Aids e cinema

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Questa voce è dedicata alla trattazione dell'infezione da Hiv e dell'Aids nel cinema e nei film televisivi e non tratta dell'Aids in quanto tale.[1]

Una gelata precoce (1985) di John Erman

Potrà sembrare strano ma fu la televisione generalista ad a occuparsi di Aids ancor prima del cinema a grande distribuzione. Nel 1985 la televisione commerciale NBC manda infatti in onda questo TV-movie di due ore che racconta come una coppia piccolo-borghese vede la propria vita completamente stravolta quando uno dei loro figli comunica loro di essere gay e pure sieropositivo.
Gli sceneggiatori non sapevamo come affrontare l'argomento: Una gelata precoce assomiglia a mille altri film per la televisione: si può provare a immaginare il classico "polpettone" in cui al protagonista viene diagnosticato un cancro, sostituite la parola "cancro" con "Aids", aggiungere una manciata di luoghi comuni tipici delle produzioni televisive (interminabili liti familiari, l'immancabile scena in ospedale con il dottore insensibile e l'infermiera buona e caritatevole, il finale riparatore e ottimista etc.) e si avrà un'idea del tipo di prodotto di cui stiamo parlando.
Un'opera bruttina e sgraziata, che però rimane fondamentale nella storia del cinema gay e che negli anni ha conservato, nel bene e nel male, un posto nel cuore di gran parte del pubblico omosessuale. A questo va poi aggiunto un interessantissimo cast che non poteva non fra breccia almeno cuori dei gay-cinefili: i ruoli di mamma e papà furono affidati alla coppia Gena Rowlands e Ben Gazzara, già eroi del cinema indipendente americano, a cui si aggiunse l'ex star di Broadway, Sylvia Sidney nei panni di una dolce e comprensiva nonnina.

Che mi dici di Willy? (1990) di Norman René

Pochi anni dopoUna gelata precoce il produttore indipendente Samuel Goldwyn Jr. (figlio del Samuel Goldwin, fondatore della M.G.M.) e la TV pubblica americana P.B.S. producono e distribuiscono il primo film sull'Aids che riesce ad avere una buona distribuzione sia negli Stati Uniti che in Europa.

Le vite di un gruppo di ricchi omosessuali di New York viene stravolta quando su tutti i giornali si comincia a parlare di una nuova malattia che colpisce gay e drogati: è l'inizio d'una pandemia che decimerà la comunità gay e cambierà per sempre la vita dei sopravvissuti.
Questa vola il risultato è sensibilmente migliore, anche grazie al lodevole lavoro del regista e dello sceneggiatore, Craig Lucas, molto più empatici sull'argomento: entrambi gay dichiarati, vissero in prima persona ciò che raccontano nella pellicola (René sarebbe morto proprio di Aids nel 1996).
Ottime anche le prove degli attori: su tutti brilla uno straordinario Bruce Davison che grazie a questo film avrebbe ricevuto diversi importanti premi fra cui un globo d'oro, il prestigioso New York Film Critics Circle Awards, l'Independent Spirit Awards e persino una nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista.
Qualche difetto la pellicola lo ha di sicuro, sopratutto per colpa di una sceneggiatura "a tesi" un po' troppo prevedibile e schematica (diciamo pure didascalica), che la fanno assomigliare troppo ad un'opera per la televisione.

Le notti selvagge (1992) di Cyril Collard

Quando Le notti selvagge uscì nei cinema di tute Europa fu accompagnato da innumerevoli polemiche e ben presto la pellicola spaccò in due pubblico e critica. Basta leggere la trama per capire il perché.
Jean, un giovane cine-operatore bisessuale parigino fidanzato con Laura, inizia una relazione clandestina con Sammy, aitante giocatore di Rugby di origine spagnole. Quando Jean scopre di essere sieropositivo decide di non avvertire i propri partner e di continuare ad avere con loro rapporti sessuali non protetti.
Film disperato ma anche incredibilmente sincero: Collard regista e protagonista della pellicola sarebbe morto di Aids pochi mesi dopo che il film aveva raggiunto le sale francesi.
Le notti selvagge rimane un'opera difficile da digerire oggi come lo fu più di quindici anni fa.
Sia chiaro: fare sesso non protetto, specialmente se si sa di essere sieropositivi, è una follia assoluta, un atto criminale; però in diversi passaggi Collard riesce a comunicare al pubblico in maniera diretta e shoccante tutto il dramma di un giovane che, trovatosi faccia a faccia con la morte, non riesce a far a meno di reagire in modo autodistruttivo e nichilista, forse in maniera troppo narcisista ma senza autocompiacimento.

And the band played on / Guerra al virus (1993) di Roger Spottiswood

Il film per la TV And the band played on (1993) di Roger Spottiswood, fu distribuito in Italia con il titolo di Guerra al virus.

Philadelphia (1993) di Jonathan Demme

Finalmente nel 1993 anche Hollywood decide di trattare, a suo modo, il tema AIDS. Grande budget, protagonisti due star di prima grandezza come Tom Hanks e Danzel Washington (prima di loro avevano rifiutato il ruolo Daniel Day-Lewis, Michael Keaton, Andy Garcia, Bill Murray e Robin Williams) più un contorno di grandissimi caratteristi, tutti al servizio di regista talentuoso.
La storia è alquanto semplice: un ricco e affermato avvocato gay (velato) di Philadelphia perde il lavoro quando nel suo studio si viene a sapere che ha contratto il virus dell'HIV. Quando decide di far causa ai sui datori di lavoro l'unico disposto a rappresentarlo in giudizio è un giovane avvocato afro-americano decisamente omofobo. Durante il processo i due avranno modo di conoscersi meglio è diventare amici.
Le regole della settima arte non sono precise e "matematiche" come quella della chimica o della culinaria: sommando ingredienti di prima qualità qualche volta il risultato è una pietanza alquanto piatta e insapore. Il film non va mai oltre la professionalità: lodabili le interpretazione dei protagonisti (Hanks si aggiudicò anche un Oscar per un'interpretazione accorata, anche se spesso un po' troppo sopra le righe), pulita e lineare la regia, chiara semplice la sceneggiatura.
Anche questo film soffre di una struttura troppo didascalica; da un lato cerca di presentare il dramma dell'Aids nel modo più realistico possibile, ma dall'altro non rinuncia mai ad essere sempre "politicamente corretta" ad oltranza, soprattutto per non alienarsi i favori del grande pubblico: a non scontentare nessuno, certe volte, si scontentano tutti.
Inoltre sia in Philadelphia che in Che mi dici di Willy? gli unici malati di Aids sono o omosessuali o drogati o emofiliaci, un po' come se l'Aids riguardasse solo queste categorie.

Jeffrey (1995) di Christopher Ashley

Finiamo la nostra mini-rassegna con una divertente e riuscita commedia.
Scritta da Paul Rudnick (stella nascente del teatro Off di New York, autore di In & Out e futuro sceneggiatore del delizioso La donna perfetta) Jeffrey è l'adattamento per il grande schermo una riuscitissima e premiatissima pièce teatrale (in Italia fu portato in scena da Fabio Canino) che impose all'attenzione della critica il giovane autore, tanto da meritarsi il soprannome di "the gay Neil Simon".
Jeffrey, aitante gay e attore fallito, ha una vita sessuale molto intensa ma anche molto stressante da quando l'incubo dell'Hiv ha reso il sesso così rischioso e complicato. Per dare un nuovo senso alla propria esistenza il nostro eroe decide così di non avere più rapporti sessuali e di concentrarsi soltanto sulla propria carriera. Il caso vuole che proprio lo stesso giorno incontri Steve, brillante barman di cui s'innamora a prima vista. Quando Steve confesserà a Jeffrey di essere sieropositivo, il nostro eroe scapperà a gambe levate per paura di iniziare un rapporto che lui giudica troppo difficile da gestire.
Come è logico aspettarsi da una commedia romantica, l'amore alla fine trionferà e Jeffrey capirà finalmente che si può amare anche ai tempi dell'Aids, e che in una relazione la sieropositività di uno dei partner non è un ostacolo insormontabile ma solo una condizione come un'altra.
Scritto con uno stile eclettico, pieno di scene divertenti e di guest star scelte con innegabile gusto camp (su tutti Nathan Lane nella parte di un prete cattolico, gay e ninfomane) Jeffrey è un prodotto quasi unico nel panorama dei film glbt degli ultimi vent'anni: un film finalmente divertente e scorretto in cui non si ride degli omosessuali ma con gli omosessuali; un'opera piena d'energia e ottimismo con un messaggio semplice ma rivoluzionario: l'Aids si combatte anche con l'ironia e la gioia di vivere!

Altri titoli

In Kids (1995), di Larry Clark, affronta la diffusione dell'Hiv fra gli adolescenti.

In tempi più recenti, da quando le terapie hanno tolto all'Aids lo status di condanna ineluttabile trasformandolo in una malattia gestibile grazie alle terapie, l'Aids ha avuto la tendenza a trasformarsi in tema "sullo sfondo" in mezzo agli altri. Sono esempi di questo cambio di atteggiamento Forrest Gump (1994) di Robert Zemeckis o Le fate ignoranti (2001) di Ferzan Ozpetek o la serie Tv Queer as folk (USA).

Note

  1. Questa voce ingloba: Alessandro Martini, Storia minima dell'HIV nel cinema: i "capisaldi" del genere, pubblicato sul blog del Circolo Harvey Milk Milano in due puntate qui e qui.

Voci correlate

Bibliografia

Link esterni