Anita Bryant

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Anita Bryant nel 1971.

Anyta Jane Briant (Barnsdal, Oklahoma, 25 marzo 1940) è una cantante americana famosa per avere capeggiato nel 1977/78 una campagna contro i diritti delle persone lgbt.

Campagne politiche

Save our children (Miami, 1977)

Volantino propagandistico di "Save our children from homosexuality"

Anita Bryant aveva raggiunto una certa notorietà come cantante negli anni Sessanta (riuscì ad entrare più volte nelle classifiche di vendita, anche se mai ai primi posti), prima d'imporsi come volto noto al grande pubblico come testimonial della pubblicità del succo d'arancia della Florida (ruolo che ricoprì per ben 12 anni) o della Coca-Cola [1]. Bryant condannava l'omosessualità per le sue convinzioni religiose, ritenendola un peccato contro natura e contro Dio, meritevole d'essere punito e non certo protetto dalla legge. Il suo attivismo politico si concentrò soprattutto nella campagna del 1977 a Miami chiamata Save our children ("Salviamo i nostri bambini dall'omosessualità"). Miami, in Florida, era stata una città particolarmente tollerante nei confronti degli omosessuali negli anni Trenta e Quaranta (come testimonia la presenza di vari bar o locali a tema) [2], tuttavia negli anni Cinquanta la "Florida Legislative Investigation Committee" passò vari provvedimenti legislativi che punivano come reato sia l'omosessualità sia il travestitismo. Da quel momento in poi i bar erano stati soggetti a vari controlli e gli omosessuali avevano dovuto nascondersi sempre più per evitare sanzioni legali.

Negli anni Settanta - grazie alla nascita del movimento gay - l'omosessualità fu legalizzata in tutto lo stato della Florida e nel 1977, nella Contea di Miami-Dade, fu approvata una legge che proibiva la discriminazione basata sull'orientamento sessuale.
Fu proprio in questo contesto che si può collocare la campagna politica di Anita Bryant, finalizzata all'abrogazione della legge. Anita Bryant si propose ancora una volta come "testimonial" e "frontwoman" di una campagna finanziata e gestita dai gruppi cristiani più fanatici e oscurantisti, il cui influsso è facilmente percepibile anche negli scritti antiomosessuali che furono pubblicati a nome della Bryant. Nel suo sforzo, Anita Bryant trovò sempre l'appoggio di organizzazioni antiabortiste, di psichiatri tradizionalisti e di fondamentalisti cristiani, che auspicavano un ritorno alla politica di repressione degli anni Cinquanta. Questo meccanismo permise alla cantante di intestarsi l'intero merito dei successi iniziali, ma le addossò l'intera responsabilità dei rovesci finali, rovinandole la carriera e forse anche la vita famigliare.
La campagna Save our children invocava valori come la decenza e la moralità per giustificare l'odio ideologico, e affermava che gli omosessuali erano un pericolo per la società, essendo sempre alla ricerca di bambini da "reclutare" per le loro pratiche sessuali. La Bryant arrivò ad affermare:

« Se diamo diritti ai gay, dovremo darli anche alle persone che andassero a letto con cani sanbernardo, o alle prostitute. Con il continuo aiuto di Dio noi vinceremo la nostra battaglia[3]»

Il 7 giugno 1977 la campagna registrò un trionfo riuscendo a far votare l'abrogazione della legge sui diritti di gay e lesbiche. Il successo della cantante si può valutare meglio osservando il numero esorbitante di firme (75.000) che la petizione aveva raccolto grazie alla sua popolarità.
Non solo. Sempre nel 1977 i legislatori della Florida approvarono addirittura una legge - unica in tutta il territorio americano - che proibiva nello specifico le adozioni alle lesbiche ed ai gay. Tale legge sarebbe stata abrogata solo nel 2008.

Altre campagne antiomosessuali

Cartolina della campagna "Salviamo i nostri bambini".

Nel 1977 Anita Bryant fu attiva anche in altre campagne locali contro l'approvazione delle legge anti-discriminazione: a St. Paul, Minnesota; Wichita, Kansas; ed Eugene, Oregon.

Nel 1978 Anita si spostò in California per appoggiare la Proposition 6 [4], sponsorizzata da John Briggs. Questa proposta di legge (mai approvata) stabiliva l'obbligo di licenziare qualunque insegnante o lavoratore pubblico si esprimesse o a favore o anche solo in modo neutrale nei confronti degli omosessuali. La maggior parte dei californiani, anche quelli delle contee tradizionalmente più conservatrici, si dimostrò però contrario alla legge, che ledeva il primo emendamento della Costituzione statunitense, che garantisce la libertà di parola: il 7 novembre 1978 l'iniziativa fu respinta da un referendum californiano, anche grazie all'intervento politico del militante gay Harvey Milk, del governatore Ronald Reagan [5] e del presidente Jimmy Carter.

Critiche e boicotaggi

La campagna di Anita Bryant suscitò la prevedibile reazione dei movimenti lgbt. Il 28 Gennaio 1977 centinaia di persone sfilarono nel "National gay pride day" [6] portando simboli e scandendo slogan. L'evento fu importante perché rappresentò il primo gay pride mai organizzato nel sud della Florida.
Anita Bryant fu uno dei primi politici a ricevere una torta in faccia. A Des Moins (nello stato dello Iowa) nel 1977, durante una sua apparizione televisiva, la cantante ne ricevette una (alle banane) da parte di un militante dei diritti LGBT che si era finto giornalista. La Bryant reagì con abilità, prima commentando che se non altro era un "fruit pie", una torta alla frutta[7] e poi, su sollecitazione del suo spin-doctor [8]iniziando a pregare Dio di perdonare il colpevole per il suo stile di vita deviante (in riferimento alla sua omosessualità).
Ma la reazione che si rivelò decisiva fu il boicottaggio del succo delle arance della Florida, in protesta alle iniziative della Bryant, che ottenne l'appoggio di varie celebrità come Barbra Streisand, Bette Midler, Paul Williams, John Waters, Carroll O'Connor, Mary Tyler Moore, Linda Lavin, e Jane Fonda.
Nel 1998 [9], 20 anni dopo la campagna di Anita Bryant, la contea della Florida Dade County approvò una legge anti-discriminazione a difesa delle persone omosessuali. La proibizione delle adozioni ai gay rimase tuttavia in vigore fino al 2008.

La fine delle campagne

Distintivo gay anti-Anita Bryant: "Anita Bryant succhia arance".

Più che il boicottaggio in quanto tale, che in parte era compensato dal contro-boicottaggio dei fanatici cristiani, fu la politicizzazione del banale atto di bere un succo d'arancia a far trionfare i militanti gay: consumare un'aranciata diventava una dichiarazione di principi a favore o contro scelte di vita che con le arance non c'entravano assolutamente nulla. Chiunque fosse destinato a vincere il confronto, il mercato dei consumatori di arance si sarebbe comunque ristretto ai sostenitori della linea vincente.
Furono considerazioni di questo tipo a spingere la "Florida Citrus Commission" a non rinnovare più alla scadenza, nel 1979, il contratto con la Bryant, diventata personaggio troppo controverso.
Ma il vero crollo della Bryant si ebbe nel 1980, quando divorziò dal primo marito Bob Green (anch'egli fondamentalista cristiano), attirandosi l'astio di tutti quei cristiani che finora l'avevano appoggiata, cosa che la privò anche dell'introito costituito dagli inviti a cantare ai loro eventi. A nuocere alla Bryant non fu tanto il divorzio in sé (nonostante avesse sostenuto il carattere indissolubile del matrimonio), quanto l'avere affermato di avere riconsiderato le sue precedenti posizioni contro le femministe dopo avere sperimentato di persona, in vent'anni di matrimonio violento (abusive), la verità di certe loro denunce.

Alienatasi il pubblico cristiano di estrema destra e passata di moda nel mercato discografico, nonché contestata ovunque andasse dai militanti gay, che non dimenticavano il suo ruolo (mai rinnegato [10]) di portavoce dell'omofobia, tutti i tentativi di rilancio della carriera non ebbero successo, costringendola ripetutamente a dichiarare bancarotta [11].

Valutazione dell'azione di Anita Bryant

Per il movimento lgbt statunitense è stato difficile dimenticare il nome della Bryant, anche perché le leggi da lei sostenute sono rimaste in vigore per decenni, riportando in vita la sua memoria ad ogni tentativo di farle abrogare.

Col beneficio del tempo trascorso da allora è però più facile tentare un'analisi spassionata dell'accaduto, notando come la Bryant sia stata usata (e poi scaricata) per sperimentare per la prima volta le strategie delle successive campagne messe in atto nei decenni successivi dall'estrema destra statunitense. In esse una personalità laica, talvolta un ex-gay, occupa il palcoscenico e apparentemente dirige l'iniziativa, mentre le organizzazioni religiose che finanziano e orchestrano la campagna rimangono nell'ombra, evitando di esporre in prima persona membri del clero.
La campagna di Anita Bryant registrò, anche basandosi su un certo "effetto-sorpresa", vari successi nell'immediato, ma sul lungo periodo ottenne il risultato opposto a quello previsto, mobilitando non solo gli omosessuali, ma anche i democratici e i laici contro una campagna unicamente e chiaramente mirata a discriminare un gruppo di cittadini. Migliaia di omosessuali non politicizzati furono convinti proprio da questa "caccia alle streghe" del fatto che le tesi del neonato movimento gay erano esatte:

« E poi arrivò la Proposition 8. I giovani che si aspettavano un progresso lento e pacifico, furono scioccati dal fatto che gli elettori potessero privare le coppie gay dei diritti al matrimonio dalla mattina alla sera. La "Prop 8" fu lo squillo di una sveglia. (...) Ogni volta che la cultura dell'autoritarismo pensava di aver vinto una battaglia importante, tutto quello che era riuscita a fare era solo accrescere il numero delle vittime furibonde, decise a schierarsi allo scopo di fermarla.[12] »

Inoltre, l'estrema notorietà della Bryant portò il dibattito sui diritti civili lgbt anche in aree nelle quali il movimento omosessuale non aveva ancora avuto la forza di arrivare, costringendo tutti gli elettori a prendere posizione. Assieme allo scoppio della crisi dell'Aids la "crociata" della Bryant è quindi oggi riconosciuta come uno dei due momenti che "sdoganarono" il movimento gay agli occhi della società statunitense.
Per questo Anita Bryant è assurta al ruolo di simbolo, anche se per molti è un simbolo d'intolleranza e fanatismo. Ancora nel 2013 F. Virtue ha composto la canzone "Anita Bryant" mentre per la fine del 2014 è addirittura programmata l'uscita del film Anita, basato sulla biografia della cantante, con Uma Thurman nel ruolo della protagonista[13].

Galleria d'immagini

Note

  1. Era apparsa in spot anche per Kraft, Holiday Inn e Tupperware. Un'indagine di mercato del 1970 rivelò che il suo volto era riconosciuto dal 75% degli utenti televisivi. Dati riferiti in: Thomas Tobin, Bankruptcy, ill will plague Bryant, "St. Petersburg Times", April 28, 2002.
  2. Anonimo, LGBT history in Florida 1900-1960, "Wikipedia".
  3. Bryant, Anita & Green, Bob At any cost, Revell, Grand Rapids 1978.
  4. Anonimo, The Briggs initiative (1978), "Ballotpedia.org".
  5. Gerardo Maiocca, Ronald Reagan and gay rights, "concurringopinions.com", 16 ottobre 2010.
  6. Pride South Florida.org.
  7. In inglese, fruit indica spregiativamente un omosessuale.
  8. Lo si sente distintamente dirle di pregare, e poi affermare: "Anita vuole (sic) pregare, adesso".
  9. Shelley Ettinger, After 21 years Gay rights victory in Dade County Fla, "Workers world", 1998.
  10. La voce a lei dedicata su Wikipedia in inglese riporta la sua dichiarazione che maggiormente somiglia a un tardivo pentimento, pronunciata subito dopo il divorzio nel 1980: "Oggi sono più incline a dire "vivi e lascia vivere", a patto che <l'omosessualità> non venga ostentata o che non venga depenalizzata". Tuttavia, nella biografia proposta sul sito della ex cantante le sue battaglie omofobiche vengono tuttora (2014) difese e giustificate.
  11. Thomas Tobin, Bankruptcy, ill will plague Bryant, "St. Petersburg Times", April 28, 2002.
  12. James Peron, Why hate defeats itself, "Huffington Post", 7 giugno 2014.
  13. Valentina D'Amico, Uma Thurman sarà Anita Bryant, "Movieplayer.it", 17 maggio 2013.

Bibliografia

  • Anita Bryant, Amazing grace, Hall, 1973.
  • Anita Bryant & Bob Green, Light my candle, Revell, Grand Rapids 1974.
  • Anita Bryant & Bob Green, At any cost, Revell, Grand Rapids 1978
  • Anita Bryant, The Anita Bryant story: the survival of our nation's families and the threat of militant homosexuality, Revell, Grand Rapids 1979, ISBN 978-0800783471
  • Anita Bryant, A new day, Broadman Press, 1992 ISBN 0-8054-5352-0.

Link esterni

Voci correlate