Delitto di Viale Gorizia (1952)

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Un articolo dedicato al delitto, da "Scienza e sessualità", 1952.

Il 28 agosto 1952 il medico Livio Caucci è ucciso a Roma per mano di Salvatore Lazzari e Fernando Lisandri. Anche per i trascorsi giudiziari dell'uomo (confinato ad Agropoli nel 1942 per corruzione di minorenne), l'omicidio efferato è immediatamente etichettato dalla stampa come caso dal “torbido retroscena”.

La cronaca

Il 29 agosto 1952 è trovato morto a Roma, in Viale Gorizia 43, il professor Livio Caucci. Il cadavere sul pavimento è legato mani e piedi. La testa imbavagliata è sotto a una poltrona.

Le indagini si concentrano su una ricetta medica con una prescrizione per una malattia cutanea, scritta a metà, ritrovata sulla scrivania dell’uomo, insieme a un foglio visite con un nome cancellato, che portano gli inquirenti a restringere immediatamente il campo degli indiziati a un giovane affetto di eczema alla coscia.

Si tratta di Salvatore Lazzarin che interrogato confessa l’omicidio:

« era andato dal Caucci per farsi visitare pensando di approfittare delle inclinazioni del medico per ottenere gratuitamente il consiglio. Ma più tardi, data la doppia situazione del medico, era sorta la contestazione su chi dei due dovesse considerarsi cliente dell'altro […] Salvatore Lazzari, travolto dal bisogno di denaro, aveva percosso il medico a pugni e calci, lo aveva legato e imbavagliato […], poi aveva rubato quel che aveva potuto trovare a portata di mano[1]»

La confessione però lascia alcuni dubbi agli inquirenti e, nel corso di un nuovo interrogatorio, Lazzeri rivela il nome di un complice, Fernando Lisandri, che tradotto in Questura confessa:

« mentre il dottor Caucci scriveva la ricetta, Salvatore Lazzari lo aveva aggredito e abbattuto. Ma il vecchio era ancora robusto e il Lazzari chiamò in aiuto il compagno, che tempestò la vittima di pugni e di calci quindi lo colpì più volte al capo col bastone di metallo ricoperto di cuoio che aveva trovato nella stanza. […] Infine con estrema tranquillità tagliarono in strisce un asciugamano, legarono e imbavagliarono la vittima in modo che la benda occludesse anche il naso bloccando completamente il respiro[2]”. »

I due, dopo l'omicidio, avevano sottratto alla vittima un anello, che aveva fruttato circa 11 mila lire, una spilla d’oro (1350) e un orologio (2000).

La vittima

Nato a Mantova nel 1883[3], figlio di un generale d'artiglieria, Caucci segue il padre in numerosi trasferimenti (Palermo, Ferrara, Piacenza, Messina) fino a stabilirsi a Roma dove si laurea in medicina, specializzandosi in dermosifilopatie nel 1908.

Fino al 1913 abita a San Martino ai Monti, nel 1926 è in via Saturnia, nel 1926 in Via Cairoli e nel 1937 in Via Biella.

Già nel 1923 incorre nelle attenzioni della Giustizia: una lettera anonima lo accusa di aver certificato falsamente l'infermità di una donna, consentendole di evitare di presentarsi a un processo.

Nel novembre del 1941 è accusato di corruzione di minorenne dal padre di un sedicenne. All'epoca confessa alla polizia “di essersi accorto all'incirca nel '33 di essere un anormale”[4] e nel 1942 è inviato al confino di polizia ad Agropoli, in provincia di Salerno, per 5 anni. Di conseguenza è radiato dall'Ordine dei Medici.

Nel dopoguerra lo incontriamo a Roma, dove apre uno studio medico clandestino nel quartiere di San Lorenzo, che viene chiuso per ordine della Questura: “lì riceveva ogni sorta di giovani, quasi tutti disoccupati o senza mestiere, portati al vizio dalla miseria o dall'indigenza, giovani che per cinquecento lire, e talvolta persino per duecento, si prestavano a soddisfare le immonde brame del vecchio dottore. Le indagini accertarono che oltre trecento giovani avevano avuto rapporti con il Caucci nel corso di due anni[5]”.

Si trasferisce in Viale Gorizia a casa della sorella, moglie di un generale: entrambi moriranno, a distanza di un anno l'uno dall'altra. Il 28 agosto 1952 muore per soffocamento a sessantanove anni.

Gli assassini

Ferdinando Lisandri.

Il profilo biografico degli assassini che compare sulla stampa e sui rotocalchi è minuzioso.

Salvatore Lazzari, 19enne al momento del delitto, è nato nel 1933 in una famiglia povera. Rimane molto presto orfano di padre. Nel dopoguerra aiuta la madre a sbarcare il lunario vendendo sigarette al mercato nero. Tra il 1946 e il 1949, su richiesta della stessa, è internato nell'Istituto di rieducazione "Aristide Gabelli", dove apprende il mestiere di falegname. Nel 1950 lo ritroviamo "per punizione" alla Casa di Rieducazione di Avagliano. Poi lavora a Trastevere, a Roma, in una fabbrica di sedie. Lì conosce Fernando Lisandri.

Quest'ultimo, 18enne al momento del delitto, è nato nel 1933, vive con il padre Augusto separato dalla moglie, ed è ricoverato al "Gabelli" su richiesta del padre. In particolare, nel 1946, il padre denuncia il figlio tredicenne, fuggito di casa per la quarta volta, perché sia rintracciato e chiuso in un istituto "dato il suo carattere disonesto e falso". L'infanzia e l'adolescenza dei due, nelle ricostruzioni, è utile ad avvalorare la tesi che i giovani fossero, come scrive il settimanale "Epoca", "spinti inesorabilmente verso il delitto".

Il caso giudiziario

Il processo si apre con i due giovani denunciati per omicidio preterintenzionale. Pochi giorni prima del dibattimento (a porte chiuse) Lazzari, detenuto nel carcere di “Regina Coeli”, tenta il suicidio tagliandosi con una lametta le vene[6].

Il processo incomincia il 18 febbraio 1954, e i due sono rinviati a giudizio per omicidio involontario.

La difesa insiste sulle "condizioni di mente dei giovani rapinatori, l'ambiente nel quale essi avevano vissuto e le circostanze che avevano determinato i loro caratteri, spingendoli inesorabilmente verso il delitto".

Qualche giorno dopo sono: "riconosciuti colpevoli, con l'attenuante di aver agito in stato di seminfermità mentale: sono stati condannati alla pena di dodici anni di reclusione, di cui tre condonati, e al ricovero - dopo la fine della detenzione - in una casa di cura per un periodo non inferiore a tre anni[7]".

Le domande della stampa

Questo delitto, definito dal Questore di Roma “malefizio orrendo”, offre l'opportunità alla stampa per discutere apertamente di omosessualità.

Agostino Pepe, sulle pagine di “Epoca”, ammette francamente che l’omicidio “ha portato alla ribalta” il problema “della sempre più diffusa categoria degli anormali” e nonostante individui nella biografia di Caucci il percorso “di disgregazione morale” dell'uomo, si chiede se non sia “più sensato” discutere “degli sfruttatori di abnormali”.

Pepe, tra rari giornalisti dell'epoca a porre il problema, si scaglia duramente contro i criminali:

« “costoro, spaventosamente numerosi, appartengono al tipo criminale più temibile, proprio perché, nella maggioranza dei casi sono normali.

E l’uomo che essendo normale accetta certi rapporti dà prova di un'ottusità non solo morale, ma anche mentale […] L'omicida è anzitutto un idiota. Le centinaia di ragazzi e giovani che si dedicano al suddetto sfruttamento, sono tutti assassini in potenza[8]”. »

Il giornalista, da perfetto rappresentante della sua epoca, evidentemente fa un passettino avanti nell'analisi della prossimità del mondo omosessuale a quello della delinquenza ma, ripropone l'eteronormatività di quegli anni, legando proprio all'omosessualità l'ottusità, l'immoralità e l'assenza di scrupoli di criminali che nonostante la loro “normalità” accettano “certi rapporti”.

Note

  1. Agostino Pepe, Scoprirono nei giochi dei figli la vocazione al delitto, "Epoca", 20.09.1952, p. 70.
  2. Ibidem
  3. Tutte le informazioni sono di seconda mano e sono desunte da: Agostino Pepe, Scoprirono nei giochi dei figli la vocazione al delitto, "Epoca", 20.09.1952, pp. 68-70.
  4. Agostino Pepe, Scoprirono nei giochi dei figli la vocazione al delitto, Epoca, 20.09.1952, p. 68.
  5. * ?. P., Stamane in Assise i due giovani involontari assassini del Caucci, "L'Unità", 18.02.1954, p. 4.
  6. Anonimo, Uccisero imbavagliandolo un vecchio medico romano, "La Stampa", 19.02.1954, p. 4.
  7. Anonimo, Condannati a 12 anni di reclusione i giovani omicidi Lisandri e Lazzari, “L'Unità”, 21.02.1954, p. 4.
  8. Agostino Pepe, Scoprirono nei giochi dei figli la vocazione al delitto, Epoca, 20.09.1952, p. 70.

Voci collegate

Bibliografia

  • Anonimo, Un medico trovato cadavere con un pugnale nella schiena, "Stampa sera", 29.08.1952, n. 204, p. 1.
  • C. L., Noto medico assassinato nel suo alloggio a Roma, "La stampa", 30.08.19522, n. 205, p. 4.
  • Anonimo, L'assassino tradito da un foglio strappato, "La Stampa", 04.09.1952, n. 209, p. 63.
  • G. F., Due furono gli assassini del noto medico romano, "La Stampa", 05.09.1952, n. 210, p. 4.
  • Anonimo, Escluso un terzo complice nell'assassinio del Caucci, "La Stampa", 13.09.1952, n. 217, p. 6.
  • Agostino Pepe, Scoprirono nei giochi dei figli la vocazione al delitto, Epoca, 20.09.1952, pp. 68-70.
  • Nico Tin, Cronaca scandalosa, "Scienza e sessualità" n. 12, dicembre 1952, pp. 74-75.
  •  ?. P., Stamane in Assise i due giovani involontari assassini del Caucci, “L’Unità”, 18.02.1954, p. 4.
  • Anonimo, Condannati a 12 anni di reclusione i giovani omicidi Lisandri e Lazzari, “L’Unità”, 21.02.1954, p. 4.
  • Anonimo, Dodici anni di carcere agli assassini di Caucci, “La Stampa”, 21.02.1954, p. 6.