Balletti verdi

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Voce a cura di Stefano Bolognini, liberamente modificabile.
Copertina del libro Balletti verdi, 2000.

Balletti verdi è il nome con cui fu battezzato uno tra i più grandi scandali legati al mondo omosessuale nella storia italiana.

Gli avvenimenti

Il 5 ottobre 1960 un breve trafiletto su "Il Giornale di Brescia" (ed alcune righe su "l'Unità") informa dell'apertura di una vasta inchiesta negli ambienti omosessuali:

« Da parecchio tempo si parlava in città di una vasta operazione intrapresa dagli organi investigativi per bloccare un dilagante circuito del vizio, in cui si trovavano coinvolti uomini di giovane e meno giovane età.

Le notizie relative a convegni immorali, a trattenimenti di genere irriferibile, ad adescamenti ed a corruzioni e ricatti sono ripetutamente giunte fino a noi »

(Il Giornale di Brescia)

Al centro dell'inchiesta alcune feste una cascina del Comune di Castel Mella dove, secondo le indagini, gli omosessuali si sarebbero incontrati per convegni a sfondo sessuale con minorenni.
I cinquantaquattro inquisiti iniziali diventarono in pochi giorni circa duecento, e la varietà delle classi sociali colpite, i nomi noti e la curiosità morbosa fecero dello scandalo un evento nazionale, ampiamente dibattuto su quotidiani e settimanali.

Il livello di isteria fu tale da coinvolgere personaggi celebri del tutto estranei alla vicenda (tra i nomi apparvero quello di Mike Bongiorno, Dario Fo, Franca Rame, Gino Bramieri, Paul Steffen e Bud Thompson) interrogati dagli inquirenti e immediatamente scagionati.

Fu il periodico "Le ore" a dare allo scandalo il nome di "balletti verdi". "Balletti" erano chiamati tutti gli scandali a sfondo sessuale (a partire dal caso omologo, ma eterosessuale, dei "balletti rosa" francesi, e dall'analogo scandalo dei "ballets bleu") che avevano a che fare con la sessualità e i giovani, mentre il verde era considerato il colore degli omosessuali: verde era infatti il garofano che portava all'occhiello Oscar Wilde.

L'inchiesta

Giovanni Arcai, giudice istruttore dell'inchiesta sui Balletti verdi

L'inchiesta fu condotta dal giudice istruttore Giovanni Arcai, dal pubblico ministero Enzo Giannini e dal brigadiere Arrigo Varano, e si trascinò a lungo tra colpi di scena, notizie bomba tanto clamorose quanto false (spaccio di droga nei balletti, tratta internazionale di ragazzi tra Italia e Svizzera), rinvii a giudizio, nuovi arresti, scagionamenti e interrogatori di personaggi celebri come, ad esempio, quello a Giò Stajano, che fu interrogato semplicemente perché era uno dei pochissimi omosessuali dichiarati dell'epoca.

Il caso fece inoltre scoppiare l'annuncio della scoperta di fantomatici "balletti verdi" in decine di città italiane.

A Brescia infuriava, nel contempo, il dibattito politico, e fu decisamente aspro il confronto tra stampa comunista, che guardava all'omosessualità come vizio borghese e attaccava i cattolici, paventando la possibilità che anche sacerdoti fossero implicati nella vicenda, e cattolici, mentre la Destra chiedeva una rimoralizzazione dei costumi.

In Parlamento venne inoltre presentata, dall'on. Bruno Romano del Psdi, una proposta di legge per rendere un reato l'omosessualità, col pretesto di proteggere i minorenni dalla corruzione. La proposta si aggiungeva ad una, analoga, già presentata dal Msi. (Nessuna di queste proposte di legge fu però mai effettivamente discussa).

La sentenza

Il 29 gennaio 1964, il caso si concluse infine con una sentenza molto blanda: quasi nessuno degli inquisiti fu effettivamente processato, dei sedici imputati rimasti, quindici furono assolti, oppure chiamati a fruire dell'amnistia. Un solo colpevole avrebbe dovuto scontare una pena: quattro anni per favoreggiamento della prostituzione.

Quella dei "balletti verdi" si rivelò infine una grande e isterica montatura, come riconobbe la stessa stampa: "L'Eco di Brescia" arrivò infatti a titolare, in data 31 gennaio 1964, Finalmente ridimensionata la montatura dei balletti verdi (p. 8).

Bilancio

"Nuovi fusti". Foto del settimanale di destra "Il Borghese", 20 ottobre 1960.

Dietro l'immagine, propagandata ossessivamente dalla stampa, di una gigantesca congiura omosessuale che mirava a corrompere la gioventù italiana, alla fine emerse una realtà molto più banale, addirittura opposta a quella propagandata dei media, che presentavano un mondo omosessuale potente, organizzato, compatto, protetto dalle autorità.

Viceversa, quel che emerse fu che a Castel Mella (come altrove) due omosessuali organizzavano festicciole tra amici proprio perché questo era l'unico modo in cui le persone omosessuali italiane potevano all'epoca socializzare, dato che in Italia (a differenza di quanto già accadeva all'estero) le autorità non permettevano l'apertura di luoghi di aggregazione gay, come bar gay. Lo spazio per la sessualità omosessuale era perciò interamente relegato a fugaci rapporti nei cinema o nei parchi, rigorosamente di notte. Molti dei partecipanti erano sposati, per mantenere una facciata di "normalità", e non potendo permettersi di vivere relazioni di coppia con persone del loro sesso facevano ricorso a incontri fuggevoli e anonimi, se necessario (come i loro omologhi eterosessuali) a pagamento.

Infatti alle feste c'erano vecchi e giovani, e i vecchi qualche volta proponevano ai giovani prestazioni sessuali in cambio di denaro. I giovani "minorenni" dei giornali avevano un'età compresa tra i diciotto e i ventun anni (la maggiore età era infatti all'epoca ventun anni) e non erano obbligati alle prestazioni particolari: da poco era stata emanata la legge Merlin e i giudici la "riadattarono" per questo caso.

Con i balletti verdi emerse per la prima volta, e finì sulle prima pagine dei giornali, l'universo omosessuale italiano, con effetti disastrosi per gli omosessuali (in gran maggioranza innocenti) implicati. Molti persero il lavoro, tre di loro si suicidarono, altri decisero di fuggire altrove dopo che il segreto tenuto nascosto per evitare lo stigma sociale era venuto a galla.

L'Italia si trovò a fare i conti per la prima volta esplicitamente con l'omosessualità... e la condanna fu senza appello.

Cause dello scandalo

Benché non sia stata ancora fatta piena luce sulle cause dello scandalo, è agevole notare che esso fu innescato "ad arte" con una campagna di stampa, proposta da testate con un preciso indirizzo politico. È quindi possibile individuarne l'origine in una manovra politica di natura (inizialmente) del tutto locale.

Infatti, la stampa che instancabilmente soffiò sul fuoco della vicenda fu quella di estrema destra, nostalgica del fascismo, e il bersaglio indiretto della manovra (oltre a quello diretto: gli omosessuali) fu la Democrazia Cristiana (al governo sia a Brescia che in Italia) accusata di non essere "davvero" capace di garantire l'ordine e la moralità, come invece promettevano di saper fare i neofascisti.

Assai improbabile appare invece un coinvolgimento delle forze cattoliche, che pure non erano assolutamente indulgenti nei confronti delle persone omosessuali. Ciò è dimostrato da tre considerazioni:

  • Da un lato lo scandalo, lungi dal giovare alla Chiesa cattolica, prese semmai a bersaglio lo stesso clero cattolico. Come detto, la stampa comunista approfittò della vicenda per chiedere conto della moralità dei sacerdoti, specie insegnanti; i giornali diocesani furono così costretti a pubblicare imbarazzanti articoli in difesa del "magnifico clero bresciano" (si veda in particolare la serie di articoli del quotidiano "La voce del popolo" dell'ottobre 1960).
  • Dall'altro lato, nomi prestigiosi della miglior borghesia cattolica bresciana (ivi inclusi imprenditori, ed altri nomi "in vista") furono coinvolti fin dalle prime fasi, e spesso non senza ragione, distruggendo la loro immagine di persone devote e "rispettabili" senza alcun vantaggio per il mondo cattolico, anzi semmai con grave danno.
  • Infine, a partire dall'esperienza negativa dello scandalo Montesi, rivelatosi estremamente destabilizzante da un punto di vista politico, la Democrazia Cristiana italiana evitò sempre di scatenare scandali a contenuto morale. E per il momento non è stata individuata alcuna ragione per cui avrebbe dovuto venir meno a tale regola autoimposta solo in questo caso.
45 giri dedicato allo scandalo.

Da parte loro le forze socialiste e comuniste, se approfittarono volentieri del caso per dimostrare la "corruzione morale" del "mondo borghese", furono però poco più che spettatrici dell'evento. Si limitarono infatti a commentarlo svogliatamente in chiave morale e al massimo anticlericale, senza però analizzarne cause e dinamica. La visione del mondo che aveva la sinistra allora le impediva infatti di notare un aspetto che invece spicca agli occhi dello storico d'oggi, ovvero il fatto che vivere da omosessuale fosse all'epoca un privilegio di classe, riservato a chi avesse denaro e una buona posizione sociale, mentre per i giovani proletari l'omosessualità poteva essere al più un mezzo per arrotondare stipendi letteralmente da fame.

In questo gioco le autorità preposte all'Ordine pubblico furono, se non complici, per lo meno estremamente indulgenti nei confronti di chi diffondeva allarmi basati su dati o falsi, o grossolanamente esagerati, rivelando nel loro modo di agire simpatia verso quanti chiedevano l'uso delle forze dell'Ordine per reprimere tutti coloro che non avessero un comportamento giudicato "morale" dall'estrema destra.

Tutto ciò considerato, appare comunque assai probabile che lo scandalo abbia assunto dimensioni che non erano state affatto preventivate da chi lo innescò, scatenando un'imprevista caccia alle streghe di impronta maccartista, che coinvolse il Paese intero, invece di limitarsi alla sola realtà locale bresciana.

Non fu quindi sicuramente per un caso che questo dei "Balletti verdi" sia stato l'unico grande scandalo a carattere omosessuale in Italia fra il dopoguerra e il Sessantotto, quando furono nuovamente montati ad arte altri due casi (quelli di Aldo Braibanti e di Ermanno Lavorini) da parte delle medesime forze politiche, utilizzando ancora una volta l'omosessualità a fini partitici.

Lo scandalo dei "Balletti verdi", perciò, si presenta come un'anomalia nella tradizione italiana di repressione indiretta dell'omosessualità, adottata in Italia proprio per evitare scandali (come quelli frequenti all'estero) che coinvolgessero persone di tutti gli ambienti sociali e di tutte le credenze religiose. Prima e dopo questo scandalo, l'atteggiamento delle autorità italiane fu sempre coerente: parlare e soprattutto permettere di parlare il meno possibile dell'omosessualità, presentandola come un problema esistente in Italia solo perché importata da altre, più depravate, nazioni straniere.

Rassegna stampa

Voci correlate

Bibliografia

Discografia

  • I Peos, "Mazzarino" -- '"Balletti verdi", 45 giri, 1962.

Collegamenti esterni