia regolarmente sposata. Quel legislatore ebbe la lungimiranza di prevedere l'istituto dell'adozione speciale alla quale tutti possono accedere, persino le persone sole. Vi scandalizzerò: possono accedervi persino gli omosessuali, purché i bambini non possano essere adottati dalle cosiddette famiglie naturali o tradizionali, cioè dalle coppie ritualmente e serenamente sposate. Già nel 1983 il legislatore aveva ben chiaro che il primo obiettivo è proteggere i bambini. (Applausi dal Gruppo PDe delle senatrici Bencini e Simeoni). Nella proposta di legge Cirinnà - benché si voglia continuare a dire questa cosa - sono rimasti intatti tutti i divieti previsti dalla legge n. 40 del 2004. Non è minimamente toccata la legge n. 40. Allora come fa il disegno di legge Cirinnà, che non tocca affatto questo punto, ad avere effetti su un tema completamente diverso? Vogliamo discutere di maternità surrogata? Vogliamo discutere di procreazione? Vogliamo discutere di fecondazione eterologa? Benissimo, lo facciamo nella sede opportuna, cioè nella legge di revisione della legge n. 40. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Simeoni). Insomma, alla domanda se questo disegno di legge riconosce alla coppia dello stesso sesso il diritto ad essere genitori la risposta, colleghi, è no. È una risposta che personalmente mi crea dubbi e che non condivido, ma è un dato di fatto. Certo, c'è l'articolo 5. C'è la possibilità di accedere all'adozione del figliastro in base all'articolo 44 della legge n. 184 prima citata o meglio di chiedere l'estensione della responsabilità genitoriale sul figlio legittimo del proprio partner. Perché è stato previsto questo istituto? Perché il legislatore non può ignorare la realtà. Non può chiudere gli occhi e far finta di non vedere. Vi scandalizzerò di nuovo. I cittadini omosessuali fanno figli. Li possono generare in modo assolutamente naturale, per una accettazione o comprensione tardiva del proprio orientamento sessuale o per una esplicita scelta. Oppure possono generarli grazie alle tecniche che la scienza moderna mette a disposizione. Tecniche nella maggior parte dei casi vietate in Italia, ma consentite e legalizzate in altri Stati, ai quali spesso noi italiani guardiamo come modello o punto di riferimento. Gli omosessuali possono generare figli e, a meno che non si impedisca con la forza, con la sterilizzazione o chissà in che altro modo (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Bencini e Simeoni), i bambini figli di omosessuali o di lesbiche ci sono. Ci sono e ci saranno. Per quante leggi si scrivano, per quanti muri si erigano, per quanti reati o pene si prevedano, i bambini ci sono adesso e ci saranno anche domani. Allora al legislatore, a chi siede - pro tempore - in quest'Aula spetta quest'unica scelta: se occuparsi di questi bambini, dando loro tutte le tutele, la protezione e la cura che il nostro ordinamento consente, oppure ignorarli, chiudere gli occhi e far finta che non esistano. O peggio ancora, dare loro - consapevolmente - minor tutela e minori diritti perché figli di un omossessuale o di una lesbica. Questa è scelta che dobbiamo fare, colleghi. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Simeoni). Dobbiamo decidere se Giulio, due anni o poco più, un caschetto sulla testa e la certezza che da grande farà il poliziotto, per il solo fatto di essere stato generato da una donna che è ricorsa alla fecondazione eterologa avrà sempre e soltanto un solo genitore legale. Anche se accanto a sua madre c'è un'altra donna che ha condiviso sin dal primo momento la sua vita, si è occupata di lui, lo cura, lo educa, lo mantiene e vorrebbe continuare a farlo anche nel caso, malaugurato, in cui finisca il rapporto affettivo e la convivenza con la madre di Giulio. Dobbiamo decidere se Teresa, diciotto mesi, che indossa delle vezzose scarpette rosse, che ha un papà ma è stata generata in California con l'aiuto di una madre surrogata e dunque con un'azione che in Italia è illegale, non consentita, punita come reato, ebbene dobbiamo decidere se Teresa, per il solo fatto che suo padre l'ha generata in questo modo, sarà punita con un trattamento giuridico diverso rispetto a qualsiasi altra bimba figlia del solo uomo che però ha una moglie o una compagna di vita di sesso diverso, che quindi possono accedere all'adozione speciale ex articolo 44 della legge n. 184 del 1983. Questa e solo questa è la scelta che dobbiamo fare votando sì o no all'articolo 5 del disegno di legge Cirinnà. Se, pur condannando il modo con cui questi bambini sono nati, pur ritenendolo illegale o immorale, noi ad essi dobbiamo dare tutela piena oppure, proprio perché generati tramite atti ritenuti immorali o illegali, a questi bambini noi riconosciamo solo minori diritti. (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Repetti e Simeoni). Per me questa scelta è obbligata. Se ho a cuore i bambini, il loro benessere, la loro tutela, non posso negargli di avere, accanto a quello legale (o naturale), un altro genitore, con pienezza di doveri e responsabilità nei suoi confronti, se ciò risponde al superiore interesse del bambino. Non lo dico io: lo dice già il nostro ordinamento; lo dicono le convenzioni internazionali; lo dicono i nostri tribunali. Che ci dicono ora i tribunali per i minorenni? Va valutato in concreto ciò che può comportare maggior utilità per il minore, nella prospettiva del pieno sviluppo della personalità e della realizzazione di validi rapporti interpersonali. Così si tutela il supremo interesse del minore, con il riconoscimento di rapporti di genitorialità più compiuti e completi, perché questo assicura la continuità affettiva con il genitore "sociale", ovvero con chi già si prende cura stabilmente del bambino. E si garantisce che il genitore "sociale" non verrà meno agli obblighi di assistenza e alle proprie responsabilità, anche patrimoniali, nei confronti del bambino. Mi si dice che questi bambini sono già tutelati. Ma, se Giulio si facesse male e la madre legale fosse lontana, chi potrebbe prendere le decisioni per le sue cure mediche? Non l'altra mamma. Così come non potrebbe iscriverlo a scuola, parlare con gli insegnanti, portarlo al calcio, accompagnarlo in auto. L'altra "mamma" - senza estensione della responsabilità genitoriale - non avrebbe alcun potere. E nemmeno responsabilità o diritti nei confronti di Giulio. E se il papà di Teresa dovesse ammalarsi o, ahimè, morire? Certo, l'altro papà potrebbe chiedere di occuparsene, ma nel frattempo che accadrebbe di Teresa? Allontanata dagli affetti, dalla sua casa, dalla sua stabilità, dovrebbe sperare nella benignità dei parenti del padre legale (se ci sono) e nell'intelligenza e lungimiranza dei giudici del tribunale dei minorenni, che per fortuna ci sono. Non devono essere eletti i giudici e non hanno piazze a cui rispondere o voti da conquistare. Devono fare solo ciò che è il superiore interesse del minore. Ho sentito tanti slogan in questi giorni. Ne aggiungo uno io: i bambini non si toccano, da chiunque siano generati. I bambini si proteggono, chiunque sia il loro genitore. I bambini sono tutti uguali, chiunque sia chi li ha messi al mondo.

FILIPPIN (PD)

Signor Presidente, onorevoli senatrici e senatori, nel tempo limitato che mi è concesso non parlerò della necessità per il nostro Paese di dotarsi di un istituto che riconosca i diritti e doveri della «unione omosessuale intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia», come afferma la nostra Corte costituzionale nella ormai celebre sentenza n. 138 del 2010. Altri lo hanno fatto e lo faranno dopo di me. Io, invece, vorrei andare direttamente sul punto di maggior contrasto, sulla linea che divide, nel cuore delle polemiche, visto che - almeno a parole - tutti in quest'Aula - forse tranne il senatore Aracri - riconoscono il diritto di ogni cittadino a vivere liberamente la relazione affettiva, a prescindere dal proprio orientamento sessuale. Io vorrei parlare di bambini, di figli e del presunto diritto o pretesa degli adulti ad essere genitori. Io parlerò solo dell'articolo 5 del disegno di legge Cirinnà che molti di noi hanno sottoscritto. Qualcuno sostiene che l'articolo 5 del disegno di legge n. 2081 riconosce al cittadino di orientamento omosessuale o - peggio ancora - alla coppia omosessuale il diritto ad un «figlio», un diritto che nessun adulto dovrebbe avere, se questo però è un omosessuale. Questo diritto è inteso come realizzazione di un proprio desiderio, come un diritto sulla persona, come se essa fosse un oggetto di proprietà. Ebbene, nel disegno di legge Cirinnà non c'è nulla di tutto questo. Anzi, è proprio l'assenza di ogni riferimento ai diritti o doveri connessi all'essere genitori e, dunque, alla procreazione a contraddistinguere l'unione civile dal matrimonio e dalla società naturale che su di esso si fonda. Nella prima stesura c'era un esplicito riferimento all'articolo 147 del codice civile che, per chi non lo conosce, disciplina i doveri verso i figli. È stato tolto. C'era il riferimento all'articolo 148 sul concorso dei genitori negli oneri economici. È stato tolto. Si prevedeva che nel certificato che attesta l'unione civile - al pari del certificato di matrimonio - fossero riportati i dati anagrafici di eventuali figli minori dell'unione civile. È stato tolto anche questo. C'è l'esplicita esclusione della adozione. I cittadini omosessuali non possono accedere all'adozione legittimante prevista dalla legge n. 184 del 1983. Informo i colleghi, che evidentemente non conoscono questa legge, che sin dal lontano 1983 il legislatore ebbe la lungimiranza di pensare che, pur di dare una stabilità simil-famiglia a un bambino, non è necessario che la coppia sia regolarmente sposata. Quel legislatore ebbe la lungimiranza di prevedere l'istituto dell'adozione speciale alla quale tutti possono accedere, persino le persone sole. Vi scandalizzerò: possono accedervi persino gli omosessuali, purché i bambini non possano essere adottati dalle cosiddette famiglie naturali o tradizionali, cioè dalle coppie ritualmente e serenamente sposate. Già nel 1983 il legislatore aveva ben chiaro che il primo obiettivo è proteggere i bambini. Nella proposta di legge Cirinnà - benché si voglia continuare a dire questa cosa - sono rimasti intatti tutti i divieti previsti dalla legge n. 40 del 2004. Non è minimamente toccata la legge n. 40. Allora come fa il disegno di legge Cirinnà, che non tocca affatto questo punto, ad avere effetti su un tema completamente diverso? Vogliamo discutere di maternità surrogata? Vogliamo discutere di procreazione? Vogliamo discutere di fecondazione eterologa? Benissimo, lo facciamo nella sede opportuna, cioè nella legge di revisione della legge n. 40. Insomma, alla domanda se questo disegno di legge riconosce alla coppia dello stesso sesso il diritto ad essere genitori la risposta, colleghi, è no. È una risposta che personalmente mi crea dubbi e che non condivido, ma è un dato di fatto. Certo, c'è l'articolo 5. C'è la possibilità di accedere all'adozione del figliastro in base all'articolo 44 della legge n. 184 prima citata o meglio di chiedere l'estensione della responsabilità genitoriale sul figlio legittimo del proprio partner. Perché è stato previsto questo istituto? Perché il legislatore non può ignorare la realtà. Non può chiudere gli occhi e far finta di non vedere. Vi scandalizzerò di nuovo. I cittadini omosessuali fanno figli. Li possono generare in modo assolutamente naturale, per una accettazione o comprensione tardiva del proprio orientamento sessuale o per una esplicita scelta. Oppure possono generarli grazie alle tecniche che la scienza moderna mette a disposizione. Tecniche nella maggior parte dei casi vietate in Italia, ma consentite e legalizzate in altri Stati, ai quali spesso noi italiani guardiamo come modello o punto di riferimento. Gli omosessuali possono generare figli e, a meno che non si impedisca con la forza, con la sterilizzazione o chissà in che altro modo (Applausi dal Gruppo PD e delle senatrici Bencini e Simeoni), i bambini figli di omosessuali o di lesbiche ci sono. Ci sono e ci saranno. Per quante leggi si scrivano, per quanti muri si erigano, per quanti reati o pene si prevedano, i bambini ci sono adesso e ci saranno anche domani. Allora al legislatore, a chi siede - pro tempore - in quest'Aula spetta quest'unica scelta: se occuparsi di questi bambini, dando loro tutte le tutele, la protezione e la cura che il nostro ordinamento consente, oppure ignorarli, chiudere gli occhi e far finta che non esistano. O peggio ancora, dare loro - consapevolmente - minor tutela e minori diritti perché figli di un omossessuale o di una lesbica. Questa è scelta che dobbiamo fare, colleghi. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Simeoni). Dobbiamo decidere se Giulio, due anni o poco più, un caschetto sulla testa e la certezza che da grande farà il poliziotto, per il solo fatto di essere stato generato da una donna che è ricorsa alla fecondazione eterologa avrà sempre e soltanto un solo genitore legale. Anche se accanto a sua madre c'è un'altra donna che ha condiviso sin dal primo momento la sua vita, si è occupata di lui, lo cura, lo educa, lo mantiene e vorrebbe continuare a farlo anche nel caso, malaugurato, in cui finisca il rapporto affettivo e la convivenza con la madre di Giulio. Dobbiamo decidere se Teresa, diciotto mesi, che indossa delle vezzose scarpette rosse, che ha un papà ma è stata generata in California con l'aiuto di una madre surrogata e dunque con un'azione che in Italia è illegale, non consentita, punita come reato, ebbene dobbiamo decidere se Teresa, per il solo fatto che suo padre l'ha generata in questo modo, sarà punita con un trattamento giuridico diverso rispetto a qualsiasi altra bimba figlia del solo uomo che però ha una moglie o una compagna di vita di sesso diverso, che quindi possono accedere all'adozione speciale ex articolo 44 della legge n. 184 del 1983. Questa e solo questa è la scelta che dobbiamo fare votando sì o no all'articolo 5 del disegno di legge Cirinnà. Se, pur condannando il modo con cui questi bambini sono nati, pur ritenendolo illegale o immorale, noi ad essi dobbiamo dare tutela piena oppure, proprio perché generati tramite atti ritenuti immorali o illegali, a questi bambini noi riconosciamo solo minori diritti. Per me questa scelta è obbligata. Se ho a cuore i bambini, il loro benessere, la loro tutela, non posso negargli di avere, accanto a quello legale (o naturale), un altro genitore, con pienezza di doveri e responsabilità nei suoi confronti, se ciò risponde al superiore interesse del bambino. Non lo dico io: lo dice già il nostro ordinamento; lo dicono le convenzioni internazionali; lo dicono i nostri tribunali. Che ci dicono ora i tribunali per i minorenni? Va valutato in concreto ciò che può comportare maggior utilità per il minore, nella prospettiva del pieno sviluppo della personalità e della realizzazione di validi rapporti interpersonali. Così si tutela il supremo interesse del minore, con il riconoscimento di rapporti di genitorialità più compiuti e completi, perché questo assicura la continuità affettiva con il genitore "sociale", ovvero con chi già si prende cura stabilmente del bambino. E si garantisce che il genitore "sociale" non verrà meno agli obblighi di assistenza e alle proprie responsabilità, anche patrimoniali, nei confronti del bambino. Mi si dice che questi bambini sono già tutelati. Ma, se Giulio si facesse male e la madre legale fosse lontana, chi potrebbe prendere le decisioni per le sue cure mediche? Non l'altra mamma. Così come non potrebbe iscriverlo a scuola, parlare con gli insegnanti, portarlo al calcio, accompagnarlo in auto. L'altra "mamma" - senza estensione della responsabilità genitoriale - non avrebbe alcun potere. E nemmeno responsabilità o diritti nei confronti di Giulio. E se il papà di Teresa dovesse ammalarsi o, ahimè, morire? Certo, l'altro papà potrebbe chiedere di occuparsene, ma nel frattempo che accadrebbe di Teresa? Allontanata dagli affetti, dalla sua casa, dalla sua stabilità, dovrebbe sperare nella benignità dei parenti del padre legale (se ci sono) e nell'intelligenza e lungimiranza dei giudici del tribunale dei minorenni, che per fortuna ci sono. Non devono essere eletti i giudici e non hanno piazze a cui rispondere o voti da conquistare. Devono fare solo ciò che è il superiore interesse del minore. Ho sentito tanti slogan in questi giorni. Ne aggiungo uno io: i bambini non si toccano, da chiunque siano generati. I bambini si proteggono, chiunque sia il loro genitore. I bambini sono tutti uguali, chiunque sia chi li ha messi al mondo.

AIELLO (AP (NCD-UDC))

Signor Presidente, l'impatto che il dibattito pubblico e d'Aula sulle unioni civili sta attualmente avendo sulla società e sulle sue dinamiche ci impone di partire preliminarmente da una riflessione su quello che è il sentire comune, trasversalmente presente nel Paese, su questo tema, rifuggendo da qualsiasi approccio meramente ideologico sulla questione. Una manifestazione come quella avvenuta il 30 gennaio scorso, il Family day, ha dimostrato come la società sia pronta a mobilitarsi e a scendere in piazza per difendere la Costituzione materiale e formale e una visione della società che valorizza e protegge la famiglia come da sempre è stata concepita, quale società naturale fondata sull'unione tra un uomo e una donna. Vorrei sottolineare, signor Presidente, che si sta parlando da posizioni assolutamente laiche, seppure nel malinteso, ma molto diffuso significato che si attribuisce a questo termine. È infatti un grossolano errore pensare che una questione di straordinario interesse, come l'introduzione di un riconoscimento alle unioni di fatto, possa essere presentata come un conflitto tra clericali e progressisti. C'è qualcuno che sostiene che essere laico non significa essere contro la Chiesa; e ciò corrisponde certamente al vero. Si sostiene poi che il laico non si schiera su questioni religiose; ma questo, signor Presidente, non è possibile, in quanto chiunque, ma soprattutto il mondo che si definisce laico, non può ritenersi disinteressato nei confronti di una drammatica rivoluzione legislativa che, se votata, inciderebbe profondamente sulla nostra società, trasformandola ma soprattutto modificando gli assetti all'interno dei quali i nostri figli saranno costretti a vivere. Chi conosce la storia sa perfettamente che questa non si sviluppa per accrescimenti lineari, ma implica anche drammatiche involuzioni. Reclamare soltanto la categoria del diritto, ignorando quella dei doveri, non necessariamente comporta un effettivo progresso sociale. Noi italiani dovremmo saperlo, esperti come siamo degli effetti disastrosi, che non riusciamo ancora a riparare, di tante iniziative che, presentate come eccezionalmente positive e sicuramente migliorative, hanno invece distrutto la nostra società. Qui rischiamo una drammatica replica di errori già commessi. La famiglia eterosessuale, in quanto famiglia naturale fondata sul matrimonio, è la sola riconosciuta dalla Costituzione, perché orientata alla procreazione, al mantenimento, all'istruzione dei figli e alla tutela della maternità; essa quindi è l'unica a meritare i benefici e le provvidenze che la legge le destina e che non possono esserle sottratte, distraendole a vantaggio di ogni altro genere di unioni. La stessa Corte costituzionale ha sancito che il significato del precetto costituzionale dell'articolo 29 non può essere superato per via ermeneutica, perché non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema o di abbandonare una mera prassi interpretativa, bensì di procedere ad un'interpretazione creativa. Si deve ribadire dunque che la norma non prese in considerazione le unioni omosessuali bensì intese riferirsi al matrimonio nel significato tradizionale di detto istituto uomo - donna. A tal proposito, signor Presidente, ci piace ricordare l'autore francese Jean-Pier Delaume-Myar quando, nel suo ultimo interessante lavoro «Non nel mio nome» descrive il suo vivere in coppia omosessuale ma il suo essere contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso, non per motivi di unione tra due persone che si amano, ma per il problema fondamentale del bambino ed il suo diritto ad avere un padre, una madre e dei nonni. Sostiene Delaume: quali sarebbero stati i riferimenti del bambino? No al bambino oggetto. Quindi, signor Presidente, il presente disegno di legge, introducendo una evidente sovrapposizione tra matrimonio e unioni civili - identiche sono le modalità di celebrazione, di scioglimento e gli impedimenti, perfettamente simmetrici i diritti e i doveri tra coniugi da una parte e partner dell'unione civile dall'altra - va nella direzione opposta rispetto a quello che la Corte ha espresso. Sembra, inoltre, una vera e propria finzione giuridica identificare l'unione civile quale specifica formazione sociale, distinta dalla famiglia tradizionale, salvo poi richiamare esplicitamente per essa tutti i riferimenti del codice civile sulla disciplina della famiglia. Delle due l'una: o si considera l'unione civile una formazione sociale a se stante e di conseguenza si elimina dal testo qualsiasi riferimento agli articoli del codice civile sul matrimonio e la famiglia tradizionale o, al contrario, si equipara alla stessa. Come richiamato anche dal collega Sacconi nell'illustrazione della questione pregiudiziale di costituzionalità, innanzitutto l'insieme del provvedimento, soprattutto nella sua prima parte, trova molti aspetti che si pongono in netto contrasto con l'esistenza nell'ordinamento italiano del cosiddetto favor familiae, cioè della tutela accordata alla famiglia. Qualora sia necessario per la tutela dei suoi diritti, la Costituzione non solo consente, ma impone al legislatore di istituire un regime speciale a favore della famiglia, diverso da quello comune, formalmente in deroga al principio di eguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione, ma in realtà in coerenza con l'eguaglianza sostanziale richiamata dal comma 2 della disposizione. Il trattamento di favore può anche gravare in maniera significativa sulla collettività e talora incidere direttamente su diritti di soggetti terzi rispetto al rapporto matrimoniale. Si considerino, ad esempio, le provvidenze e le esenzioni fiscali attribuite alle famiglie, sia pure in misura in concreto inferiore rispetto a quanto avviene in altri Stati, o la pensione di reversibilità a favore del coniuge, con conseguente significativo - ma costituzionalmente giustificato - aggravio per il bilancio pubblico a carico della collettività. Ora, il disegno di legge cosiddetto sulle unioni civili estende il regime che è previsto per i coniugi e per la famiglia a forme di convivenza tra persone dello stesso sesso. Tale estensione è priva di ragionevole giustificazione per coloro che sono legati da forme di convivenza che, non essendo basate sul dimorfismo sessuale, si differenziano nella sostanza dalla famiglia e non ne condividono quella funzione sociale che ne giustifica il regime speciale di cui gode nell'ordinamento. Nell'assimilare al regime della famiglia quello di una formazione sociale diversa viene facilmente violato il principio di cui all'articolo 3, primo comma, della Costituzione che impone al legislatore di trattare fattispecie eguali in modo eguale e fattispecie diverse in modo diverso. Estendere i benefici previsti per il matrimonio ad altre forme di convivenza, come vorrebbe il disegno di legge in esame, svilisce il significato della preferenza costituzionale per la famiglia, come precedente richiamato. Certo, la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea riconosce che gli Stati membri sono liberi di dare o meno un riconoscimento pubblico alle convivenze; ma se il legislatore decide di dare tale riconoscimento, la stessa Corte esige che alle convivenze siano garantiti i benefici propri della famiglia fondata sul matrimonio. Noi intendiamo rispettare il dettato costituzionale difendendo l'unicità dell'istituto della famiglia. A tal proposito, non può trascurarsi la portata dell'articolo 81 della Costituzione che risulta manifestamente violato in relazione all'insufficiente copertura di bilancio riferita alle norme sulla estensione della pensione di reversibilità al componente superstite dell'unione civile. Le disposizioni sulla contabilità pubblica impongono di valutarne gli oneri nel momento in cui gli effetti si producono a regime, quindi "almeno" per dieci anni e in realtà nel tempo in cui si determina la mortalità media dei contraenti l'unione civile; il testo in esame assume invece a riferimento solo il decimo anno nel quale, per evidenti ragioni, il tasso di mortalità è ovviamente inconsistente e ben lontano dai valori cui le norme esplicano il loro compiuto effetto dando luogo ad una spesa obbligatoria di ben altra dimensione. È stata poi la sentenza n. 138 del 2010 della Corte Costituzionale a chiarire che la legislazione in materia di matrimonio non discrimina le coppie di persone dello stesso sesso, che al matrimonio non possono accedere, specificando che esse non sono a questo omologabili: stabilire, quindi, l'applicazione alle unioni civili di tutte le norme relative al matrimonio, come fa l'articolo 3 del disegno di legge, rappresenta una violazione del principio di uguaglianza, in applicazione dei principi della sentenza n. 138 e dei principi maturati nella prassi interpretativa dell'articolo 3 della Costituzione nei molti decenni di attività della Corte Costituzionale, poiché significa trattare in modo uguale situazioni sostanzialmente diverse. La parificazione al coniuge realizzata dall'articolo 3 del ddl soltanto in favore di colui o colei che sia parte di un'unione civile discrimina, in violazione dell'articolo 3 della Costituzione, tutte le altre categorie di persone che non possono accedere al matrimonio, quali richiamate all'articolo 2 del disegno di legge: in particolare tutte le categorie di soggetti cui il matrimonio è parimenti impedito ai sensi degli articoli da 84 ad 89 del codice civile (minori, interdetti, già coniugati, parenti o affini, condannati per gravi delitti, donne in recente lutto vedovile). Non vi è, inoltre, alcuna ragionevolezza nel superare l'impedimento all'unione civile, parificata al matrimonio, per la sola categoria delle persone dello stesso sesso. Per non dire poi dell'articolo 2, comma 6, che dispone quanto alla scelta del cognome, disposizione civilistica questa inevitabilmente connessa ai bisogni di una famiglia eterosessuale, perché costruita sulla procreazione e quindi sulla trasmissione ai figli del cognome dei genitori. Cosicché dell'articolo 3, comma 1, e del concetto di fedeltà, che si è nel tempo dilatato rispetto agli originari confini, prevalentemente coincidenti con la esclusività nel rapporto sessuale, ed oggi è orientato nella più ampia direzione della relazione affettiva e sessuale nell'ambito della vita familiare. Esso assume così un rilievo pubblicistico anche alla luce dell'istituto civilistico della presunzione di paternità. Come tale è collocato nell'ambito della famiglia eterosessuale. Analoghe conclusioni, signor Presidente, si possono trarre con riguardo al potere delle parti dell'unione civile di fissare la residenza comune, concordando tra loro l'indirizzo della vita familiare, dato che risulta difficile pensare che una simile previsione sia giustificata in un contesto di famiglia non in grado di procreare, e alla qualità di erede necessario riconosciuta al partner dell'unione civile, laddove la corrispondente disposizione del codice civile individua come tali soltanto gli ascendenti, discendenti e il coniuge. In altri termini, soggetti legati al de cuius da rapporti di parentela connessi alla capacità di procreare. Quanto detto finora riguarda la regolamentazione dei diritti dei componenti l'unione, persone che possono compiere autonomamente le scelte che ritengono migliori per se stesse. Ma il presente disegno di legge non si limita a questo. Mi accingo ora ad analizzare il punto più delicato e al tempo stesso il più divisivo di tutto quanto il disegno di legge, in quanto suscettibile di sconvolgere per sempre la visione della famiglia alla quale siamo tutti abituati, quella che tutti conosciamo, anteponendo gli interessi e i diritti degli adulti a quelli del minore, che nulla può decidere per se stesso: la questione del riconoscimento della cosiddetta stepchild adoption a favore del figlio di uno dei componenti l'unione civile. Non ci si può esimere dal sottolineare come l'articolo 5 del disegno di legge nell'estendere l'adozione non legittimante permessa al coniuge dall'articolo 44, lettera b) della legge 1984 del 1983, contravvenga all'articolo 31 della Costituzione secondo il quale la Repubblica «protegge l'infanzia (...) favorendo gli istituti necessari a tale scopo» e all'articolo 117 della Costituzione secondo il quale «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». L'Italia ha infatti ratificato e resa esecutiva con la legge n. 176 del 1991 la convenzione di New York del 1989 sui diritti del fanciullo; gli articoli della convenzione prevedono il rispetto dell'interesse superiore del minore (articolo 2), il diritto del minore al legame con i propri genitori (articoli 7, 8) e in caso di adozione una verifica della situazione del minore «in rapporto al padre e alla madre» (articolo 21). L'adozione prevista dall'articolo 5 e la possibilità di realizzare quella internazionale lasciata aperta dal comma 4 dell'articolo 3 del disegno di legge non prevedono alcuna verifica dell'interesse preminente del minore e del rispetto dei suoi diritti quali previsti dalla convenzione di New York. È comprensibile e lecito il desiderio di desiderare un figlio, ma il desiderio di per sé non costituisce un elemento sufficiente per la sua traducibilità in una pretesa, tanto meno in un diritto. Non esiste in capo a nessuno -omosessuale o eterosessuale - il diritto di avere un figlio. L'intero ordinamento minorile, che costituisce coerente applicazione degli articoli 31 e 117 della Costituzione, con riferimento alla predetta Convenzione di New York, riconosce l'esistenza non di un diritto dell'adulto ad adottare, ma del minore ad avere una famiglia. Famiglia vuol dire esplicitamente - nel rispetto degli articoli 29 e 30 della Costituzione - duplicità di figure di genitori e non duplicazione della stessa figura. Mettere, come avviene nel disegno di legge in questione, il primo presunto diritto al posto secondo significa ridurre il minore a un oggetto (si ha diritto a qualcosa, non a qualcuno) e ciò contrasta, oltre che con le norme costituzionali appena menzionate, anche con l'articolo 2 della Costituzione. Il capovolgimento di prospettiva conduce logicamente alla legittimazione, attraverso le norme del disegno di legge, della deprecabile pratica della cosiddetta maternità surrogata. La costruzione del diritto dell'adulto ad avere un figlio può trovare seguito nell'adozione come nella gestazione da parte di una madre biologica, dopo che altra donna ha ceduto il proprio ovulo. Ciò, oltre a porsi in palese violazione con le norme costituzionali riguardanti i figli in precedenza menzionate, contrasta con l'articolo 32 della Costituzione per i gravi rischi - sui quali vi è ampia letteratura - che determina per la salute delle donne interessate dalla pratica stessa. L'utero in affitto rappresenta obiettivamente la pietra angolare dei futuri percorsi dell'uomo. È davvero paradossale che, dopo le doverose mobilitazioni contro il turismo sessuale o il lavoro minorile, molti di coloro che le hanno enfatizzate non avvertano l'analogo dovere di proteggere le madri costrette dal bisogno a partorire e a consegnare il loro figlio. Per non dire dei diritti dei minori. Lasciare che una norma apra pericolosi spazi per questa odiosa pratica significa acconsentire alla separazione delle nascite dagli elementi procreativi di una relazione affettiva, accettare il commercio dell'umano contro la nostra tradizione solidale e la selezione della specie, superare quella diversità genitoriale necessaria nel percorso individuale di ciascuno. Tutte conclusioni a cui non possiamo permetterci di arrivare. Per concludere, sono quindi tre le condizioni che si impongono come necessarie per un proficuo prosieguo del dialogo parlamentare sulle unioni civili, come più volte espresso anche dai miei colleghi nei giorni scorsi, e che oggi mi sento di ribadire a mia volta. Primo: via ogni riferimento al matrimonio senza rinvii al codice civile; secondo: via le adozioni dall'articolo 3, comma 4, e dall'articolo 5, senza alcuna subordinata; terzo: utero in affitto e traffico di elementi procreativi diventino reato non solo interno ma anche universale per la nostra legislazione penale.

DEL BARBA (PD)

Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, il provvedimento in esame affronta il tema delle unioni civili omosessuali e delle convivenze, aspetti che riguardano la vita concreta dei nostri cittadini; importanti questioni di principio, certamente, e fondative della nostra società, che interpellano di conseguenza la nostra stessa coscienza di popolo, costringendoci ad esaminare profondamente la nostra identità, a riaprire dibattiti in passato svolti in maniera lacerante, ad affrontare ritardi e blocchi sociali, che più comodamente, magari, avremmo preferito lasciare per un'altra stagione politica più consolidata, meno densa e frammentata. Dovremmo, colleghi, avere la consapevolezza della gravità del compito che ci è affidato e che abbiamo assunto, ma al contrario mi pare in atto un tentativo di ristabilire improbabili glaciazioni bipolari; un bipolarismo etico che assomiglia più a furberie fuori moda e rappresenta il riflesso incondizionato di una certa politica, che non sa fare altro che rifugiarsi nelle rispettive piazze, ergersi a paladina dell'una o dell'altra parte, chiamate surrettiziamente in gioco, evitare le proprie responsabilità chiedendo il rinvio della partita per impraticabilità di campo. Certo, l'ostruzionismo esacerbato esercitato in Commissione giustizia ha impedito di fatto ai nostri colleghi di terminare efficacemente un percorso, di operare quelle mediazioni alte che servono in queste occasioni, lasciando all'Assemblea, alla complessità dei rapporti tra i Gruppi, alla difficoltà di individuare maggioranze chiare e coerenti, al buio di passaggi regolamentari, che dovremo compiere in maniera inedita, il compito di effettuare una sintesi e recuperare pienamente il senso di questa responsabilità. Occorre anzitutto riconoscere che il testo che viene presentato obbliga a stare in un sol colpo dentro a tutte le asperità di questo dibattito; non ne risparmia nessuna. Costringe ad un esercizio emendativo non facile, assolutamente parziale anche rispetto alle intenzioni dei singoli proponenti, per l'impossibilità tecnica di richiudere dentro emendamenti volontà che dovrebbero andare a toccare anche aspetti della nostra legislazione qua non procedibili, come ha ricordato anche efficacemente la collega Filippin.

BENCINI (Misto-Idv)

Signor Presidente, rappresentanti del Governo, gentili colleghi, candidandosi alle primarie come segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi inserì nel suo programma le civil partnership alla tedesca, con la stepchild adoption. Quest'ultimo istituto viene tradotto in italiano in "adozione del figliastro", ma se analizziamo le parole mi piace più tradurle alla lettera: un "passo all'adozione del bambino". Si tratta, quindi, di un preciso istituto giuridico pubblico e non di una sua qualunque riduzione. Non abbiamo bisogno di fare delle unioni civili all'italiana. Il Partito Democratico ha già deciso sull'argomento quando ha scelto la mozione Renzi con il 70 per cento dei voti congressuali: chi ha scelto Renzi alle primarie lo ha fatto con la consapevolezza che il programma prevedeva questa battaglia di civiltà. Anche il Movimento 5 Stelle, quando si candidò in campagna elettorale, si impegnò in tal senso. A quel tempo ero ancora nel Movimento 5 Stelle, nel cui programma vi erano i matrimoni egualitari in favore delle coppie formate da individui dello stesso sesso, e ricordo che nel lontano giugno 2013 fu depositato l'atto Senato n. 393, a prima firma del senatore Orellana, di cui ero cofirmataria assieme a molti altri esponenti del Movimento 5 Stelle. Quindi, chi ha scelto Movimento 5 Stelle ha scelto anche questo obiettivo politico. Valori e obiettivi politici non sono di proprietà di nessun gruppo politico, ma di tutti coloro che li condividono e li portano avanti impegnandosi nel raggiungere l'obiettivo. Oggi che qui rappresento il Gruppo Italia dei Valori continuo a portare avanti l'impegno preso, in quanto l'Italia dei Valori appoggia il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili perché lo riteniamo al momento un buon compromesso. Qualcuno di voi senatori del PD, di NCD e di Area Popolare, per non parlare di Lega Nord e Forza Italia, ha avvertito un mal di pancia sull'articolo 5, quello sulla stepchild adoption, quel passo verso l'adozione del bambino che proprio fate faticare a fare. A noi del Gruppo Italia dei Valori viene il mal di pancia invece solo a pensare che qualcuno faccia finta di dimenticare che questi bambini esistono già, sono già nelle nostre famiglie, sono amati e devono essere rispettati. Non si può negare l'uguaglianza tra i genitori. Non si possono privare i genitori dei diritti che dovrebbero avere sui figli che già hanno. Questi bambini, nonostante abbiano due genitori che li amano, sono per lo Stato attualmente orfani, almeno di una delle parti. Dal tempo di Voltaire e dell'Illuminismo la ricerca scientifica è sempre stata la forza propulsiva di una società civile, interessata a combattere le discriminazioni e il pregiudizio, nel rispetto delle diversità e dei diritti di tutti. Quello che ci si aspetterebbe, all'inizio del terzo millennio, è che ci si affidasse alla ricerca scientifica prima che all'emotività e ai pregiudizi del singolo o alla solennità spesso un po' cieca della "tradizione", nel momento in cui ci si confronta con dei temi di cui si dice che siano "eticamente sensibili". Così non è tuttavia neppure oggi quando si parla di unioni civili e di matrimoni per le coppie gay o quando si discute con enfasi assai poco fondata dei danni che deriverebbero ai bambini costretti a crescere con due genitori dello stesso sesso. Come ci dice Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta, anche se poco se ne parla, tuttavia, la ricerca esiste anche su questo tema ed offre, a chi vuol vedere, dati estremamente chiari su cui vale la pena di riflettere, sfatando il mito, prima di tutto, delle coppie omosessuali come coppie tendenzialmente poco stabili (come ci ha ricordato anche il senatore Aracri portando una serie di dati alla nostra attenzione) e poco interessate a fare famiglia, perché una grande maggioranza dei giovani omosessuali (intorno al 90 per cento) progetta o sogna una vita di coppia stabile e perché una maggioranza consistente di loro (intorno al 60 per cento) progetta o sogna di avere dei bambini. Questo studio sfata soprattutto il pregiudizio relativo allo sviluppo dei bambini che crescono con coppie dello stesso sesso, perché - cito qui liberamente un lavoro di Salvatore D'Amore e altri, «Coppie omosessuali e famiglie omoparentali», pubblicato su «Thérapie Familiale» nel 2013 - le ricerche effettuate finora dimostrano che i bambini e gli adolescenti cresciuti da genitori omosessuali presentano un grado di sviluppo cognitivo, emotivo e sociale ed un livello di salute mentale e di relazione con i loro pari del tutto sovrapponibili a quelli dei loro coetanei, cresciuti in famiglie eterosessuali; le medesime ricerche dimostrano inoltre che i giovani, con più di 12 anni, cresciuti da coppie omosessuali non differiscono in modo significativo da quelli cresciuti da coppie eterosessuali, neppure per ciò che riguarda l'orientamento sessuale e la stima di sé, oltre che la salute emotiva e psicologica, il successo universitario e le relazioni sociali. L'unico problema con cui ragazzi cresciuti in famiglie omoparentali si confrontano più dei loro coetanei è, in effetti, secondo i dati delle ricerche svolte fino ad oggi, il pregiudizio cui essi sono sottoposti "al pari dei loro genitori". Un pregiudizio che non incide, tuttavia, come abbiamo visto, sulla qualità e sulla serenità del loro sviluppo e che è forte soprattutto nelle situazioni di vita (ad esempio nei piccoli paesi) in cui il controllo sociale è più forte e più povero dal punto di vista culturale. Nessun problema dunque, per le coppie omosessuali che vogliono avere un figlio? No di certo, ma la qualità delle cure che queste coppie offrono al figlio sono sicuramente all'altezza di quelle offerte al loro figlio dalle coppie eterosessuali. La scelta di avere un figlio testa spesso però reazioni negative anche al livello delle famiglie di provenienza degli omosessuali, come ben dimostrano ancora Salvatore D'Amore e Roberto Baiocco in una ricerca svolta a Roma sulla transizione verso la parentalità con un campionario di coppie lesbiche (ricerca del 2014) che avevano deciso di intraprendere un loro percorso verso la costruzione di una famiglia. Quella cui ci si trova di fronte ancora una volta, infatti, è la forza del pregiudizio che rende più difficile di quello che dovrebbe essere per queste coppie la scelta di avere un bambino: un pregiudizio che non è in grado di incidere, come abbiamo visto, sul buon esito dell'adozione, ma che può impedire a tante coppie omosessuali di non arrivare a questa scelta. Riusciremo noi parlamentari a tenere conto anche dei dati di queste ricerche nel momento in cui siamo chiamati a votare secondo coscienza? Riusciremo tutti insieme, noi rappresentanti del popolo italiano, a tenere conto del fatto per cui chi vuole avere la coscienza pulita deve aver fatto di tutto per conoscere le cose su cui è chiamato a decidere? La ricerca scientifica e la scienza dovrebbero essere più importanti delle proprie reazioni emotive e del pensiero di quelle che potrebbero avere i cittadini elettori nel momento in cui si assumono decisioni importanti che riguardano tutti. Una politica con la "p" maiuscola dovrebbe tenerne conto, perché poche cose sono importanti come ciò che ci vede impegnati oggi e nei prossimi giorni per combattere il pregiudizio e i danni che da esso vengono determinati. Nella nostra veste di parlamentari laici (perché lo Stato è laico e in queste Aule noi siamo lo Stato), abbiamo l'onere e l'onore di poter ampliare i diritti e doveri uguali per tutti. I bambini li facciamo per il mondo. Quello che compete a chi ne ha la podestà genitoriale è garantir loro amore e cure, il patrimonio, la continuità affettiva, al di là dei propri orientamenti sessuali e del rapporto d'amore che lega le persone. Il primato della famiglia intesa come babbo, mamma e figli credo che possa essere ampliato nel XXI secolo, dal momento che nei fatti è già così, quindi mi pare il minimo legalizzare e riconoscere diritti in tali situazioni. Poi in un Paese libero è giusto che ci sia il libero pensiero e soprattutto, laddove certe scelte non sono condivise e accettate, si è liberi nel proprio intimo e percorso di vita di non farle. A nessun etero o omo è chiesto di andare a fare figli attraverso la maternità surrogata; a nessun etero o omo è chiesto di andare ad adottare figli; a nessun etero o omosessuale è chiesto di fare inseminazioni, fecondazioni assistite quando non possono avere figli. Allo stesso tempo, a nessun etero è stato riconosciuto il primato di essere genitori affidabili e migliori di un single o di un omosessuale o di una coppia omoparentale e viceversa. Il mondo è pieno di etero divorziati, di madri abbandonate, di figli maltrattati, di figli rifiutati, di figli abbandonati nei cassonetti o un tempo alla ruota degli innocenti (come abbiamo noi a Firenze), quindi il punto è sempre lo stesso: garantire amore e cura, ma soprattutto continuità affettiva di chi ha la podestà del bambino. Mi auguro che la discussione potrà essere nel merito e non ideologica o mediatica. È un momento storico importante per il nostro Paese, sono fiera di poter partecipare alla nascita di questa legge, sia personalmente sia come rappresentante dell'Italia dei Valori. Auguro quindi un buon lavoro a tutti noi e ricordo a tutti che l'amore, ovviamente, non è mai diverso.

CUCCA (PD).

Signor Presidente, chiedo l'autorizzazione a consegnare il mio intervento, laddove il tempo a mia disposizione non fosse sufficiente a svolgerlo per intero. Il disegno di legge che oggi discutiamo affronta uno dei temi che da sempre ha diviso l'opinione pubblica, ha diviso le coscienze, ha diviso in schieramenti differenti da quelli abituali anche quelle che sono state in passato e che sono anche oggi forze di maggioranza. Io stesso - lo dico immediatamente per fugare ogni dubbio - nutro delle perplessità su qualche parte di questo testo e ho un'opinione differente rispetto a quella che è stata già espressa anche stamattina dalla collega Filippin, con la quale ho un rapporto particolare di amicizia e di stima. Io tuttavia non condivido la sua impostazione; ho evidentemente un'impostazione diversa e soprattutto, pur credendo nei medesimi valori, vorrei assicurarle che io ho a cuore almeno quanto lei le sorti dei bambini, perché in una impostazione differente non c'è nessun pregiudizio nei confronti dei bambini, non c'è alcuna volontà discriminatoria e abbiamo altrettanto a cuore le sorti dei bambini. Nel modesto contributo alla produzione legislativa di questo Governo, che ha cambiato e sta cambiando gli assetti della struttura democratica stessa e che cerca di offrire un quadro normativo, economico e sociale in sintonia con l'epoca che stiamo vivendo, i miei riferimenti sono sempre stati e saranno sempre la Carta costituzionale e valori intramontabili come le opportunità, la giustizia, il coraggio e la libertà. Opportunità intese come possibilità che offriamo alle italiane e agli italiani di poter seguire la propria e personale crescita e affermazione senza discriminazioni che possano provenire da terzi o dal legislatore stesso. Dobbiamo sempre ricordare che non governiamo per noi stessi, non legiferiamo per noi stessi, ma siamo prestati all'Italia per portarne avanti la storia gloriosa di avanguardismo culturale e sociale. Dobbiamo amministrarla come buone madri e buoni padri di famiglia che non scelgono che vita faranno i figli, ma devono darsi da fare per offrire loro gli strumenti affrontare il proprio futuro. Mi riferisco, dunque, a valori come la giustizia, intesa come diritto, alla pari di tutti gli altri, di non essere discriminati per sesso, razza o religione, e quindi neanche per orientamento sessuale. Ho enorme rispetto per la chiesa cattolica e per le altre religioni, che liberamente si possono praticare nel nostro Paese, per i movimenti che esprimono legittimamente e convintamente le proprie posizioni, ma diverso deve essere l'approccio di questa Assemblea ai temi che andiamo affrontando, senza cedere a falsi moralismi o a posizioni di ortodossia estrema. Mi riferisco al coraggio, come quello di guardare oltre le nostre certezze e, se mi consentite, in alcuni casi anche oltre le nostre paure. È il coraggio di ascoltare senza preconcetti, ma con la responsabilità, la serietà, il rispetto e la vicinanza, che dobbiamo avere verso ogni nostra e nostro concittadino. Dobbiamo guardare soprattutto ai timori dei destinatari di questo disegno di legge, al loro senso di precarietà e all'impossibilità di vedere un futuro sostenibile. Mi riferisco alla libertà, intesa come lo spazio di affermazione concesso a ognuno di noi, che termina esattamente dove inizia la libertà di un altro individuo. Mi auguro - anzi ne sono certo - che nessuno, in questa Assemblea, ormai nel 2016, voglia affermare che una coppia di donne o di uomini che vive nel rispetto della legge e delle regole, possa in qualche modo intaccare la nostra libertà. Questo disegno di legge non serve per sconfessare le posizioni di uno o dell'altro, per misurare le forze degli uni o degli altri, ma è la risposta - di certo perfettibile, come qualsiasi provvedimento che adottiamo, ma che costituisce comunque una pietra miliare nella storia del nostro Paese - alla domanda di uguaglianza che viene da tutti gli italiani, o comunque dalla gran parte di essi. Nonostante sia stato ricordato già in questa Assemblea che gli omosessuali dichiarati in Italia sono meno del 2 per cento della popolazione, più del 71 per cento degli italiani riconosce che è giusto offrire anche agli omosessuali che lo vogliono uno status di coppia unita e formalizzata, con diritti e doveri e reciproca cura e assistenza. Il disegno di legge al nostro esame costituisce dunque un atto di civiltà e coerenza, che dobbiamo al nostro popolo, al quale, forse, arriviamo anche con ritardo, dopo lustri di discussioni mai approdati a nulla. È dal 2013 che il testo passa in Commissione per essere modificato e poi modificato ancora. Diamo atto al Parlamento che finalmente ci stiamo mettendo al passo con la realtà. Sono dunque convintamente a favore dell'impianto del provvedimento, tuttavia non ne condivido l'intero testo, in quanto, come ho avuto modo di dire anche in altri contesti e circostanze, si è forse voluta alzare troppo l'asticella, introducendo temi che hanno destato in me forti perplessità. Il problema, come è stato già abbondantemente detto, è costituito dall'articolo 5. Credo che non possiamo avallare questo articolo, facendo nostra la chimera del "diritto alla genitorialità" , né tantomeno invocando la tutela per i minori. Credo che questi temi - non lo dico solo io, ma eminenti costituzionalisti che citerò in seguito - siano uno specchietto per le allodole, dal quale in tanti sono attratti, senza rendersi conto che il diritto alla genitorialità non è sancito né è riconosciuto: credo che questo sia un fatto acquisito. Essere genitori è un legittimo desiderio, un'aspirazione, una responsabilità, un percorso e un dovere, che lo Stato incentiva, ma di certo essere genitori non è un diritto. A proposito dei minori, il tema dell'interesse preminente del minore ha costituito l'argomento cardine sulla base del quale è stato scritto il testo dell'articolo 5. Ebbene, io non concordo con tale visione del tema, ritenendo che l'asserita tutela del minore mascheri invece la volontà di favorire gli interessi o, se preferite, i desideri dei componenti la coppia. Tra l'altro, ho da sempre manifestato perplessità sull'adozione, non per l'istituto in se stesso, ma perché semplicemente mi rendo conto - come è stato già detto - che oggi l'istituto, così com'è regolato dalla legge, necessita di una seria rivisitazione. Mi sono fatto anche parte diligente, chiedendo che si procedesse immediatamente alla rivisitazione dell'intero istituto, perché se così non si facesse, sicuramente si creerebbero delle disparità di trattamento, che già con l'approvazione del testo attuale verrebbero a crearsi, ad esempio tra gli individui componenti coppie omosessuali, rispetto ai componenti di coppie di sesso differente. L'approvazione della norma così com'è non supera problematiche di rilevante importanza e materializza, come dicevo, la discriminazione per le coppie eterosessuali inquadrate in questa legge, non pone le dovute precauzioni alla possibilità dell'affermarsi di pratiche di mercificazione della maternità, che la cronache ci dicono essere in aumento, dando ancora spazio alla mortificazione dell'umanità stessa e in generale alla tratta dell'essere umano e della donna in particolare. E allora c'è domandarsi se forse l'istituto dell'adozione non sottenda semplicemente a mascherare e legittimare la pratica dell'utero in affitto, che in Italia è vietata in forza della legge n. 40 del 2004. Flick, Mirabelli e De Siervo sono tre eminenti costituzionalisti, tutti Presidenti emeriti della Consulta, che hanno manifestato le loro perplessità sul contenuto dell'articolo 5. Secondo la loro autorevole opinione, non vi sarebbe necessità di alcuna previsione normativa esplicita, posto che l'attuale legge sulle adozioni sarebbe sufficiente a dare risposta alla preoccupazione del genitore naturale per le sorti del figlio attraverso l'adozione speciale, che già altre volte è stata riconosciuta. I tre giuristi citati, seppure con sfumature diverse, affermano che l'articolo 5, lungi dall'assicurare tutela al minore, persegue piuttosto gli interessi degli adulti e la loro aspirazione ad utilizzare la maternità surrogata per poi estendere la genitorialità al partner, aprendo quindi la strada all'illegalità, in considerazione dei divieti posti dalla legge n. 40 già citata. Allora dico: usciamo da questa ipocrisia. Si badi al fatto che De Siervo, che era nella Corte costituzionale che aveva pronunziato la nota sentenza del 2010, che ha costituito l'impulso finale alla regolamentazione della materia, oggi sull'articolo 5 pensa ciò che ho appena esposto. Ho sentito dire che è corretto approvare anche l'articolo 5 perché molte coppie etero ricorrono, nonostante il divieto, alla pratica dell'utero in affitto recandosi all'estero, quindi è giusto consentirlo anche alle coppie omosessuali. Mi sta bene, ma ribadisco: usciamo dall'ipocrisia e diciamolo apertamente; non manteniamo una situazione considerata illegale continuando a legittimarla dicendo che i bambini ci sono. Badiamo ai bambini che ci sono e c'è già una normativa che lo consente. A questo punto vi faccio notare che c'è un emendamento che potrebbe evitare che la pratica dell'utero in affitto possa essere ancora esercitata: tale emendamento prevede che venga considerata condannabile anche in Italia seppure commesso all'estero; approviamo questo emendamento e usciamo dall'ipocrisia. (Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Giovanardi e Quagliariello). Diciamo che tale pratica è assolutamente vietata condanniamola. Se effettivamente la volontà è solo quella di tutelare i bambini che ci sono, la legge già prevede delle tutele. Se ragionassimo diversamente, potremmo uscire dall'ipocrisia. I sostenitori di questa strampalata teoria dovranno poi giustificare davanti all'Italia e agli italiani il mercimonio che inevitabilmente si farebbe delle donne che, per bisogno economico o, peggio, per cupidigia e avidità di denaro, si prestassero a portare avanti una gravidanza rinunciando al proprio figlio biologico, per consegnarlo ai richiedenti al momento della nascita, privando però anche il bambino del suo genitore biologico, spezzando quel rapporto di simbiosi che si sviluppa tra madre e figlio sin dal momento del concepimento. Dunque, queste perplessità le ho esposte, le ho ancora e non sono state fugate. Credetemi, io sono aperto a qualsiasi soluzione che mi convinca, che possa fugare queste perplessità e che consenta di risolvere i problemi che mi sono posto e che ho posto anche gli altri. Ad oggi, francamente non condivido e continuo a non condividere quella parte della legge. Poiché le opinioni di tutti quelli che siedono in quest'Aula dovrebbero essere sempre improntate al senso di responsabilità, al desiderio di contribuire al dibattito nell'interesse collettivo piuttosto che essere indirizzate a profitti elettorali o alla ricerca di popolarità, l'auspicio è che si continui a discutere fino a quando non andremo alle votazioni per cercare una soluzione che possa essere condivisa e che ci possa portare a risolvere quei problemi che inevitabilmente sorgerebbero se la legge essere approvata così come è, con l'articolo 5. Noi non possiamo stabilire che le unioni civili siano formazioni sociali specifiche e poi connettere le stesse al quadro normativo afferente alle coppie legate da matrimonio, senza creare disparità e discriminazioni rispetto ad altri soggetti o situazioni. E per tutti, cito il caso dell'adozione da parte di un soggetto singolo. Cerchiamo di risolvere tutti questi problemi. Continuiamo a discutere. Credo che lo si possa fare se tutti insieme facciamo un passo indietro e proviamo a confrontarci affrontando il tema alla luce delle tante riflessioni di ordine giuridico e sociale che hanno contribuito al dibattito. Nell'ottica di un lavoro proficuo e in direzione anche degli epocali cambiamenti sociali che vengono profilati da questa nuova normativa, cerchiamo di trovare la soluzione. Io stesso voterò convintamente a favore dell'impianto della legge perché ne condivido il contenuto. Io stesso sono assolutamente pronto a trovare una soluzione che dia le risposte ai problemi di cui ho parlato in precedenza.

NUGNES (M5S)

Signor Presidente, siamo in ritardo e non lo siamo solo per la direttiva europea, ma perché le famiglie arcobaleno esistono già. Là fuori già ci sono; semplicemente sono al di là di noi e delle nostre discussioni. Quando ho cominciato a dire in famiglia che avremmo discusso questo disegno di legge, i miei figli hanno sgranato gli occhi e mi hanno chiesto: perché? Non è già così? Ci vuole una legge? Per i bambini e i giovani il problema non si pone perché questa trasformazione ed evoluzione delle famiglie è già nei film, nei telefilm e nella letteratura. Stiamo parlando di cose che già dovrebbe essere nei fatti. Questo avviene perché i principi fondamentali degli articoli 2 e 3 della Costituzione sono già un dato di fatto. L'articolo 2 dice: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazione sociali dove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Ricordiamo infatti che in questa legge noi chiediamo dei diritti, ma anche dei doveri ai soggetti che si impegnano in questa faccenda. In Italia, quindi, anche se non c'è la legge sulle unioni civili tra omosessuali, questa realtà è un dato di fatto perché esiste già questa formazione sociale proprio perché la Repubblica riconosce i diritti inviolabili del singolo nella famiglia e nella società dove svolge la sua personalità. Per questo Stefano Rodotà afferma che, per continuare a discriminare gli omosessuali, si è obbligati a violare i principi generali di uguaglianza e di riconoscimento dell'altro. Il richiamo a questi principi ha una radice in una lunga tradizione storica e filosofica. L'idea di fondo è che esistono dei diritti naturali - proprio quel naturale che è ripetuto tante volte in questa Aula, come se fosse un dato appartenente ad alcuni e non ad altri - che appartengono alla natura dell'uomo e, perciò, precedono l'esistenza stessa dello Stato. Lo Stato deve riconoscere e, soprattutto, garantire attraverso le leggi questo concetto. Noi con la legge ci dobbiamo adeguare a un diritto e non dobbiamo concederlo. I diritti naturali, che sono relativi alla natura umana, non sono legati a una determinata cittadinanza. Non è possibile che in Italia non ci siano ed altrove sì perché appartengono agli uomini in quanto tali e in quanto esseri umani. Il riconoscimento è importantissimo perché obbliga la Repubblica italiana a garantire a tutti gli stessi diritti fondamentali. Con l'articolo 3, che riconosce pari dignità e uguaglianza a tutti, la Repubblica si impegna a rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e - badate bene - sociale perché la libertà e l'uguaglianza dei cittadini debbano svilupparsi appieno. Quando ascolto le vostre parole, soprattutto nelle vostre pregiudiziali, vedo che venite meno nelle vostre intenzioni proprio al rispetto costituzionale di questo comma dell'articolo 3. Vi appellate più che altro alla Parte II della Costituzione, quella che regola i rapporti economici e sociali. Infatti, quello che vi preme è che certi privilegi di tipo economico e certi vantaggi, che sono adesso riconosciuti per la famiglia, non vengano allargati; ma questo è chiaramente in contraddizione con l'articolo 3. Per quanto riguarda, invece, l'appello all'articolo 29, credo che voi siate giunti a dichiarare il falso. Leggo, infatti, nella questione pregiudiziale del senatore Sacconi che questo testo addirittura disciplinerebbe il dimorfismo sessuale. Ma non è vero, perché si parla semplicemente di coniugi e non si fa nessuna differenza sessuale, come la Costituzione vuole che sia. Sarebbe stato possibile, anche per noi, estendere addirittura l'istituto del matrimonio alle persone omosessuali, così come avviene in 21 Paesi europei, come la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, la Gran Bretagna, l'Irlanda, la Spagna, il Portogallo, la Francia, il Belgio, l'Olanda, la Slovenia. Eppure no, abbiamo fatto questo piccolo passo necessario, ma ricordiamo che è un piccolo passo. Cosa è che vi preoccupa? Voi dite che non è il dare ad altri diritti la cosa che vi preoccupa di più, ma il concedere l'adozione del figlio del compagno, perché ritenete che una coppia omosessuale non sia adeguata a crescere un figlio. Ma questo, oltre alle testimonianze presenti in 21 Paesi europei, nei Paesi americani, nel Canada e in quanti altri oramai considerano il matrimonio omosessuale e l'adozione un dato di fatto (e quindi abbiamo già la prova provata sul campo che questo dato di preoccupazione non è esatto), vi sono anche studi scientifici che lo dimostrano. C'è addirittura uno studio australiano, dell'università di Melbourne, del 2014 (quindi recente), che ha condotto un singolare esperimento su 50 ragazzi figli di coppie gay tra gli zero e i diciassette anni, che ha dimostrato non solo che questi ragazzi sono sani e affezionati al pari di quelli cresciuti nelle famiglie eterosessuali, ma che dichiarano senza dubbio che sono più sani e felici, perché la libera espressione dell'individuo meno condizionato da un modello preconcetto riesce a garantire una maggiore possibilità di realizzazione della personalità. E così in Columbia, dove su 72 casi di studio 72 sono risultati positivi, ossia il cento per cento. E così ancora in uno studio olandese. In sintesi, se crescono in un ambiente rispettoso e tollerante, i bambini di coppie omosessuali si sviluppano esattamente come tutti gli altri, semmai più felici degli altri. Cosa è che impedisce questa cosa in questo Paese? L'impedisce l'omofobia, che è esattamente la verità nascosta in tutti i vostri discorsi, che deriva dal fatto che l'omosessualità mette in crisi il modello patriarcale del maschio dominante. È chiaramente una destrutturazione del maschilismo e questo vi fa paura. È per questo che a me, invece, piace molto. Anche la giudice cattolica Melita Cavallo, da cattolica ma da cittadina di uno Stato laico, è convinta che le coppie di fatto debbano avere una propria disciplina, anche perché ciò non toglie diritti ad altri. È vero, esiste già un articolo della legge n. 184 del 1983 che prevede questo istituto; esso, infatti, dice chiaramente che il bambino possa essere dato anche a chi non è coniugato, se ha maturato un rapporto stabile e duraturo con il bambino. Di fatti, grazie a questo articolo di legge, la giudice ha permesso l'adozione del figlio naturale da parte della compagna della madre. Però lei stessa dice che non basta, perché va fatta chiarezza e va dato uno strumento in mano ai giudici, affinché si possa effettivamente realizzare questo passaggio in maniera serena e tranquilla. Un'altra preoccupazione di cui voi parlate tanto spesso è il fatto che questo apra la via alla possibilità di realizzare un reato, ossia di ricorrere all'utero in affitto. Ma, signori, a parte che nessun riconoscimento di un diritto può mai regolarizzare un crimine, che è sancito dalla legge n. 40 (com'è stato più volte ripetuto), vi vorrei far riflettere solo un istante - concludo, signor Presidente, mi lasci solo finire questo pensiero - sul fatto che andare all'estero e adottare un utero in affitto è una piaga che esiste e che va combattuta (se non regolamentata, come avviene in Canada), ma che non c'entra nulla con le disposizioni di questa legge. In questo caso, comunque, le coppie sterili eterosessuali e le coppie omosessuali sono assolutamente sullo stesso piano di rischio. Anzi, a mio dire, le coppie eterosessuali sono in numero e in eventualità di rischio molto maggiore, perché sono mosse da un condizionamento sociale che vuole la coppia sterile discriminata, se senza figli, per status sociale. Quindi io direi che è proprio lo stereotipo del modello del Family day che crea un rischio enorme, per le coppie etero, a ricercare un compiacimento condizionato e a ricercare ad ogni costo un'accettazione sociale, anche semmai contravvenendo alla legge (con acquisti di bimbi e acquisti di uteri), semmai anche oltre il vero desiderio di accudimento. Quindi attenti alle vostre paure. (Applausi dal Gruppo M5S).

BORIOLI (PD)

« Signor Presidente, nei quindici giorni che abbiamo alle spalle abbiamo assistito tutti quanti, con attenzione e rispetto, all'esprimersi di due piazze, diverse e in qualche misura, così come è proprio della radicalità che talvolta esprimono le piazze, anche contrapposte.

Io credo che il nostro compito, il compito che ci aspetta come legislatori su un argomento così importante, non sia quello di fare a nostra volta l'altoparlante di quelle piazze, ma sia quello di saper esprimere nei loro confronti capacità di ascolto e di assumere una decisione consapevole, avendo anche la sensibilità e l'accortezza di guardare in profondità nel Paese, anche alla vita concreta di una moltitudine di persone, di donne e di uomini, che in quelle piazze non si sono espressi, ma che sono portatori di una legittima e non più rinviabile domanda di diritti.
In questo senso - lo voglio dire con estrema franchezza - darò convintamente il mio voto favorevole al disegno di legge che porta il nome della collega Cirinnà, proprio perché credo che in esso si riassuma in qualche modo la capacità di ascoltare e di tener conto delle molteplici esigenze e posizioni culturali che sono state espresse. Il disegno di legge che stiamo discutendo e che siamo chiamati ad approvare - come ricordava la stessa Monica Cirinnà - è un disegno di legge che in qualche modo tiene conto della domanda forte di diritti che si esprime da parte delle coppie omosessuali, quella di veder riconosciuto, da un istituto giuridico che qualifica nell'unione civile una formazione sociale specifica, un diritto cui aspirano ormai da moltissimo tempo»

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