Christine Jorgensen

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Christine Jorgensen (New York, 30 maggio 1926 - San Clemente, 3 maggio 1989) è stata una MtF statunitense, la prima persona a diventare ampiamente nota negli Stati Uniti dopo essersi sottoposta al cambio di sesso.

Cresciuta nel Bronx, storico quartiere della "Grande Mela", nel 1945 - poco dopo aver ottenuto il diploma - fu arruolata nell'esercito degli Stati Uniti per partecipare alle fasi finali della seconda guerra mondiale. Conclusosi il servizio miltare, ha frequentato diverse scuole, ha lavorato, e in questo periodo ha sentito parlare della chirurgia di transizione. Viaggiò in Europa e si recò a Copenhagen, capitale Danimarca, dove ottenne il permesso speciale di sottoporsi a una serie di operazioni a partire dal 1951[1].

Poco dopo tornò negli USA e la sua trasformazione divenne il soggetto di un'articolo pubblicato dal New York Daily News in prima pagina: dopo tale pubblicazione, divenne velocemente una celebrità e, contando sulla franchezza e sulla lucida intelligenza che la contraddistinguevano, utilizzò la sua popolarità per sostenere la causa dei transgender.

Occasionalmente fu anche attrice, entraîneuse e cantante[2].

Giovinezza

Nacque col nome George William Jorgensen Jr. ed era il secondo figlio del falegname e appaltatore George William Jorgensen Sr. e di sua moglie, Florence Davis Hansen. Di origini danesi, crebbe in un quartiere ad alta densità criminale come il Bronx e si autodescrisse come un "fragile, biondo e introverso ragazzino che si teneva lontano dalle scazzottate e dalle zuffe"[3].

Jorgensen si diplomò alla Cristoforo Colombo High School nel 1945 e poco dopo fu arruolato nell'esercito degli Stati Uniti.

Dopo essere stato congedato dall'esercito, Jorgensen ha frequentato il Mohawk College a Utica, New York[4]; una scuola fotografia a New Haven nel Connecticut e il Manhattan Medical and Dental Assistant School di New York. Per breve tempo, lavorò anche per il magazine britannico Pathé News.

Cambio di sesso

Tornato a New York dopo il servizio militare e sempre più preoccupato dalla "mancanza di sviluppo fisico maschile" (come in seguito un necrologio la definirà)[5], Jorgensen venne a conoscenza delle operazioni mediche concernenti la riassegnazione chirurgica del sesso. Cominciò ad assumere un ormone femminile, l'etinilestradiolo, e cercò qualcuno che la potesse operare: compì questa ricerca con l'aiuto del dottor Joseph Angelo, il marito di una sua compagna di corso della scuola medica e odontoiatrica che aveva frequentato[5]. A quell'epoca gli unici medici che eseguivano tali operazioni si trovavano in Svezia, per cui l'intervento era stato programmato lì. Durante una sosta a Copenaghen per visitare i parenti, incontrò il dottor Christian Hamburger, un endocrinologo danese specialista in terapia ormonale riabilitativa: Jorgensen rimase allora in Danimarca e seguì la terapia ormonale sostitutiva sotto la direzione del dottor Hamburger. In seguito ottenne un permesso speciale dal Ministero della Giustizia danese di sottoporsi a una serie di operazioni in quel paese.

Il 24 settembre 1951 i chirurghi del Gentofte Hospital di Copenaghen eseguirono un orchiectomia - rimozione dei testicoli - su Jorgensen[6]. In una lettera agli amici datata 8 ottobre 1951 descrisse il modo in cui la chirurgia l'avesse cambiata:

« Come potete vedere dalle foto allegate, scattate poco prima dell'operazione, sono cambiata molto. Ma ci sono delle altre modifiche ben più importanti. Ricordate la timida, miserabile persona che ha lasciato l'America? Beh, quella persona non c'è più e, come potete vedere, ho uno spirito meraviglioso »
(Christine Jorgensen[6])

Nel novembre del 1952, 13 mesi dopo il primo intervento, i medici dell'University Hospital di Copenaghen eseguirono un penectomia. Nelle parole di Jorgensen:

« La mia seconda operazione - così come la precedente - non è stata un grande lavoro chirurgico, come potrebbe sembrare" »
(Christine Jorgensen[6])

Terminata la degenza tornò negli Stati Uniti e, infine, si sottopose alla vaginoplastica quando tale procedura divenne possibile negli States: tale intervento venne eseguito sotto la direzione del Dr. Angelo, con Harry Benjamin come consulente medico[5].

Jorgensen scelse di chiamarsi Christine in onore del dottor Hamburger, il luminare che aveva reso possibile il suo sogno. Da questo momento in poi, divenne una portavoce dei diritti delle persone transessuali e transgender.

Notorietà

Quando l'1 dicembre 1952 sul New York Daily News comparve in prima pagina l'articolo Ex-GI becomes blond beauty ("Ex soldato diventa una bella bionda") in cui si affermava che la Jorgensen era diventata la prima paziente a sottoporsi al cambio di sesso, la vicenda fece scalpore. Tuttavia, dire che questo fosse il primo caso non corrispondeva al vero: questo tipo di chirurgia era stata precedentemente eseguita da pionieristici medici tedeschi alla fine del 1920 e all'inizio degli anni 1930. L'artista danese Lili Elbe e "Dorchen", entrambi pazienti di Magnus Hirschfeld presso l'Institut für Sexualwissenschaft (Istituto per la ricerca sessuale) di Berlino, erano noti per aver affrontato tali operazioni nel 1930-1931. Nel caso della Jorgensen v'era però di diverso la prescrizione aggiunta degli ormoni femminili.

Quando tornò a New York il 13 febbraio 1953, la Jorgensen era già una celebrità. Il primo racconto autorizzato della sua storia fu scritto da lei se stessa in un numero di febbraio 1953 dell'American Weekly dal titolo The Story of My Life. Divenne subito famosa ed utilizzò tale popolarità per sostenere per le persone transgender. Il presentatore radiofonico Barry Gray le chiese se le barzellette nate sul suo conto le dessero fastidio[7] e lei rispose ridendo e disse che tali storielle non la disturbassero affatto. Meno piacevole fu la sua ospitata al The Dick Cavett Show: in tale occasione Cavett la insultò chiedendole della situazione sentimentale di sua "moglie" e lei abbandonò lo spettacolo. Essendo l'unica ospite invitata, Cavett trascorse il resto del programma a spiegare che non intendeva offenderla.

É curioso notare che il futuro leader della Nation of Islam Louis Farrakhan nel 1953, quando ancora si esibiva come cantante di calypso con lo pseudonimo di "The Charmer", pubblicò una canzone incentrata su Christine Jorgensen intitolata Is she is or is she ain't (il titolo faceva il verso al brano di Louis Jordan Is you is or is you ain't my baby)[8].

Ultimi anni

Dopo la vaginoplastica Christine progettò di sposare John Traub, uno statistico che lavorava nel sindacato, ma la loro relazione finì prima delle nozze. Nel 1959 annunciò il suo fidanzamento con il dattilografo Howard J. Knox a Massapequa, New York, dove il padre le aveva costruito una casa dopo l'intervento: tuttavia, la coppia non potè ottenere la licenza di matrimonio perché il certificato di nascita classificava la Jorgensen come uomo. In un articolo che parlava di tale vicenda, il New York Times informò i suo lettori che Howard J. Knox era stato licenziato (lavorava a Washington DC) non appena il suo legame con la Jorgensen era diventato di pubblico dominio[9].

Durante gli anni Settanta e Ottanta la Jorgensen girò molti campus universitari e svariate altre sedi per parlare delle sue esperienze, divenendo nota per la sua schiettezza e l'arguzia raffinata. Nell'ottobre del 1970 pretese le scuse da Spiro T. Agnew, vice presidente degli Stati Uniti, che aveva definito un rivale politico "il Christine Jorgensen del Partito Repubblicano" (Agnew non volle chiedere scusa)[10].

Recitò la parte di Madame Rosepettle nella commedia Oh dad, poor dad, mama's locked you in the closet and I'm feeling so sad. Nel suo spettacolo da nightclub cantava "I enjoy being a girl" ("Mi piace essere una ragazza") vestita come la supereroina dei fumetti Wonder Woman: questa esibizione cessò quando gli editori che detenevano il copyright su Wonder Woman intrapresero azione legale. La Jorgenes non si perse d'animo e creò lei stessa un personaggio, Superwoman, che sfoggiava una grande lettera S nel suo mantello.

Continuò la sua attività artistica, esibendosi al Freddy's Supper Club nell'Upper East Side di Manhattan almeno fino al 1982, quando si è esibita due volte nella zona di Hollywood: una volta al Teatro Backlot, adiacente alla discoteca Studio One, e poi al ristorante The Frog Pond (questa performance è stata registrata ed è attualmente disponibile come album su iTunes). Nel 1984 la Jorgensen tornò a Copenaghen per eseguire il suo show, che venne inserito nel documentario di Teit Ritzau Paradiset er ikke til salg ("Il Paradiso non è in vendita").

Nel 1989, anno della sua morte, Christine affermò di aver dato alla rivoluzione sessuale "un bel calcio nei pantaloni". Afflitta da un cancro alla vescica e uno ai polmoni, morì a San Clemente, in California, 27 giorni prima del suo 63esimo compleanno.

L'influenza di Christine Jorgensen nel dibattito contemporaneo

Come portavoce transgender, Jorgensen riuscì a riscuotere un certo successo: spinse molti altri transessuali a cambiare il proprio sesso e i certificati di nascita al fine di poter modificare il nome. Il caso di Christine Jorgensen è significativo perché, per la prima volta (almeno per ciò che concerne il dibattito mainstream statunitense), mise in discussione il rapporto tra sesso e scienza e la mutevole definizione della "sessualità". Il sesso era stato pensato come un sistema binario - dove si poteva essere maschi o femmine - permanente, ma il caso di Jorgensen mise in dubbio tale stabilità: la sua esperienza mostrò come poteva esserci una divaricazione tra l'aspetto fisico e quello che alcuni medici definirono "sesso psicologico", il quale poteva essere diverso dal "sesso biologico".

Jorgensen dimostrò esattamente questo: la sua sessualità non era la "conseguenza" del suo sesso biologico. Dopo l'intervento chirurgico della Jorgensen, la definizione della sessualità è cambiata e ciò ha portato ad un'ampia riflessione su tali argomenti, che ovviamente erano complicati oltre che scottanti. I medici hanno cercato di definire e riclassificare la sessualità, ma non si è stato di un compito facile poichè all'esigenza scientifica di innovare e differenziare si è aggiunta un'altra esigenza, che potremmo definire "sociale", di spiegare alla gente queste innovazioni e queste differenziazioni (ad esempio, la distinzione tra i concetti di transessualità, travestitismo e omosessualità). Le tradizionali "gender norms" furono messe, quindi, in discussione.

C'è da dire che Christine Jorgensen non si considerò mai un'esponente del cosiddetto terzo sesso ma una donna, tanto che in molte sue apparizioni pubbliche spiegò cosa volesse dire essere - e non, genericamente, "sentirsi" - una donna. Inoltre, prendendo le mosse dalla nozione di femminilità, ella si autoconsiderava una dei membri fondatori di quel fenomeno di liberalizzazione dei costumi noto come "rivoluzione sessuale".[11]

Note

  1. 21 Transgender People Who Influenced American Culture. Time Magazine
  2. Christine Jorgensen Website. Christinejorgensen.org. URL consultato in data 16-10-2015.
  3. Christine Jorgensen: A Personal Biography, suo autobiografia del 1967, citata da Michelle Ingrassia nel Newsday: "In 1952, He Was a Scandal: When Jorgensen decided to change his name—and his body—the nation wasn't quite ready", 5 maggio 1989.
  4. Education: Students Wanted in Time. 2 settembre 1946. URL consultato in data 16 ottobre 2015.
  5. 5,0 5,1 5,2 Jorgensen, Christine (30 maggio 1926-3 maggio 1989)
  6. 6,0 6,1 6,2 Christine Jorgensen, Christine Jorgensen: A Personal Autobiography, New York, Bantam Books, 1967 p. 105. ISBN 978-1-57344-100-1.
  7. Una delle più note, citata dallo stesso Gray, era "Christine Jorgensen went abroad, and came back a broad": un gioco di parole, intraducibile in italiano, basato sulla corrispondenza tra "abroad" (all'estero) e "a broad" (una ragazza, nello slang USA).
  8. Louis Farrakhan Sings About Christine Jorgensen, queermusicheritage-theblog.blogspot.it, 15 maggio 2013. Il pezzo si può ascoltare su YouTube.
  9. "Bars Marriage Permit: Clerk Rejects Proof of Sex from Christine Jorgensen", The New York Times, 4 aprile 1959
  10. "Miss Jorgensen Asks Agnew for an Apology", The New York Times, 11 ottobre 1970.
  11. Joanne Meyerowitz, "Transforming Sex: Christine Jorgensen in the Postwar U.S" in OAH Magazine of History, marzo 2006, pp. 16–20.