Delitto di Piazza Statuto

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Voce scritta da Stefano Bolognini. 
Antonio Versino (1931-1951), vittima dell'omicidio di Piazza Statuto
Giovanni Marinelli autore dell'omicidio di Piazza Statuto

Con il nome di Delitto di Piazza Statuto è ricordato un caso di cronaca nera avvenuto a Torino nel 1953, che ebbe rilievo mediatico a causa del coinvolgimento passionale di una coppia di uomini. Nel corso delle indagini emergerà dalle cronache dell'epoca il primo caso documentato di denuncia per reato di plagio ai danni di un omosessuale. E la prima assoluzione. E' quindi questo il primo caso attestato di tentativo di utilizzo del reato di plagio per impedire che un giovane frequentasse il proprio amante e non, a differenza di quanto la storiografia ha erroneamente sostenuto, il caso di Aldo Braibanti del 1968.

Il delitto

Una revolverata scuote Torino il 26 aprile 1951. Giovanni Marinelli, un sarto trentaduenne, uccide in pieno centro "tra la folla" l'"amico" Antonio Versino, un ventenne "di buona famiglia".

Stando alla ricostruzione giornalistica, risaliva a due anni prima l'incontro "funesto", in un cinematografo, tra i due giovani, che stabilirono "in breve, dei torbidi rapporti [1]". Con l'aggettivo "torbido" la stampa dell'epoca, senza eccezioni, descriveva rapporti di tipo omosessuale tra uomini.

"Il delitto di piazza Statuto" nella narrazione dei quotidiani è raccontato con i crismi del delitto passionale. I giornalisti si affrettano a condannare l'assassino. La vittima è descritta in questi termini:

« si lascia traviare, via via si allontana dagli studi, dalla famiglia. Muta d'animo, s'infosca, si indurisce. Ad un certo momento fugge. [...] Invano la polizia ricerca i due. Essi vivono insieme, compiono dei viaggi, espatriano persino, vanno in Francia. [...] La famiglia sporge denuncia, ma la coppia non viene mai sorpresa. Infine il Versino ricompare, si riaccosta ai suoi, ma poi se ne stacca ancora. Una ventina di giorni or sono (come hanno dichiarato i genitori) il ragazzo ritorna. Dice di non volerne più sapere della vita sciagurata che ha condotto sino a quel momento: conferma di aver rotto - e definitivamente - ogni rapporto d'equivoca amicizia con il Marinelli.[2]»

Un rapporto avversato dalla famiglia

La vita in comune dei due, i viaggi, e la fuga solo accennata dal quotidiano torinese, raccontano solo in parte le ragioni del dramma. Che inizia con un esposto alla magistratura della famiglia della vittima nei confronti di Giovanni Marinelli per ratto di minorenne ("Il losco individuo aveva convinto il giovane ad abbandonare la famiglia, la maggiore età essendo all'epoca fissata a 21 anni.[3]"), furto (alcuni oggetti preziosi spariti dalla casa dei Marinelli furono trovati in possesso dell'assassino, che dichiarò di averli ricevuti in dono quando ancora i rapporti erano stretti) e plagio:

« Il Marinelli infatti si era imposto sul Versino, piuttosto debole di volontà, rendendolo quasi schiavo. E quando il poveretto tentò di reagire a questo stato di cose, di rompere il turpe incantesimo che lo legava al compagno più anziano, incontrò la morte [4]»

Il memoriale dell'assassino

Il delitto nasconde una delle storie d'amore gay più drammatiche del Novecento italiano. Grazie ad memoriale presentato al giudice istruttore del processo dal professor Anselmo Sacerdote, che ci ha lasciato un limpido "profilo psicologico" dell'assassino.

Giovanni Marinelli, secondo il memoriale, vive l'omosessualità in maniera sofferta anche e soprattutto per l'educazione rigidamente religiosa ricevuta. Marinelli scrive:

« Tutti distinguono gli omosessuali tra le altre persone, li segnano a dito, ne formano oggetto di spregio, ne hanno schifo, ne stanno e li tengono lontani [5]»

Per questo, continua Anselmo Sacerdote: "sono costretti a mantenersi a contatto solamente fra di loro e finiscono di essere dei veri reietti della società". Marinelli dichiara di sentirsi "ingiustamente perseguitato", e predomina nel suo carattere "l'astio contro il suo destino, o quello contro gli uomini che non lo sanno, o, come egli dice «non lo possono capire»".

L'omosessualità negli anni Quaranta

Questa relazione risulta una fonte preziosissima (nonostante si configuri come un memoriale di difesa dell'assassino) sulla vita degli omosessuali italiani negli anni Quaranta del Novecento e su come si percepivano e raccontavano.

Giovanni Marinelli, in particolare, fino al 1949 aveva una vita sessuale eterosessuale, era stato fidanzato con alcune donne, senza però riceverne gratificazione né erotica né sentimentale. Credendosi impotente consultò "molti medici, che gli prescrissero numerose cure, specialmente di prodotti ormonici, ma senza esito" fino a quando nell'estate 1947 incontrò in un cinema Antonio Versino, allora diciottenne.

Versino, stando alla testimonianza del Marinelli, dall'età di 14 anni "aveva abitudini omosessuali e anzi si prostituiva anche per denaro. L'uomo, che, come dice, "sentiva una specie di avversione eterosessuale, credendo di essere anche lui un omosessuale" incominciò a frequentarlo, ne conobbe i genitori e confessa che avrebbe voluto parlare loro delle fatto che il figlio si prostituiva ma "non ne ebbe il coraggio".

Un rapporto difficile

Dal memoriale, grazie ad una lettera del Marinelli all'amato, emergono tutte le difficoltà del sofferto rapporto tra i due. È l'assassino, più adulto e pio, a cercare di porre un freno alla passione del giovane:

« Credevo tu fossi un giovane composto in buoni ideali e di ferma volontà di ascendere, invece... Antonio! Per il solo rispetto che ho verso il tuo babbo non metto avanti per ora la mia opinione su di te, però la nostra amicizia deve cadere... Fai il tuo esame di coscienza e considera i buoni suggerimenti che sempre ti ho dati e segui anche solo col pensiero la buona via che ti ho indicata. Fa appello alla tua volontà per adottarli. Ama i tuoi genitori e non una delle loro imposizioni trascura, considera che non sono imposizioni di cattività (sic) quelle che vengono dai propri cari ma buoni consigli che vengono e portano al bene... Col lavoro, lo studio e l'amore per l'arte sostituisci ogni ambizione dannosa terrena e molto più spesso che ad ogni altra cosa pensa a Dio. Lui esiste anche se tu non credi.[6] »

I due, dopo la lettera nella quale il giovane è reiteratamente invitato a ridurre gli attriti con i genitori, interrompono la frequentazione, ma il caso vuole che si reincontrino: dal 1948 si frequenteranno assiduamente, tanto che dal 1948 Marinelli fu di casa con la famiglia Versini e "bene accolto dai genitori di lui".

Scoppia la passione

Ricominciano a passeggiare insieme e la frequentazione di caffè fino a quando: "recatisi per un bagno in riva alla Dora, praticarono la masturbazione reciproca; e fu questa la prima volta". Marinelli dice che provò un "orribile schifo" e cercò di avere rapporti con delle donne senza riuscirci: "gli facevano nausea e schifo".

I genitori ostacolano l'affetto dei due

La situazione incomincia a precipitare nel luglio 1949, quando l'uomo presenta il ragazzo ad una fabbrica, che lo assume. Versini lavorerà "poche settimane perché la madre lo ritirò avendo repertato un diario del figlio nel quale sembra fossero contenute chiare confessioni delle sue abitudini omosessuali e della sua relazione con il Marinelli, dal quale essa lo volle staccare. Quel diario fu poi distrutto. [7]" L'episodio accentua l'ostilità fra il giovane e la madre ("Il Versini era ossessionato dalla vigilanza di sua madre") che "intimò ai due di troncare la relazione" incominciando una vera e propria campagna che assumerà i toni della persecuzione contro l'amante del figlio, senza esclusione di colpi. Nel 1950 la donna riuscirà addirittura a far perdere il lavoro a Marinelli:

« in quel tempo era cominciata la persecuzione esercitata con ogni mezzo contro di lui dalla madre del Versini, facendolo anche chiamare in questura; del che essendo pervenuta la notizia all'azienda dove era impegnato, ne rendeva impossibile la permanenza [8]»

Fuga e inseguimento

Il 3 marzo 1950 Antonio fugge dai genitori e si rifugia sul lago Maggiore dove si chiude in convento. La madre, scoperto il rifugio "denunciò al rettore le ragioni per cui suo figlio vi si era nascosto". Riaccompagnato da un frate a Torino, Antonio sfuggirà ancora una volta e si rifugerà a casa dell'amato. Scoperto anche qui, si diede alla fuga ed espatrierà, senza passaporto, in Francia, dove la madre sarebbe andata a prelevarlo.

Una lettera angosciante di Antonio all'amato in occasione del divieto dei genitori di trascorrere il Natale con lui ben descrive la situazione drammatica che vivono i due:

« Il fulcro essenziale nel negarmi ciò è stata mia madre, e non m'importa di dire che i miei genitori li odio. Non ho pianto perché quando piango mi sfogo e poi tutto è passato; invece ciò lo aggiungo nel mio cuore a covare e ad accrescere l'odio per loro. Se tu mi bolli mia madre succederà l'irreparabile. Ne ho basta, basta dei miei. Li voglio bollare... sono stufo che vengano a frugare nelle mie cose e nel mio animo. Questa è la terza volta che mi ha fatto mia madre. Basta, dovrà pagare, pagare... non vorrei per carità che ciò (il suo odio contro i genitori) determinasse la rottura della nostra amicizia... Guai se tu mi manchi se mi abbandoni ora... Non lasciarmi, ti prego, tutti sono contro di me; non esserlo poi anche tu. Sono vigliacco a pensare ciò, ma ho paura che tu ti stanchi di questa tragedia [9]»

Il forte legame amoroso tra i due è espresso, sempre dal più giovane, in un'altra missiva:

« Sei sempre per me il mio grande amore e nell'attesa di vederti ti abbraccio alla maniera araba: col cuore, con le parole, col pensiero. Ti bacio fortemente... Penserò a te e se non ti avrò accanto penserò che ciò sia... Io vivo nel tuo ricordo e ti ho anche sognato. Hai ancora fiducia in me, oppure mi hai dimenticato ed abbandonato al mio destino? [...] Non lasciarmi, ti prego" [10]»

Marinelli ricambiava, ma vuoi per scrupoli religiosi e morali o per l'educazione religiosa era turbato, e solo dopo l'assassinio avrebbe dichiarato:

« Lo amavo veramente, era più che un amore fraterno, lo amavo più che mia madre che pure adoro; lo amavo in modo tale che per lui avrei fatto più che per un fratello o per mia madre [11]»

Il primo processo per plagio a un omosessuale

Non è chiaro come e quando i genitori del giovane abbiano denunciato per reato di plagio Giovanni Marinelli. È comunque nel 1950 che ebbe luogo il processo nel quale, stando al memoriale di Anselmo Sacerdote,

« si sentono i riflessi di una situazione dolorosa per tutti coloro che vi figurano. V'è il «calvario di una madre» come questa ha intitolato il suo lungo esposto nel quale enumera le molte sue accuse contro Marinelli, la denunzia del padre di Versini..., con ben sette capi di accusa contro lo stesso, v'è la confessione del V. Antonio delle sue abitudini omosessuali; e v'è la disperata autodifesa del Giovanni Marinelli»

Il processo sarebbe durato oltre un anno, che comportò per i due un: "martellamento di accuse, di contestazioni, di ingiunzioni, di interrogatori, di oltraggi che li hanno esasperati" che "anziché dividerli li ha maggiormente vincolati uno all'altro".

Il 13 dicembre 1950 l'imputato fu infine assolto con formula piena. Il giudice istruttore ritenne che l'uomo non aveva sottoposto il giovane al proprio potere in modo da indurlo in soggezione e che il cambiamento di carattere del ragazzo non trovava fondamento "nell'intima amicizia" fra i due.

Il delitto di Piazza Statuto

La persecuzione messa in campo dalla famiglia del Versini riuscì comunque nell'intento di raffreddare il rapporto tra i due, stando a quanto dichiara l'assassinio, ormai ridotto in miseria, e con un tentativo di suicidio alle spalle:

« In questi ultimi tempi i nostri rapporti erano meno cortesi. Continuavamo però a trovarci. [...] Il Versini avrebbe voluto tornare presso i suoi genitori, ma allo stesso tempo avrebbe voluto che io fossi sempre a sua disposizione»

Sarà proprio nel corso di uno di questi incontri che maturerà la dinamica dell'omicidio. In Piazza Statuto, Marinelli chiede a Versini il favore di intercedere presso il padre in modo che gli sia restituito il passaporto. Il più giovane dei due, presumibilmente per evitare l'espatrio dell'amato, "diventò improvvisamente aspro e cattivo dicendo che non avrebbe parlato con suo padre". La situazione precipita: Marinelli stende la mano verso l'amato per troncare la discussione. Il giovane

« certamente interpretò il mio gesto come un addio finale e sputò sopra la mano stessa. A quel gesto - spiega l'assassino - estrassi la pistola che tenevo sotto la giacca per fargli paura ma partì un colpo che raggiunse il Versini... freddandolo»

L'arresto e la confessione

Marinelli subito dopo l'arresto dichiarò di avere ucciso per gelosia l'amante. Per Anselmo Sacerdote l'uomo è persona socialmente pericolosa:

« Lo stato di tensione che si era acuito sopra un terreno da molto tempo predisposto ha dato luogo, in seguito a quell'atto di spregio, all'azione catastrofica»

Il processo

La condanna

Il 20 ottobre 1953 alle 20 il giudice Carron Ceva lesse, in un'"aula affollata all'inverosimile", la sentenza di condanna:

« Giovanni Marinelli è riconosciuto colpevole di omicidio aggravato dalla premeditazione e dai motivi abbietti e condannato alla pena dell'ergastolo, in cui viene assorbita quella di 4 anni di reclusione per detenzione abusiva di arma da guerra. L'omicida è inoltre condannato al risarcimento dei danni verso la Parte civile <la famiglia della vittima, ndr.>, a cui deve una provvisionale di 100 mila lire, alle spese di costituzione e di giudizio e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici. [12]»

La Corte chiese inoltre la pubblicazione del verdetto sul quotidiano "La Stampa". La madre della vittima, durante l'arringa del difensore "ha dato segni di insofferenza e di sdegno".

Note

  1. Anonimo, Uccide con una revolverata l'amico tra la folla, sotto i portici di piazza Statuto, in "La Stampa", 27 aprile 1951, p. 2.
  2. Ibidem.
  3. Cf. Anonimo, La polizia svela le cause del delitto di piazza Statuto, in "La Stampa", 30 aprile 1951, p. 2.
  4. Anonimo, La polizia svela le cause del delitto di piazza Statuto, in "La Stampa", 30 aprile 1951, p. 2
  5. Anselmo Sacerdote, Omicidio di un omosessuale nella persona del suo "amico", Tipografia G. Quartana, Torino, s.d.
  6. Ibidem, pp. 16-17.
  7. Ibidem, p. 17.
  8. Ibidem, p. 18.
  9. Ibidem, pp. 20-21.
  10. Ibidem, pp. 21-22.
  11. Ibidem, p. 22.
  12. Anonimo, Il sarto che uccise lo studente Versino è stato condannato alla pena dell'ergastolo, in "La Stampa", n. 246, 20 ottobre 1953, p. 2.

Bibliografia

  • E. C., Eine italienische Tragödie, "Der Kreis", n. 8 del 1951, pp. 8-11.

Voci correlate

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